Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

Domus 866: il Solid sea e la Solid architecture

di Paolo G.L. Ferrara - 13/1/2004


La copertina è l’editoriale. All’interno, gli argomenti scelti ne sono prolungamento ed approfondimento. E’questa la più evidente novità di Domus, da gennaio 2004 sotto la direzione di Stefano Boeri.
Una novità che va oltre quella che sembra solo una veste grafica e d’impaginazione del tutto inedita.
Un filo rosso che va dal 30 maggio 1968, giorno in cui viene immortalata la protesta degli studenti che campeggia in copertina, al gennaio 2004, alla nostra contemporaneità in cui “i cittadini sono trattati come masse di acquirenti”. Non è certo un caso che la foto ritragga Giancarlo De Carlo e che lo stesso De Carlo sia chiamato in causa all’interno, nell’intervento intitolato “Tortuosità”.
Tortuosità di una società che si sta omologando in rotte prestabilite, cellophanate sotto vuoto. Omologazione che coinvolge l’architettura, sino a toglierle il ruolo di essere “...un modo -uno dei più efficaci- per capire il mondo e raccontarlo”.
De Carlo orienta il suo intervento sulla città mediterranea, distinguendola nettamente da quella del centro Europa. Le riflessioni su Barcellona sembrano calzanti, seppure pretesto per compiere quello che credo essere il centro cui il numero di Domus punta diritto: i significati di un’architettura che non sia omologata e che non omologhi.
Non è certo un caso che si parli della tragedia di Portopalo, naufragio del Natale 1996 del peschereccio maltese F174, ricostruendo rotte effettive e rotte dichiarate, ufficiose ed ufficiali, vere e false.
Il Solid Sea è metafora che bene si può posporre all’architettura omologata, da vendere ad una massa di acquirenti. Il Solid Sea, secondo Domus, è “...un territorio solcato da rotte predeterminate e da confini insuperabili, suddiviso in bande d’acqua specializzate e rigidamente normate”. La solid architecture è un territorio marcato da concetti predeterminati dai confini insuperabili.
De Carlo, a proposito delle rotte mediterranee: “ Oggi invece il Mediterraneo è solcato da rotte automatiche che spesso approdano a mete tragiche, soprattutto -credo- perchè distruggono la sacralità del mediterraneo”. "Sacralità" che è fatta di migrazioni, quelle stesse che, da sempre, sono la linfa vitale delle forme urbane, del loro divenire e della loro diversità.
L’omologazione della società ha comportato una omologazione delle rotte e delle città, finalizzando quest’ultima al profitto.
Omologazione delle città che significa omologazione dell’architettura. Barcellona, ci dice De Carlo, sta mutando, involvendosi, rinnegando la sua matrice mediterranea per assomigliare sempre di più ad una metropoli del centro Europa, dove tutto “deve” essere “...evidente, subito raggiungibile”, similarmente ad un’architettura che è solo “...magazzino di prototipi”, cioè inutile e fine a sè stessa.
Dalla città all’architettura: non è un caso che si parli di Cedric Price e si rimarchi il suo definirsi un “anti-architetto”. Centrando l’attenzione sul Fun Palace, rimarcando più volte che il progetto di questo spazio sociale alternativo “...esplorava questioni, attraversava confini e tentava di affrontare tematiche sociali e politiche che andavano ben oltre i confini ordinari dell’architettura", si centra l’attenzione sulla società stessa, nello specifico quella degli anni ’60, e più in generale -ecco il filo rosso- su quella dei nostri giorni. Le intenzioni dell’anti-architetto erano quelle di rendere partecipi attivamente gli utenti, che ne avrebbero modellato i differenti tipi di spazio possibili. Un’architettura che sottintendeva “...salvare la libertà individuale” e che era un “...modo -uno dei più efficaci- per capire il mondo e raccontarlo”.
Manca un editoriale classico nel Domus della gestione Boeri e, quantomeno, ci si aspettava una presentazione doverosa degli intenti della nuova linea editoriale? Forse, ma dopo avere sfogliato e letto risulta abbastanza chiaro che, come abbiamo cercato di evidenziare, l’editoriale è racchiuso in più parti e scandisce gli intenti del dopo Sudjic, che sono quelli della riaffermazione della vera essenza dell’architettura: libertà espressiva direttamente e inscindibilmente legata alla libertà dell’uomo nella società.
Le premesse sembrano orientare Domus verso una linea editoriale che cercherà di scavare nei gangli della società quale creatrice ed utente stessa dell’architettura quale mezzo che ha anche “..la pretesa di sollevare idee e aspirazioni che non confluiscano unicamente nelle pratiche del progettare”.
Chi si aspettava un numero “glamour” è rimasto deluso, così come chi si aspettava una decisa presa di posizione “linguistica” delle architetture pubblicate. Ho apprezzato la mancanza di ambedue le cose e la messa in evidenza dei problemi che l’architettura è chiamata ad affrontare per uscire dal suo "stato solido". E non sono pochi.


Nota: in corsivo brani tratti da Domus 866, gennaio 2004


(Paolo G.L. Ferrara - 13/1/2004)

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Commento 684 di Enrico Malatesta del 02/03/2004


Cari Lazier e Ferrara,
meno male che c'è Antithesi! - per parafrasare Giorgio Gaber e il suo Riccardo ("che sta solo e gioca al biliardo").
Siete aperti, democratici, forse soli; giocate di sponda dando spazio a riflessioni utili e ad occhi ben aperti.
Almeno non censurate - con il perbenismo e l'ipocrisia piccolo borghese - il disagio generato da chi mistifica e specula sulle miserie altrui.
Sì, mi ero ripromesso di tacere per un po', di lasciar decantare la critica alla Domus di Boeri: ma ecco che i commenti (sinceramente addolorati mi pare) ma soprattutto le informazioni date dal giornalista Taccone fanno riemergere gli imbarazzanti retroscena dell'operazione Solid Sea.
Scusate, ma la narratività dell'arte non c'entra un fico secco con la manipolazione mediatica a scopo autopromozionale.
Taccone smaschera realmente i trucchetti di Boeri/Deteheridge, la loro provinciale lobby lib/lab all'assalto del nulla.
Boeri smentisce sè stesso, come il miglior Berlusca. La sua impreparazione giornalistica, la confusione visiva e testuale in cui ha gettato Domus, l'ombra di Koolhaas (degnamente rappresentata da Kayoko Ota che dello studio Koolhaas è socio a tempo pieno) incombente sulla rivista, ne fanno finora la caricatura (Manga?) dell'intellettuale di sinistra.
Cordiali saluti,
Enrico Malatesta

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Commento 683 di Sergio Taccone del 01/03/2004


Lungi da me l'idea di entrare in qualsiasi pretestuosa polemica con il professor Boeri. Per quanto mi riguarda, da giornalista, mi sono basato sui fatti senza cercare dagli stessi smentite o altro. Ed i fatti, depurati dalle metafore, sono chiari. Ho sempre sostenuto il silenzio del Governo di allora (siamo nel '97 quando Frisullo su Narcomafie e Quagliata sul Manifesto scrivevano del Naufragio di Natale) e per quanto riguarda il mio precedente commento ho fatto riferimento ad un seminario, svoltosi a Kassel nel settembre 2002, del quale nessuno, a parte il sottoscritto, ha dato conto sulla stampa (eppure la moderatrice del seminario era niente meno che Anna Detheridge che scrive sul Domenicale del Sole 24 ore). Non c'è quindi alcun equivoco funzionale che possa fungere da ragione di polemica e soprattutto, nè da parte mia nè degli intellettuali catanesi (che si sono occupati dei risvolti culturali sul naufragio a largo di Portopalo, smentendo nettamente la linea di Solid Sea) si sono cercate delle smentite dai fatti. Rimando pertanto questa provocazione al mittente. Ribadisco infine un dato incontrovertibile, scritti alla mano: il gruppo culturale "Colophon" ha sempre cercato un confronto con Multiplicity che ha risposto con un "silenzio solido". Forse per paura di fare la stessa figura rimediata a Kassel, durante il seminario conclusivo di Documenta XI, quando persino il presidente della rassegna, Enzewor, avrebbe manifestato un certo fastidio nell'apprendere quello che i due rappresentanti del gruppo artistico di Catania (tra i quali il professore Nuccio Foti) avevano rilevato in merito alle semplificazioni di "Solid Sea" ed al fatto che gli autori erano arrivati a modificare, a rassegna in corso e dopo i rilievi di "Colophon", un frammento testuale dell'installazione. I fatti dunque hanno dato ragione a coloro i quali, dalla Sicilia, hanno sottolineato come, con il pretesto dell'arte, si sia creato solo confusione, facendo perdere dettagli importanti (leggasi: silenzio dei governi del centro-sinistra sulla tragedia, dal '97 alla metà del 2001) che in pochi, tra i quali il sottoscritto, hanno messo in evidenza sulla stampa. Per amore della verità e dei fatti. E senza cercare smentite dagli stessi.
Cordialmente

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Commento 681 di Sergio Taccone del 26/02/2004


Cari Amici di Antithesi,
ho letto i commenti sul nuovo Domus e soprattutto sul suo direttore. Sono un giornalista siciliano che collabora con alcune testate tra le quali LA SICILIA e LIBERO. Seguo da quasi tre anni, da quando Repubblica trovò il relitto del barcone maltese colato a picco nel canale di Sicilia la notte di Natale del ’96, il caso trattato nell’installazione del professor Boeri (The ghost ship - SOLID SEA). Sdoganato piuttosto frettolosamente dall’ambito squisitamente giornalistico, quel naufragio è approdato in quello culturale ed artistico con non poche approssimazioni.
Ho anche collaborato alla realizzazione di un sito web incentrato sul naufragio (www.naufragio-natale96.net). In questa sede faccio riferimento a quanto è accaduto durante il seminario conclusivo di DOCUMENTA XI nel settembre del 2002, che nessun giornale, a parte LA SICILIA, ha riportato. In quell’occasione infatti nella prestigiosa rassegna d’arte contemporanea di Kassel, dove l’installazione di Multiplicity era una delle due opere italiane ammesse, un gruppo catanese guidato da un docente di fisica dell’Università di Catania (Nuccio Foti) mise in evidenza alcune incongruenze di “Solid Sea” la quale, pur basandosi su un fatto di cronaca, seguiva strade diverse e palesemente difformi dalla realtà. Vi risparmio le arrampicate sugli specchi che sono state messe in atto in quella circostanza, da un punto di vista dialettico, dai responsabili di Multiplicity, con l’appoggio dell’autorevole chairman Anna Detheridge che di quel seminario sul “Sole 24 ore” non ha scritto un rigo. Ebbene quel gruppo culturale catanese, attraverso un’analisi dei documenti trovati sul web (e quindi alla portata di tutti), aveva messo in evidenza le semplificazioni mediatiche di “Solid Sea” rilevando che Multiplicity, a rassegna in corso, aveva cambiato parte del testo dell’installazione. Tutto è stato puntualmente riportato nel numero monografico della rivista d’arte internazionale “Colophon” (marzo-agosto 2003), dedicato proprio al caso del naufragio di Portopalo e nel dicembre del 2002 c’è stata anche una trasmissione di approfondimento giornalistico in un’emittente televisiva siciliana, condotta dal giornalista Nino Milazzo (ex vice-direttore del Corriere della Sera), dove si è parlato di quanto accadde a Kassel. Dal numero di “Colophon” ho appreso della proposta fatta dal responsabile del gruppo culturale siciliano di allestire già allora “Solid Sea” in Sicilia, magari proprio a Portopalo di Capo Passero. Il no del gruppo milanese fu motivato da problemi legati ai costi delle attrezzature e dei diritti d’autore (è scritto in quella rivista che, a detta del professor Nuccio Foti, è stata fatta pervenire anche a Boeri). Trovandomi a Milano nel settembre del 2003 ho inviato una mail al professor Boeri chiedendo un’intervista su “Solid Sea”. Non si è degnato nemmeno di rispondermi con un no!!! Che stile, signori!!! Un “silenzio solido” ed impenetrabile. Le semplificazioni presentate a Kassel sono anche finite nella relazione introduttiva di un disegno di legge del Senato (n.1937, primo firmatario Francesco Bevilacqua).
Per quanto mi riguarda ho parlato di “Solid Sea” nei miei pezzi sin dall’agosto del 2002. Ho pubblicato molti articoli sul quotidiano siciliano, facendo riferimento a quella installazione, che smentiscono quanto scritto da Boeri a proposito del silenzio dei giornali e delle televisioni locali su quella vicenda che anche nel ’97 si occuparono di quel naufragio. E non tralasciando la proposta arrivata allo stesso Boeri di allestire quel lavoro artistico in Sicilia già nel 2002, come ho detto precedentemente. Ci sono state inoltre numerose iniziative promosse in contesti culturali siciliani, proprio perché qui nessuno ha mai voluto rimuovere la memoria, anzi. Sono altri che hanno scelto delle scorciatoie, facendo calare la sordina sui silenzi che nel ’97 arrivarono da alti livelli istituzionali (leggasi Governo Nazionale presieduto da Romano Prodi) nonostante i reportage del Manifesto e le inchieste di Dino Frisullo sulla rivista “Narcomafie”. Ed in molti lavori artistici e culturali incentrati sul “Naufragio del Natale ‘96” (a partire da Solid Sea) vengono ignorati purtroppo aspetti sostanziali della tragedia, facendo uso di metafore forse per creare confusione e disinformazione. Così si è ottenuto un solo risultato: il naufragio della verità.

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26/2/2004 - La Redazione risponde a Sergio Taccone

Stefano Boeri ci ha risposto privatamente escludendo perentoriamente di voler entrare in una polemica, secondo il suo giudizio, pretestuosa. Infatti, secondo Boeri, “La ricostruzione proposta da Multiplicity ha soprattutto lo scopo di sottolineare come questo silenzio sia frutto di una oscena disponibilità a tollerare che vicende come queste accadano attorno a noi, a poche centinaia di metri dai luoghi dove viviamo, lavoriamo, ci divertiamo.” Tutto questo senza togliere o aggiungere nulla alla verità dei fatti raccontati. Concordiamo con Boeri soprattutto sulla necessità di utilizzare lo strumento artistico non in forma inquirente ma narrativa ed evocativa. Forse questo equivoco funzionale è ragione di polemica presso chi non ha avuto dai fatti le smentite che attendeva.

 

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Commento 609 di Gianluigi d'Angelo del 29/01/2004


Cari amici di antithesi, in questo angolo di rete si sta parlando molto, forse troppo, di questo nuovo Domus. Si fa critica della critica e questo può essere costruttivo fino a quando non si perdono gli obiettivi da cui si è partiti. Mi dispiace leggere certe affermazioni che si basano sul giudizio personale. Gino Valle può piacere o no, ma questo rimane all'interno di una soggettività che non va oltre la necessità di dedicare ad un architetto che fa parte della storia dell'architettura italiana degli ultimi cinquant'anni la minima e necessaria memoria. Gino Valle è morto lontano dai riflettori, in silenzio. Anche al suo funerale si sono sentite molte assenze. Credo che Boeri abbia fatto bene a inserire l'articolo di Cino Zucchi. Al di la dei giudizi, per un "dovere di cronoca" negato dal resto del mondo editoriale. A parte questo e altre affermazioni di questo tipo, a prescindere se ci piaccia o meno la linea editoriale di Boeri, quello che possiamo criticare è se all'interno di questa linea editoriale ci siano delle contraddizioni o delle lacune. Si può essere d'accordo che la tragedia di porto palo è lontana dall'architettura, se la si estrapola dal contesto questa potrebbe essere l'impressione, se invece la mettamo in relazione con la ricerca "solid sea" allora la tragedia assume un significato diverso. E' il contesto in cui leggiamo l'articolo,che gli da significato, evidentemente Boeri parte dal microcosmo di una realtà per tracciare un macrocosmo di un continente e definirne la geografia. Domus di Boeri domostra che si può fare contenuto anche con le immagini, quando queste non sono semplice illustrazione ma mezzo attraverso il quale leggere la realtà contemporanea. Eviterei di fare retoriche classificazioni come "rivista teorica", affermazioni da gossip o confronti di sapore calcistico tra domus e architectural record. La rinnovata linea editoriale di Boeri credo metta domus fuori competizione con le altre riviste, insomma se piacciono le riviste alla Sudjic le edicole sono piene e non vedo il motivo per il quale anche domus dovrebbe continuare su questa linea. E che ben vengano per l'architettura italiana pubblicazioni sulle riviste americane di giovani studi come Labics di Roma.
Chiudo segnalandovi la mia lettura-recensione di Domus su channelbeta:
http://www.b-e-t-a.net/~channelb/speciale/021domus/index.html
un saluto gianluigi

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Commento 608 di Alberto Alessi del 28/01/2004


Caro Ferrara,
sono anch'io un lettore di Domus, ho da poco ricevuto la "nuova" rivista e la trovo francamente sconcertante.
Non perchè Boeri - che non avevo mai sentito nominare prima - non possa essere un direttore come un altro qualunque architetto, come lei giustamente fa notare nella sua risposta al lettore Malatesta: ma perchè mi sembra che da Domus ci si potesse aspettare qualcosa di molto, ma molto di più innovativo.
Questa mi sembra una via di mezzo, un "vorrei ma non posso", un miscuglio di vecchie Domus e di un po' di Abitare: e anche un po' di Casabella.
Se Domus deve -o vuole- invece diventare seriamente una rivista teorica, perchè non manifestarlo esplicitamente?
Poche immagini, molti testi -ma allora di vero approfondimento (non osservazioni agiografiche come quelle di Cino Zucchi su un architetto molto discutibile come Gino Valle, neanche fosse stato Frank Lloyd Wright )- e soprattutto meno ammiccamenti alla cronaca da quotidiano, come con quel paradossale e, mi permetta la parola un po' forte, cinico servizio sui poveri emigranti annegati davanti a Porto Palo.
Cosa c'entra con l'architettura la necessità di acciuffare e farla pagare a chi specula sull'orribile miseria che costringe tanti disperati a lasciare il proprio paese?
Non intervengo poi in merito alla questione della deontologia, ma certo se Boeri pensa di fare una rivista soprattutto con e per le sue conoscenze (i suoi clienti?) che, da quanto scrive Malatesta, sembrerebbero davvero molte e molto influenti, come potrà avere il coraggio di fare vere critiche
E se Domus diventa una rivista teorica, chi ci farà allora vedere bene l'architettura che si fa nel mondo?
Non vorrei essere al posto di Boeri, parafrasando non so più chi, mi verrebbe da dire che "Domus è troppo importante per farla fare a un architetto". Il precedente direttore Sudjic lo era solo per titolo di studio e ha fatto una rivista che per rimane ancora validissima.
La ringrazio dell'attenzione e continuerò a leggerLa, la sua franchezza e il suo equilibrio mi sembrano segno di una coerenza assolutamente rara nelle riviste e nei siti Internet, non solo d'architettura.
Cordiali saluti,
Alberto Alessi
PS
Tengo a precisare di non essere parente - neanche alla lontana -
di un ben più famoso Alessi.

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Commento 606 di Enrico Malatesta del 25/01/2004


Cari Ferrara e Prestinenza Puglisi,
quanto tempo sembra ormai passato dall’annuncio della nomina di Stefano Boeri a nuovo direttore di Domus e da quel lucido editoriale con cui Ferrara metteva in guardia - soprattutto i giovani - da facili entusiasmi! Le reazioni al numero di gennaio della rivista, sia su Antithesi che nella newsletter di Prestinenza, francamente mi sembrano di un’eccessiva indulgenza da parte vostra anche se, nel caso di Prestinenza, con l’attenuante della provocazione. Non si era mai visto un direttore - Boeri - che chiede al direttore di un altro mezzo di comunicazione - Prestinenza - di esprimere pubblicamente un parere sulla propria rivista! Con l’uscita del primo numero della nuova gestione, mi sembrano comunque ancora più misteriose le ragioni per cui - fra tanti bravi architetti/critici italiani under 50 che animano la discussione in architettura (Ciorra, Molinari, Brandolini, Garofalo, Irace... voi stessi) - proprio Boeri è riuscito ad arrivare alla direzione della più importante rivista italiana d’architettura. Ma per farne che? Intanto Boeri si direbbe molto preoccupato di ricevere e restituire favori. Ad esempio, le sue apparenti simpatie di sinistra non gli impediscono di scrivere regolarmente sul quotidiano della Confindustria Il Sole 24 Ore, dove lo sostiene l’amica Anna Detheridge. Ed ecco che questa famosa esperta di urbanistica e architettura con una mano scrive un editoriale di scarso interesse sul primo numero della "nuova" Domus e con l’altra, appena uscita la rivista, ne fa un bel panegirico sul domenicale del Sole 24 Ore: un vero modello di obiettività e deontologia professionale! Anche Boeri deve avere un’idea estremamante vaga di cosa sia la deontologia, visto che non s’intende per nulla di riviste, non ne ha mai fatte e lo dichiara pubblicamente, civettando con Prestinenza sul proprio essere "dilettante": c’è da prenderlo alla lettera, rilevando nella nuova rivista una grafica decisamente sciatta, la mancanza di edifici significativi, foto amatoriali, testi lunghissimi in puro architettese, culminanti in un pasticciato servizio su Barcellona: che se diventasse così triste come la prospettano le pagine di Domus, sarebbe meglio evitare anche di visitare. Come grande novità del design, i piccoli elettrodomestici del solito Jasper Morrison, già strapubblicato in ogni rivista d’arredamento del globo. In generale, non ho trovato un’immagine o dei disegni da cui poter veramente capire le architetture: in particolare, mi è sembrato davvero imbarazzante il "soffietto" a Koolhaas, per l’Ambasciata Olandese di Berlino, che scimmiotta i fumetti di Restany per la Domus anni Ottanta di Mendini. Come è esilarante l’attacco del "coccodrillo" sul povero Gino Valle, scritto da Cino Zucchi che ricorda quando da giovane, negli Stati Uniti, "cadde dal pero" sentendo parlare di Valle: che lui, studente italiano di architettura, non conosceva! A parte tutti questi segni evidenti di incompetenza, mi sembra invece che la grande pensata di Boeri sia quella di sviluppare su Domus alcuni "temi", furbescamente un po’ sociologici. Quali siano (saranno?) si indovina facilmente: sono tutti già stati ben sviluppati nei suoi ripetuti interventi, un po’ ovunque, al rimorchio di Rem Koolhaas, cui ha spianato la strada in Italia per tutti questi anni. A cominciare dalle mappature delle sfortune planetarie - quintessenza dell' ultima, grottesca mostra di Koolhaas "Content" che ho visto, pentendomi poi, alla NationalGalerie di Mies a Berlino (che combinazione, l’assistente a Domus alla Direzione di Boeri, Kayoko Ota, è proprio il curatore di quella mostra...) - non c’è espediente propagandistico inventato da Koolhaas che Boeri non vada ripetendo quando e come puo’. Questo spiega forse anche perchè, tra le tante versioni che hanno circolato sulla nomina di Boeri a Domus una delle più diffuse faceva capo proprio a Koolhaas. Lui, il più mediatico teorico dell’architettura contemporanea, interpellato per la direzione avrebbe dichiarando l’impossibilità di fare il direttore di una rivista, anche così prestigiosa come Domus. Poi le versioni si confondevano: Koolhaas ha candidato Boeri come apprendista direttore? O semplicemente è stato preso un rampollo della solida borghesia milanese al posto di un populista olandese ed eccentrico? Fatto sta che Boeri ce l’ha fatta a raggiungere uno dei suoi obiettivi più desiderati. Mi domando però come riuscirà, visti i suoi già tanti impegni didattici tra IUAV, Domus Academy e Berlage Institut, a fare anche la rivista e allo stesso tempo a sostenere la gestione di uno studio di architettura e urbanistica molto ben avviato. Certo, non c’è niente di male a frequentare sistematicamente i salotti, da quello di Miuccia Prada (che guarda caso ha come angeli custodi in architettura Herzog, De Meuron e - ovviamente - Rem Koolhaas) a quello della miliardaria di sinistra Milly Moratti: che plaude giuliva al progetto di Boeri per un fantomatico "Quinto Anello" per lo stadio

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25/1/2004 - Paolo GL Ferrara risponde a Enrico Malatesta

Caro Malatesta, credo che sia corretto cercare di andare un pò più a fondo alla questione, in primis mettendo in risalto che la richiesta di Boeri a Prestinenza va interpretata quale un momento di confronto importante.
E' inusuale che un direttore si confronti e non credo sia corretto vedere in questo atteggiamento un modo per accattivarsi più pareri possibili, soprattutto se, come Lei dice, Boeri è già ben calato nel sistema... quello dei presunti "favori" di cui Lei parla, e di cui non so proprio cosa commentare, soprattutto se si tiene conto che i rapporti interpersonali non sempre sono sinonimo di clientelismo. Detto ciò, vengo a quanto mi riguarda. Io direttore di Domus? Suvvia! pur ringraziandoLa della fiducia, devo dirLe che la prima cosa che ciascuno di noi deve avere presente è il proprio limite: non sarei capace di fare il direttore di una rivista qual'è Domus, nè di nessun'altra. Ho antiTHeSi e mi basta. La deontologia di Boeri? Attenzione, perchè nessuno può mettere in discussione la deontologia di nessuno senza avere dati certi. Il fatto che Boeri non abbia mai diretto una rivista non significa nulla. Un direttore non è altro che sè stesso, dunque, così come Gregotti portava la sua vita professionale e culturale su Casabella, così come Pagano faceva su La Casa Bella, così come Zevi faceva ne L'architettura, cronache e storia, Boeri farà nella sua gestione di Domus, che non sarà per nulla facile proprio perchè molto ci si aspetta da un giovane direttore.
Sia chiaro che la mia non è una difesa a Boeri: lo conosco di "sfuggita" e nulla ho a che dividere professionalmente e, men che meno, a livello di partecipazione a Domus. Ripeto: la carta igienica non l'ho mai fatta, e mai la farò.
Se ho scritto il primo articolo in cui mettevo in preallarme e se ho scritto il secondo in cui mi rendevo partecipe di un tiepido entusiasmo, beh! non significa che non ce ne possano essere un terzo...un quarto...in cui Boeri possa essere criticato pesantemente. D'altronde, come Le dicevo, solo da antiTHeSi posso avere la libertà di dire tutto quello che penso, anche se dobbiamo imparare a "pesare" le parole, a saperci autogestire....come mi aspetto possa fare Lei nel suo prossimo intervento, andando a fondo delle questioni che più ci interessano, proponendo alternative costruttive. E, magari, mandandole direttamente a Boeri.

 

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Commento 584 di Emma Terri del 15/01/2004


Spendo poche parole..per esprimere la mia approvazione.
Ero tra le persone curiose di vedere cosa avrebbe avuto di nuovo Domus e non sono rimasta delusa, anzi, stupita pagina dopo pagina...Interessante fin dalla copertina ..il numero è un viaggio ben costruito..dove la presenza di Boeri si avverte subito.
Fa ben sperare.

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