Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Bianconiglio

di Fausto Capitano - 1/3/2005


Riuscendo ad evitare l'ormai famosa "pillola rossa" necessaria per seguire le tracce del "bianconiglio" ed evitando, altresì, sovrastrutture cognitive affascinanti quanto pesanti, la nostra mente può filare subito al punto. Esso è, in effetti, di fronte agli occhi, e sta lampeggiando su sfondo nero mentre "il sistema" carica drivers e subroutines, fornendoci un "medium" sgravato da tensioni e "fatica", "più primitivo", con un minor grado di governo (non linearità, simultaneità, ecc.) e capace di riattivare conoscenze "inerti".
"Tra" hardware e software c'è un "sistema" che ha una "filosofia"; l'accesso ad essa è possibile grazie a pre-conoscenze sempre meno numerose, sempre più inconsce. Codificare (e/o decodificare) lo spazio architettato (e/o architettabile) non è più (in buona parte) privilegio degli "esperti": la "visione codicologica" di esso è messa in circolazione senza significative disuguaglianze, gode di promettente flessibilità e positivi dinamismi, è (anche solo in apparenza) esplicita, assoggettabile a controlli e verifiche da parte di chiunque (con varie sfumature di efficacia dovute a capacità individuali e a circostanze di comunicazione più o meno favorevoli).
L'habitat digitale (nel quale si è entrati, preferibilmente, senza apologie della matematica sei/settecentesca e della geometria proiettiva, e senza feticismi o fisime) è disponibile ad incubare e plasmare cause ed effetti delle combinazioni attivabili dall'uso delle "chiavi" messe a disposizione dal "partner" hardware, e si rende conoscibile sulla base del "pre-pensiero" dello spazio (quello che ci è innato).
Riflettendoci ancora, sulla soglia "uomo/hardware/software/spazio" c'è il luogo alternativo per trasmettere ed acquisire conoscenze, abbonanti in numero e natura, tanto che non possono essere facilmente riportate alla fonte e certamente non possono essere riferite né alla scuola in genere né, tanto meno, ad ambienti accademici.
Sulla soglia c'è un terreno in cui il processo cognitivo è rapido e presuppone "apertura"; ciò induce sensazioni di "mancanza di protezione" nei confronti della stessa conoscenza, che è percepita in tutta la sua "energia interrelante", in tutta la sua "natura entropica". La conoscenza offerta sulla soglia è quella del mondo esterno, imbrigliata parzialmente, incanalata provvisoriamente, resa circolabile esplicitamente, raffinata in prima istanza e mantenuta sensibile al libero arbitrio delle ri-elaborazioni individuali. Inoltre, l'offerta cognitiva e l'operatività creativa sono complesse in profondità (anche se l'utente, all'inizio, non se ne accorge!), sono basate su un approccio sperimentale e pratico che condanna a difficile vita pensieri e azioni di dubbia qualità; sono "simultanee" ma "sequenzializzabili": l'ibridazione dell'approccio simultaneo (proprio dei soggetti senzienti) con quello sequenziale (proprio dei sistemi tecnologici), si attiva a condizione che l'operatore abbia la capacità di "atomizzare" la realtà, scegliendo le "chiavi giuste" offerte dal "medium".
Il frutto generato dall'incubazione di spazi architettonici in ambiente digitale, non ha fattezze di "emblema" di un nuovo corso, ma è "semplicemente" un nuovo "post-pensiero" di spazio; la qualità di tale "post-pensiero" non è, in questa istanza, oggetto di riflessione. Lo è, invece, la questione della "novità". Essa risiede nel decadimento del "primato dell'autore": il "post-pensiero spaziale" generato in ambiente digitale è "aperto", non ci si aspetta che abbia "sempre" un autore, o più autori in numero definito (e/o definitivo), non si addita più l'autore quale "unico" responsabile, non si è più portati a riconoscergli l'unica paternità; inoltre (e questa è la più potente "novità"!), l'autore non vede più automaticamente riconosciuto, soltanto a lui, il diritto (né tanto meno la capacità) di mettere mano sull'output spaziale presentatosi al di là della soglia.
Il "post-pensiero architettonico" generato in ambiente cartaceo, da sempre romanticamente definito "in/perfectum" (non compiuto, non completo), in realtà è sempre stato chiuso agli altri (infatti, la critica architettonica ha la sua ragion d'essere nelle azioni di "lettura" ed "interpretazione", e soltanto in esse…) e, quindi, forzatamente (e ipocritamente) reso finito e "perfectum". Oggi, chiunque ha accesso alla base dati del "post-pensiero" spaziale, può modificarlo, integrarlo, manipolarlo, trasformarlo. Questa connotazione rivoluzionaria è maliziosamente defraudata di tutta la sua importanza, è rinsecchita da accuse infamanti, è corrosa da cattivi auspici.
Un secondo fattore di "novità" risiede nella questione della "originalità" del "post-pensiero spaziale": oggi non si può dare più per scontato che l'output architettonico sia nato "solo" dallo sforzo ideativo del suo autore, di quell'autore, e che questo si sia impegnato a fare la distinzione tra ciò che lui ha creato e ciò che ha "preso" da altri. Oggi, il cuore della questione è la celeberrima "ibridazione" - la terna "no scale/no typology/no style" (Penezic & Rogina) ne è input interessante. Sulla soglia "uomo/hardware/software/spazio", allora, c'è l'uccisione dell'ermeneutica: l'architettare è tangibile, è "legittimo" introdurvisi e agire dal suo interno, promuovere alterazioni e lasciare che si manifestino circostanze fisiche "alter/native".
Sulla soglia c'è la "cre/attività multipla" - il Platone, di cui molti abusano per sostenere che il prodotto architettonico ha una radicale corporeità, dominio del suo autore, scrive che […]una volta che viene messo per scritto, il discorso rotola dappertutto, nelle mani di chi se ne intende come pure in quelle di coloro a cui non importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no[…] (non testualmente, dal "Fedro", 275D) - sulla soglia c'è il vero volto della "poesia spaziale" che progettisti di grosso e piccolo calibro continuano a ritenere estranea alla progettazione "archigitale", blaterando del fatto che tale (presunta, forzata) estraneità è sintomo discriminante di qualità, legittimità, creatività, ecc.
La poesia è rivoltare le cose, del mondo e dell'uomo, in su e giù per lungo tempo, incollando e togliendo talune parti rispetto ad altre, servendosi di tecniche di composizione. Il "taglia/incolla" digitale, demonizzato e criminalizzato è, né più né meno, la spina dorsale del fare poesia. Se c'è un "equivoco del computer", ebbene, eccolo trovato!
E sulla soglia, allora, si scoprono "entità" instabili e aperte, riceventi e trasmittenti, mai inerti, capaci di "rispondere" all'operatore. Se sperimentando, e con la volontà di comunicare "apertamente", e con la convinzione di "poter fare", e con la forza di sacrificarsi (un minimo) nel rincorrere questo potere… se, con tutto ciò, a tali entità "domandiamo" dello spazio, spazio ci verrà "risposto". Questa è la certezza, con un piede già lontano sia dagli equivoci che dai disincanti.



(Fausto Capitano - 1/3/2005)

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