Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Spazzatura sul web

di La Redazione - 27/2/2004


Su questo giornale ci siamo più volte occupati della difesa del buon nome e delle idee di Bruno Zevi del quale, con molta presunzione, ci consideriamo discepoli.
Nei giorni scorsi, su newitalianblood di Luigi Centola, è apparso l’ennesimo scritto che offende la semplice memoria del Professore, che ci costringe di malincuore ad una replica e ci fa domandare come possa Centola dare spazio a spazzatura di quel genere.
Scrive un tizio - che ben conosciamo ma che ci asterremo dal nominare perché sappiamo che le contraddizioni dei media esaltano chi invece dovrebbe essere ignorato - dei difetti di Bruno Zevi: “settarismo, ostracismo, dogmatismo”.
Non basta: per questo tale Zevi era il rappresentante principe della mistificazione. Che dire se non che costui dovrebbe evitare di paragonare impropriamente Zevi con Lazier e Ferrara?
Sì, perché l’opinione espressa sui modi zeviani è direttamente riferibile a quella che questo triste interlocutore si è fatto di antiTHeSi, il che significa volere dare spessore alle sue accuse prendendo a prestito niente meno che Bruno Zevi. Noi non abbiamo certo la pretesa di reggere il paragone zeviano, neanche nei difetti. Ne abbiamo consapevolezza e ne siamo felici perché, in caso contrario, saremmo pronti al ricovero neurologico immediato.
Anche la lezione di democrazia che costui impartisce è quantomeno fuori luogo, soprattutto se teniamo conto del modo con cui ha deciso di iniziare la sua personale campagna delatoria che, tra l’altro, ci ha promesso privatamente di estendere ad amici e conoscenti. Ma questa è un’altra storia, a cui il peso che conferiamo è scarso, tanto pretestuosi sono i moventi.
Veniamo, invece, a Zevi e ai suoi difetti.
1. Zevi e il settarismo.
Accusa da perfetto comportamento in malafede. I critici, quelli veri, quelli schierati, sono settari, ovvio. Lo era Zevi, lo era Tafuri. E anche gli architetti, tra i più grandi. Lo era Le Corbusier, lo era Michelangelo, lo era Wright, lo era Rossi. Intransigenti nel sostenere le proprie idee, hanno contribuito a creare dei punti di riferimento, anche solo da combattere, ma reali.
2. Zevi e l’ostracismo.
Nei confronti di chi? certamente di Piacentini e non per questioni tipicamente architettoniche ma, e questo è il punto, per questioni morali. Ostracismo verso Louis Kahn? Vero, ma non per questioni morali, bensì per il tradimento di una posizione che Zevi riteneva centrale, fondamentale. Zevi era contro la restaurazione classicista e Kahn sapeva che stava diventando il punto di riferimento dei ringalluzziti classicisti. Come critico Zevi non poteva tradire le sue convinzioni. E successe anche con Alvar Aalto: dopo una lunga stagione in cui fu uno dei punti di riferimento delle tesi zeviane, Aalto fu criticato per un edificio non all’altezza della sua fama e, offeso, interruppe i contatti. E di Le Corbusier, cosa vogliamo dire? Forse che, quale sostenitore di Wright, Zevi non riconoscesse la grandezza del maestro? Banalità da scuola elementare e da nozionisti. Zevi riconosceva la grandezza del Le Corbusier della villa Savoye tanto quanto la grandezza del Le Corbusier di Ronchamp.
3. Zevi e il dogmatismo.
Le sette invarianti sono state ritenute - e, per gli ignoranti, lo sono ancora - “dogmi”.
Eppure lo stesso Zevi chiamò a raccolta una serie di personaggi di grande caratura perché mettessero in discussione proprio questi presunti dogmi. Samonà, Michelucci, Branzi, Klaus Koenig, Sacripanti, De Fusco e altri ebbero modo di esprimere perplessità e dubbi proprio sulla rivista di Zevi. Questi articoli, grazie al consenso di Luca Zevi e della rivista L’Architettura, sono stati recentemente e nuovamente pubblicati da antiTHeSI. Suona strano che le critiche fin qui esposte non abbiano alimentato le pagine proprio dei commenti agli articoli sulla linguistica e la teoria delle sette invarianti. C’erano spazio e tempo per contestare ma nessuno lo ha fatto.
4. Zevi mistificatore.
Ci dica il delatore dove, quando e perché Zevi ha falsificato e, soprattutto, che vantaggio ne ha tratto per sé e per le sue teorie. Crediamo con Zevi che argomentare con serietà e sostanza richieda impegno etico prima che intellettuale. Questo personaggio, invece, ci ha più volte dimostrato di non dare sufficiente peso sia alla sostanza che all’impegno. Invitato più volte ad esporre un suo pensiero circostanziato – riguardo un qualsiasi sentimento o concetto di architettura realizzata - ha sempre imbrogliato il dialogo con sofismi dilettanteschi privi di qualsiasi consistenza. Per questa ragione gli argomenti della mistificazione contestano primariamente la sua ingenua personalità e poco produrrebbero in un confronto dal retaggio tanto meschino.


(La Redazione - 27/2/2004)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 682 di fausto capitano del 29/02/2004


Mi permetto di prendere la coda del disappunto palesato dalla Redazione, per tentare di lasciar stazionare la luce, ancora per qualche secondo, sul citato stato d'abbandono della preziosa sezione riguardante la linguistica architettonica, e nell'estendere il fascio dell'attenzione anche sullo stagnare del confinante campo d'indagine intorno all'"archigitale"; entrambi i casi sono emblematici di uno stato delle cose, soprattutto se messi a confronto con la logorrea cresciuta su un rispettabilissimo comodino in erba e su un'altrettanto rispettabile rivista cartacea strapiena, ahimè, di pubblicità, in cui è più facile (e snervante) sapere tutto di un bidet o di un abat-jour, piuttosto che di un progetto architettonico, tradendo in tal modo, le aspettative di un professionista della pratica progettuale, che spende e compra per sapere di "architettura fatta" e di "come" è stata fatta "in quel modo", e si ritrova, invece, con un mucchio ben fatto, colorato (e, stavolta, socialmente impegnato) di parole e spot. Di emblematicità si marchia, dunque, l'evidente presa di distanza da questioni basilari (quanto classiche) che per essere rinvigorite e/o confutate richiedono spessori e qualità che "la massa parlante (e sparlante)" non ha, e presa di distanza da questioni nuove (quanto interessanti) che si liquidano come fatti di costume o come anomalie sociologiche e filosofiche; di emblematicità si marchia, anche, il disarmante amore per la faida e le liti da cantina sociale, di cui anche un buon uomo come Niemeyer è stato fatto oggetto e soggetto; d'emblematicità si marchia, infine, l'assenza sul mercato delle riviste cartacee italiane, di una testata blasonata che veramente (sottolineo "veramente") fornisca una "base dati" soddisfacente per iniziare a conoscere e capire le architetture che si pensano e si costruiscono nel mondo.

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