Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Christo Javacheff e il fantasma dell'architettura

di Vilma Torselli - 14/3/2004


“La memoria vivente è immemoriale,
non sorge dalla mente, non vi si sprofonda.
Si aggiunge all’esistente come un’aureola
di nebbia al capo. È già sfumata, è dubbio
che ritorni. Non ha sempre memoria
di sé”.
(Eugenio Montale)

La memoria è assenza, si genera nel confronto con il nulla, possiamo ricordare solo ciò che non c’è più ed autoingannarci costruendo il ricordo in funzione consolatoria per colmare l’assenza, la mancanza, il vuoto: ripristinare un evento passato e riconsegnarlo alla memoria , preservandolo dall’oblio, avvalora un’identità, una capacità di autoindividuazione che si prolunga nel tempo proprio grazie al “filo della memoria”.
La memoria e la dimenticanza sono due aspetti opposti e collegati, per esorcizzare la dimenticanza, per celebrare il ricordo e trasformarlo in memoria, l’uomo costruisce, possibilmente nei luoghi originari, un catalizzatore che assecondi quella problematica reazione di chimica creativa che permette di ricordare ciò che è assente ed usa a tal scopo l’architettura.
Dice Paolo Rossi, docente in Storia della Filosofia : ”[……] i luoghi sono come la carta, le immagini come la scrittura […….] i luoghi sono fissi e non li posso più cambiare, cioè, posso farlo, ma allora costruisco un altro sistema, le immagini sono mobili, sono come la scrittura sulla carta. In questo casa l'arte della memoria consiste nel collocare le immagini nei luoghi [….]”.
L’architettura è per eccellenza mezzo della memoria cui è stato demandato il compito di collocare immagini nei luoghi della memoria, i luoghi del vuoto, scrivendo ciò che è capace di scrivere nella materia (superfici, volumi), costringendo il vuoto a connotarsi quale spazio e lo spazio come manufatto nello spazio-tempo ricreando il pieno, quasi che il ricordo non possa essere che materia, pietra, cemento.
Il tempio è forse il primo esempio di architettura della memoria, quella di un dio immanente che ha lasciato gli uomini orfani della sua presenza, del quale celebriamo il ricordo in ogni angolo della terra.
Ma se la memoria è assenza, nulla può essere più evocativo del vuoto, nulla rende con maggior efficacia l’angoscia della perdita di quanto possa fare la privazione prodotta dalla scomparsa, il vuoto è la vera celebrazione della memoria, della “disperata memoria” gaddiana, è la metafora perfetta dell’assenza e della perdita.
Il concetto di memoria come prodotto di un’operazione sottrattiva è tema ricorrente nelle opere del bulgaro Christo Javacheff, che pur non occupandosi specificamente di architettura, compie, con i suoi celebri impacchettamenti, operazioni ambientali di grande incidenza sul piano essenzialmente architettonico.
Pierre Restany, teorico del Nouveau Réalisme, ne mette in risalto, al di là del significato sottilmente concettuale, proprio l’aspetto progettuale, perché di vero e proprio progetto si può parlare nel caso delle “sparizioni” di Christo: "[ ... ].in un momento in cui l'architettura conta troppi ingegneri o uomini d'affari e non abbastanza poeti, Christo fa parte di questi artisti che assumono il rilancio immaginativo di questo campo".
I suoi "Wrapped Buildings" sono esperimenti da laboratorio che riproducono artatamente la perdita e l’assenza di una realtà della quale ci obbliga a ricostruire il ricordo, se vogliamo conservare le importanti coordinate spazio-temporali di riferimento sulle quali è costruito il senso del presente, del passato, dell’identità storica.
A quello che Restany definisce rilancio immaginativo corrisponde nell’osservatore uno sforzo immaginativo consapevole che costruisce il “non visto” o, come dice André Breton, ciò che desidera diventare reale, attività mentale non ludica, ma vero e proprio processo cognitivo, lo stesso che entra in gioco nell’esperienza estetica, “[….] l’immaginazione non è che una fuga dal pensiero, è un pensiero altrettanto rigoroso che il pensiero filosofico o scientifico, l’arte è al livello più alto del pensiero immaginativo , come la scienza al livello più alto del pensiero razionale.” (Carlo Giulio Argan, “Introduzione alla Storia dell’arte italiana”, ed. Sansoni, Firenze 1988).
Le bianche velature di Christo sono il fantasma dell’architettura così come il ricordo è il fantasma della realtà: ancora una volta l’arte compie una fuga in avanti, indicando una strada.

“[…] io voglio ricreare in questo progetto qualcosa di significativo, che parta dalla memoria per rivolgersi alle generazioni future [….],” così dice a proposito di Ground Zero Daniel Libeskind (Bologna, Palazzo della Cultura e dei Congressi 15 ottobre 2003). Libeskind è musicista, studente al conservatorio in Israele, prima di divenire architetto attento alla sonorità degli spazi, come egli stesso dichiara, facendo venire in mente il concetto dell'opera d'arte totale di Wagner, la Gesamtkunstwerk , la scuola di Weimar e la sua definizione di “spirito architettonico” come sintesi di tutte le arti, Vassilij Kandinskij, alla ricerca di un denominatore comune fra tutte le forme creative, che dice "[....] il più ricco insegnamento viene dalla musica [....]", o Walter Pater che già nel nel 1870 scrive "tutte le arti tendono alla musica".
Libeskind è un professionista della celebrazione, uno specialista della memoria, progettista del Museo ebraico di Berlino, del Museo ebraico di San Francisco, del Museo della guerra a Manchester, è un architetto che, nel nome del ricordo, della distruzione e della scomparsa ha costruito molte concrete e solide realtà più o meno sonore.
E’ quello che farà a Ground Zero, dove dopo di lui la gente passerà, senza riconoscerli, nei luoghi dell’assenza pieni di spettacolari architetture, grandioso monumento alla retorica del ricordo che avrà rimosso la memoria delle Twin Towers e del tragico vuoto che le ha sostituite (viene da pensare a Berlino, città emblematica della rimozione della memoria, dove Christo ha realizzato un clamoroso "Wrapped Reichstag").
Se è utopia pensare che si possa salvaguardare il vuoto lasciato da una distruzione, altrettanto lo è pensare che milioni di metricubi possano esserne i custodi del ricordo e non invece una la celebrazione trionfalistica che trasforma i luoghi della memoria in luoghi del potere.
Sarà forse l’impacchettamento di un artista visionario come Christo, un architetto del sogno che sa trasformare la realtà in un mistero tutto da svelare, a ricordarci di ricordare emozioni, pensieri, gioie, paure e sentimenti e cercarli nel grandioso progetto di Libeskind, nell'aggressiva architettura di Postdamerplatz o negli innumerevoli musei di tutti gli olocausti, con la speranza di ritrovarli.

(Vilma Torselli - 14/3/2004)

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