Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

Don Camillo e l'architettura moderna

di Ugo Rosa - 12/11/2003


Karl Krauss diceva che il giornalismo è non avere un pensiero ma saperlo esprimere. Se ce ne fosse stato bisogno quest’aforisma sarebbe stato provato al di là di ogni ragionevole dubbio da un bel paginone pubblicato da Il Foglio” del Sabato 01.11.2003“. Un tale (don?) Camillo Langone vi scrive con sicurezza sovrana di architettura religiosa moderna esprimendo giudizi capitali senza minimamente preoccuparsi di quello che dice. Le parole gli cadono dalla penna come cenere dalla sigaretta: lui non fa altro che cacciarle col piedino sotto il vasto tappeto della sua incompetenza. Tutti guardano il tappeto e s’informano del prezzo perciò dell’immondizia che c’è sotto, alla fine, non frega niente a nessuno. Del resto chi mai potrebbe parlare di chiese, papi e crocifissi meglio di un don Camillo? Nessuno. Dunque eccoti don Camillo Langone che con la sicurezza marziale del cappellano di truppa appronta un bel predicozzo sulla nuova chiesa di Richard Meier a Roma.
Questo don Camillo col superlativo infisso nel cognome è un poeta conviviale, uno che lo metti seduto a capotavola gli dai una trombetta elastica e, tra una portata e l’altra, lo sguinzagli: “Langone, un brindisi!”. Lui dà una soffiatina alla trombetta e comincia: “Solo un vino da uva Negroamaro/Sa addolcirmi già al primo bicchiere/Per migliorarmi, mai me ne separo…” il tempo di bagnare le corde e riprende, nostalgico: “ Di venerdì mangiare baccalà/Bevo Cerveteri ma non c'è più storia/Com'era bella la nostra civiltà…”. Uno che produce versi di questa gradazione alcolica (e li pubblica) capite bene, può scrivere di tutto. Inoltre, anche se d’architettura non capisce una fava, basta che apra il breviario e lì ci sono tutte le similitudini veterotestamentarie che il don Camillo medio deve usare, quando parla o scrive d’architettura moderna sui giornali. Allora com’è l’esterno della chiesa di Meier? “Fuori è una tipica superficie Italcementi”. E dentro? Dentro, naturalmente, è “Mistica come un aeroporto e mariana come una stazione della metropolitana”. Poteva anche essere paragonata: a) ad un capannone industriale b) ad una clinica c) ad uno scannatoio d) ad un cesso pubblico e) ad un padiglione pubblicitario f) ad un distributore di benzina. E non dimentichiamoci di g) una caserma dei pompieri e h) una mensa pubblica. Bastava leggere fino in fondo la voce “architettura moderna” del breviario. Perché è dalla notte dei tempi che c’è un don Camillo addetto alla raccolta di luoghi comuni sull’argomento. Con variazioni insignificanti sono già stati collaudati tutti per delle mezze seghe come Le Corbusier, Alvar Aalto, Louis Kahn, Mies van der Rohe, Frank Lloyd Wright riscuotendo sempre grandi applausi tra i parrocchiani. Il reverendo ci delizia poi con raffinatezze che farebbero invidia perfino al suo datore di lavoro: “Avendo letto che avevano speso un sacco di soldi mi aspettavo un campanile orrendo ma almeno svettante…invece non si vede nulla - perché per i don Camilli quel che conta è chi, in parrocchia, ce l’ha più svettante -…è uno sputacchio stortignaccolo, “la parola del Papa che si fa chiesa”…sarà piuttosto la parola di Adel Smith perché la prima cosa che si nota è l’assenza della Croce….il campanile è un mozzicone, dev’essere passato l’imam - papa e croce, in sacrestia, si scrivono con la maiuscola e imam invece no, sono i prodigi ortografici dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso – a imporre che non sia più alto della moschea del Monte Antenne…”. Anche nel settore “propaganda fidei” questo Léon Bloy ribollito al prezzemolo ha da dire la sua: “Questo nuovo edificio cosiddetto sacro…non ha funzionato nemmeno col suo architetto, Meier ebreo era ed ebreo è rimasto…”. Esaurito il versante architettura ed evangelizzazione don Camillo passa ad arrotarci i cabbasisi con interessanti amenità sul suo raffreddore, sul culo della bella che sale le scale davanti a lui, su San Pietro che pullula, sentite un po’, di “musi gialli” (a quanto pare al Foglio sono finalmente arrivati i dispacci da Pearl Harbor) e ad aggiornarci circa il fatto che “questo bestiame non ha pietà” e fotografa tutto.
Infine questo dandy ai tarallucci e vino, tutto pataccato di etichette, senza che nessuno gliel’abbia chiesto ci fa sapere, convintissimo che ce ne fotta qualcosa, dove si serve per le camicie (“vado da Cenci, in Campo Marzio”) e di che marca sono le scarpe che porta (“la suola delle mie Grenson”) e solo per un pelo non ce ne comunica il prezzo.
Non basta. Persuaso di emulare Lord Brummel si raschia via la forfora con l’unghia del mignolino teso e, dopo svariati ammiccamenti sulla “giacca nera di fustagno che il sarto mi consegnerà in settimana”, finalmente ci rivela che s’è trovato a transitare con profitto davanti a qualche chiesa del Vignola, del Della Porta e dei Zaccagni. Sa, dunque, di cosa sta parlando. E siccome fa parte della categoria dei turisti culturali (non certo di quelli col “muso giallo”, il suo musetto è a culo di gallina, come quello di tutti i baciapile) questo gagà della gazzetteria feriale che sente la puzza di tutti fuorché la sua e che se ne va in giro col colletto inamidato del previtocciolo perché s’immagina che l’olezzo di sacrestia “faccia tendenza”, ritiene di potersi permettere di scrivere d’architettura moderna senza saperne nulla.
Ne scrivevano, un tempo, Adolf Loos, Edoardo Persico e, con grandissimo pudore, Carlo Levi …com’era bella la nostra civiltà…eh, caro don Camillo? Adesso tocca ai narcisisti patologici e ai cappellani militari come lei. Del resto perché no, visto che di politica si occupano gli Schifani e i Bondi? Il Biedermeier, come diceva Gombrowicz, ci colpisce sempre dal basso.


(Ugo Rosa - 12/11/2003)

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Commento 6887 di m.l. del 05/03/2009


Vi segnalo questo blog in cui trovate foto, commenti, discussioni e appunti relativi all'architettura del nuovo centro parrocchiale di Gesù Redentore, a Modena.
Chiesa dedicata a maggio 2008, progetto dell’architetto milanese Mauro Galantino, vincitore del concorso nazionale indetto dalla Conferenza Episcopale Italiana per qualificare l’architettura religiosa. Una struttura moderna e innovativa, che può oggi offrire alla parrocchia - circa 14.000 abitanti – e alla città la chiesa più grande della diocesi di Modena, diventando, inoltre, esempio concreto dell’espressione minimalista dell’architettura italiana contemporanea.

http://www.nuovarchitettura.blogspot.com/

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Commento 789 di Isabel Archer del 27/09/2004


Ragazzi… siamo pronti ad una nuova resistenza per l’architettura contemporanea?
Parole sempreverdi:
“In questa miscela di compromessi e di superficialità, di rimpianti e di rinunce, di adulazioni e di opportunismi, la falsa cultura si fa complice dell’affarismo e delle vanità più pacchiane, l’ambizione si ammanta di inesistenti competenze, la burocrazia e l’ignoranza si associano automaticamente contro ogni idea viva, contro ogni libera discussione, contro ogni prova dei più meritevoli e meno compromessi architetti italiani.” (G. Pagano, 1941)
Parole che tornano:
“L’artista nuovo ha perduto la fede in una tradizione italiana, e di contro alle pretese di questa si è costituito un nucleo di formule, forse non chiare né definitive, ma che hanno un’efficienza reale ed una reale consistenza: oscura e sotterranea intuizione della verità. Fa nulla che il contatto con l’arte europea sia, nell’artista nostro, quasi un’imposizione dall’esterno; egli conquista il suo valore non perché crede in un gusto che sente, forse, irrazionalmente, ma perché ha bisogno di neutralizzare il peso di una costante tradizione, di sentirsi più libero che sia possibile. In questo modo egli è compiutamente un europeo. Il superamento di questa posizione non consisterà mai nell’opposizione a una tesi così illuminata e chiaroveggente, ma nel risolvere il problema di un’arte italiana creando la razionalità, cioè l’intima esigenza di un gusto moderno.” (E. Persico, 1934)
Profezie:
“Il problema dell’architettura nuova in Italia diventa quello stesso dell’arte in generale. Gli artisti debbono affrontare, oggi, il problema più spinoso della vita italiana: la capacità di credere a ideologie precise, e la volontà di condurre fino in fondo la lotta contro le pretese di una maggioranza “antimoderna”. Queste esigenze rinnegate dalla refrattarietà ideale dei nostri polemisti costituiscono l’eredità che noi lasceremo alle nuove generazioni, dopo aver sentito inaridire la nostra vita in un problema di stile; il più alto ed inevitabile della cultura in questo oscuro periodo della storia del mondo.” (E. Persico, 1934)

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Commento 787 di Irma Cipriano del 24/09/2004


A parte che il fare un paragone tra architettura moderna e nouvelle cuisine - e già, si scrive così - fa un po' ridere, mi pare che Lei abbia fatto di tutto un minestrone (per rimanere sulla cucina tradizionale, così Lei è più contento).
Comunque il ritratto finale da Lei tracciato è sostanzialmente questo: architettura moderna uguale fallimento, architettura tradizionale (vorrei da Lei una definizione di architettura tradizionale, per cortesia, l'ho cercata sul Pevsner-FLeming e non l'ho trovata!) uguale vittoria totale sul campo sempre vincente dell'uomo comune che vive, si sa, di ideali peggio di quelli del Mulino Bianco. ( ! )
Fino a quando continueremo a raccontare la favola che la gente vuole le case con le colonne e gli archi e magari il mattone a vista finto rovinato? Diciamo che la gente vuole questo perchè architetti ignoranti e privi di inventiva è l'unica cosa che san loro proporre. Che la gente voglia determinate cose, e che quindi il nuovo fallisce sempre, è ciò che dicono di solito i dittatori o i conservatori della peggior specie, che temono sempre l'arrivo di qualcuno pronto a togliere loro il pezzetto di potere che hanno ottenuto lisciando il pelo a chi di dovere.
Anche se poi fosse davvero così, ha senso scusi continuare a costruire schifezze? Siccome la gente vuole Veline e Grande Fratello diamo loro solo ed esclusivamente Veline e Grande Fratello? E gli altri? Gli altri snob che non se li vogliono cibare ( ! ), si arrangino. La sera invece che guardare la tivù, se ne vadano in quei covi da carbonari che sono i ristoranti di cucina "destrutturata". E che ci si strozzino.

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Commento 785 di Andrea Pacciani del 22/09/2004


In risposta ad Irma Cipriano.
Condivido il tutto, solo che se vado in un ristorante di nouvelle cousine,con poca competenza, probabilmente non mi piace niente e non ci torno più, e se lo scrivo su un quotidiano (non sulla Treccani) non si inalbera nessuno.
Esistono invece ancora ristoranti che praticano gastronomia tradizionale di alto livello di cui posso apprezzare l'alta qualità anche con poca competenza gastronomica.
E' questo il germe che ha portato al continuo fallimento dell'architettura e dell'arte moderna nel rapporto con il pubblico: non si può apprezzare con poca competenza.
Inoltre in architettura moderna si vuole convincere la gente ad abbandonare la cucina tradizionale per la nouvelle cousine in maniera definitiva perchè è espressione della cultura proprio tempo supponendo una competenza e un gradimento unilaterale del pubblico.
La mia impressione è che, metaforicamente ma forse anche architettonicamente (quanti sono i ristoranti di alta cucina high tech, post-razionalisti o destrutturati che funzionano?) , i ristoranti dell'architettura moderna siano sempre più vuoti, in cui la gente non vuole andare affollando le pizzerie con antipasti di pesce e gli agriturismi.
Purtroppo per tutti coloro che hanno coltivato il sogno moderno, dai futuristi in poi, bisogna che si rassegnino al fatto che ciò che il tempo ha decretato valido non diventa mai obsoleto ed è sempre ricercato dalla gente perche ci si identifica con facilità; questo credo sia sufficiente per continuare a diffonderlo con qualità a partire dall'architettura, con la stessa dignità di qualsiasi sperimentalismo dagli incerti risultati.

Pertanto continuo a non capire perchè sia vietato in architettura coltivare cultura regionale e tradizionale di alta qualità in continuità con le certezze del passato, con le risorse e le necessità di oggi come è concesso in ogni ambito di cultura materiale.

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Commento 783 di Irma Cipriano del 22/09/2004


In risposta a Pacciani e Buora.
Si dice che tutti abitano e vivono le città e le architetture. E che quindi, usufruendone, hanno diritto a parlarne. Vero e giusto. Come si ha diritto allora di parlare di gastronomia, di moda, di arte, di letteratura. Perchè tutti, fino a prova contraria, mangiano, si vestono, leggono e hanno gli occhi per vedere. Certo è, che se io non ho alcuna competenza in arte o in gastronomia, cerco di evitare di scriverne un articolo su un giornale. E' questione di saper capire i propri limiti e, quindi, di buon senso. Tra amici, ad esempio, capita spesso di parlare di cose di cui un po' si capisce, anche se non sono pane quotidiano, ma mai si avrebbe la presunzione di scrivere un'articolo su Bobbio sulla " Rivista di filosofia ". O di insegnare ad un grande chef come si cucina un piatto anche se a mala pena si sa fare un uovo in padella. Il diritto di critica è sacrosanto, ma o viene accompagnato da conoscenze e competenze oppure da molta umiltà e percezione dei propri limiti. Purtroppo la presunzione e la saccenza non sono amiche del buon senso. Che dovrebbe far anche capire quando da una discussione è meglio ritirarsi.

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Commento 782 di Andrea Pacciani del 22/09/2004


Solo la competenza fa apprezzare la qualità. E' un assioma che vale per tutta la cutura materiale che circonda: dalla gastronomia, all'arte, alla lettura, alla moda, ai motori, allo sport.
Il dibattito architettonico contemporaneo nega ogni competenza a chi architetto preparato non è che tra l'altro è colui che deve vivere quotidianamente quegli spazi su cui non può proferir giudizio.
Purtroppo l'arte e l'archiettura moderna contano su un apprezzamento che non è fondato solo sull'esperienza diretta ma sulla conoscenza di tutto ciò che vi sta dietro disciplinarmente o sull'emozionalità dell'evento.
Ma l'architettura e la città sono oggetti d'uso quotidiano, prolungato nel tempo per generazioni dall'intera collettività e non oggetti di consumo destinati ad addetti specialistici nel tempo breve.
Da qui la competenza di base nella nostra disciplina appartiene a tutti per il semplice motivo che tutti vivono, abitano, lavorano, frequentano, viaggiano.... Anzi questa competenza si affina col tempo senza essere architetti o aver studiato scegliendo luoghi da visitare, personalizzando i propri ambienti.
Facciamo tesoro degli interventi dei pochi non addetti ai lavori che si avvicinano a questo mondo cercando di capire perchè sono costretti a vivere in posti che non piacciono, in cui non si identificano e non si capacitano dell'incomunicabilità dell'architettura contemporanea con la loro vita civile

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Commento 781 di Ugo Rosa del 21/09/2004


Risposta al commento n. 780
Lei, gentile signor Buora, mi è simpatico per tre motivi che proverò a descriverle.
Mi è simpatico, in primo luogo, perchè, dall'isola che non c'è, mi fa sapere che avrei dovuto rispondere a Langone non su Antithesi, bensì direttamente sul Foglio.
Magari, che dice, con un bel paginone a sei colonne, giusto per pareggiare il conto e lavorare ad armi pari?
Bastava chiederlo a quel sant'uomo di Giuliano Ferrara:
"Egregio signor Ferrara, mi favorirebbe un bel paginone sul Foglio chè avrei da sfotticchiare un po' l'amico suo Langone?
Certo si accomodi, vuole l'edizione del sabato oppure quella del martedì?
Facciamo così, mettiamolo giù a puntate e lo alleghiamo come gadget insieme ai pensieri di babbo natale e alla pipa di braccio di ferro".
Mi rendo conto che, nel paese dei campanelli, le cose funzionano effettivamente così. In questo, purtroppo, no.
Perciò (mi auguro che Sandro e Paolo non se la prendano e non si sentano, da questo, sminuiti) ho dovuto accontentarmi di Antithesi.
Lei mi è simpatico, inoltre, per via della sua efficienza nel trattare le virgolette. Possiede il segreto del virgolettato esaustivo: ha stabilito che le tredici
parole da lei selezionate sono "il nucleo del mio articolo" e non c'è verso di farle cambiare idea. Con lievi modifiche al suo metodo astringente potrei, se è d'accordo, mettere su una distilleria letteraria ed estrarre il sugo, mettiamo, della Divina Commedia, in ventiquattro parole: "Scrittore di mezza età incontra anziano poeta ormai defunto che lo accompagna in curioso itinerario ultraterreno: episodi divertenti e situazioni insolite. Finale a sorpresa."
Non credo che Dante potrebbe lamentarsi del trattamento: abbiamo infatti isolato il nucleo.
Lei mi è simpatico, in ultimo, perchè mi ribadisce che se io non sono cattolico non c'è problema. Grazie di cuore per la sua bontà d'animo.
Detto questo, però, pare che le chiese siano affar suo e che io farei meglio a togliermi dalle scatole. Ecco una concezione della convivenza civile che mi sfugge. Davanti a casa mia c'è una chiesa, mio figlio esce a giocare in uno spazio urbano che è configurato dalla chiesa, eppure se mio figlio non è cattolico deve, semplicemente, tacere, togliersi di mezzo e lasciare decidere al cattolico come deve essere la chiesa che configurerà poi gli spazi di tutti noi che viviamo in città: cattolici, islamici, atei, buddisti e indù. Con la medesima, ineffabile, logica, gli insegnanti di religione cattolica vengono stipendiati dallo stato e dunque anche da me che cattolico non sono.
Bene: l'Italia non sarà il paese dei campanelli ma ci si avvicina moltissimo. E vede, caro e gentile signor Buora, io, per la verità, avevo parlato di "sinistri cigolii" e non di "sinistri scricchiolii" ma devo ammettere ancora una volta che lei è un virtuoso della virgoletta: ha perfettamente ragione, adesso i cigolii sono diventati scricchiolii e temo che se continuasse a scrivere si trasformerebbero in qualcosa di ancora peggio. Perciò mi faccio definitivamente da parte: non vorrei trovarmi in mezzo alle rovine. Mi permetta però di citarle un autore che, date le sue frequentazioni teologiche, lei dovrebbe conoscere a menadito, Angelus Silesius (Il pellegrino cherubico, I, 267):
"Amico, se sempre una sola cosa dobbiam cantare insieme,
Che canzone e che coro saranno mai questi?"

Adieu

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Commento 780 di martino buora del 20/09/2004


Le faccio presente che il virgolettato è suo. Questa è il nucleo del suo articolo. Se invece fosse stata la spocchia di Langone allora doveva rispodergli sul Foglio.
In merito ai "sinistri scricchiolii", riferimento tanto antipatico quanto fuori luogo, le ribadisco che le chiese sono edifici di culto. Se lei non è cattolico non c'è problema, ma non venga a dire a me, che lo sono, come voglio e come deve essere una chiesa.
Au revoir.

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20/9/2004 - la Redazione di antiTHeSi risponde a martino buora

Non entriamo nella questione (Ugo Rosa sa bene come risponderLe), ma è il caso di ricordarLe che, a prescindere dall'essere o meno cattolico, chiunque può esprimere le personalissime opinioni su come dovrebbe essere una chiesa, un'abitazione, uno stadio, una fabbrica, un palazzo, etc. Dunque, tutti possono esprimere opinioni sullo spazio dell'architettura. Lei ha la libertà di esprimere pubblicamente ciò che pensa; altrettanto vale per chiunque.

 

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Commento 776 di Martino Buora del 15/09/2004


Però, mi perdoni, non ha risposto alla mie 2 principali obiezioni di merito ma solo alla domanda provocataria su chi meglio di un cattolico debba giudicare una chiesa cattolica.
Riguardo alla sua risposta, mi perdoni ma versa in errore (teologico) infatti, o la fede di un uomo c'entra con tutto quello che quell'uomo fa (anche lavare i piatti e pulire il sedere ai figli e a maggior ragione il lavoro) o se no non è fede. in proposito Le ricordo, e da cattolico per me è molto importante, quanto Giovanni Paolo II ebbe a dire nel discorso al MEIC del 1982: "Una fede che non diviene cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente meditata, non fedelmente vissuta". Vale per chi fa l'avvocato, il medico e naturalmente anche per chi fa il critico dell'archittetura moderna o contemporanea.
Anche perché se no, a partire da che cosa critica?
Nel concludere questo piacevole scambio di visioni mi rallegro nel vedere e nel leggere questo sito che ha veramente delle posizioni in cui mi riconosco (e non il solo). Siete infatti tra le poche voci (sebbene appartenente al settore) che abbia il coraggio di dire ciò che tutti i comuni cittadini di Milano, anche quelli che si sono fermati alle medie ma vedono la realtà senza la lente deformante dell'ideologia, pensano riguardo a p.zza Cadorna, arredo urbano, restringimento delle carreggiate etc. etc.

Tutti i commenti di Martino Buora

 

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Commento 774 di Martino Buora del 15/09/2004


Mi sono imbattuto per caso nel Vostro sito e non posso trattenermi dal commentare.
La sintesi della vostra critica a Langone è che "ritiene di potersi permettere di scrivere d'architettura moderna senza saperne nulla". Questo, dunque, è il crimine di lesa maestà (nei vostri confronti) di cui si sarebbe macchiato.
Io, invece, credo, in ogni anmbito e settore, che chiunque possa esprimere i propri giudizi, specie su giornale quotidiano, in un determinato ambito senza esserne un tecnico, essendo questo un corollario elementare della libertà di pensiero e di stampa.
(Avete presente quante critiche a leggi e normative vigenti vengono pubblicate tutti i giorni sui quotidiani senza che accademici, professori e avvocati si inalberino perché dei non-tecnici hanno espresso il loro giudizo?)
Oltretutto chi meglio di un cattolico può giudicare un edificio della sua Chiesa dedicato al proprio culto?
Voi, che sicuramente vi professate atei ed agnostici, potete liberamente esercitarvi sugli edifici da piano quinquennale siberiano della Bicocca.
Au revoir.

p.s.
Come è che, con tutta la critica dell'archittetura esercitata nel'900, di case belle non se ne vedono più da un pezzo? Colpa dei geometri o dell'avidità dei costruttori?

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15/9/2004 - Ugo Rosa risponde a Martino Buora

Gentile signor Buora

La sintesi della mia critica a Langone non è affatto quella che lei indica; che Langone abbia ritenuto di scrivere d’architettura moderna senza capirne un’ acca era soltanto una notazione o, se preferisce, un dato di fatto: non c’è però un solo punto, in tutto lo scritto, in cui metto in dubbio il suo diritto di farlo. Esattamente come nessuno, immagino, dovrebbe mettere in dubbio il mio di scrivere ciò che penso di tutti i Langone di questo mondo e di testimoniare, finchè posso, che di architettura, appunto, non ne capiscono niente.
Del resto ho letto in questi giorni una raccolta di stupidaggini sull’architettura moderna edita da Rizzoli e scritta da uno la cui incompetenza in materia non ha assolutamente nulla da invidiare a quella di Langone: Vittorio Sgarbi. Come vede, dunque, la libertà di stampa è salva.
Certo sarebbe esilarante se, per certificare che il gazzettiere può scrivere di ciò che vuole, Giuliano Ferrara si mettesse a disquisire di biologia molecolare e Vittorio Feltri ci spiegasse la meccanica quantistica. Ma faccio l’architetto e so come vanno queste cose: nel mio campo è oramai tradizione pasturare in branco ed ogni asino che staziona sul pascolo ventiquattr’ore ha, per usucapioni, diritto alla sua porzione.
Dunque non me lo sono presa con Langone perché non sa quello che scrive ma piuttosto perché quello che non sa lo scrive con una spocchia che lascia di stucco. Il non comprendere una fava di architettura è, lo capisco, una bellissima credenziale per accreditarsi come martiri della libertà di stampa e tuttavia non mi pare costituisca curriculum sufficiente per supportare un razzismo strisciante e una prosa che inzuppa ogni parola nel luogo comune confidando nel fatto che chi legge, tanto, si beve questo ed altro.
Quanto al fatto che un cattolico digiuno d’architettura possa giudicare l’architettura di una chiesa meglio di chi cattolico non è ma capisce di architettura e possiede sensibilità e talento è, a mio parere, una cosa un po’ peggio che sbagliata: ci sento dietro sinistri cigolii…ma spero che l’abbia scritta solo per non rinunciare a un mot d’esprit.
Cordiali saluti
Ugo Rosa

 

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Commento 515 di mara dolce del 24/11/2003


Volevo invitare Pepito Sbazzeguti, alias Pierpaolo Fadda, ad un commento sulla chiesa di Meier.
Perchè mai Sbazzeguti dovrebbe essere Fadda?
Eh... perchè c'ha quel vizietto, al quale non sa resistere, di parlare di nani e giganti che si arrampicano su specchi e spalle altrui.
saluti cari

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Commento 499 di Pepito Sbazzeguti del 15/11/2003


Chiedo scusa alla gentile redazione se prendo ancora la parola sul tema innescato da Ugo Rosa. Chiedo venia, so che lo scambio polemico è assai disturbante, anche perché il mio contraddittore è assai abile, come s'è letto, nel darsi la zappa sui piedi. Con metodi retorici degni del miglior Emilio Fede, storpia nomi, s'arrampica sugli specchi di passati mai conosciuti, sfotte chi studia e lavora anche per far giganti i Meier sulle cui spalle lui s'arrampica e ancora una volta nulla ci dice sulle cose che dovremmo comprendere e ammirare.
Lasciamo Rosa Ugo alle sue vestali e, grati, incassiamo: audace colpo dei soliti ignoti...

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Commento 498 di Isabel Archer del 14/11/2003


Ho letto l'articolo a singhiozzo, per riprendermi, di tanto in tanto, dall'apnea.
Non l'ho trovato scandaloso, semplicemente desolante.
Ringrazio Ugo Rosa per aver trovato la forza di dire qualcosa, è necessario che qualcuno ci difenda da questo modo di esprimersi.
Isabel Archer

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Commento 497 di Pepito Sbazzeguti del 14/11/2003


Ho letto l'articolo segnalato dal Rosa e non l'ho trovato così scandaloso come egli tendeziosamente fa credere. Molti giudizi sono tranquillamente condivisibili, senza che suscitino gli eccessi biliari che il recensore sparge nelle sue righe. Piuttosto egli, di grazia, dovrebbe suggerirci per quale motivo stracciarsi le vesti per la chiesa meieriana: solo perché, appunto, griffata Meier e non Cenci? Se v'è un genio da celebrare è quello italico che ha fatto "star su" le pareti incurvate rendendole muro e non latta anglo-americana e se di chiesa "d'avanguardia" vogliamo parlare meglio rivolgersi altrove, ché qui troviamo navate e presbiterio: post-Concilio sì, ma quello di Trento...

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14/11/2003 - Ugo Rosa risponde a Pepito Sbazzeguti

La mia prima reazione è stata di carattere estetico: “Ad uno che si firma Pepito Sbazzeguti non si risponde”. Poi ho letto il testo ed è sopraggiunta qualcosa che potrei definire tenerezza (sono fatto così, mi affeziono). Mi sono allora creato un alibi improbabile: “Si chiama sul serio Pepito Sbazzeguti. Devo solidarizzare, in fondo siamo tutti figli di Dio (è la mia formazione cattolica che emerge)”. Ho scelto così questa seconda ipotesi e, perciò, solidarizzo. Solidarizzo con solidarietà. Solidarizzo senza se e senza ma. Se solidarizzo, solidarizzo. Epperò, porca miseria…”Il genio italico”…eccheccazzo, o pepito sgazzabuti, ma tu sei un comico nato e coi comici mica si solidarizza, si ride.
Tuttavia Dio ti conservi (come sopra). Perché se non ci fosse chi ancora scrive del “Genio Italico” e con l’indignazione per la “latta anglo-americana” rinnova il bel pensiero della “perfida Albione” (mimetizzato perché, si sa, “il nemico ci ascolta”) se non ci fosse chi ancora sponsorizza i prodotti autarchici (il Condinsalata, l’Italia, la Boviolina) se non ci fosse chi ancora teletrasmette dispacci di guerra per certificare che l’ardito ha da annoverare tra le sue caratteristiche: una mente italica, cuore di dinamo, polmoni pneumatici e fegato di leopardo, allora non ci sarebbero neppure don camilli da prendere per il culo.
Il Rosa (suo, affezionatissimo e grato)

P.S.
Cari saluti al Maresciallo Badoglio e Signora.

P.P.S
Avevo appena finito di scrivere questa breve risposta al sig. Pepito Sbazzeguti e stavo per spedirla che un mio collega di studio, passando dietro la mia scrivania si ferma incuriosito, la legge e mi fa, con aria soddisfatta: “Devi riscriverla”. Lo guardo interdetto “Cosa?” “La tua risposta…devi riscriverla” “…e perché mai?” “Perché mentre tu chissà da piccolo che minchia facevi io mi sono visto tutti i film di Don Camillo e devo rivelarti che Pepito Sbazzeguti è lo pseudonimo utilizzato una volta da Peppone per poter incassare, insieme a Don Camillo, una favolosa vincita al totocalcio.”
Detto questo se ne va sghignazzando e mi lascia lì come un fesso. Ritorna tutto pimpante e soddisfatto dopo dieci minuti: “Forza picciotto, fammi vedere come l’hai riscritta che te la correggo”. Fa lo spiritoso.” Non l’ho riscritta” gli dico e lui “Ma sei fesso?”. “No, non credo” e aggiungo le immortali parole con cui il grande Capannelle in “I soliti ignoti” rispose a chi gli aveva chiesto come cazzo era vestito: “Sono sportivo” (ecco il film che ho visto, da piccolo, al posto dell’altro! Quando si dice la sfortuna…).
Perciò, se vuole, il caro Pepito-Peppone per questa volta può incassare tranquillamente.
A buon rendere.

Nota della Redazione:per chiarezza crediamo sia importante, a questo punto, linkare l'articolo citato Il Foglio” del Sabato 01.11.2003“.

 

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Commento 495 di MARA DOLCE del 14/11/2003


Ugo Rosa non delude mai, come non condividere l'irresistibile sberleffo al Don Camillo della critica dell'architettura? Ma l'altra ragione per la quale Rosa ci manda questa appassionata e divertente pernacchia è perchè lui è un lettore affezionatissimo de "Il Foglio" di Ferrara o meglio, de "Il Foglio di Fico" come lui stessa lo ribattezza sulle pagine di satira digitale di www.pippol.it. Lo scritto di Rosa non può non rimandarci ai recentissimi eventi inaugurali della misericordiosissima chiesa di Meier e all'ormai consueto e sospettoso silenzio da parte della critica "accreditata" che accompagna questi eventi. Tanto spettinarsi tutto l'anno a parlare e scrivere della mancata modernizzazione delle città italiane, del futuro possibile e probabile, dell'iperfuturo, delle inevitabili e indispensabili ipersuperfici;e poi finalmente quando si realizza qualcosa come la chiesa di Meier che solo qualche anno fa a detta di tutti gli esperti era ritenuta un'opera alla quale Roma non poteva rinunciare, non poteva non farsi, tale era l'apporto all'architetturacontemporanea di quest'opera; nessuno o quasi nessuno dei nostri "critici" ha scritto una nota piu' lunga di una velina di agenzia. A questo proposito c'e' da segnalare: Pippo Ciorra sul Manifesto, Antonino Saggio con un commento critico sul suo sito, Ugo Rosa su pippol.it e Antithesi.info, Archimagazine.it. Come sempre Arch'it di Marco Brizzi che pare essere la rivista digitale numero 1 di archiettura italiana, sceglie la linea critica del silenzio. Come Brizzi,molti degli "accreditati" che non mancano ad una sola tavola rotonda, dibattito o quello che e', che sono sempre molto attenti a che, sulle locandine, davanti al loro nome compaia sempre la qualifica di critico, esperto, teorico, comunicatore, si sono guardati bene dal farsi scappare una vocale sull'argomento. E' curioso che proprio questi signori , che per professione parlano e addirittura scrivono sui vantaggi indiscutibili della velocità dell'informazione,poi non sappiano approfittare dello straordinario potenziale di internet, per scrivere da critici, un commento su un evento tanto atteso e discusso come la realizzazione della chiesa di Meier , con tempi che non siano quelli della carta stampata . si insomma,e' curioso che impieghino molto,ma molto di più dei giornali...praticamente non scrivono.

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