Giornale di Critica dell'Architettura
Università

Acqua al mio mulino

di Silvio Carta - 5/8/2004


Vorrei raccontare una storiella. Quella di alcuni ragazzetti che per tutta la loro vita, alcuni precoci, altri consapevolmente decisi, hanno avuto le idee chiare. Non è ovvio scegliere una strada e seguirla dall’inizio e nonostante tutto. Beh questi valorosi, arrivati ad un certo punto del loro cammino, approvato l’esame di maturità, si recarono presso l’ateneo per iniziare una strada impervia ma “ricca di soddisfazioni”. Nella loro città tuttavia la facoltà di architettura non era mai stata presente, che fare? Immediata la risposta. Ingegneria edile, che è ciò che gli assomiglia di più, "poi magari ti prendi anche la laurea in architettura, dando gli esami che mancano" dicono gli altri. I nostri proseguono pieni di orgoglio e buone intenzioni; avanzano petto in fuori e occhi a veder le volte negli atri dei dipartimenti, ma scoprono presto di avere di fronte non le curve barocche tanto affascinanti nei giorni del liceo, ma un muro di cemento armato; pardon calcestruzzo, con tanto di zanche ferri e staffe. I docenti vogliono avere macchine, calcolatori, ingegneri. Le curve non esistono, non funzionano, non servono. L’estro e la fantasia sono roba da liceo artistico. Qua si studia il numero, non la forma. Il numero.
Saltiamo dei passaggi e arriviamo in tempo per la fine, l’ultimo anno. Nelle menti dei più razionali e “razionalizzati” oramai non c’è più spazio per il gioco, il divertimento (non sia mai che l’architettura possa essere considerata tale!), solo Venturi (quello del tubo, non Robert) e Lorentz. L’idolo è ora Huygens; e Le Corbusier è una specie di urbanista, ma qualcuno di poco pregnante, un “artista”. È altra cosa; come il nome di una città dell’Inghilterra che non è Londra. Un Peter pan in un’isola che non c’è.
Ma annidato nel cuore di pochi coraggiosi, anche se poco furbi, resta ancora una piccola scintilla. La stessa che li illuminava le notti di Natale nella speranza di ricevere delle Lego da Babbo Natale.
La vedi dagli occhi. Occhi timidi, con una luce flebile, quasi avesse paura di brillare, di rivelarsi. Una luce che è solo il riflesso di qualcosa che non si sa bene cosa sia. Eravamo quasi riusciti a scorgerla quando ci siamo iscritti all’università, ma poi è scomparsa. Luce che pulsa, anche se assopita. Batte ancora. I primi sono oramai rinchiusi nella rigidità del calcolo, lontani dalla curva, vicini alla linea retta e alla certezza che due più due farà sempre quattro. Gli altri, beh giudicatelo voi: vivono nell’ombra, nel timore di essere presi in fallo, sentono spingere dall’interno una strana forza che devono però tenere stretta al petto perché non gli esploda dal di dentro. Oltre tutto non devono essere scoperti. "ma chi si credono di essere".
Ma la storia non ha un lieto fine, eh si perché una volta usciti fuori dal tunnel numerico e integrale, sei dentro un altro di cui però non si vede la fine dove non conti nulla, non conta nulla il fatto che tu sappia chi è Bezier e Torricelli, perché non sai cosa vuol dire costruire. Non sai fare nulla, e tu rispondi di saper calcolare qualsiasi cosa e la risposta è la stessa che si trova ripetuta nei film di Tomas Miliam.
Nel mentre i ragazzi sono diventati grigi. Troppo irrigiditi per spiccare il volo, troppo pesanti per volerlo fare. Sei triste, deluso perché pensavi di poter fare ciò che avresti voluto una volta ingoiati quei duri bocconi contenuti in polverosi tomi, per poi vedere con occhi di colori, gli stessi dei quadri che ammiravi fino a qualche anno prima, invece; invece vedi che chi ha fatto altri studi, diversi dai tuoi sembra essere anni luce avanti a te, e pensi di essere più nulla.
E conosci finalmente quei personaggi dei tuoi sogni da bambino: gli architetti. Persone che risolvono situazioni per te da sempre poco chiare con una semplicità mostruosa, quasi certe nozioni le avessero dalla nascita. La medesima semplicità con la quale ti snobbano, ritenendo un ingegnere una specie di “ragazzo delle commissioni”, uno che può costruire edifici, ma giusto perché non tutti si possono permettere un architetto.
Resta qualcosa allora?
Naturalmente si. Rimangono gli occhi impressi nei tuoi, quelli dei ragazzi come te che brillano, li vedi ancora tutti, scintillanti e profondi, che urlano sincopati. Un tale particolare non può rimanere in secondo piano nella vicenda. Resta il sogno di Van Gogh, un pazzo mai capito e un artista sopra i canoni.
Resta ciò che più vale in tutta questo: la voglia di imparare, di crescere sempre.
Fuori delle categorie. Fuori delle facoltà.
E vissero tutti felici e contenti… (chi non l’ ha ancora capito…)


(Silvio Carta - 5/8/2004)

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Commento 7347 di christofer giusti del 08/07/2009


Se può essere di consolazione posso dirle che quegli entusiasmi, quegli slanci, quelle passioni, sarebbero state messe a dura prova anche da tante ottuse e asfittiche facoltà di architettura: pretenziosi corsi, lezioni di sedicenti, pomposi, nonchè noiosi e inutili, cattedratici, i cui programmi di anno in anno vengono allungati, a mò di broda, da parrasiti ricercatori.
Niente arte caro amico, bei tempi quelli del liceo artistico, ma ad architettura niente arte. Meglio i numeri dia retta!

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Commento 7346 di maurizio serra del 08/07/2009


Siamo cresciuti insieme caro Silvio percorrendo tutte le salite (e discese) che la nostra carriera universitaria ci ha riservato. Oggi abbiamo quasi 30 anni, da 4 -5 siamo nel mondo del lavoro, io ho intrapreso la carriera dell'ingegnere d'impresa (così vengono definiti quelli come che lavorando in grosse imprese di costruzioni e che costruiscono le grandi infrastrutture) e tu sei un architetto..architetto critico ingegnere!!
L'essenza del tuo articolo sta in ognuno di noi...basta cercarla e coltivarla quotidianamente! Noi siamo l'esempio e come noi tanti altri...
Un abbraccio

Maurizio


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Commento 1028 di Emanuela Villa del 01/02/2006


Gentile Silvio Carta,
mi ritengo facente parte del club dei ragazzini (e ragazzine!) che, pur avendo da sempre avuto le idee chiare, sono incappati nell’equivoco di Ingegneria Edile-Architettura. Con la sola differenza che ho avuto la fortuna di avere degli insegnanti che, capito come “funzionava” la sottoscritta, hanno saputo ascoltarmi e consigliarmi con il cuore in mano. Ed ora mi ritrovo a studiare Architettura al Politecnico, a studiare qualcosa che mi appassiona veramente, e ad avere gli occhi che brillano. E poco importa se la professione che ho intrapreso non sarà rose e fiori, sono preparata a ciò che mi aspetta!
Intanto ammiro gli ingegneri come mai prima, proprio perché mi sono resa conto dei “bocconi che ingoiano” e della difficoltà vera del loro studio!
Sono convinta, però, che non sia del tutto persa la speranza per chi, a differenza mia, ha continuato gli studi ingegneristici: anche nella razionalità dell’ingegnere c’è posto per l’Arte, l’importante è non lasciare sopire del tutto la fiammella della passione, e coltivarla, e darle spazio.
Cari Saluti.


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Commento 910 di C. Marcello Desole del 01/06/2005


Caro p.p., stia tranquillo che non tutti si nascondono e se si indagassero le ragioni profonde per le quali non ha potuto studiare Architettura a Cagliari si renderebbe conto che gli interessi alla base di ciò non hanno una sola bandiera (così come un solo sesso). Si potrebbero fare esempi e nomi...
Lei ha ragione comunque, come ha ragione S.C.: la situazione, il mercato non é certo facile e ho paura che l'Università (che dovrebbe aiutare a migliorare il sistema) stia ragionando più in termini di competizione territoriale che formazione (sostenibile con e per il territorio) di eccellenze.
Quello che le posso consigliare (se vuole e se può) é di coltivare l'interdisciplinarietà, reale, e come valore aggiunto: conosco diversi bravi Ingegneri della sua città che la sanno applicare, così come ne conosco altri che non condividono nulla, a cui non interessa cambiare il sistema e che sono diventati squali avidi (così come succede in tanti altri settori della società, anche il suo).
Ad ogni modo non si faccia usare e non smetta di provare a fare ciò che desidera, non è il solo ad avere queste aspirazioni. Consapevolezza nelle scelte.
Cordialmente
C. Marcello Desole

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Commento 908 di p.p. del 26/05/2005


Da un altro articolo mi è parso di capire che viviamo nella stessa città. Perciò quello che ho letto mi sembra strano. Io ho scelto di non fare ingegneria, nemmeno quei "due anni e poi ti trsferisci" che qualcuno mi ha consigliatio, ma ho deciso di attraversare il tirreno per iscrivermi ad architettura. Ma quando sono tornato da architetto ero ormai un pesce fuor d'acqua... Se ci sono persone, ingegneri, che vivono nell'ombra per la paura dei commenti, come pensa possa vivere un architetto, che già nel nome porta intrinseche tutte quelle "caratteristiche di cui vergognarsi"?
Ma poi è vero che "snobbiamo" gli ingegneri? a volte magari si, ma in questa città è impossibile considerarli "garzoni per le commissioni". Casomai siamo noi che veniamo considerati di volta in volta "decoratori", "arredatori",ecc. E il mio problema più grosso è che qui a Cagliari sono troppi a pensarla così...
N.B. Commento firmato.

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Commento 852 di Fabrizio Di Mauro del 17/12/2004


E' sorprendente come in tale articolo mi senta non soltanto emotivamente coinvolto, quanto piuttosto protagonista principale.
Iscritto ormai da 4 anni al corso di laurea specialistica in Ingegneria Edile-Architettura (Univ. di Ct), super motivato e pieno di speranza ancorchè convinto che tal corso fosse il migliore, mi ritrovo adesso triste, deluso e scoraggiato dai docenti, il 95% dei quali presuntuosi, arroganti, non rispettosi dello studente, ma cosa peggiore ignoranti, che cercano di formare tanti piccoli speculatori e "palazzinari" , praticamente cloni di loro stessi.
L'unica cosa che mi tiene in vita è cercare di guardare avanti e crescere, seguendo, come sostiene anche la collega e amica Giusy Pappalardo, percorsi individuali nella consapevolezza e nel rischio di un totale fallimento.

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Commento 800 di marco luciano del 10/10/2004


Penso che la visione dell'architetto, esposta dal Sig. Silvio Carta, sia un pò la visione, purtoppo, comunemente convisa dalla maggior parte della gente.
Mi riferisco ad una visione dell'architetto borghese, legata inevitabilmente ai percorsi universitari.
Vorrei ricordare che alcuni dei più grandi architetti non erano neppure laureati, o taluni lo erano in altre facoltà.
Per quanto riguarda poi la questione Ingegniere vs Architetto, sarebbe l'ora di smetterla con questa discriminazione borghese, e poco produttiva. Personalmente amo in modo particolare un architetto italiano Pier Luigi Nervi, che come molti sanno era un ingegnere e non un architetto. Si è vero i percorsi formativi, seppur spesso trattando gli stessi argomenti, utilizzano un approccio più scientifico per i primi e più umanistico per i secondi, ma penso che per fare ARCHITETTURA, sia altre le caratteristiche necessarie, e non un titolo accademico.

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Commento 786 di Isabel Archer del 23/09/2004


Gentile Silvio Carta,
il suo racconto è appassionato e straordinariamente delicato, tocca il cuore. Sembra di rivedersi, venuti fuori da un liceo già abbastanza deprimente e frustrante (in cui chi è leggermente diverso dagli schemi può vedersi addirittura deriso da alcuni professori di quarta categoria), scegliere solennemente la Facoltà della nostra vita, quella che ci consentirà finalmente di esprimere noi stessi, i nostri sogni.
E se anche non fossimo stati così ingenui allora da credere nell’Architettura, quella vera, e nel sistema universitario italiano (nessuno te lo spiega che i tuoi studi in Italia li devi fare da te se vuoi imparare veramente qualcosa), non sempre i nostri genitori avrebbero avuto la possibilità economica o l’apertura mentale di aiutarci a studiare altrove o forse i nostri genitori sono ingenui più di noi.
E allora solo pochi temerari, smaliziati (beati loro) e pochi figli di papà hanno scelto il percorso giusto per fare della vera architettura.
Le assicuro che il quadro che lei dipinge, se può consolarla, non è molto diverso dalle “eccelse” facoltà di architettura italiane, in cui i baroni saccenti (quelli ufficialmente ritenuti veri architetti) ti guardano altezzosi, valutando quante stelline hai sulla divisa, se tuo padre, tua madre o tuo zio gli possono servire, se ti possono sfruttare in qualche modo, se hai qualcosa che possono prendere, fossero almeno bravi in questo tipo di valutazione, sarebbe un loro merito, ma non sanno nemmeno riconoscere il valore di una persona appassionata, che ha voglia di sperimentare, a loro non interessa sperimentare, ma mantenere saldo il loro deretano sulla poltrona d’oro (perché alla fine sempre di denaro si tratta).
E siamo sempre qui, a non fare i nomi, perché questi detestabili baroni ci servono ancora, anche dopo, anche quando facciamo l’esame di stato e pensiamo di essere gli unici deficienti che non riescono a superarlo, ma poi lo squallore della professione che impariamo a conoscere d’improvviso c’illumina e capiamo che questi baroni sono la nostra condanna a vita, che ci serviranno sempre, perché comandano anche negli ordini professionali.
E questi baroni, che ci hanno propinato i loro libri, spesso inutili e boriosi, ci serviranno anche quando pensiamo che il nostro destino è fare ricerca, perché nessuno riesce a fare ricerca senza di loro in Italia.
E non sapevamo a 18 anni, persi nei nostri sogni sul futuro di città vivibili, in armonia con la natura e con lo spirito degli esseri viventi, che fare architettura significava convivere ed essere conniventi con la camorra e la mafia del mondo dell’edilizia, degli assessori e dei baroni universitari che tante volte abbiamo ingenuamente venerato.
E le poche eccezioni, i pochi professori che fanno veramente i professori, sono visti come mosche bianche, quando dovrebbero essere lo standard.
Non c’è che da invidiare chi ha la fortuna di incontrare almeno un professore vero sulla sua strada, almeno uno, che ti fa scattare la scintilla e ti fa rendere conto che quello che ti hanno insegnato, quello che hai assorbito come oro colato dalla bocca di fantocci, vestiti bene, distinti e pieni di sé, è tutto da buttare nella spazzatura.
Capisco come questo dolore possa rinnovarsi e rifluire pericolosamente, proprio nei giorni della Biennale, quando ci accorgiamo quanto indietro siamo rimasti.
Non pensino, quindi, gli studenti di ingegneria edile-architettura che avrebbero incontrato un miglior destino nelle vuote e gelide cattedrali delle facoltà di architettura italiane.

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Commento 784 di Irma Cipriano del 22/09/2004


Purtroppo anche coloro i quali decidono di muoversi dal proprio paese per approdare alla facoltà di architettura scoprono prestissimo di avere di fronte un muro di cemento armato: è costituito da docenti retrogradi; esami obbligatori inutili; esami che dovrebbero essere necessari e invece sono rilegati se va bene a opzionali, quando non sono del tutto assenti. Anche qui le curve non esistono, non funzionano, non servono. Anche qui estro e fantasia sono parolacce da ignoranti che non hanno capito che l'architettura serve, va usata, non deve essere un capriccio; dove si pensa ai numeri, cioè alla massima cubatura sfruttabile, e non a cosa può significare un progetto; dove lo studente stesso è un numero, non ha personalità, e deve progettare in base a quello che vuole il docente ( è o non è lui il tuo commmittente??) Se l'ingegnere edile esce dalla sua facoltà pieno di frustrazioni ed ideali inespressi o accartocciati, lo stesso è per chi esce dalla "artistica" e "vera" facoltà di architettura. Solo che l'inganno e la delusione sono stati ancora maggiori.

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Commento 771 di Giusy Pappalardo del 08/09/2004


E gli occhi che hanno letto questo articolo brillano e piangono.
Perchè, in Italia, chi sogna di fare Architettura si trova di fronte ad una grande confusione. Perchè il Progettista è ben altro che l'architetto o l'ingegnere edile, e dentro di sè non ha solo curve barocche o integrali.
Ma chi ci insegnerà ad esserlo?
Dove sto io molti si impegnano a confezionare inetti palazzinari pronti per affrontare il redditizio mondo dell'edilizia e della speculazione. (ingegneria edile-architettura. Catania)
Come uscirne vivi?
Qualcuno ci prova, seguendo percorsi individuali e tortuosi, nella consapevolezza del rischio e nella paura del fallimento.
Ma ciò che conta è trovare dentro i propri sogni la forza per non mollare.
In fin dei conti...
"Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo"...
(Aristotele)

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