Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Terragni, le opere. 1^ parte: villa Saibene, Hotel Metropole Suisse, concorso per il Monumento ai Caduti, Officina del Gas.

di Renato Pedio - 3/5/2004


Inizia con questa 1^ parte la pubblicazione dei testi estratti da "L'architettura, cronache e storia" n.153 inerenti le opere di Terragni, curati da Renato Pedio. (La Redazione)

Il primo progetto noto e la prima realizzazione: la villa Saibene, in stile medievaleggiante, e il restauro esterno (limitato al piano terreno ed al primo) dell’Hotel Metropole Suisse a Como. Terragni era ancora studente o appena laureato; non aveva ancora aperto studio.
Il progetto di villa è una tra letappe della rapida assimilazione del passato: solo certe energiche accentuazioni disegnative rivelano la stessa mano delle esercitazioni michelangiolesche, il gusto istintivo per la manifestazione plastica ed architettonica di una tensione contenuta.
Per l’albergo Suisse, già il 2 aprile 1927 Terragni deve difendersi, e dà inizio alle sue numerose polemiche. La “Commissione d’Ornato” della città nutriva, sembra, non pochi dubbi. Faceva proprie certe proteste: non s’è mai visto -si diceva- che in architettura un mezzo toro serva da basamento ad un ordine”. Ed ecco Terragni rispondere puntigliosamente, sostenere la propria interpretazione eretica con tutti i mezzi dell’accademia classicheggiante, citare esempi: “Per la buona pace di quelli che non potrebbero sopportare che in architettura si possa trovare qualcosa di nuovo dirò che tale sagoma non è nuova nelle infinite forme che gli architetti del passato seppero costruire. Non è inferquente il caso di trovare in costruzioni neoclassiche , di quel primo neoclassico pieno di forza e di sostanza (vorrei dire un po’ barocco ancora) tra lesena e lesena, alla base, un mezzo toro che sostituisce in certo modo (nell’intercolumnio) la sagomatura della base della lesena”. E circa “...le dimensioni...mi è buon gioco rispondere quanto personale possa essere il gusto di tali proporzioni...”; e qui citazioni del Duomo di Como, di Giulio Romano, del Peruzzi, del Sangallo e infine, naturalmente, di Michelangelo.
Ma intanto si dedicava alla costituzione del Gruppo 7, le cui tesi erano pubblicate dal 1926 sulla “Rassegna Italiana”; si aggiornava sulle realizzazioni dell’architettura moderna in tutti i Paesi; discuteva accanitamente sulla formulazione e sula costituzione coerente del linguaggio nuovo. E affinava il mestiere.
1926-27: è il momento della sconfitta dell’architettura moderna nel concorso per il Palazzo della Società delle azioni a Ginevra; ed è il momento in cui Terragni, allo stesso modo di Wright dopo l’esposizione di Chicago, vede nella via sconfitta la via giusta, fa coincidere definitivamente con essa la propria via.
E’ del 1926, in occasione appunto del concorso per il Monumento ai Caduti di Como, l’incontro con Pietro Lingeri, assai importante per Terragni in quella fase.
Lingeri era più anziano, aveva esperienza maggiore sul piano professionale, dunque, per il momento, era più maturo. Ma Terragni aveva in sé, oltre al severo amore all’architettura, il temperamento artistico, la vocazione autentica. Il sodalizio con Lingeri fu tra i più fecondi della vita di Terragni e resistette ad ogni prova.
Appunto Pietro Lingeri, in una lettera del 1953, ci chiariva il significato della soluzione, alquanto sorprendente se si guarda ai nomi degli autori, di questo monumento.
Il concorso sembrava dovesse risolvere favorevolmente una squallida vicenda di incarichi di favore a personaggi mediocri; la vittoria ex aequo pareva promettere bene per il concorso di secondo grado. La sorte dell’opera fu però, per il momento, nulla. Né si concluse se non parecchi anni dopo, tra il 1931 e il 1933, con il nuovo Monumento ai Caduti che Terragni edificò: se pure di conclusione si tratta, dato che, come vedremo, il monumento ebbe tutt’altra localizzazione, e caddero quindi le ragioni di ambientamento che avevano mosso Terragni e Lingeri nel primo progetto; mentre, d’altro lato, anche allora Terragni non fu in grado di realizzare la propria concezione -decisamente moderna questa volta- ma fu costretto da un fulmineo intervento marinettiano a conferire veste architettonica definitiva ad uno schizzo di Sant’Elia, concepito per tutt’altro fine.
L’impostazione di questo primo progetto è, invece, medievaleggiante, connessa dunque linguisticamente alla villa saibene. In proposito tuttavia Lingeri faceva osservare che la zona era delicatissima, essendo l’area posta tra la Cattedrale quattrocentesca, il trecentesco palazzo del Broletto e il campanile romanico della Basilica di S.Giacomo, quasi interamente distrutta da un incendio nel XVII secolo. La Giuria era composta senza eccezione di archeologi e studiosi, “gelosi custodi di ruderi”; inoltre, le ricerche archeologiche compiute avevano consentito il provare che la fronte ed il pronao di S.Giacomo erano stati allineati col palazzo del Broletto. Il bando imponeva che il nuovo monumento si attaccasse sia al campanile, recentemente restaurato, e si allineasse col palazzo stesso del Broletto. La soluzione era dunque strettamente condizionata, e ciò ne spiega in parte il carattere.
“Ritenemmo opportuno perciò -scriveva Lingeri- rispettare la massa creata precedentemente dai Maestri Comacini con la fronte di S.Giacomo e sviluppare il monumento con decorazioni statuarie e bassorilievi, al fine di non compromettere architettonicamente quanto richiesto dalla Soprintendenza...Sono d’accordo -concludeva Lingeri- sulla stranezza dell’opera; ma, credete, era l’unica soluzione possibile dati i vincoli del bando”.
Nel primo progetto, primo premio ex aequo, era scultore il Mozzanica; sostituito nel secondo grado, come ha accertato Enrico Mantero, da G.B.Tedeschi. Terragni, in una lettera del 4 gennaio 1934 al Prefetto di Como ove traccia la storia delle occasioni perdute nei primi anni di professione, deplora che la sconfitta in occasione del concorso di secondo grado fosse principalmente stata determinata dall’opposizione non dei commissari esterni, ma di quelli comaschi.
L’ “ambientamento” del progetto nasce da una sicura indagine storico-archeologica. Terragni era studioso profondo dell’architettura comasca, cominciava già ad intervenire in pubblico sui problemi cittadini; in seguito, imposterà sul rispetto per l’antico anche il centro storico di Como nel piano regolatore del 1934.
“Noi non vogliamo rompere con la tradizione: è la tradizione che si trasforma...” dichiara con i suoi colleghi del Gruppo 7 (Figini, Frette, Larco, Libera, Pollini, Rava) appunto nel 1926. Ma vedremo nell’ “inquadramento” del palazzetto Vietti come il Terragni maturo concepisse in chiave assai più risoluta il rapporto tra architettura antica e intervento moderno.
Il Gruppo 7 prendeva quota; si fondava il Movimento Italiano per l’Architettura Razionale, MIAR, incentrato appunto sulle opere del gruppo; e nella prima mostra del MIAR al Palazzo delle Esposizioni a Roma, nel 1927, figurava tra gli altri questo progetto di Terragni, di grande importanza nell’evoluzione del suo linguaggio compositivo, come hanno sottolineato diversi studiosi.
“Se -scrive Enrico Mantero- gli scritti del Gruppo 7 possono rappresentare la testimonianza di uno sforzo conoscitivo sul livello di avanzamento della cultura architettonica europea, di un tentativo di supplenza sistematica ad una carenza culturale, il risvolto applicativo è rappresentato dal progetto per l’Officina per la produzione del gas, che fonda la sua matrice stilistica direttamente nel vivo dell’esperienza europea e quindi anche in quella costruttivista. Ci si può chiaramente riferire per questo al progetto per la Peter’s School a Basilea di Hannes Mayer (1926), e, sempre di Hannes mayer con Hans Wittwer, al progetto per il Palazzo delle Nazioni a Ginevra”.
Gli incastri, la decantazione dei rigorismi geometrici, le sovrapposizioni, i piani obliqui fanno avvertire l’influenza costruttivista che sopravviverà fino al Novocomum. La Fonderia di tubi, dello stesso anno, rinuncia alla matrice costruttivista ma non trova ancora un’equivalenza “razionale”; il confronto tra i due progetti rivela comunque il momento decisivo: la “voltata”, pienamente cosciente, di Terragni in senso moderno, attuata senze incertezze e senza infiltrazioni.


(Renato Pedio - 3/5/2004)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 734 di Antonino Saggio del 11/05/2004


Ritengo la pubblicazione di questi testi un'eccellente idea. Renato Pedio è stato molto amato e apprezzato da chi l'ha conosciuto di persona. Che la finezza del suo tocco e la sua intelligenza critica, attraverso le pagine di "Antithesi" , vengano ricordate mi sembra giusto.

Tutti i commenti di Antonino Saggio

 

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