Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

Biennale acritica?

di Paolo G.L. Ferrara - 17/10/2002


L'analisi è spietata: "L'obiettivo di questa biennale è togliere all'architettura il suo potenziale critico [...]Definirei allora questa Biennale 2002, una Mostra acritica".
Lo scrive Antonino Saggio su "Costruire" di ottobre, ponendo l'accento sui contenuti ed i significati che una mostra quale è la Biennale dovrebbe avere e che, nel caso di "Next", sembra si siano smarriti.
Più diplomatico Rowan Moore, su Domus: "La Biennale di Architettura di Venezia ha sempre dovuto confrontarsi con un'ambiguità: da un lato, deve offrire un quadro ampio ed esauriente dell'architettura contemporanea (e qui gioca non poco il fatto di dover dare soddisfazione all'ego delle star; secondo una regola, non scritta ma vincolante, per cui tutti i grandi nomi devono essere rappresentati); dall'altro lato, deve anche indicare una direzione e delineare il futuro".
Indubbio: Sudjic, come lui stesso afferma, ha incentrato la sua Biennale esclusivamente sul mostrare "un quadro ampio ed esauriente dell'architettura contemporanea", ed è ciò che Saggio mette a fuoco nel suo articolo, analizzandone obiettivi e risultati ed arrivando alla conclusione di dovere definire la Biennale 2002 "acritica"
Ma che significa "...togliere all'architettura il suo potenziale critico"?
"Next" è stata programmata quale scenario ove mostrare quel che i nomi di maggior spicco dell'architettura mondiale hanno in cantiere, frutto di un cambio di direzione fortemente voluto e su cui lavorano da almeno un decennio.
Ma, alla resa dei conti, possiamo dire che Sudjic ha interpretato la mostra quale "grande fiera" del prodotto architettura, una sorta di mega spot pubblicitario: ti mostro il prodotto, ma non gli ingredienti. Personalmente, sapendo a priori (come tutti gli addetti ai lavori) quel che avrei trovato, non mi sono stupito più di tanto e ne ho preso il lato positivo, elogiando la quasi totale mancanza di accademismi castranti (vedi articolo "L'Italia e i soliti italiani. Anche Sudjic s'adegua"). Quantomeno, non abbiamo dovuto sorbirci stecche, scatoloni amorfi, corti, prospetti, inquadramenti prospettici, etc.
Ma, indubbiamente, questa è una lettura per lo più consolatoria (dunque, riduttiva), dettata dal sospiro di sollievo per essere scampati al pericolo di un rigurgito classicista.
La posizione di Saggio va invece a toccare nervi scoperti : "in questa mostra "Next", una architettura delle "non scelte" intellettuali, critiche e quindi politiche"; posizione che ci pone interrogativi pesanti, primo fra tutti quello della preservazione delle faticose conquiste fatte in questi ultimi anni, "dalla Medioteca di Ito, al Kiasma di Holl, dalla Cartier di Nouvell al Le Fresnoy di Tschumi, dal Guggenheim di Gehry al Jewish Museum di Libeskind, dall' Aronoff di Eisenman alla Vitra di Hadid" , che per Saggio " sono il frutto di una "architettura critica", di una posizione critica dell'architetto e dell'architettura, di una architettura che è essa stessa testo, questa mostra appiattisce proprio la forza propulsiva che sta dietro ai successi recenti dell'architettura".
Veniamo al punto cruciale: se il lavoro degli architetti esposti rappresenta, indubbiamente, la faticosa conquista degli ultimi anni, quello che il grande spot di Sudjic ha trascurato è stato il non averci mostrato come queste conquiste abbiano trovato il loro senso ed il loro sviluppo nella posizione critica degli stessi singoli architetti. Omettendolo, la Biennale non ha trasmesso niente su cui produrre profitto critico e storico.
Sì, perché la cosa fondamentale resta sempre e comunque questa: l'identità tra critica e storia. E credo sia proprio quello che Saggio ha voluto rimarcare tra le parole del suo scritto. Difatti, l'affermazione "...l'obiettivo di questa biennale è togliere all'architettura il suo potenziale critico" sottolinea quanto sia inutile esporre una tale mole di lavori senza dare loro la specifica valenza d'integrazione tra i valori democratici e le concezioni architettoniche. Tutti i grandi nomi presenti a Venezia non hanno certo lesinato di imprimere le loro opere di uno studio specifico sulle problematiche dell'architettura a 360°. E se i valori democratici sono la risultante dello studio delle problematiche sociali, di cui le concezioni architettoniche costruite rappresentano solo il risultato visibile della loro soluzione, "Next" ha trascurato di mostrarci questi valori democratici.
Affascinante potere ammirare i plastici di Gehry e della Hadid ma, nell'ambito di una mostra internazionale che, a dirla con Moore, "deve anche indicare una direzione e delineare il futuro", si tratta di un fascino assolutamente fine a se stesso.
Molto più forte e significativo aggirarsi, ad esempio, per il Padiglione del Brasile: diretto è il collegamento al percorso progettuale degli architetti che sono intervenuti nella favelas. Un percorso progettuale in cui è chiaro il rapporto tra storia e critica, secondo l'accezione zeviana di critica quale azione quotidiana, che è storica perché è sempre lanciata in un progetto di futuro, da cui discende che la storia non può non essere critica.
Ad esempio, è quello che ha fatto Gehry a Bilbao, lavoro a cui possiamo assimilare quanto Saggio dice nel suo articolo parlando, più in generale, dei nuovi temi con cui l'architettura deve oggi confrontarsi: "il cambiamento da una società industriale a una della comunicazione e dell'informazione, un nuovo rapporto con la natura, il paesaggio e l'ecologia, l'uso intelligente delle tecnologie digitali nello sviluppo del progetto, della costruzione e della gestione, una ricerca di comprensione del valore delle altre culture negli squilibri del mondo".
Ciò è ancora più vero se si pensa che l'intervento nella città spagnola è stato per lo più pubblicizzato in modo banale, sottolineandone poco il significato che ha avuto per tutto il sistema della Bilbao del futuro. E Jacques Herzog avrebbe addirittura detto che Bilbao "...dà un pessimo esempio ai musei per il futuro. Bilbao è semplicemente superficiale", saltando a piè pari i significati dell'architettura quale espressione di significati che vanno oltre la connotazione linguistica, ovvero, per l'appunto, quelli "critici", rispetto l'influenza che la concezione dell'architetto ha avuto per tutto il sistema urbano e territoriale di Bilbao.
Potrebbe bastare questo per fare comprendere che dietro un'architettura costruita ci sono svariati studi ed approfondimenti, prima ancora che tecnologici, concettuali: il modello in scala 1:1 del nuovo sistema costruttivo in mattoncini d'alluminio di Toyo Ito non è semplicemente una fotografia della nuova tecnologia, ma è strettamente correlato alla poetica di Ito, al suo modo contemporaneo di vedere il singolo edificio nella città e la città nel paesaggio.
Dunque, se, come afferma Moore, è vero che "...come Mostra, Next riafferma il carattere enciclopedico della Biennale: racconta cosa sta succedendo nel mondo senza fare commenti", altrettanto non può dirsi in merito al fatto che abbia voluto esprimere "qualche presa di posizione", soprattutto in senso critico.
Si può obiettare che, proprio perché si tratta di architetture conosciute dagli addetti ai lavori, non c'era bisogno alcuno che, di essi, se ne desse anche l'accezione critica, dando per scontato che gli stessi addetti ai lavori, in quanto tali, avrebbero dovuto presumibilmente esserne a conoscenza. E questo può essere vero, ma solo sino al punto in cui si concepisce la Biennale solo per mostrare ai visitatori non "la sfera del possibile o dell'immaginario, bensì, in concreto, l'ambiente in cui vivremo nel prossimo futuro". Nient'altro, dunque, che mostrare l'ambiente futuro agli utenti dello stesso, sotto forma di messaggio subliminale, eludendo però la fondamentale prerogativa che chi fa cultura deve tenere quale base: educare (non al gusto, sia ben inteso). E per educare è necessario rendere "visibile" l'architettura del futuro, intendendo ciò nel senso più elementare possibile: renderne chiari i concetti che la informano, e trasmetterli.
Direttamente riferito dalle parole di Sudijc, che incita a non ridurre l'architettura ad una "...religione privata, in cui gli architetti parlano solo agli architetti", da Domus arriva un commento che rimarca (non volendo, ovviamente) il punto debole di tutta la manifestazione :"Ora è decisivo farla [l'architettura; n.d.r.] rientrare nel dialogo culturale complessivo [...] e sulla riflessione volta a individuare in che direzione sta andando l'architettura, la Biennale, con la sua ventennale esperienza, ha molto da dire".
Il punto debole è l'accezione che viene data al termine direzione. Saggio lo intuisce e lo chiarisce: "Qui si afferma la concretezza, la realizzabilità e anche una rassicurante semplicità d'intenti (basti leggere le brevi righe che accompagnano le diverse sezioni delle tipologie d'uso in mostra alle Corderie): niente più autori giovani e semisconosciuti, ma star, non più una organizzazione per temi-problemi ma una per categorie d'uso, non più una attenzione allo scambio con le altre discipline, ma un arroccamento nel business del progetto e quindi una sovrabbondanza di costosissimi plastici e, quando c'è lo sponsor, pezzi al vero che dovrebbero evocare il cantiere e che forse ricordano di più gli interessi pesanti delle aziende. Il che non è un male, intendiamoci. Il problema non sono mai i singoli elementi e le singole forze, il problema è la direzione che queste forze prendono. E qui, anche se molti progetti e molte opere sono valide e interessanti, e ci mancherebbe altro in una così grande esposizione, è proprio la direzione il problema."
Sottratta al visitatore la possibilità di educarsi avendo conoscenza e prendendo consapevolezza dei significati che sottendono alla legittimazione di questa architettura "next" quale "attività che si interroga e si sfida sulle crisi che attraversano il pensiero, la storia, le scienze, le arti" , se ne sottrae concretezza ai significati.
Il visitatore, l'utente del futuro, s'inebria di forme, luci, tecnologie, ma ne disconosce i significati. Stando così le cose, davvero poco stupisce la presenza di quella che Sudjic ha definito "un'eccezione al tema degli edifici prossimi futuri", ovvero quella sezione in cui "in collaborazione con Alessi, otto architetti sono stati incaricati di produrre progetti teorici per edifici a torre alti cento piani e più, esemplificati da modelli in scala 1:100".
Iniziativa, viceversa, talmente coerente con tutta l'impostazione che risulta quantomeno improbabile definirla "eccezione"; piuttosto, essa rafforza la certezza che Next ci abbia trasmesso "...una architettura delle "non scelte" intellettuali, critiche e quindi politiche".
Nel 1980, nonostante la precisa volontà di scrivere attraverso la Strada Novissima un vero e proprio manifesto del (presunto) spirito del momento, l' "eccezione" presente tra facciate di colonne e capitelli fu dirompente: era la facciata in balloon frame di Frank O.Gehry, attraverso la quale si poteva leggere il disagio e la ferma opposizione dell'architetto verso il post-modernism.
Se l'architettura "next" c'è, ed è finalmente parte della cultura progettuale internazionale, le sue radici possiamo ritrovarle proprio in quella singola installazione della prima Biennale di 22 anni fa.
Non sarebbe stato male reinstallare quegli sticks di Gehry... e forse sarebbe bastato per dare un minimo peso critico a "Next".


(Paolo G.L. Ferrara - 17/10/2002)

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