Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Biennale

di Paolo G.L. Ferrara - 14/9/2004


Kurt Forster, presentando la sua Biennale, ha affermato che Vitruvio è morto.
Già Sant’Elia spronava a non progettare “imbecillendo sulle regole di Vitruvio”, novanta anni fa, ai tempi delle avanguardie del XX secolo, appena dopo Wright della Robie House e prima di Le Corbusier di Villa Savoye. Novanta anni in cui in moltissimi architetti sono rimbecilliti su Vitruvio, persino qualche maestro moderno; ma anche novanta anni in cui moltissimi hanno combattuto Vitruvio e le regole di un’architettura che fosse solo un insieme di parti distinte combinate tra loro nell’unico modo possibile: struttura + tamponamenti = proporzioni, regolarità, simmetrie.
Vitruvio stava all’architettura come l’architetto stava al tecnigrafo.
Oggi Vitruvio è morto e con lui il tecnigrafo? Bene, allora ha vinto Zevi. Dopo trenta anni, le sue provocatorie invarianti hanno trovato legittimità nella IX Biennale di architettura.
C’è poco da discutere: possiamo fare elucubrazioni concettuali di qualsivoglia tipo, non ultima quella che, in quegli anni, il dibattito era imperniato sul linguaggio e che oggi il tema è superato, ma il succo è in quanto diceva Zevi: “Dalla fine del Medioevo si è perduto il gusto della libertà dalla geometria regolare, che coincide emblematicamente col gusto della libertà tout court. Un edificio come Palazzo Vecchio a Firenze, aggregati come Siena e Perugia sembrano appartenere ad un altro pianeta; gli architetti non li sanno disegnare, la loro lingua non lo consente. Per rieducarli, bisognerebbe vietare righe a T, squadre, compassi, tecnigrafi, tutto l’armamentario predisposto in funzione della grammatica e della sintassi classiciste. L’antigeometria, la forma libera, perciò l’asimmetria e l’antiparallelismo, sono invarianti del linguaggio moderno.” ( da ‘Il linguaggio moderno dell’architettura’, 1972).
Zevi lo affermava nel 1972. Forster, nel 2004, non ha dubbi: “Siamo coinvolti in una vertiginosa trasformazione che ha azzerato il linguaggio architettonico tradizionale per darci una nuova architettura”.
Siamo dunque al Grado Zero zeviano, quello derivato da Roland Barthes e dalla ricerca di liberazione del linguaggio dalla schiavitù a un ordine manifesto: “ In questo sforzo di liberazione del linguaggio architettonico, ecco un’altra soluzione: creare una scrittura architettonica bianca, sciolta da ogni ordine manifesto...La scrittura architettonica a livello zero è in fondo una scrittura “indicativa” o, se si vuole, amodale...E’ necessario superare i limiti del patrimonio architettonico che abbiamo ereditato affidandosi ad una specie di lingua basica, ugualmente lontana dal linguaggio parlato e da quello accademico”.
Siamo oltre la pura questione del linguaggio: si parla di spazio.
Forster : “Venezia tiene a battesimo la nuova era dell'architettura. Visitate la mostra senza pregiudizi come oggi fanno gli architetti quando progettano...Penso che ci troviamo nel mezzo di una nuova era dominata da logiche progettuali sconfinate, da nuovi materiali, da enormi potenzialità”.
Siamo d’accordo, ma non è certo una novità. Piuttosto, la Biennale di Forster ha ufficializzato il lavoro di almeno due decenni (lo stesso curatore lo ha affermato), quello ostracizzato dai più e additato di “formalismo scenografico”, proprio degli architetti-star che nulla avevano a che fare con le vere problematiche. Idiozie, queste, di cui spesso abbiamo messo in evidenza la pochezza dei contenuti.
Ora -è certo- dire che Zevi ha vinto è una provocazione per tutti coloro i quali hanno solo saputo seguire la scia della storia fatta da altri, senza sapere fare altro che archiviare senza capire, senza andare in profondità, senza comprendere quanto fosse fondamentale che la critica zeviana si contrapponesse alle posizioni post moderne e aldorossiane. Parlo non solo di progettisti vari ma, soprattutto, di quei critici e storici che hanno ascritto Zevi ad un passato oramai fuori tempo, non negandone di certo il genio critico ma mettendolo da parte, quasi compatendolo. Vista la scelta di Forster di proporre “un breve riepilogo della situazione di partenza” ovvero quella della Biennale del 1980, mettendo in evidenza le accoppiate Aldo Rossi e James Stirling, Frank Gehry e Peter Eisenman quali posizioni divergenti sui significati del fare architettura nell’ultima fase del XX secolo, è chiaro che si è voluto ricostruire il percorso degli ultimi venti anni, evidenziandone gli esiti nella presa d’atto che la sinergia tra le intuizioni anti accademiche di Gehry ed Eisenman e l’avvento dell’informatica non ha lasciato spazio all’accademismo neo razionalista.
Hani Rashid ha parlato della Biennale quale “...una rassegna che non si propone come scopo di dare risposte. Questa edizione è un sensore calato con molta precisione e imparzialità negli scenari architettonici attuali, per rilevarne i mutamenti. Senza giudizio né gerarchie. Il bello è che c’è davvero un po’ di tutto, come nella vita reale, non è uno show hollywoodiano. Progetti mediocri, great works, riflessioni teoriche di alto livello, provocazioni, coesistono. Il rischio sempre in agguato è l’eclettismo. Quello che noi abbiamo cercato di evitare alle Corderie, creando un percorso che sia soprattutto utile, informativo”. Percorso informativo su quanto si sta facendo grazie all’uso del computer. Il punto è che il computer ha cambiato tutto: “Il digitale fa parte di un’evoluzione che la mia generazione ha sviluppato naturalmente. A partire dal 1995 mi è stata data l’enorme possibilità di sperimentare nei laboratori della Columbia University, assieme a Greg Lynn. È avvenuta in quegli anni una svolta generazionale. Abbiamo chiuso con la postmodernità. Quella del 2000 è stata una Biennale di interruzione e anche di fascinazione per le novità tecnologiche. Adesso che questi strumenti vengono usati in modo quasi automatico, da chiunque faccia architettura, anche nel graphic design, penso che ci sia bisogno di slittare su un altro livello, di innescare una ulteriore meditazione sul digitale. Siamo davvero al grado zero, a una svolta epocale"
Ecco tornare il “grado zero”, ovvero libertà progettuale nata dalla “Rivoluzione informatica” auspicata da Zevi che, già nel suo 'Il linguaggio moderno dell'architettura', riportava l'immagine di una superficie ondulata disegnata dal computer dell'Aerospace Division of the Boeing Company, evidenziando quanto il computer stimolasse l'invenzione di forme e il conseguente arricchimento del lessico, della grammatica e della sintassi architettonica: "La rivoluzione tecnologica coincide con quella linguistica. Il computer permette di simulare la realtà architettonica non staticamente, come la prospettiva, ma in ogni aspetto visuale e comportamentistico. Sperimentiamo l'ambiente, le sue dimensioni, la luce, il calore, i percorsi. Il simulatore grafico disegna piante, sezioni, elevati, ci fa camminare nell'edificio e nella città, pone ad immediato confronto infinite soluzioni alternative". E, a riprova di quanto fermento ci fosse intorno all'allora neonato mezzo informatico, Zevi evidenziava la presa di posizione di John Johansen a favore delle teorie di Marshall McLuhan, esposte nel libro 'Undertstanding Media: The Extension of Man'. Tutto ciò accadeva prima dell'avvento del postmodernismo architettonico, una fase, questa, che sembrava essere in grado di censuare qualsivoglia legame tra informatica ed architettura, riuscendoci in parte e per un periodo temporale non indifferente ma durante il quale si è lavorato sottotraccia, soprattutto negli Stati Uniti. E'così che, alla fine degli anni '90 del secolo scorso, Zevi poteva dire: “Il computer ha portato la libertà, la rivoluzione in casa nostra. Ha abbattuto le antiche costrizioni indotte dagli strumenti di lavoro tradizionali; ha spazzato via la grammatica e la sintassi dell'architettura classica, basata sull'angolo retto e sulla nausea degli elementi ripetitivi... Per capirci immediatamente: con il computer ci vuole un enorme sforzo per fare due linee parallele, mentre con la riga a T, il tecnigrafo e il compasso, l'enorme sforzo era di non fare due righe parallele”. Il che sottintende “creare spazio” e non “racchiudere spazio”. Rashid lo conferma: “Con l’aiuto del computer in tutte le sue forme stanno emergendo gli sviluppi di una nuova architettura, un’architettura modulata e influenzata dalle infinite e provocatorie possibilità offerte da questi strumenti tecnologici [...]Questi nuovi processi e metodologie associati a storia, teoria, pensiero concettuale, sperimentazione e produzione stanno radicalmente mutando non solo il modo in cui vediamo e pensiamo la spazialità, ma anche i mezzi grazie ai quali possiamo occupare e abitare tale territorio. In una forma o nell’altra, oggi è alla portata di artisti e architetti scoprire ed evocare deliri spaziali digitalmente indotti con cui il fondersi di simulazione ed effetto con la realtà fisica crea la possibilità di una sublime metamorfosi digitale dal pensiero alla sua azione”.
Ma c’è di più. Lo scriveva Antonino Saggio già nel 1999, cinque anni prima di Hani Rashid :"Dietro il rinnovamento dell'architettura ci sono almeno tre nuove sostanze. La prima è una nuova cognizione della frammentarietà del paesaggio metropolitano [...] La seconda sostanza è quella che concepisce lo spazio ''come sistema'' e non come un meccanismo che riguarda solo l'interno dell'edificio [...] L'ultimo aspetto delle nuove sostanze è l'informatica, che non vuol dire che oggi si disegna al computer quanto che viviamo in una fase di cambiamento epocale[...] si pensa all'architettura come ibridazione tra natura, paesaggio e tecnologia, si cercano spazi come sistemi complessi sempre più interagenti perché siamo nella rivoluzione informatica".
Ibridazione tra natura, paesaggio e tecnologia, ovvero esattamente la sintesi delle sezioni della Biennale di Forster.
Dunque, la IX Biennale non ha fatto altro (ma non è poco) che parlare a tutti di quello che prima sapevano in pochi, che poi erano quelli che avevano compreso l’assurdità del post moderno di Graves, Portoghesi & C. e l’immobilismo delle teorie razionaliste accademiche.
Certo, non possono passare inosservate le parole di Peter Eisenman a proposito della stagione di successi che l’architettura sta vivendo: “Non sono affatto convinto che questo sia un periodo eccezionale per l’architettura, come tutti sostengono. Penso, piuttosto, che siamo presi dalle magie del computer, dalla suggestione che un progetto può esercitare al di là della sua intrinseca qualità e dallo star-system che si è imposto recentemente. Per essere chiari, sono contro l’architettura-spettacolo che oggi imperversa... Per me, crea passività e alimenta un circolo vizioso: più questa architettura è spettacolare e più deve diventarlo, in una sequenza senza fine. Ma è davvero grande architettura?”. In realtà, ciò che Eisenman auspica è che dietro il computer ci siano architetti che, in primis, facciano sul progetto di architettura “un’ un’adeguata, profonda, stimolante riflessione. Io stesso che, oltre ad essere un architetto, sono un teorico dell’architettura, non ho ancora scritto un grande libro.”
Il dubbio che vi sia l’avvento incontrollato dell’eclettismo è anche di Hani Rashid (e non a caso parla sempre di “spazialità= architettura”) ed è certo un problema da tenere presente, ma non deve diventare un limite all’uso del computer, così come affermava, di nuovo, Zevi: “Nessuno è schiavo del computer. Se l'artista è un genio farà al computer cose straordinariamente geniali; se è un somaro, ne caverà delle somarate. Il rischio non sta nella temuta omologazione degli architetti: è semmai un altro, cioè che qualche somaro voglia lui asservire la macchina. Allora sarebbe meglio che non la usasse.E allora chi vivrà vedrà. In ogni caso, sbagliano quelli che temono l'avvento di forme di omologazione come conseguenza delle nuove tecnologie. Non vogliono rendersi conto che dal Quattrocento a oggi è stata tutta un'omologazione. E che il computer rappresenta, finalmente, l'antidoto. Il computer parla in poesia, in prosa, in vernacolo... Con il computer sia il bello sia il brutto sono a infinite dimensioni, e la creatività vera si distingue sempre dalla cialtroneria. In modo assoluto.”
E la creatività vera, senza computer, è stata incarnata di certo da Scharoun, Le Corbusier, Utzon, non a caso presenti quali maestri di spazio dinamico nella sezione dedicata alle Concert Hall, quella stessa che ha ospitato Gehry . Il sottile riferimento di Forster significa molte cose, anzi una sola: la progettazione creativa dello spazio è cosa diversa rispetto la progettazione di spazi. Da sempre. Ed allora, che si tratti di architettura blob, di piegature, di decostruzione, di espressionismo, di neoplasticismo, lo spazio resta la materia costruttiva dell’architettura. E’ il succo delle invarianti zeviane, quelle che hanno preparato il terreno alla Metamorfosi, facendolo attraverso tutta la storia dello spazio architettonico.


(Paolo G.L. Ferrara - 14/9/2004)

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Commento 828 di Isabel Archer del 12/11/2004


Personalmente sono contenta che sia qualcuno che continua a farsi delle domande importanti e a chiedere di più, senza rassegnazione:
Dalla PresS/Tletter n.35 - 2004

"Ci chiediamo, come molti: che cosa sta succedendo alla Biennale di Architettura, un tempo prestigiosa istituzione? E’ questa la deontologia della versione 2004 (espressione del centro-destra)? Chi sono questi personaggi che con tanta disinvoltura hanno gestito la Mostra? E chi li ha controllati? (...) La Biennale è finalmente chiusa. Auguriamoci adesso l’avvento di un altro scenario, in grado di restituire almeno un’etica e una lealtà nei comportamenti, sempre più necessari alla vita civile di questo nostro paese alla deriva."
Per il Gruppo METAMORPH Gabriele De Giorgi

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Commento 825 di Irma Cipriano del 08/11/2004


In risposta a Isabel Archer
Sarebbe grave se la Biennale fosse un po' più seria di quello che è.
Da una gestione che accomuna Rossi a Stirling e Eisenman a Ghery senza dare spiegazioni di senso e ,con le poche date, infilandoci anche errori di scrittura, cosa ci si possa aspettare non è facile a dirsi. Non ricordo di aver visto mai una biennale coerente e ben strutturata, e soprattutto dotata di un minimo di spirito critico negli ultimi anni.
La biennale va presa per quello che è, un resoconto di alcuni dei progetti più " in vista" del tempo. Di buone architetture se ne vedono per fortuna.
La critica e la riflessione, purtroppo, toccano ai singoli individui che la visitano. Come è sempre stato. Attendiamo il tempo di un direttore che cambi un po' l'istituzione. Ma credo che nell'attesa farò in tempo a invecchiare.

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Commento 824 di Isabel Archer del 08/11/2004


L'italia è il paese del "lasciar correre". Tanto l'architettura è forte, tanto l'architettura ce la fa lo stesso...
E' GRAVE che alla Biennale non si sia presentata la vera ricerca italiana contemporanea, è molto grave.

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Commento 822 di Irma cipriano del 04/11/2004


A Beniamino Rocca
Volevo ringraziarla per l'analisi che ha fatto sull'ultima biennale. Perchè non solo fa capire quanto questa sia acritica sotto la guida di Foster ( ma anche gli altri direttori non sono stati da meno.. ). Ma perchè ci fa anche comprendere che comunque, anche se circondati da inutili e ambigue installazioni, da alcune architetture francamente improponibili nel 2000 e da cattedratici che non aggiungono nulla alla disciplina, se non la rafforzata convizione che per loro l'unica cosa che importa è esserci comunque e nonostante tutto, anche nel modo più mediocre possibile ,l'Architettura è più forte. Perchè i progetti migliori vengono sempre subito notati, e le schifezze comunque riconosciute come tali. E per fortuna alla fine sono la minoranza. Dalla biennale in sè, non ci si dovrebbe mai aspettare molto, essendo diventata oramai un'istituzione falsa come i Telegatti, ma andandoci si ha nonostante tutto la sensazione che l'architettura, se non proprio scoppia di salute, almeno non è poi così malaticcia. L'Italia non fa una gran bella figura, questo è vero, ma si sa che sono sempre i soliti che vengono chiamati, che coincidono poi coi mediocri ma famosi ( anche se ci si continua a chiedere perchè.) Si costruiscono ancora architetture meravigliose. "Ho visto rendering di progetti e di cose in costruzione ancor più stupefacenti di quelli realizzati, dunque, se davvero l'architettura esprime civiltà, l'avvenire sarà migliore. Per tutti, spero. "
Queste le Sue parole. Le condivido. E, come Lei, non posso che sperare anch'io.

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Commento 821 di Isabel Archer del 02/11/2004


Sarebbe stato più onesto fare un bel tavolo degli orrori del XXI secolo alla Biennale perché ce ne sono ancora e troppi di mostri filo post-modern, micro e maxi, che angosciano le nostre passeggiate quotidiane, le nostre province italiane. Ne vediamo a ogni passo anche nei centri storici delle città, anzi, soprattutto. Un ambientamento cafone e presuntuoso che discende direttamente da alcuni “vecchi” delle università e che semina un germe malvagio nelle menti dei giovani studenti. Per fortuna non è solo questa la realtà e se, come si vuole vigliaccamente suggerire anche alla biennale, c’è poco da mostrare in Italia, è solo per la volontà di far campare ancora quei quattro potentissimi gatti che seminano discepoli plastificati nelle tele di ragno delle soprintendenze. Capsule venefiche che infestano le nostre strade. Quello che ci circonda condiziona il nostro modo di essere, di pensare, non sottovalutiamo l’importanza del contesto nella formazione di una giovane mente. E se qualcuno possiede il dono di una forza passionale e indipendente, non sono tutti così fortunati, non hanno tutti la possibilità di aprire gli occhi. E’ proprio questo il dono che vogliamo fare ai giovani, quella “penosa sensazione di cecità” di cui parlava il Gruppo 7 quasi un secolo fa?
Ma la storia è sotto agli occhi e ci suggerisce delle semplici verità:
“Il problema fondamentale per Terragni (che possiede una scrittura precisa e solida, a volte beffardamente ironica, mai incolore) è quello dell’educazione piuttosto che quello del principio di autorità: “Da qui la necessità che il pubblico (che nasconde tra le sue file “Il Cliente”) sia gradualmente messo al corrente, sia adeguatamente educato a queste nuove concezioni architettoniche, affinché la “intransigente” volontà dell’architetto non si trovi a cozzare inutilmente contro una non meno resistente e decisiva volontà”(da “Giuseppe Terragni. Vita e opere.” , A. Saggio)
Ma cavolo a che serve la biennale, se non si fa un po’ di sana autocritica, autoironia, se non si evidenziano le brutture e si mettono in risalto le vere nuove leve dell’architettura italiana che ci sono e caspita se ci sono. Dobbiamo pentirci che non ci siano nemmeno gli scaltri dirigenti fascisti a fare almeno finta di appoggiare una ricerca progressista?! Ma dove siamo finiti…
Ragazzi l’architettura studiatevela da soli, su internet che è l’unico posto libero che ci è rimasto.

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Commento 820 di Beniamino Rocca del 01/11/2004


Caro Paolo,
sono andato a vedere la Biennale, come mio solito a ridosso dei giorni di chiusura così ho il vantaggio di avere già letto gli articoli dei critici più affermati e spendo al meglio la mia unica giornata a disposizione. So bene che una giornata, andata e ritorno, pranzo compreso, non basta, ma sono contento di essere andato e adesso non resisto alla tentazione di dirti, a caldo, la mia impressione .
Come sai, non sono granchè ferrato nella critica architettonica.
Sono più a mio agio nel parlare d'architettura come di un" mestiere" , bello e fascinoso perchè è un "mestiere "che trasforma lo spazio. Cosa magnifica, non credi?
Per questo è uno dei mestieri più belli che ci siano al mondo.
E' con questa ottica, insomma, che ho visitato la Biennale. Ho guardato al mestiere dell'architetto e ho guardato all'architettura come all'arte che più di tutte le altre esprime la civiltà dell'uomo.
Bene, sono uscito felice da questa Biennale perchè ho pensato che nonostante le guerre, le disuguglianze, l 'impegno civile che è cosa sempre più rara, nel mondo si costruiscono ancora architetture meravigliose. Ho visto rendering di progetti e di cose in costruzione ancor più stupefacenti di quelli realizzati, dunque, se davvero l'architettura esprime civiltà, l'avvenire sarà migliore. Per tutti, spero.
Chi critica questa Biennale non sente il profumo inebriante che viene dal beccheggiare tra le possenti colonne dell' arsenale, dei plastici stupendi. Sono loro che annunciano al visitatore che, nel mondo, l'architettura moderna ha rotto definitivamente con la postmodernità. L'architettura del Grado Zero ha vinto. Ha vinto l'architettura organica ed espressionista. Ha vinto Scharoun, ha vinto Frederck Kiesler " Architettura magica contrapposta a quella funzionale". Insomma Paolo, hai ragione tu: Zevi ha vinto ... e Forster, dimenticandolo, dimostra i suoi limiti di critico dell'architettura.
Qualcuno ha rimpianto che c'è poca università.
Evviva, Evviva!.
Dove c'era, il livello d'interesse subito scendeva.
L' allestimento di Mirko Zardini era plumbeo come la sua tappezzeria, trasudava intellettualismi da bottega universitaria che non sa nulla di cantiere e non sapendo cosa insegnare ai giovani dell'"arte del costruire", li inibisce e li confonde tra fotografia e intimità.
L'interno deve esplodere all'esterno, se no, non è architettura.
Già, i giovani. Era piena di giovani, l'altro giorno, pieni di macchine fotografiche e di voglia d'imparare, davvero un gran bel pubblico per una mostra d'architettura .
Al DARC, almeno, (ecco un'altro baraccone nato dal perverso intreccio burocrati -universitari) si sarebbero certo voluto vedere più architetture di giovani architetti italiani- ce ne sono tanti e bravissimi- , ma lì ,non c'erano i migliori . i Potoghesi, i Purini, i Gregotti e i vari consulenti accademici di Pio Baldi , naturalmente, non li vogliono. Prendono tutti soldi dallo Stato per pensare all'architettura del futuro ma non sanno che guardare all'indietro, di 50 anni , questa volta) .
I giovani avevano occhi solo per il MAXXI (bel logo e bel nome, preso da un concorso-truffa, pare, come tanti altri concorsi che ordini e università organizzano) di Zaha Hadid. Non era tanto colpa di Foster se c'erano pochi giovani italiani, ma è colpa della nostra università.
E' un male storico, ricordo bene, negli anni settanta non si poteva guardare al Beabourg, i nomi di Rogers e Piano non dovevano essere pronunciati. Oggi quegli stessi professori farebbero carte false per averlo a fare lezioni nei loro corsi. Questa Biennale conferma che oggi l'Italia ha solo Renzo Piano a livello dei migliori al mondo (e sta migliorando ancora, come il buon vino) e Fuksas, a debita distanza.
Altri studi, in Italia, di livello davvero internazionale, non ce n'è.

Due critiche comunque mi sento di fare alla Biennale di Forster:
-E' quanto mai ridotto, se non del tutto mancante, il tema dell'architettura residenziale e popolare. Tema certo meno fascinoso dei teatri , del terziario, delle stazioni e degli aeroporti, ma che esprime compiutamente l'ambiente nel quale tutti noi viviamo e che una rassegna di questo livello, fatta con soldi pubblici, non può sottrarsi.

-Celebra troppo l'architetto dal punto di vista individuale, mettendo così troppo in secondo piano il mestiere dell'ingegnere stutturista. Un esempio per tutti, L'ottima Zaha Hadid, senza ingegneri ,sarebbe una "deliziosa design".

Se leggete il bel libro di Mariopaolo Fadda sulla storia della Disney Concert Hall dii Gehry vi accorgerete del ruolo fondamentale di tale James Glymph -che nessuno cita mai- per la realizzazione dell'opera. Senza di lui e la sua capacità di organizzare il programma Catia,quell'opera, molto probabilmente, non sarebbe mai stata concretamente realizzata.
I giovani che escono da questa Biennale, così come da

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Commento 797 di Giannino Cusano del 02/10/2004


I computer -che amo e uso fin dall'era protostorica degli Apple II - aprono inedite possibilità nel plasmare forme-significani (= assiemi di spazio-materia) e non solo nuove libertà-responsabilità per i progettisti ma, quel che più conta, più opzioni per gli utenti finali.
Mi lasciano perlesso alcune affermazioni di Eisenman: credo, invece, che stiamo vivendo un momento straordinario non solo per i capolavori che sta producendo ma anche per un potenziale -e non solo- innalzamento del livello 'medio' della produzione architettonica. E' ovvio: più si fa, più rischi ci sono anche in termini di formalismi ed eclettismi: ma vale la pena correrli.
Vorrei aggiungere una riflessione a margine: non è mera apologetica sostenere che quasi nessuno conosceva Bilbao finché, dopo il Guggenheim e grazie ad esso, non è divenuta meta di turismo internazionale. E' solo un esempio fra mille possibili.
L'Italia spende poco per l'architettura perché, appunto, contunua a considerarla un costo. Forse è ora di cominciare a considerarla, invece, un investimento economico. E i fatti lo provano: la Guggenheim Foundation ha risanato i propri bilanci grazie all'operazione Bilbao. E il Museo di Gehry si è ripagato in un solo anno di gestione di una fetta enorme del proprio costo di costruzione.
Un'operazione culturale fra le più geniali paga anche in termini di ritorno economico; penso sia merito del genio di Gehry, ma gli strumenti inediti che la tecnologia gli offre hanno un ruolo notevole. Basti pensare che la produzione industriale, grazie ai computer, non è più necessariamente ripetitiva: e come i ferzi di una vela sono tutti differenti fra loro, ma tutti rigorosamente modellati e pilotati -in fase di taglio- dal computer, così è anche per le tessere di una copertura o di un pavimento.
Bilbao paga perché colpisce l'immaginario arricchendolo al modo proprio dell'architettura: posso viverla e percorrerne gli spazi. Perché la cultura, in fin dei conti, sono i cittadini: prima di essere nelle teste, diceva Benedetto Croce, le idee nuove sono nelle strade e nelle piazze. E non potrebbe essere altrimenti...
Cultura ed economia: Bilbao paga e rende perché incarna spazi inediti. E forse proprio questo aspetto meramente economico-finanziario dell'urbatettura dell'età informatica sarebbe il caso di rimarcarlo puntualmente, cifre alla mano, ai nostri amministratori.

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Commento 796 di Guidu Antonietti del 01/10/2004


Sono completamente d'accordo con ciò che è detto da Isabel Archer
La situazione è strettamente identica in Francia...
Lo dicevo proprio qui!

Guidu Antonietti di Cinarca directeur de la rédaction de aROOTS

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Commento 795 di Isabel Archer del 01/10/2004


Virus founded.

Anomalia nel sistema. E’ forte il malessere, la sensazione di smarrimento: ad un’azione non corrisponde l’effetto che ci aspettavamo. Chiavi che d’improvviso non aprono più, lastre di ferro alle pareti al posto dei consueti quadri preferiti. Incongruenza sottile e terrificante.
A questo va incontro il giovane architetto a causa della generale squalificazione della professione. Comincia dalla Biennale, in cui l’architetto italiano è relegato ad apparatore d’interni, e s’insinua nella triste committenza quotidiana.
Gli studi, sull’urbanscape, sui flussi e gli attrattori, sull’housing modulare, le progettazioni complesse delle numerose menti illuminate… buttati in pasto ai pesci della laguna.
E’ questo che vogliamo?
In Italia, non si costruisce il futuro, il profitto e il cieco nepotismo guardano a un palmo dal proprio naso. Mentre il resto d’Europa e del mondo va avanti, la struttura formativa italiana marcisce, si abbassa il livello medio di cultura e la capacità competitiva precipita nell’abisso.
I ricercatori motivati sono trattati come intrusi nel diffuso lassismo dei meschini giochi universitari e, talvolta, quasi osteggiati. Perché altrimenti sarebbe palese l’imbecillità dei pargoli pasciuti ed ottusi, futuri professori ereditari, malati di anemia creativa.
E mentre si pensa al vantaggio di pochi, i galli si apprestano a cantare sull’immondizia, perché saranno padroni sì, ma di un paese decadente e non inseribile nel mercato mondiale. Sparute occasioni pubbliche per svolgere la vera professione di architetto sono, in realtà, assegnate ai grandi professionisti esteri, un po’ per acclarata e lampante superiorità, un po’ per moda, qualche contentino qua e là ai figli di papà. Per il resto, l’architetto comune si scontra con la diffusa opinione che la propria qualifica sia poco più di quella di un costruttore, costretto a combattere contro i burocrati statali, messi lì, nei posti cruciali, mai per merito e, solo per pura fortuna, raramente illuminati.
Eppure i giovani hanno voglia d’imparare, ma trovano bastioni invalicabili nella falsa cultura pseudo-storicista di cui s’impastano, a volte irreversibilmente, nelle pigre lezioni degli atenei.
La ruggine viene via, le croste novecentiste cadono e basta grattare solo un po’ per vedere che la metamorfosi c’è, esiste anche in Italia. Ma chi aiuterà tutti questi piccoli bruchi?

Tutti i commenti di Isabel Archer

 

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