Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

Vicenda Novoli

di Giovanni Bartolozzi - 1/10/2002


La vicenda che da più di un ventennio interessa l’area della Fiat-Fondiaria di Novoli, a nord-ovest di Firenze, rappresenta uno dei più complessi, intricati e, per certi versi, misteriosi capitoli dell’urbanistica italiana.
Francesco Dal Co in un editoriale della rivista “Casabella” titola: “Firenze, Novoli: una vicenda lunga, istruttiva e emblematica avviata a buon fine. Nove architetti per un brano di città”
Istruttiva? Per chi? Avviata a buon fine? Ma in che modo? Brano di città? Ma che città? Moderna? Antica? Finto medievale?
Il numero 703 di “Casabella” contiene un allegato nel quale sono illustrati i singoli progetti dei nove architetti “selezionati” per Novoli: Achea, Bruna e Mellano, Bucci, Cendron, Cristofani e Lelli, Ferlenga, Galatino, Ipostudio, Tscholl. Tale fascicolo riporta, inoltre, tre articoli: il primo di Gianni Biagi, Assessore all’urbanistica del comune di Firenze, il secondo di Epifanio Furnari e il terzo di Gaetano Di Benedetto responsabile della Direzione Urbanistica del comune di Firenze.
Premetto che lo scritto non vuole essere una critica alla rivista “Casabella” che anzi, fornisce lo spunto per imbattersi in un’analisi critica su quanto avvenuto nell’intero corso della progettazione di Novoli, soprattutto alla luce del progetto definitivo e delle affermazioni fatte negli articoli sopra citati.
Per farla breve, la complessa vicenda progettuale ha inizio a metà degli anni ’80. Com’è noto, una delle caratteristiche innovative per la riconversione di quest’immensa area (32 ettari), precedentemente occupata da vecchi stabilimenti industriali in disuso, era la progettazione di un gran parco verde esteso su 15 ettari, in altre parole circa la metà dell’intero isolato.
Tale suddivisione tra spazio verde e edificato, necessitava inevitabilmente di una creativa idea d’insieme atta a generare un’opportuna e non banale integrazione delle due parti. Per fronteggiare quest’inedita ma affascinante proposta, Bruno Zevi (incaricato dall’amministrazione comunale di sovrintendere alla redazione del piano particolareggiato) invita il paesaggista americano Lawrence Halprin, il quale, senza timore, pensa subito ad un gran parco centrale circolare che, tagliato da un lungo asse diagonale, diventa il cuore dell’intero progetto. Il lungo asse squarciava diagonalmente l’isolato, fiancheggiando a Nord il sorprendente Palazzo di Giustizia progettato da Leonardo Ricci e divenendo a sud, in pratica verso il centro di Firenze, ingresso principale. Gli edifici avrebbero fiancheggiato il parco centrale utilizzando svariate forme e differenti altezze in relazione alle funzioni (centro direzionale, edifici per la Fiat, alberghi, uffici, abitazioni…). Una piazza circolare, in parte sovrapposta al parco verde, garantiva un ampio affaccio al palazzo di giustizia, generando inoltre, un pulsante e dinamico gioco fra grande e piccolo cerchio. Per la realizzazione degli edifici furono incaricati svariati e prestigiosi architetti tra cui Cappai e Mainardis, Gabetti e Isola, R. Rogers, L. Ricci, A. L. Rossi, L. Pellegrin, R. Erskine, G. Birkerts, ma in realtà tanti altri.
Bruno Zevi affermava: “No, l’urbanistica non deve più schiacciare, omogeneizzare l’architettura. Che ogni edificio si radichi secondo il proprio istinto, si dilati o decresca con piena autonomia”
In realtà, a tale progetto, seguirono ulteriori cambiamenti che, tuttavia, lasciarono pressoché inalterata l’impostazione preliminare fin qui riassunta.
Un progetto di tali ambizioni, non solo per dimensione ma anche per la numerosità e l’eterogeneità degli architetti coinvolti, sarebbe, oggi, paragonabile all’intero progetto berlinese di Potsdamer Platz. Ma in Italia e soprattutto a Firenze non siamo a Berlino, tanto che, dopo tre lunghi e appassionanti Workschop di progettazione (tenuti a Firenze con la partecipazione di tutti gli architetti coinvolti) e il successivo piano particolareggiato redatto da L. Ricci, a causa di un cambio dell’amministrazione comunale, l’intero progetto è fermato e gettato nel fango. Così intorno alla fine degli anni ’80 si assiste ad una delle vicende più nefaste della storia dell’urbanistica italiana, una vera e grande perdita per la cultura del nostro paese.
Nei primi anni ’90, l’incarico per la progettazione di un piano guida per l’intera area di Novoli, viene affidato all’architetto Leon Krier. A questo punto, come accade spesso in casi analoghi, si ricomincia da zero, senza considerare minimamente il lavoro precedente (circa dieci anni di lavoro) e soprattutto ignorando il Piano Particolareggiato di L. Ricci che, a differenza di Halprin e del lavoro svolto durante i tre Workschop, prevedeva la frantumazione in parti del gran parco urbano, garantendo, così, una migliore relazione tra gli spazi verdi e l’edificato.
Niente da fare, si ricomincia da zero!
Leon Krier elabora un piano guida discutibile sotto molti aspetti. Ne individuo in breve i motivi principali:
1) Frammenta l’intero isolato in tre grandi parti, due laterali destinate alla costruzione di edifici e una centrale occupata dal parco verde. Così facendo è distrutto e impedito ogni rapporto tra l’edificato e il parco verde. Il parco urbano, dunque, non è più concepito, date le dimensioni, come elemento vertebrante l’intero quartiere, bensì come una gran macchia, isolata, alla quale è preclusa la possibilità di dialogare con gli edifici circostanti.
Per la progettazione del parco sono incaricati i torinesi Gabetti e Isola che, nel 2000, consegnano il progetto definitivo.
2) Intende ricreare, nelle due fasce laterali destinate alla costruzione degli edifici, delle forme urbane riprese dal centro storico medievale. E’ ben noto che Firenze, ma in generale l’intera Toscana, ha vissuto una delle fasi storiche più produttive e fiorenti durante il Medioevo. Urbanisticamente il periodo medievale è il più creativo, caratterizzato da una spontaneità e un’intelligenza nella creazione urbana che non lascia spazio a regole compositive, allineamenti, simmetrie, angoli retti e quant’altro. Viceversa, ne deriva un linguaggio essenziale, irregolare, spontaneo, strettamente aderente alle caratteristiche orografiche. Bene, il piano guida di Krier finge, per la società del 2000, uno squarcio di città medievale o qualcosa di molto simile. Dalla planimetria generale risulta leggibile il criterio utilizzato: fissati una serie di lotti regolari, in base al numero degli edifici da costruire, si procede alla falsificazione medievale, incurvando e distorcendo dolcemente i lotti e le strade senza alcun criterio valido.
Risultato: anziché avere una scatola a pianta quadrata si opta per una scatola a pianta quadrangolare.
3) Procedendo in questo modo, la dimensione e la forma dei singoli edifici viene stabilita aprioristicamente, cioè l’edificio risulta, prima di essere creato, inscatolato e ingabbiato in un lotto quadrangolare, senza alcuna possibilità di estendersi oltre. Si potrebbe rispondere a quest’obiezione portando come esempio alcuni capolavori dell’architettura del secolo scorso. Bene, nel caso in cui gli edifici saranno realizzati da un Terragni, sarò lieto di ritirare l’obiezione.
4) Si fissa un’altezza limite per gli edifici di quattro piani. Chiaro? Tutti gli edifici, abitazioni, uffici o sedi universitarie che siano devono necessariamente restare sotto i quattro piani.
Se il tribunale di Ricci raggiungerà i 65 metri d’altezza e gli edifici della zona raggiungono altezze di otto e nove piani, per quale motivo ci si ferma a soli quattro piani? Perché non costruire dei grattacieli? O in ogni modo, edifici che si sviluppino in altezza in relazione alle diverse esigenze?
In sostanza, dopo aver falsato tutto l’impianto planimetrico, si procede anche ad un’omologazione verticale.
5) Lo strabiliante progetto di Leonardo Ricci per il Palazzo di Giustizia, unico edificio rimasto intatto, anche nell’originaria disposizione, viene isolato e messo da parte. Il Tribunale, infatti, continuando a mantenere l’orientamento diagonale, dal quale si generava l’asse di Halprin, non trova alcun riscontro nella disposizione degli edifici, né tanto meno in quella del parco e viceversa.
6) L’intera area rappresenta un episodio concluso e circoscritto all’interno del perimetro assegnato. Nessun elemento lascia intravedere un atteggiamento d’apertura e di spalancamento verso l’esterno.
In sostanza, tutto è isolato, appiattito e fine a se stesso, ogni edificio è planimetricamente introverso, racchiuso, ingabbiato, inscatolato, forzato e costretto a sottostare ad un mucchio di regole.
Naturalmente il piano guida sopra descritto non ha subito alcuna modifica ed è attualmente in cantiere: a nord, comincia a svettare il tribunale di Ricci, mentre dalla parte opposta sono già ultimate le sedi universitarie, grandi scatoloni bucati da finestre tutte uguali e coronati da pesanti cornici in pietra forte.
Dopo aver espresso un giudizio personalissimo e dunque criticabile, riporto alcune affermazioni scritte sugli articoli dell’allegato di “Casabella”:
Gianni Biagi parla di “una nuova stagione di architetture contemporanee a Firenze” […] “Dove quindi meglio che qui si poteva sperimentare un percorso innovativo per la progettazione e la realizzazione di architettura contemporanea?”
Gaetano Di Benedetto dice: “La nuova opzione, affidata nei lineamenti generali a Leon Krier, mantiene al centro dell’intervento, come una cattedrale nordica, il palazzo di Giustizia progettato da Leonardo Ricci, ma gli organizza intorno un quartiere interamente pedonale di edifici bassi (non più di quattro piani), dalle strade strette e tortuose” […] “si tratta come si può intuire di un progetto urbanistico antimodernista, nel senso che esclude quasi aprioristicamente l’armamentario tradizionale dell’urbanistica “moderna” e cerca di ricominciare da capo con un altro modello di evoluzione dalla città antica”
Come si fa ad affermare che il piano di Krier mantiene al centro il Tribunale di Ricci? Al contrario, non vorrei essere ripetitivo, il tribunale appare isolato in un angolo, senza alcuna possibilità di respiro verso la rimanente parte edificata e verde. E poi, mi volete spiegare come si fa a ricominciare da zero, però partendo dalla città antica.? Questo significa ricominciare a proporre o illudersi di proporre spazi antichi e falsi.
Di Benedetto continua “L’altezza degli edifici è tale da non denunciare l’inevitabile presenza degli ascensori…” Certamente, nascondiamo e inscatoliamo anche gli ascensori e facciamo lo stesso per i vani scale, tanto, che volete che sia? Male che vada, camminiamo tutti con un cellulare e qualche portatile, però c’intimoriamo alla presenza di un ascensore! Nascondiamoli pure!
Francesco Dal Co nell’editoriale del numero 699 di “Casabella” dice: ”Al fine di individuare un criterio per selezionare i nove progettisti, Isola propone di sceglierli tra quelli le cui opere sono state presentate negli ultimi anni sull’almanacco dell’architettura italiana, che “Casabella” pubblica annualmente”. A questo punto la domanda nasce spontanea: perché i nove progettisti, oppure, perché tutti e nove i progettisti devono essere selezionati proprio dall’almanacco di “Casabella”? Da studente quale sono, mi onora e incoraggia la scelta di giovani architetti, ma perché con un criterio tanto discutibile?
Dal Co a proposito del progetto di Krier continua: “L’obiettivo di Krier è chiaro: con il suo progetto egli si propone di definire “ un metodo e una disciplina” al fine di riformare la periferia […] Per queste ragioni le indicazioni di Krier sono vincolanti e mirano a configurare una sorta di romantica rivisitazione di modelli insediativi derivati da una idealizzazione della città ottocentesca: “gli edifici distribuiti su lotti irregolari, non debbono superare i quattro piani, i fronti debbono seguire rigorosamente gli allineamenti stradali, le altezze dei portali e dei portici sono fissate tra i 4,5 metri e i due piani, i tetti e i balconi sono ammessi solo per l’uso residenziale e solo se rivolti verso i cortili degli isolati, ecc.ecc.”

Ecco elencate solamente parte delle regole che vincolano l’intero progetto, naturalmente stabilite da Krier. Verrebbe istintivo obiettare ad ogni vincolo e sarebbe facile dimostrare che tali imposizioni ignorano la componente umana, la persona, l’individuo. Basta pensare all’altezza dei portali. Tuttavia, piuttosto che abbandonarmi ad una critica analitica di tali regolamenti, preferisco riportare una testimonianza dell’unico architetto che ha lavorato a Novoli utilizzando, come testimoniano tutte le sue opere, un criterio opposto, direi umano: Leonardo Ricci. Il quale scrive: "L’incarico per la progettazione del palazzo di Giustizia fu motivo di una doppia sensazione. Emotivamente, […]. Intellettualmente, il timore di cadere in uno dei due modelli che oggi generalmente si presentano alla cultura architettonica. Quello retorico-repressivo, dove il potere viene espresso plasticamente e spazialmente in maniera non democratica, dove avvocati, pubblico e imputati non hanno uno spazio appropriato. Oppure quello di derivazione anglosassone dove un’apparente democrazia fa sì che la giustizia abbia, come espressione architettonica, quella di un qualsiasi palazzo d’uffici che ne mette in evidenza l’aspetto amministrativo e si esime dal dare forma a un contenuto ben più complesso”
In conclusione, dopo aver costatato e a mio modo dimostrato che dall’impianto consolidato nei primi workschop al piano guida di Krier, siamo passati da un progetto sperimentale, moderno, aperto e democratico ad un impianto chiuso, bloccato nel proprio assetto, falso e antidemocratico, ben venga tutto il resto. Possiamo solamente sperare che i futuri cittadini riescano a trovare la loro identità e individualità in uno spazio che, sicuramente, non appartiene all’età in cui viviamo e che lascerà alle generazioni future un’immagine falsa dei tempi attuali.
Nessuno può lamentare la mancanza di una valida opportunità per la creazione di una città moderna. L’opportunità c’è stata e anche di notevole interesse. Restiamo, tuttavia, fiduciosi per la prossima, ma solo avendo assodato e recepito questo clamoroso regresso, di cui solitamente si preferisce non parlare, potremo veramente aver imparato dalla vicenda di Novoli. Solamente a questa condizione.


(Giovanni Bartolozzi - 1/10/2002)

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Commento 6388 di marco ferri del 25/08/2008


Carissimo Bartolozzi, leggo solo ora questo articolo pubblicato anni fa. Lo condivido in toto come condivido quanto detto dal collega Manganello. Come diceva Le Corbusier, per fare una buona archiettura occorrono un buon progettista, un buon committente e una buona impresa...In Italia buoni committenti ce ne sono pochissimi. A Firenze non esistono. Mi viene in mente una situazione simile, Maastricht, e come è stata gestita e conclusa. Ci voleva molto? Perchè a Firenze l'autolesionismo è così forte?
Saluti

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Commento 6107 di renzo marrucci del 10/03/2008


Gentile Barzaghi
non capisco bene cosa vuol dire quando declama al nuovo urbanismo...ma che i grattacieli li vogliono i tecnologi per sbizzarrisrsi un pò si sapeva anche in Italia. Disgraziatamente è un rigurgito della cultura architettonica ma è in linea con l'attuale cultura italiana fatta da economisti e tecnologi. In grave flessione gli architetti e le loro istituzioni culturali. Ci tocca come periodo storico e vorrei avere un passaggio dalla macchina del tempo a vedere come sarà il giudizio dei nipoti dei nipoti . Già si capisce a orecchio ... La storia è ben diversa oggi da quella che si formava nel cinquecento, e troppe variabili inibiscono lo sviluppo e il corso delle idee e fino al punto che non è il telento che prevale come prevaleva allora come forza naturale di selezione.
Caro Ferrara
il fenomeno delle "stars" e io aggiungo, la prego di capire, "o ballerine", comunque non dispregiativo ma ironico se vuole, è figlio del sistema di comunicazione che abbiamo oggi, manipolato da chi ne ha la forza o il cinismo per cavalcare...tale è la forza che non mi pare per nulla nè naturale ne normale (può esserci anche qualcuno che lo considera naturale da quel che sento in giro). Se si vuole credere nel valore positivo della vita e aver fiducia nell'uomo e nel suo futuro... Il rispetto del territorio andrà oltre i gli interessi particolari di alcuni anche se non senza averne sacrificato un pò. Viviamo una epoca da capire, e non la capiremo bene senza una particolare sofferenza.

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Commento 6106 di A. Barzagli del 10/03/2008


Che ignoranza Sig. Bartolozzi!

Verso la fine del suo articolo lamenta la mancanza di qualche inutile grattacielo: ma non lo sa che in U.S.A. sempre più spesso i grattacieli vengo demoliti per essere sostituiti da nuovi quartieri? (ovviamente non mi riferisco a N.Y. City)

Non perdo nemmeno tempo a controbattere ad ogni punto del suo articolo, perchè sarebbe capace di farlo anche un bimbo di tre anni.

Viva il NEW URBANISM !

UNITI CONTRO LO SPRAWL URBANO!

A. Barzagli

Portland, USA

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10/3/2008 - Giovanni Bartolozzi risponde a A. Barzagli

Il suo commento è molto costruttivo: è un vero stimolo allo scambio e al dibattito culturale, nei contenuti e soprattutto nei termini.
beato lei

 

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Commento 299 di Ruben Modigliani del 17/03/2003


"uno spazio (...) che lascerà alle generazioni future un’immagine falsa dei tempi attuali"? Forse nutro troppa fiducia nella selezione naturale, ma sono convinto che nel giro di qualche decennio del disastro perpetrato da Krier non resteranno grandi tracce. Meglio per le generazioni future, alle quali invece auguro di poter continuare a vedere la Firenze immortale che seppe essere (con il suo coraggio, con la sua aggressività, con il suo spirito pratico, con la sua rapacia commerciale, con la sua intelligenza etc) faro del proprio tempo.

Tutti i commenti di Ruben Modigliani

 

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Commento 227 di Andrea Pacciani del 15/11/2002


Riferimento al commento n°225
Gentile Giovanni Bortolozzi,
che la periferia vada capita credo lo debba spiegare a tutti quelli che la abitano e non la hanno ancora capita. Tant'è che spesso e volentieri gli architetti stessi progettisti di quei quartieri hanno lo studio professionale e se possono anche l'abitazione non certo in quelle periferie ma nei centri storici o isolati in bucoliche campagne; proprio perché hanno capito che sebbene i centri storici abbiano problemi ben più complessi di quelli delle periferie (come lei sostiene) sono preferibili per le proprie attività lavorative, residenziali e di divertimento, relazione ecc...
Credo non si possa nascondere che il mercato immobiliare con le sue offerte e domande e quindi i suoi prezzi sia un'espressione oggettiva sul valore in senso lato della qualità abitativa dei quartieri della città (non credo che chi ha maggiori risorse economiche scelga i luoghi peggiori per viverci e lavorarci).
Che la sperimentazione non ha mai trovato il giusto spazio nelle nostre periferie mi sembra un'affermazione pretestuosa dopo quasi un secolo di architettura moderna. Mi sembra l'atteggiamento di chi non vuole vedere gli effetti disastrosi del saccheggio del territorio fatto nel XX secolo sostenendo in ogni occasione che il progetto è stato inquinato da agenti esterni e i danni sono dovuti all'allontanamento dalla strada maestra.
Ma allora se questo modo di progettare patisce i danni del passare del tempo e dell'intervento di agenti esterni, perché continuare a sperimentarlo?
Non ci si vuole rendere conto che le città sono invece organismi viventi che crescono, cambiano nel tempo, nelle persone, nelle politiche, nelle tecnologie e paradossalmente le città storiche sembrano il tessuto urbano dove questi cambiamenti sono stati meglio assimilati in nome della qualità dei valori abitativi che è capace di trasmettere. Non si tratta solamente di un valore storico museale di testimonianza del passato (il mercato non la premierebbe così tanto) ma di un modo di interpretare la città più a misura di ogni singolo individuo.
E poi se sperimentazione deve essere e per di più non modernista perché condannare sul nascere quella di Krier a cui si può lasciare la possibilità di "trasgredire" con un progetto tradizionale, ma anche di sbagliare dopo gli innumerevoli tentativi falliti del passato; è possibile che il primo progetto di Novoli fosse il progetto madre di tutta l'urbanistica contemporanea, ma se si vuole fare sperimentazione qualcuno il posto ogni tanto lo deve lasciare.
Occupiamoci piuttosto di prevenire sperimentazioni il cui contenuto è un'astrazione mentale che si ispira pericolosamente a modelli mai realizzati; preveniamo la realizzazione di progetti che maneggiano geometrie mentalmente belle ma scollegate dalla struttura della fattibilità fisica. Non riponiamo nell'idolatria dell'astrazione la ricerca di un qualcosa di un nuovo che potrà dare la svolta.
Ricordiamoci insomma che le persone che vivono la città (progettisti compresi) non hanno bisogno per vivere di giochi sculturali o di astrazioni geometriche seducenti, ma di luoghi in cui sentirsi in sintonia con la propria identità e le proprie origini, in cui vivere con la propria famiglia e perpetuarne i valori; luoghi in cui non si devono sentire spaesati e inquilini occasionali, ma luoghi in cui vivere serenamente, a cui affezionarsi, e da trasmettere alle generazioni future.

Grazie per lo spazio concesso

Andrea Pacciani

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Commento 226 di Gaetano Manganello del 14/11/2002


La vicenda Novoli è emblematica di com'è difficile realizzare in Italia, interventi di largo respiro nel campo urbanistico ; credo che il progetto attuale sia il cattivo risultato di un compromesso tra istanze progettuali diversissime, non esiste nessuna coerenza tra i risultati del workshop e il piano Krier. Ho visitato quest'anno la Biennale di Venezia e visto il plastico e i disegni di Novoli esposti al padiglione Italia; ho avuto la sensazione che tante energie progettuali siano state compresse in uno schema troppo rigido, fornendo quindi un risultato non adeguato ; sono tra quegli architetti che essendo presente sull'almanacco di Casabella del 2000 avrebbe potuto partecipare, se scelto, a un qualche progetto sul sito di Novoli. Da ex fiorentino (laureato a Firenze con Natalini) ne sarei stato lusingato, ma ho l'impressione che avrei speso delle inutili energie. Resto dell'avviso che in Italia per noi giovani architetti non ci siano le condizioni per fare buona architettura, soprattutto perchè manca la committenza, sia quella pubblica che quella privata. E' una LOTTA CONTINUA contro tutti per affermare le ragioni del progetto di architettura ; fino a quando si potrà resistere?
Sono appena tornato da un viaggio in Portogallo, dove ho avuto modo di constatare come in un paese economicamente simile se non più arretrato dell'Italia si realizzino edifici di straordinaria qualità architettonica. Perchè in Portogallo è possibile e si è realizzato quello che in Italia sembra un sogno proibito ?
Eppure in Italia, sono sicuro, esistono moltissimi bravi architetti ; lo sviluppo della vicenda Novoli può dare una parziale risposta a questi interrogativi.
Gaetano Manganello

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Commento 223 di Andrea Pacciani del 11/11/2002


Gentile Gioavanni Bartolozzi,
Non conosco bene come Lei tutta la storia del progetto di Novoli, ma conosco un pò il progetto di Krier, il suo modo di lavorare e le ragioni che supportano le sue scelte che a mio avviso non sono bislacche come sembra dal suo intervento; Le consiglio la lettura del suo libro "Architettura scelta o fatalità" dove si evincono in maniera abbastanza chiara, comunque non sta a me difendere il progettista lussemburghese.
Sono un pò sorpreso di come possa lamentare ancora nel 2002 la mancanza di opportunità dopo un secolo di architettura ed urbanistica moderna per realizzare la città moderna. Non Le sembra che dopo un secolo di fallimenti bisogna cominciare a chiedersi se l'errore sta nel metodo? O nelle utopie che purtroppo non si sono rivelate attualizzabili? Credo che a volte nella vita bisogna avere l'umiltà di sapersi rimettere in discussione ed il coraggio di ammettere gli errori commessi e ricominciare dalle poche certezze che abbiamo.
Credo che Krier abbia il solo difetto di aver detto basta alla sperimentazione modernista nel disegno della città e, nella consapevolezza che nella città storica si vive meglio che in qualsiasi periferia realizzata, sta cercando un metodo per riportare il disegno della città in modo che i risultati si avvicinino a quelli consolidati nei risultati dei centri storici. Renzo Piano sostiene tesi analoghe con la differenza che Krier estende questo concetto anche all'architettura, mentre Piano forte della sua genialità compositiva, riesce a mantener viva la possibilità moderna ai suoi edifici.
Non si tratta di spazi antichi e falsi ma di strade, larghi e piazze che sulla scorta di una sperimentazione secolare e di scelte sedimentate nel tempo danno alle persone che vi vivranno più garanzia di piacevole abitabilità di qualsiasi sperimentazione modernista di cui si teme l'ennesimo fallimento.
Credo che oggi in un mondo pluralista e intellettualmente no global oriented, non abbia più senso un fondamentalismo moderno che governi la disciplina mondiale urbanistica e architettonica, ma bisogna invece dare spazio a nuove o vecchie alternative alle linee guida moderniste che ormai hanno il peso degli anni e degli insuccessi; quella tradizionale è a mio avviso una scelta fatta per non sbagliare (e non è poco), rispettosa del modo di vivere delle persone e non soggetta all'obsolescenza delle mode.
Non mi sembra anacronistico prendere il meglio delle città che sono arrivate fino a noi e riproporle come modelli ancora attuali visto che sono ancora insuperate le qualità abitative che vi apportengono.
E' piuttosto anacronistico cercare ancora un posto a "tabula rasa" per una ennesima sperimentazione della città moderna; purtroppo non siamo più al tempo delle demolizioni "igienico-sanitarie" o post belliche dove sperimentare nuove teorie all'insegna del progresso.
Certo di aver seminato in Lei il seme del dubbio sull'unicità e l'ineluttabilità del "modello modernista"
A disposizione per un intervento più completo sulle scelta tradizionalista e le sue potenzialità,
distinti saluti. Andrea Pacciani, Parma 11/11/02

Tutti i commenti di Andrea Pacciani

11/11/2002 - Giovanni Bartolozzi risponde a Andrea Pacciani

Gentile Andrea Pacciani,
Considerando che Lei propone il libro “Architettura scelta o fatalità” di Krier, mi consenta di ricordare che parliamo del più grande esaltatore e adulatore di Albert Speer, l’architetto-ministro di Hitler, per il quale ha progettato e costruito i più immondi monumenti nazisti.
Sostengo inoltre che il criterio adottato da Krier non sia risolutivo: Krier è solamente capace di guardare al passato, ma senza capirne il forte impulso creativo, sociale e umano.
Quanto al suo commento, rivelatore di una posizione diversa dalla mia, penso che non sia supportato da puntuali e specifiche motivazioni critiche riguardanti il caso particolare della vicenda Novoli.
Riguardo alle sue osservazioni, non credo per niente che nel centro si viva meglio di qualsiasi altra periferia realizzata. Sicuramente la periferia presenta dei problemi (e i centri storici ne hanno di più complessi) ma, a mio avviso, non sono quelli che Lei attribuisce alla sperimentazione che, peraltro, non ha mai trovato il giusto spazio nelle nostre periferie.
La periferia va capita, ma senza abbandonarsi alle solite lamentele e al solito inutile confronto con il centro storico.
Aggiungo, inoltre, che sono molto scettico nei confronti delle purtroppo ricorrenti espressioni: “Disegno della città” e “sperimentazione modernista”. Credo che la città non si disegni. Il disegno attiene al risultato, soprattutto nel caso della città, quanto alla sperimentazione, ben venga, ma non modernista, solamente sperimentazione.
Riguardo alle “potenzialità della tradizione” e ai suoi inviti nel riproporre modelli provenienti da tradizioni consolidate in nome di “una garanzia di piacevole abitabilità”, credo che sia veramente, per dirla come Schoenberg, l’unica strada che non conduce a Roma.
Questo, naturalmente, è il mio punto vista.
Grazie

 

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Commento 219 di Amerigo Quagliano del 30/10/2002


Vicenda Novoli: Firenze, purtroppo non è Berlino.
Sulla ricostruzione fatta da Giovanni Bartolozzi della prima parte della vicenda Novoli a Firenze, vorrei rettificare alcune inesattezze.
In quanto collaboratore allora di Aldo Loris Rossi, sono stato partecipe insieme con altri al progetto e dell'entusiasmo che ci sostenne in quella coinvolgente avventura.
1- La Fiat e la Soc. La Fondiaria assicurazioni, sono state promotrici nello stesso momento di due distinti progetti.
La Fiat, unica proprietaria nel quartiere di Novoli, degli stabilimenti e dell'area di 32 ettari, invitò nel 1987 diversi architetti, tra cui A. L. Rossi, all'elaborazione del progetto di sistemazione del complesso, che fu poi presentato nell'aprile del 1988 nel salone dei Dugento a Palazzo Vecchio.
Mentre la Soc. La Fondiaria, sviluppò un altro piano, con altra equipe, diretto alla valorizzazione di un'area di ben 186 ettari, distante da Novoli, in località Castello.
2- La causa che, di fatto, ha affossato il progetto Fiat-Novoli è stato, come è noto, e riportato anche da organi di stampa nazionali nonché da Bruno Zevi sulle pagine della rivista L'architettura, l'ordine, partito da Roma di bloccare tutto, dato dall'allora segretario del P.D.S. Occhetto, in ossequio ad alleanze politiche con i verdi, e che determinò in seguito le dimissioni del Sindaco di Firenze, Massimo Bogianckino.
Da qui si deve partire per tentare di capire le vicende, a volte "misteriose", che determinano le "fortune" di un progetto di architettura contemporanea, che era ed è innovativo, e che hanno aperto in questo caso, la strada a successive revisioni antimoderniste.

Tutti i commenti di Amerigo Quagliano

30/10/2002 - Giovanni Bartolozzi risponde a Amerigo Quagliano

La ringrazio per le rettifiche apportate allo scritto su Novoli che, inevitabilmente, dovrebbero far riflettere tutti, sul destino toccato a questo progetto.
In realtà, Lei ha colto perfettamente il senso di quel “misterioso”, che era esattamente riferito al secondo punto, da Lei riassunto, e di cui io, forse sbagliando, ho preferito non parlare.
Come Lei giustamente ricorda, il prof. Zevi ha riportato questo sconcertante episodio su “L’architettura”, conseguentemente su “Sterzate Architettoniche”, e anche durante qualche intervista radiofonica: ricordando la “telefonata di Occhetto”.
Naturalmente, come avrà capito dallo scritto, ho preferito analizzare la vicenda puntando soprattutto sul notevole scarto esistente tra i due progetti, in contrapposizione agli articoli pubblicati su “Casabella”, poiché, fare luce su tutte le questioni politiche e burocratiche che hanno contribuito al deplorevole cambio di rotta, è cosa veramente complessa e “misteriosa” che, senza dubbio, ha inizio da quanto lei riassume, ma che purtroppo non si esaurisce lì: basti pensare alle pesanti manomissioni apportate al progetto di Ricci.
Grazie ancora

 

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