Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

Gehry, Hadid e Libeskind presi...Di Petta

di Paolo G.L. Ferrara - 29/4/2003


Su Newitalianblood.it, Rosario Di Petta ci comunica, tramite il suo articolo “L’architettura è un cristallo”, che “[...]Oggi buona parte dell’attenzione della cultura architettonica è rivolta verso Frank O. Gehry, Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Coop Himmelblau, Rem Koolhaas, ma occorre dire che spesso i loro esiti progettuali percorrono una strada che va in una direzione contraria a quel processo di accumulazione di conoscenze stratificatosi nel corso dei secoli, per rincorrere invece mode effimere che esulano dall’ambito disciplinare proprio dell’architettura, inseguendo i paradigmi della scultura”.
Ridurre l’opera degli architetti citati alla rincorsa di mode effimere è, francamente, segno di assoluta mancanza di senso critico.
L’errore di base è l’altrettanto marcata mancanza di volontà di conoscere ed approfondire il percorso dei personaggi in questione, ingabbiandoli in schematismi derivanti dalla rigidezza mentale di cui Rosario Di Petta mostra una perfetta padronanza. L’articolo è infarcito di citazioni che rimarcano tante incertezze, ma la più inopportuna è quella che riguarda Borromini: “La chiesa di S. Ivo alla Sapienza può apparire frutto di una straordinaria invenzione architettonica, ma sviluppando una analisi più attenta sui singoli elementi architettonici, ci accorgiamo come la lanterna ricorda il tempietto di Baalbek, la spirale una “ziqqurat” e il sistema dei contrafforti mostra una ripresa neogotica di carattere nordico. Ciò a dimostrazione di come anche Borromini, pur proponendo un linguaggio originale, abbia rivolto il proprio sguardo verso quel patrimonio culturale millenario che costituisce il grande libro dell’architettura".
Banalità che si aggiungono a banalità: leggere le architetture di Borromini senza considerare l’elemento “spazio” è falsante, nel senso che lì sta l’essenza della rivoluzione borrominiana, e non certo nello ziqqurat ripreso formalmente, bensì per i suoi significati spaziali legati allo sviluppo dello spazio interno in rapporto con lo spazio esterno: esplosione e coinvolgimento.

Di Petta auspica vivamente il “riposo della forma” contro chi cerca di movimentare l’ architettura “... con l’uso esasperato di angoli non retti, linee diagonali e forzate dissonanze”.
Ma come spiega l’autore l’uso esasperato delle diagonali borrominiane o le dissonanze di Scharoun (altra citazione non approfondita: “Scharoun appare l’architetto più coerente in rapporto all’espressionismo”)?
Semplicemente, non le spiega: si limita a fare, come detto, citazioni su citazioni, ingredienti giusti per un bel pasticcio, il cui fine dovrebbe essere quello di spiegarci la contrapposizione (o presunta tale) tra “classico” ed “anticlassico”, definiti “codici”.
Scusi Di Petta, ma dove e quando è stato stabilito che classico ed anticlassico sono dei “codici”?
Si riferisce forse a Summerson e Zevi? E se sì, ne ha davvero colto il senso?
Vorrebbe avere la cortesia di essere più chiaro? Aspettiamo una Sua replica.

(Paolo G.L. Ferrara - 29/4/2003)

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Commento 778 di Giorgio Righi Riva del 15/09/2004


Non ti curar di lor...Chi giudica il lavoro di Zaha Hadid, Gehry, Coop Himmelblau e gli altri studi innamorati della forma e del colore, come lo e' Dio e gli artisti e chi contempla l'arte e si limita a un giudizio estetico e basta e' lui il vero superficiale. Certo molti architetti retrogradi, invidiosi, esprimono giudizi superficiali, essi sono piu' ingegneri che architetti, sono persone molto pragmatiche poco sensibili, amano la funzionalita' e basta non sanno volare, guardate la situazione in italia e il numero di architetti italiani che vincono concorsi internazionali. come dice Herzog e Meuron l'architettura non ha l'obbligo di metafore. Questa e' l'epoca in cui le utopie architettoniche non sono piu' tali, c'e' una metamorfosi in atto e l'hanno messa in moto non architetti italiani. L'architettura 'statica', 'immobile' sarà sempre piu' rara, spazio alla fantasia grazie anche agli strumenti digitali. Il modernismo esasperato nel minimalismo non e' naturale come dice Hani Rashid , e' un tentativo di riordinare il mondo e' una terapia, e' sbagliato . la vita, la natura, la tecnologia, hanno andamenti irregolari, curvilinei asimmetrici e' la morte che ha un andamento retto, minimale, monotono, appunto il riposo delle forme....

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Commento 319 di Rosario Di Petta del 30/04/2003


L’architettura, l’ascolto, l’invidia
L’articolo pubblicato su Newitalianblood.it esprime il mio punto di vista sull’architettura. Paolo Ferrara, come altri fedelissimi seguaci zeviani, ovviamente non condivide una virgola di quanto da me scritto! Quello a cui mi riferivo riguarda alcuni recenti esiti progettuali degli architetti citati (Progetti per il Concorso Museo Confluenze a Lione di Coop Himmelblau e di Eisenman ad esempio).
Anche se il sottoscritto predilige “il riposo della forma”, va detto altresì che riesce comunque ad emozionarsi dinanzi al “movimento” di Santiago Calatrava, ritenendolo maggiormente degno di interesse rispetto a quello concitato e rumoroso di Gehry!
Ci sono in Italia molto bravi architetti (Purini, Anselmi, Cellini, Venezia…) che non hanno nulla da imparare da Hadid o Libeskind, ma purtroppo una critica invidiosa ed esterofila (come quella che esercita Lei ad esempio) fa si che i Gehry e gli Eisenman siano delle star internazionali, a discapito dei migliori talenti nostrani.
L’architettura, caro Ferrara, non è solo spazio… ma anche ascolto paziente e radici profonde.
Forse sono soprattutto questi gli ingrediendi per regalare una nuova bellezza alle nostre città!

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30/4/2003 - Paolo GL Ferrara risponde a Rosario Di Petta

...ci risiamo... con le definizioni senza costrutto...:"[...]Anche se il sottoscritto predilige “il riposo della forma”, va detto altresì che riesce comunque ad emozionarsi dinanzi al “movimento” di Santiago Calatrava, ritenendolo maggiormente degno di interesse rispetto a quello concitato e rumoroso di Gehry!".
E ci risiamo anche con le solite questioni dell'invidia: ma davvero crede che Eisenman e Gehry siano famosi...grazie al mio appoggio critico?!!...e che, soprattutto, tutto ciò sia finalizzato a danno di Purini & C.?
Suvvia, non rendiamoci ridicoli: Lei mi attribuisce capacità e poteri che non ho e che mai sognerò di arrogarmi, ben conoscendo i miei limiti.
Facciamo così: Lei continui pure ad "ascoltare pazientemente"; io ad ascoltare rumorosamete.
Nel frattempo, riflettiamo entrambi sul commento (318) di Vilma Torselli che, pur non volendoLa difendere, lo ha fatto...e bene. La ringrazi.
cordialità

 

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Commento 318 di Vilma Torselli del 30/04/2003


Scusate il disturbo, ben conoscendo il rischio che corre chi si frappone tra due litiganti mi inserisco in un duello che Paolo Ferrara, con la tranciante conclusività che lo distingue, chiude con un secco: “ Aspettiamo una Sua replica.”, eufemismo che lascia leggere tra le righe : “Ci troviamo fuori, così ce la vediamo tra noi…..”.
Si tratta di un duello fortunatamente virtuale, e si sa che di mouse non è mai morto nessuno, in cui mi pare che il gusto della dialettica prenda talmente la mano da delineare una polemica anche dove non c’è disaccordo: su Borromini, per esempio, dove lei, Ferrara, parla di contenuto, e Di Petta di mezzo, che, come si sa, sono le due seppur diverse facce della stessa medaglia.
Non voglio si pensi che io prenda le difese del “povero” Rosario Di Petta, certamente più che in grado di difendersi da solo ed al quale il mio “povero” vuole esprimere non già pietismo, ma sim-patia.
Perché forse, Paolo Ferrara, Rosario Di Petta , come me e probabilmente tanti altri architetti, ama credere che l’architettura possa scrivere la storia dell’umanità, non con le parole, ma con la pietra, i mattoni, il legno, e che per questo debba raccontare la storia degli uomini, e non quella di un uomo solo, per quanto grande, si chiami Frank O. Gehry o Zaha Hadid o Daniel Libeskind o Coop Himmelblau o Rem Koolhaas, che esprima se stesso.
Parlare di stili, o di tipologie, o di codici o di "quel patrimonio culturale millenario che costituisce il grande libro dell’architettura" può sembrare anacronistico e demagogico in una società multietnica e pluralistica come quella di oggi, in cui la contaminazione culturale ha cancellato il valore identitario della tradizione di popoli e nazioni, ma forse non è proprio così, se ancora oggi la diversità di stile tra un tempio dorico ed uno ionico ci racconta la differenza tra due etnie, l’una pragmatica e l’altra sottilmente intellettuale, o se una tipologia, per esempio il “broletto” nelle città del norditalia, testimonia ancora oggi con la sua sola presenza un’esperienza sociale e politica unica e circoscritta risalente ai tempi di Federico Barbarossa e ne racconta la storia.
L’architettura parla, ma deve parlare un linguaggio universale, se vuole farsi capire.
Oggi, per fare un esempio, la 'Sagrada Familia' ricorda a tutti Antonio Gaudì, un genio dell’espressionismo, anche a chi non sa cosa sia il Modernismo catalano, che fortunatamente è storicamente rappresentato da altri, da Picasso, da Dalì, da Mirò, che hanno sviluppato un discorso più sfaccettato ed aperto: insomma, il mio timore è che fra cento anni il museo di Bilbao possa diventare uno splendido monumento a Frank O. Gehry, l’acuto di uno dei tanti solisti dell’architettura che sono riusciti a cantare certamente per capacità, e poi per favore delle circostanze, opportunità, fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto (sono architetto, certo parlo anche per invidia, spero, Paolo Ferrara, che apprezzi la mia onestà).
So di aver espresso un concetto non molto originale, ci hanno già pensato William Morris e le Arts and Crafts, e so anche che non c’è, oggi, una prospettiva storica sufficientemente ampia sotto la quale valutare correttamente il decostruttivismo o altri movimenti contemporanei, ma credo che l’architettura possa e debba accogliere una coralità di significati che vadano oltre le posizioni individualistiche, riconoscendo all’architetto il compito e al capacità di individuare quelli archetipici e tradurli in pietra, mattoni, legno, per raccontare la storia di tutti noi a quanti verranno.
Aspetto a piè fermo eventuali strali e tolgo il disturbo

Vilma Torselli

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Commento 328 di Stefano Tesotti del 05/04/2003


"Inannzi tutto si tratta di newitalianblood.com e non .it, credo sia una correzzione doverosa per un sito che merita dei link corretti..."
Mi permetto di apportare anch'io una correzione doverosa per un sito che merita dei link corretti. Già, perchè sono corretti entrambi! Provare per credere...e si tratta proprio dello stesso sito! Ma guarda un po'...quando meno te lo aspetti...

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Commento 327 di enricogbotta del 05/03/2003


Inannzi tutto si tratta di newitalianblood.com e non .it, credo sia una correzzione doverosa per un sito che merita dei link corretti.
In secondo luogo noto con dispiacere che nessuno ha colto il mio invito a parlare di fatti. Ne Di Petta, ne' Ferrara ne' Torselli ne' D'Organ parlano di fatti... parlano di parole e per di piu' si azzuffano su scemenze.
Non si poteva lasciare l'articolo su NIB nel dimenticatoio? No, Paolo Ferrara lo va a riesumare e lancia una crociata contro il povero Di Petta colpevole di aver espresso un'opinione.
Ho proprio ora finito di tradurre un articolo di Eli Ettia sulle bugie di Libeskind. Questo articolo e' esemplare di come vada condotta una critica architetonica... cioe' mostrando delle prove. E queste prove dimostrano che Libeskind racconta un sacco di storie.
Ed e' basandosi su queste prove che dico che Libeskind e il suo progetto per il WTC non vanno presi sul serio. Ora Ferrara non sara' sicuramente d'accordo, il che va benissimo... che porti le prove a sostegno delle sue idee non solo parole.
ecco il link all'articolo "Le Nove Bugie di Daniel Libeskind" su newitalianblood.com
http://www.newitalianblood.com/testi/testo141.html
saluti,

Tutti i commenti di enricogbotta

5/3/2003 - Paolo GL Ferrara risponde a enricogbotta

Ogni tanto litigo per scemenze anche con le mie fidanzate, il che significa che è un vizio congenito: chiedo scusa (a Botta e, soprattutto, alle fidanzate...).
Il più è che, così come Botta desidera che i suoi articolo su newitalianblood.com (altra scusa che faccio per avere confuso .it con .com) vengano letti, altrettanto desidera Di Petta.
Dire le cose che ha detto Di Petta non significa dire scemenze: è questo il problema. Difatti la linea di pensiero di Di Petta ha una grande percentuale di seguito, soprattutto nelle scuole di architettura.
Portare le prove? Su Libeskind ho già detto quanto dovevo dire nell'articolo "L'architettura va alla guerra: Fuksas diserta".
Se poi Botta desidera leggere qualcos'altro di mio su Libeskind, sempre su antithesi (con il motore di ricerca) vada a rintracciare "Il dubbio Libeskind".
Forse se ne toglierà qualcuno su di me.

 

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Commento 324 di Vilma Torselli del 05/02/2003


Riferimento al commento n°323
Egregio Fausto D'organ,
travolta dalla foga della sua dialettica dirompente, dall’enfasi oratoria, dal vortice della spirale barocca di un discorso non sempre comprensibile, confesso che ci ho messo del tempo per realizzare che lei stava parlando con me.
Eccomi.
Dovrei probabilmente esordire con un educato: ”Forse non mi sono spiegata bene….”, preferisco invece dire: “Lei non ha capito bene….”.
Semplifichiamo: io non ho MAI usato il temine “archetipo”, ho usato invece l’espressione “significati archetipici”.
La differenza può essere sottile, non certo irrilevante, e mi stupisce che lei, che ha sviscerato con tanta profondità l’origine etimo-filologica di un vocabolo mai scritto, non abbia colto il palese significato di una breve frase di importanza cruciale per la comprensione di un discorso che lei contesta forse senza aver letto.
Partiamo da una banale analisi logico-grammaticale secondo le regole della lingua italiana: “significato”, sostantivo, astratto, maschile, singolare, è (dall’etimo greco sinnifikantsa) “concetto racchiuso in un qualunque mezzo di espressione” (Nicola Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana), mentre “archetipico” , aggettivazione del vocabolo di cui lei fornisce così puntualmente il senso, è aggettivo attributivo che, in quanto tale, esprime una caratteristica saliente, una attribuzione, appunto, del sostantivo a cui si riferisce.
Nella fattispecie, l’aggettivo “archetipico” conferisce al sostantivo “significato”, qualunque esso sia , il significato (perdoni il bisticcio) di archetipo, senza che esso lo sia.
C’è una bella differenza tra “archetipo” e “significato archetipico”, la stessa che c’è, tanto per fare un esempio a caso, tra “presunzione” e “persona presuntuosa”: se dico di lei che è una “persona presuntuosa”, voglio affermare il suo essere persona, che ha, tra le sue caratteristiche, come caratteristica principale, determinante, “archetipica”, quella di essere presuntuosa, non voglio parlare della “Presuntuosità” (archetipo) in assoluto né dire che lei la rappresenti, lei è anche altre cose.
In ogni periodo storico, indipendentemente dalla sua estensione temporale, sono rintracciabili dei “significati”, anche in questo che stiamo vivendo, in cui lei “continua a correre, a scoprire, a sbagliare….”, e se prendiamo per buona la sua analisi, se il significato che emerge come saliente per la nostra epoca è la la "metastabilità", ecco, è questo il “significato archetipico” che gli architetti di oggi coglieranno, quello che trasferiranno nelle loro opere, quello che chi verrà dopo leggerà.
La mia spiegazione è banalmente didascalica, sono certa che, questa volta, riuscirà a capire cosa intendo dire, basta che si concentri quel tanto che le permetta di ascoltare i discorsi degli altri, specie di quelli a cui vuole dare una risposta o una lezione.

Vilma Torselli

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Commento 323 di Fausto D'organ del 05/01/2003


[arche-tipi stereo-tipi e...]
Semplifichiamo: l'archetipo è il "primo esemplare", il "modello"; se preferite, è l'essenza sostanziale infusa nell'inconscio collettivo che raggruma tutte le esperienze "del prima", e si manifesta come immagine primordiale ed elemento simbolico negli eventi "del poi"... dunque: sperare nella coagulazione di nuovi archetipi, che ci salvino dalle derive, è a dir poco ingenuo! la deriva ci serve; essa ci sta dando aria diversa con cui respirare speranza; essa ci fa barcollare e ci devia, le "passeggiate architettoniche" sono terminate da un pezzo: ora si corre, si sbanda, si va fuori strada e si scoprono nuovi sentieri, percorsi e abbandonati in un istante; il flusso è aperto da ogni lato e tutto è imbevuto di scoperte eclatanti e silenziose, immense e piccole; non c'è tempo per fermarsi a impacchettare "modelli" universali: nessuno, che io sappia, si arrischia a imbalsamare i fragorosi progettisti da voi citati, marchiandoli col timbro di consegna celere alla storia; la storia è appena cominciata, e se a molti l'imprevista durata di questo tumultuoso preludio (una trentina d'anni o poco più), procura senso di insicurezza e mancanza di "epidermiche certezze" alle quali attaccarsi per svolgere professioni parassite e appassite... beh! a costoro, penso, si possa dire soltanto - resistete, finchè potrete; presto il vostro supplizio si annacquerà - al di là di questi male abbozzati proclami rivoluzionari c'è solo un punto da chiarire: ad oggi, nessuna opera architettonica con una quarantina d'anni nelle membra può essere ritenuta "archetipo" della nostra società, ad oggi, nessun progettista con una sessantina d'anni nelle membra può essere ritenuto origine di formulazioni archetipe; perchè ci si vuole a tutti i costi convincere della necessità di approntare la ricerca di "modelli" con cui andare avanti? avanti dove, poi!? io non sento bisogno di "modelli", ed io mi disperdo in un mare di menti che non hanno bisogno di "modelli", e se gli acclamati progettisti da voi citati vengono (forse) scoperti a "sbagliare", ad inrinarsi nei rapidi movimenti della loro corsa... bene! siamo tutti contenti per costoro: liberi da responsabilità verso una società (fantasma) bisognosa di punti fermi, loro e noi altri, si continua a correre, a scoprire, a sbagliare, a recuperare terreno sul futuro in ristagno da un'ottantina d'anni! e poi, diciamocelo chiaramente, nel clima polemico che ci sorbiamo da tempo, la parola "archetipo" non viene certo presentata sul piatto d'argento: piuttosto la si confonde facilmente con quella di "stereotipo"... riduzione impoverita e vaga del nostro insieme di esperienze visive, tattili, in una parola, sensibili; forse non sono il solo a percepire la snaturata tendenza di alcuni a camuffare sotto sperati "modelli" altrettante anelate "forme convenzionali" da suggerire ed imporre "contro" ogni scelta personale; forse non sono il solo a percepire la voglia di alcuni (ancora troppi) di voler ripartire da statiche immagini mentali, astrattezze di pietra fissate nell'anima e non messe mai in discussione, roba dal significato immediato, la cui applicazione implica scarso lavoro di attenzione, di osservazione o di esercizio dell'occhio, della memoria e del cuore... molti "pigroni" vorrebbero ricominciare a "passeggiare in economia mentale": la questione non si pone! e così, tra una scaramuccia e l'altra, malgrado gli sforzi di questi "occhi spenti", sempre più sottile diventa il distacco tra "modello" (archetipo) e "modello fisso" (stereotipo)... secondo il mio umile sentire, in questo sta già la sconfitta di chi nutre speranze di stabilità in un periodo storico in cui la "metastabilità" è l'unica fonte di speranze.
cordialità. Fausto d'Organ]

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Commento 321 di Rosario Di Petta del 05/01/2003


Ringrazio la collega perchè è un architetto dotato di sensibilità.
La stessa qualità sembra mancare a chi propone critiche gratuite ed infondate, purchè siano in antitesi (con o senza h)...
A presto,
Rosario Di Petta

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5/1/2003 - Paolo GL Ferrara risponde a Rosario Di Petta

Peccato che Lei non sappia andare oltre il definire le mie critiche "gratuite ed infondate". Mi aspettavo che le avrebbe confutate con argomentazioni ben pù forti. Ma, in fondo, la Scuola a cui fa riferimento (Purini in primis), ha sempre scacciato malamente chiunque muovesse loro critiche, vanificando in larga parte le riconosciute potenzialità (vista la statura dei personaggi) che potrebbero dare al dibattito architettonico attuale, fossilizzandosi su posizioni intransigenti, ed autoescludendosi dal dibattito internazionale.



 

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Commento 320 di Gianni Marcarino del 05/01/2003


Riferimento al commento n°318
Gentilissima Vilma Torselli,
ho letto con interesse il Suo commento numero 318.
Mentre scrivo penso che già citare il numero 318 determina qualcosa di oggettivo, non soggettivo.
Tuttavia è sufficiente per definire qualcosa di veramente condiviso?
Il rischio è quello di cercare, oggi, a priori, con la ragione e con la memoria un qualcosa che sia simbolo di tutti noi e fissare gli archetipi che in qualche modo devono rappresentarci. Chi li fissa oggi per noi? La deriva estrema di questo atteggiamento è il regime; quando sono pochi coloro i quali decidono i simboli e le opere meritevoli di essere costruite , od abbattute. Il regime hitleriano, per riunire le coscienze dei tedeschi, cercò con ogni mezzo di definire la comune cultura del popolo germanico, attraverso le immagini unificanti della storia e della natura.
Verso quale fine.......La condivisione come difesa del branco ,come forza,come potenza.
Il nostro passato è fatto di oligarchie, tirannie, lutti.....potenza.
Certamente l'individualismo, quando è attualità, è anche narcisismo, urlo, solitudine. Occorre farlo maturare e giudicare poi se l'autore ha colto più di altri lo spirito del proprio tempo, le gioie e le paure di un'epoca......come nell'arte.
Ma se dovessimo trovare una cifra dell'oggi, essa forse sta proprio nella babele di solitudini, perse nel mare della comunicazione globale. Quale pietra, legno, mattone..plastica, oggi ci rappresenti, come si può dire? Tra cento anni forse sarà obsoleta anche la domanda, forse il bisogno di senso comune che ci ha reso comunità, si trasformerà in qualcosa di diverso, di meno durevole, di non eterno......mutevole e complesso allo stesso tempo.

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