Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Terragni, le opere. 2^ parte: il Novocomum; il negozio di parrucchiere per signora

di Renato Pedio - 28/6/2004


Il Novocomum. Como 1927

A ventitré anni, prima opera di livello europeo. La razionalità purista delle stesure, l’integralità del cemento armato e del vetro, le vaste trasparenze, trovano squillanti accenti costruttivisti specie nell’angolo arditamente tagliato e ricomposto in alto. Si parlò di novità ritmica derivante dai materiali impiegati e di continuità con la tradizione mediterranea per il gioco elementare dei volumi. Tradizione, e tensione moderna, in una chiave (specie nel progetto) futurista e costruttivista: che si mantiene, malgrado gli scompensi, nell’edificio realizzato, atto di rottura inaudito nell’Italia di allora.
L’elaborato presentato all’approvazione fu accolto “con vivo compiacimento per la brillante soluzione”, e l’idea autentica di Terragni, sostanziata di asimmetrie, aperture filtranti, corpi geometrici sporgenti e traslucidi.
La padronanza del linguaggio nuovo è sorprendente. Terragni vuole costruire, non chiudersi nel limbo della progettazione utopistica: spregiudicatamente, pur attenuando il progetto, impone quell’idea mediante una serie di illegalità, di fatti compiuti. Il plastico indica una fase intermedia, la curiosa scansione formalista della facciata compensa lo scomparso semicilindro centrale.
Tolte le armature, il “Transatlantico di Campo Garibaldi” fa scandalo. La gabbata Commissione d’Ornato apre un’inchiesta per stabilire se la casa “costituisca elemento di deturpazione della zona, ed eventualmente se e di quali modificazioni sia suscettibile per meglio armonizzarsi con l’ambiente che la circonda”. Ma non se ne fece nulla, Terragni aveva vinto.


Negozio di parrucchiere per signora. Como 1929

La sistemazione interna di questo negozio di parrucchiere per signora costituisce il primo passo di rilievo compiuto da Terragni in questo settore, che troverà fra breve nella “sartoria” di Monza e specialmente nel negozio “Vitrum” le sue occasioni migliori; nel campo più generico dell’arredamento, peraltro, si tratta di una ricerca iniziata con i mobili disegnati per la Federazione degli Agricoltori nel Novocomum e proseguita più tardi negli arredi accuratissimi della Casa del Fascio, in parte ripresi qualche anno dopo nell’Asilo Sant’Elia.
Il negozio occupava uno spazio statico: l’arredamento lo dinamizza e lo scandisce mediante una disposizione lucida, fluida e pacata. I boxes sono in noce lucido, smontabili; le parti scorrevoli sono sospese a cuscinetti a sfera. La vetrina è in radica di noce con cristalli scorrevoli; il rivestimento delle pareti in bourette di seta beige, montata su telai distaccati dal muro.
Il pavimento, isolato dalla base preesistente mediante starti di cartone catramato, è in linoleum striato azzurro. Le parti metalliche sono in ottone cromato.
Gli angoli smussati accentuano la continuità delle superfici, ma la caratterizzazione più sottile è fornita dalla luce diffusa mediante quattro cassette luminose “legate nel ritmo degli scomparti di legno”, che irradiano pure all’interno di ciascun box. Anche per la vetrina l’illuminazione è diffusa e proviene dall’alto. Il trattamento della luce costituirà anche in futuro una preoccupazione costante di Terragni, che ne farà uno dei parametri costanti dei suoi spazi interni.
Specchi, sobrio legno lucido, vetrine, metallo, creano nella luce diffusa una gamma controllata di riflessi che vanno gradatamente spegnendosi nel pavimento e nella stoffa serica delle pareti.



(Renato Pedio - 28/6/2004)

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