Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid

di Paolo G.L. Ferrara - 8/2/2005


Brutta cosa la consapevolezza di essere stati emarginati dal contesto in cui, nel passato, si è fatto il bello e il cattivo tempo. A venticinque anni dall’apice del successo, Paolo Portoghesi arranca spaventosamente verso la ricerca di un passato che non c’è più, il che non è colpa di alcuno se non dell’inevitabile innovazione della società, che è la linfa vitale della “cultura”, ovvero il contesto in cui Portoghesi ha fatto, per l’appunto, il bello e cattivo tempo per molti decenni. E allora, se l’innovazione è identificata nella globalizzazione, ecco che è a questa che Portoghesi addossa la responsabilità dell’appiattimento del linguaggio architettonico, talmente forte da sfociare nell’omologazione, che non tiene più conto del luogo in cui gli edifici vengono progettati.
Per Portoghesi, infatti, l’architettura contemporanea è tesa alla ricerca di un “accresciuto valore pubblicitario derivante dalla contrapposizione rispetto al paesaggio e al tessuto urbano”, un'affermazione che annulla qualsivoglia contenuto possa avere l'architettura contemporanea, il che sappiamo non essere cosa fondata, tutt'altro.
Quello che più dispiace (senza ironia) è che una personalità comunque di indubbio rilievo per la cultura architettonica italiana, si sia auto esclusa dal dibattito proficuo solo per difendere delle posizioni anacronistiche, in crisi già negli anni ’80 e oggi definitivamente seppellite. Una posizione, questa di Portoghesi, che salta a piè pari il lavoro di critica storica che andrebbe fatto in riferimento ai significati delle architetture da lui criticate: piuttosto, si gettano tutte nel calderone dell’inutilità, della “irrefrenabile voglia di griffe” che -si dice- hanno gran parte degli architetti-star.
Architetti- star? Idiozia bella e buona, che è però oramai permeata (spesso con connotazione negativa) nelle modalità di espressione di molti critici. Eppure, tutti i grandi artisti sono automaticamente delle stars; il più è capire che significato si dà al termine “stella”. Indubbio che ci sia qualcuno che interpreta l’architettura quale mezzo per raggiungere popolarità, ma è bene fare molta attenzione: i nomi degli architetti famosi non sono conosciuti se non dagli addetti ai lavori, come d’altronde è sempre stato. Si provi a fare un sondaggio tra la gente comune e ne verrà fuori che Libeskind, Gehry, Eisenman, Meyer, Piano, Fuksas, Foster, etc. sono assolutamente sconosciuti al 90% di essa.
Di più: paradossalmente, questo stesso 90% conosce di certo Michelangelo, Palladio, Le Corbusier, Wright.
Ma non finisce qui. Michelangelo, Palladio, Le Corbusier, Wright sono conosciuti perché la loro architettura è parte integrante dei luoghi in cui la gente vive, il che però non significa che se ne conoscano anche i contenuti, ciò che spinse i progettisti ad esprimersi secondo quel determinato linguaggio. Detto ciò, tra molti anni Libeskind, Gehry, Eisenman, Meyer, Piano, Fuksas, Foster, etc.non ci saranno più, ma ci sarà la loro architettura, che non sarà più “griffata” (se mai lo è stata) bensì parte dei contesti in cui le generazioni future vivranno.
Reputo assolutamente pretestuoso che si parli di architetti-stars solo perché la loro popolarità è molto più immediata rispetto a quanto non lo fosse quella degli architetti del passato: è solo una questione di velocità della diffusione dell’informazione, niente di più. Lo sappiamo bene tutti quanti, dunque chiuso l’argomento.
Piuttosto, dovremmo interrogarci di come l’informazione possa oggi essere approssimativa, forse forzatamente, causa appunto la sua veloce diffusione: se non scrivi dappertutto, non esisti; se non sei citato in articoli, non esisti; se non sei invitato a questa o quella conferenza, non esisti. E se non esisti sei escluso. Tutto ciò è valido però solo per chi crede che fare architettura significhi avere visibilità, essere noti al grande pubblico, avere recensioni e citazioni che avvalorino le capacità professionali che si esprimono attraverso il progetto.
Leggendo l’articolo di Luigi Prestinenza Puglisi “Sono quattro le correnti di pensiero”, pubblicato su "Il Sole 24 Ore" lo scorso 29 gennaio, traspaiono quelle che sono le condizioni secondo le quali oggi ci si deve muovere per “esserci”.
Se qualcuno crede che, prima di affondare il coltello, tesserò le lodi di Prestinenza per tenermelo buono, bene, si sbaglia di grosso. Non ho mai messo in discussione le persone, bensì le loro idee, il che dice tutto.
L’articolo citato è quanto di più pericoloso possa essere scritto, pericoloso perché si rischia nuovamente di fare cadere tutti nella trappola delle codificazioni, rischio ancora più da evitare se è vero che l’architettura italiana sta da anni facendo un grande lavoro per mostrare le sue qualità. La morte di Philip Johnson, più che l’enfasi delle celebrazioni, dovrebbe evidenziare i danni che la codificazione arreca all’architettura e farci riflettere su quanto insidioso sia cercare di farlo nuovamente, soprattutto alla luce delle critiche che lo stesso Prestinenza non ha mai lesinato a Manfredo Tafuri e alla sua irrefrenabile voglia di catalogare la ricerca italiana del secondo dopoguerra, decretandone poi il fallimento.
Ora, il citato articolo è un elenco ben ponderato dall'autore, in cui rientrano molti di coloro che stanno muovendosi alla ricerca di visibilità extra progettuale, progettisti non certo di livello tale da potere essere considerati parte della nuova generazione italiana e tra i quali si trovano gruppi e singoli le cui opere costruite...sono ancora su carta. Mettere di tutto un pò solo per non scontentare nessuno è un grave errore di gestione della posizione di critico-storico che Prestinenza rappresenta, soprattutto se consideriamo che la sua PresS/Tletter è nata con l'obiettivo di svolgere un ruolo d’informazione di un certo rilievo, usando come va usato il sistema della e mail. Ciò che più mi stupisce è che Prestinenza si comporti esattamente come fanno tutti coloro che lui stesso fustiga nell’articolo pubblicato su “L’Arca” del gennaio 2005 (in cui critica aspramente -e condividiamo- il modus in cui si svolgono i concorsi in Italia):"[...] Vi è, infine, il ruolo della stampa. Il professionista, non pago di fare insieme il critico e l’accademico tenderà anche a controllare una testata, sia questa un triste ma ben finanziato bollettino di dipartimento o una rivista a diffusione nazionale. Può servire come strumento di scambio, di pressione e come vetrina dove scrivere articoli di apprezzamento in cui, in attesa di favore, modestissime figure vengono paragonate ai grandi e libri noiosissimi passati per fondativi da recensori dilettanti che non esitano a scomodare pensatori mai letti [...]”.
Suddividere -per l’ennesima volta nella storia- in categorie l’eterogeneità della ricerca italiana significa castrarla e, soprattutto, trasmettere un messaggio davvero poco attendibile, utile esclusivamente agli architetti citati affinché ne sia legittimata l’esistenza. Il più è che molti di essi altro non sono che dei manieristi veri e propri e non certo nell’accezione positiva del termine, nonostante cerchino di infarcire i loro progetti di profondi significati che, ad un’attenta analisi, risultano assolutamente enfatici.
Ma di questo argomento parlerò in una serie di appositi articoli di prossima pubblicazione, in cui esaminerò i singoli progettisti citati dall’autore. Per adesso, non resta che rammaricarsi del fatto che Prestinenza abbia sforato oltre i margini di “This is tomorrw”, un testo che di contenuti ne aveva di certo, soprattutto perché ci poneva davanti a delle inevitabili riflessioni sulla situazione contemporanea della ricerca.
Ma anche nella PresS/Tletter c’è qualcosa che non quadra: le interviste ai protagonisti sono più da rivista popolare che non da giornale critico. Pochi degli intervistati hanno saputo trasmetterci con poche parole il loro pensiero (Purini, Pica Ciamarra, Savi, e pochi altri). Soprattutto, sono interviste poco educative per i giovani architetti: domande del tipo “il nome di un edificio famoso che non le piace affatto”, senza che chi risponde possa approfondire i “perché”, nascondono insidie di grandi fraintendimenti, oltre a non essere, francamente, di spessore critico. Il “gioco dell’aereo” è poi davvero da evitare, tanto privo è di contenuti.
Capisco bene che per molti sconosciuti l’essere intervistati da Prestinenza è il mezzo per apparire più facilmente, ma non è colpa loro...bensì di Prestinenza stesso, che dovrebbe capire chi può dare contributi propositivi attraverso queste interviste “tra il serio e il faceto”, e chi no. La prova? basta leggerle tutte e salterà subito all’occhio chi ha saputo dare risposte adeguate al tipo d’intervista e chi si è preso troppo sul serio (gli sconosciuti, appunto). Ad esempio, quando gli intervistati affermano che una certa architettura li repelle, sarebbe il caso che ci dessero le opportune spiegazioni dei “perché”. E, mi spiace, ma la scusante che si tratta di un gioco non mi convince assolutamente: Prestinenza è un critico, e allora deve esserlo, sempre, lasciando i giochini a chi del critico non ha lo spessore. Riuscire a recuperare le premesse con cui è nata PresS/Tletter è un’operazione non più procrastinabile: in caso contrario, gli obiettivi culturali su cui Prestinenza l’ha ideata si ridurranno ad un notiziario davvero poco utile che oggi, oltre a fare ombra a quanto di qualità Prestinenza stesso pubblica sul suo sito personale, rischia di fare ombra ad interventi eccellenti quali quelli di Diego Caramma o al pungente “Ipse dixit” di Luca Guido. Sono questi due casi che dimostrano che Prestinenza, comprendendone il valore e le potenzialità, sa ben scegliere a chi accordare fiducia e possibilità. Ma è per questo che davvero non mi spiego perché lo stesso debba fare con chi (e Prestinenza lo sa bene) non vale a tal punto da essere citato nelle suddette categorie. Il più è che in esse mancano gruppi quali quello di Alberto Iacovoni (ma0), architetto che merita tutta l’attenzione possibile per le sue certe capacità. Ma forse, non riconoscendosi in alcuna categoria, chi non è stato citato è semplicemente contento di non esserlo stato, e magari qualcuno dei citati...non avrebbe voluto esserlo. Chissà.

Luigi Prestinenza Puglisi risponde:
Caro Paolo Ecco le mie risposte alle tue puntuali osservazioni. 1. E’ vero che il fatto di appartenere allo Star System poco dice della bravura o meno di un architetto. Ma è anche vero che da un po’ di tempo, a mio parere, alcune star girano a vuoto godendo di una rendita di posizione che spesso li spinge a essere la brutta copia di se stessi. Penso alle ultime cose di Libeskind alla, per me, non convincente installazione di Eisenman a Castelvecchio e alla pessima della Biennale. So che su questo non siamo d’accordo. Mi rendo conto che dovrei articolare maggiormente l’argomentazione, ma per ragioni di spazio adesso la butto come una affermazione e presto spero di tornarci. 2. Il mio articolo sul Sole 24 ore che tu citi –è vero- tenta una veloce catalogazione. E’ la mia malattia: io credo che le catalogazioni siano utili. Devi però considerare due cose. Primo: che alla catalogazione avrebbero seguito articoli più motivati su ciascuno studio che, difatti, da un paio di numeri appaiono con scadenza settimanale su Edilizia e territorio. Secondo: che la catalogazione non implica giudizi di valore ma è solo un modo strumentale di ordinare un panorama altrimenti confuso. Una cosa è dire che le persone possono essere divise in un certo modo, altra pensare che chi fa la catalogazione ami indistintamente tutto. Del resto nell’articolo parlo esplicitamente di esperienze di differente intensità. Come sai, sono per esempio critico verso coloro che chiamo post-tradizionalisti. Ma non voglio cadere nell’errore di far finta che non esistano e mettere tutto nel calderone dell’indistinto. Inoltre ciò non toglie che alcuni di questi architetti che io definisco post-tradizionalisti abbiano prodotto edifici di valore, anche se suscitatori di interrogativi che – ripeto- con un giudizio motivato su di loro e sulle loro opere tratterò nei prossimi numeri di Edilizia e territorio. 3. Riguardo a Tafuri, non mi risulta che le sue colpe siano nella catalogazione. Semmai nell’aver ignorato o sottovalutato fenomeni importanti quali le correnti radicali e sperimentali, nell’aver tentato di uccidere la critica operativa e di aver dato spazio smisurato agli storicismi formalistici e alla triade Quaroni, Gregotti, De Feo. 4. Riguardo alla mia posizione, faccio il critico e basta. Non ho attività professionale. Campo grazie a un’altra attività che non ha niente a che vedere con la critica. Dall’insegnamento universitario di un corso di storia contemporanea, che faccio con estremo piacere, di cento ore traggo 600 euro lordi all’anno, ripeto: seicento euro lordi l’anno. Non vedo nulla di male, in termini di incompatibilità, se dirigo la presS/Tletter che ho inventato e che oltretutto è gratuita e si pone il compito di fare critica e informazione. Permettimi ma la tua affermazione a riguardo della confusione dei ruoli è infondata e velenosetta. 5. Per quanto riguarda presS/Tletter non ti sarà sfuggito che suo obiettivo è porre una serie di punti di vista molto precisi ( con l’Opinione, Focus ecc…), dare informazione anche intelligentemente tagliata ( Ipse dixit, libri, cinema…) ma essere totalmente aperta al dibattito e a tutti i punti di vista e a quello che succede. Chiunque, purché nei limiti della legge e nel campo dell’architettura, può dire quello che vuole. Chiunque organizzi qualcosa avrà spazio. 6. Mi accusi che le interviste siano frivole, da rivista popolare. Ti rispondo dicendo che è sciocco voler essere sempre seri. Inoltre molte verità scomode traspaiono dietro le domande che possono sembrare sciocche. A una domanda secca non si scappa. E si risponde anche non rispondendo, eludendo la domanda, dando risposte poco acute. Non sempre c’è bisogno di chiedere il perché di una preferenza. Tu mi dici: “Prestinenza è un critico e allora deve esserlo sempre”. Io ti rispondo: io non sono sempre un critico, ma comunque credo che si possa fare critica in molti modi. Quando tutte le interviste saranno insieme, vedrai che spaccato dell’architettura italiana che ne uscirà. 7. Mi dici che nella lista del Sole mancava Ma0. Hai ragione, per non so quale strana ragione –sbagliata- considero Ma0 come una derivazione di Stalker e quindi se cito uno –ripeto: a torto- non cito l’altro. E di bravi architetti ne mancavano altri. Me ne dolgo ma questo è il pericolo di qualsiasi elenco. In un numero successivo di Edilizia e territorio Molinari ha citato altri trenta architetti molti dei quali mi ero dimenticato. Segno che la situazione è migliore di quel che le riviste fanno trapelare. A proposito, quando è che con Antithesi vi occuperete di parlare monograficamente degli architetti italiani e dei giovani? Aspetto anche di avere da te l’elenco di coloro che io cito come architetti di un certo interesse ma che, a tuo giudizio, non lo sarebbero e si starebbero muovendo solo – cito le tue parole- alla ricerca di visibilità extra progettuale. Spero di aver risposto a tutto… Amici più di prima Luigi

(Paolo G.L. Ferrara - 8/2/2005)

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Commento 6113 di renzo marrucci del 12/03/2008


Zappalà propone grandi passi avanti? Benissimo.!..E' anche altamente meritorio che proponga le regole... Chissà cosa intende per botta e risposta...Penserà ad un incontro di puglilato via internet ? Non si è capito ma va bene lo stesso. Cari saluti

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Commento 6112 di maurizio zappalà del 12/03/2008


Certo è strano che si parli di velocità e di bites in rete e si riprendano querelle di appena tre anni fa! Non è il primo caso e consiglierei alla redazione di Antithesi di bloccare, in qualche modo, gli articoli a una certa data!! Cioè non pubblicare risposte oltre un certo periodo di tempo!! Perchè credo che tra le possibilità infinite di questo "strumento" vi sia l’immediatezza tra opinione e confronti, tra “botta e risposta”, se qualcuno si perde le puntate precedenti, pazienza, potrà leggerle ma non intervenire. Soprattutto e meglio, quando, gli interventi non producono grandi passi in avanti! E in ogni caso si ha, sempre, la possibilità di proporre un articolo nuovo che parafrasi quello a cui fa riferimento! Insomma sarebbe auspicabile che, senza offesa per nessuna, i topi di biblioteca facciano il loro mestiere con i libri, con il web la parola magica, diciamo la password è “velocità” e di nuovo pazienza, quando sarò “impedito ed anacronistico” non parteciparò alla corsa!!Per cui non mi smentirò e non entro nel merito di questo articolo e ce ne sarebbero cose da dire sulla libertà d’opinione che si presume avere nella direzione di alcun organi informativi come la PresS/Tletter!? Con stima a Lazier e Ferrara…

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Commento 6109 di renzo marrucci del 10/03/2008


Caro Ferrara, l'informazione di oggi non è sola nella mostruosità... ma è anche perversa. Cioè lei, mi sembra di capire... non si accorge di come questo potere abbia oggi effetti incontrollabili? Come l'informazione si sia scostata dalla realtà e sia diventata surrealtà... Non ci credo! Rileggerò il suo articolo di risposta a Prestinenza per vedere se ci sono altri sensi di lettura con più calma un'altro giorno. Intanto ci si intenda sul fatto che oggi è in vetrina tutto ciò che è vendibile, vetrina legali, vetrine sociali o commerciali, editoriali eccc... Cioè una cosa che non è in vetrina non è sul mercato enon esiste ....certo! Ma il mondo non ti cerca se non sei in vetrina. Ora si potrà discutere sul concetto di vetrina e sulla qualità della vetrina con sincerità e si vedrà come è ampio e non è possibile che lei non ne sia informato. Mi permetta di esprimere questa perplessità. Ritengo ingiusto in una materia altamente sociale e umana come la città, che è vita arte e cultura ecc... possa essere affermata l'idea della vetrina come possibilità di esistere. Parlo di esistere che non vuole dire essere. Ora anche la parola esistere è entrata nel linguagio con significati perversi come del resto l'idea stessa di vetrina, cioè si esiste solo se si è sotto l'occhi di tutti o almeno dei più, nei posti giusti e con le persone giuste, usando tuttii i mezzi leciti e propri come impropri fino a che il merito non è più carta valida per il giudizio, per la scelta,per la chiarezza o per la bontà.....Altro che velocità dell'informazione, è tutto quello che ne consegue, cioè il travolgimento e lo stavolgimento dei valori che questo comporta. L'idea di esistere così montata non si basa su ciò che si è , ci sono troppe variabili che bruciano la verità, o se vuole, la rispondenza delle cose. Soprattuto si verificano a catena tutta una serie di disparità che annullano il talento. L'espressione della qualità è un valore che ha bisogno di tempi e modi che non devono essere fagocitati . Cari saluti

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Commento 878 di Andrea Pacciani del 25/02/2005


Gentili Emanuele e Domenico,
scusate se mi intrometto, ma se si parla di regionalismo non posso non dire la mia, non sulle vostre questioni ma sull'idea di architettura regionale.
E' un concetto che esplicitamente può appartenere solo alla architettura tradizionale e non alla ricerca del nuovo e all'approccio sperimentale della modernità.
Bisogna stare attenti, riammettere il regionalismo vuol dire riammettere l'architettura come linguaggio e questo è considerato sacrilegio dal dibattito contemporaneo.
L’architettura è creazione di identità spaziali che in passato si sono espresse in linguaggi più diversi, che nel corso della storia si sono evoluti, con le loro declinazioni dialettali vernacolari e regionali, con le proprie regole e grammatiche, senza contaminazioni.
Il moderno non è un linguaggio perché nasce dall’incomunicabilità linguistica intrinseca, sono suoni che presi uno per uno possono avere un perché ma che per invariante non devono assonare tra di loro né con i suoni del passato.
E' perciò improbabile una ricerca regionalista apprezzabile con i criteri della modernità. Chi sente la mancanza di un'architettura regionale deve coerentemente rientrare nei binari della tradizione. Lascino alle poche e geniali e star pionieristiche dell’architettura sperimentale la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo che col tempo contaminerà inevitabilmente e positivamente anche la architettura tradizionale e regionale.
Chi non si sente di tal genio abbia il coraggio di ammetterlo, guardi ai migliori risultati degli architetti del passato e cominci a copiare, sì copiare, chi ha fatto in precedenza meglio di lui; magari guardando all’interno della propria realtà locale dove sicuramente giacciono impolverati esempi che hanno superato la prova della storia, che hanno rinunciato per il bene collettivo all’imposizione della propria presenza, senza aspirare ad entrare in classifiche o nomination.
“siate regionali e sarete universali” diceva Federico Fellini in tutt’altro contesto ma a grande ragione.

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Commento 877 di Emanuele Piccardo del 24/02/2005


Caro Domenico,
applaudo la tua volontà nel lavorare all'interno di una realtà difficile come quella calabrese. Rimangono le differenze di pensiero tra noi, ma non è importante, viva la discussione. Dopo un pò le discussioni diventano sterili e preferisco adoperarmi sul campo per cambiare la cultura architettonica del paese con i mezzi in mio possesso:il web e la passione. Sono d'accordo che si debba recuperare il valore culturale di un'architettura regionale perchè se confrontiamo un progetto di Zucchi con un progetto della Grasso Cannizzo è evidente che progettano architetture che tengono in considerazione una sorta di "regionalismo" influenzato dalle condizioni sociali, culturali e ambientali dei luoghi in cui sono collocate.
ciao
Emanuele

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Commento 874 di Mara Dolce del 20/02/2005


IL TOP DEI TOP
Molti avranno visto l'inserto del Sole24ore che dedica ogni lunedì al tema architettura e territorio.
Il critico di turno si piglia a cuore un architetto da spintonare e dichiara, con toni più o meno accesi che proprio quello è l'uomo (quasi mai una donna), che farà uscire l'Italia dal baratro del nulla architettonico. Ce lo promettono e ce lo giurano da almeno 6 anni, ognuno stila la sua classifica del top dei top: i primi dieci, i secondi venti, i prossimi cinque, il futuro numero uno.
Nel Sole 24ore della scorsa settimana il top-one del futuro prossimo per Prestinenza Puglisi -autore dell'articolo e di una delirante classifica che lo segue- si chiama Michele Molè.
Non vogliamo entrare nel merito dei meriti dell'architetto spintonato dal critico. Ci limitiamo esclusivamente a delle considerazioni elementari:
operazioni di promozione di tal fatta e con questi toni si addicono a quelli della propaganda elettorale che nulla hanno a che vedere con la promozione culturale; ricordano piuttosto le gag di tg satirici "...bisogna promuovere e esportare il prodotto Italia", dice il finto Luca di Montezemolo.
Operazioni di mutuo appoggio a coppia: critico-emergente-architetto-emergente, sono sicuramente un genuino prodotto prettamente italiano, nel senso che la sagra paesana travestita da promozione culturale è un fenomeno sconosciuto al resto d'Europa, bisognerà solo vedere se sarà un prodotto esportabile.

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Commento 872 di Domenico Cogliandro del 18/02/2005


Caro Emanuele,
scrivo a proposito del tuo commento al mio commento (prot. 869). LPP, secondo quanto indica Sole24Ore, classifica, mentre Luca Molinari, stessa fonte, segnala. Io capisco che ci si possa appigliare alle parole e farne un romanzo, ma il prossimo articolo che farà? Individuerà, indicherà, sceglierà, ragionerà su, discriminerà? La questione non riguarda i termini che si utilizzano, o che sono stati utilizzati, quanto piuttosto il fatto che alcuni, come LPP o Luca Molinari, individuano una serie di architetti, o progettisti, o che dir si voglia, che secondo loro, dati una serie di parametri soggettivi (conoscenza, amicizia, simpatia, lettura delle opere, supposizione di futuro, etc.) e oggettivi (premi, concorsi, progetti realizzati, pubblicazioni, teorizzazioni, etc.) emergono rispetto ad altri. E' una loro opinione. Di qui a dire che si tratti di critica operativa ne passa. Lo è, piuttosto e probabilmente, quando, come tu dici, studiando le carte (vedi sopra), ci si può fare un'opinione che va di là dal proprio sentire e diventa altro. Diventa un sentire comune. Molti degli architetti nominati sulle liste io non li conosco neppure (come dire, mai sentiti), eppure avrei altri da indicarne di cui ritengo validi i progetti e le intenzioni. Ma io non sono né un critico né un opinionista, sono uno che ogni tanto tenta di fare qualcosa per puro piacere di fare le cose. Spesso con risultati terribili (ma di questo ho già scritto, altrove). Insomma, il format del Sole24Ore è corretto. Diamine, per anni ce la siamo tirata col fatto che non c'erano più i Maestri, o che l'architettura era modaiola, o che tutto stava andando a scatafascio. Ora che Edilizia e Territorio (che possiedo dal primo numero uscito) dopo anni che pubblica informazioni legali, giuridiche, politiche eccetera, o che riguardano appalti, lavori, movimenti di borsa ed elenchi dei costruttori, finalmente si apre ad indicazioni che provengono dagli architetti (quanto utile possa essere indicare alle imprese gli architetti "bravi" solo questi ultimi possono saperlo), una buona scelta può essere quella di proporsi come uno dei critici in grado di elencare, o quello che ti pare, il proprio listino, su altre basi opinionali e secondo criteri propri. E a te credo che non manchino capacità e proposizioni. A parte questo, e giusto per perorare la causa degli architetti "poco noti" o, comunque, fuori dai listini della critica di settore (comprendi il glissato!), grazie ad un manipolo di folli o di incompresi savi, a Reggio Calabria sto coordinando un'osservatorio sugli architetti calabresi che hanno operato in Calabria negli ultimi 15 anni, e che vogliamo diventi: sia occasione d'incontri per una crescita professionale che tenga conto delle difficoltà di operare qui, sia una sorta di sdoganamento dell'architettura calabrese che, sia per motivi territoriali che per mancanza di promotori reali e disinteressati, è stata saltata a pié pari negli ultimi anni (le riviste "cartacee", per fare un esempio, si sono divertite ad inseguire prevalentemente architetti campani e siciliani). Le liste di LPP e di Luca Molinari ne danno una conferma ulteriore: da Roma si va a Napoli e poi via, verso la Sicilia. In Calabria nessuno progetta nulla. O, se qualcuno fa qualcosa, non è abbastanza glamour da poter essere indicato tra i viventi. Dirò di più, nelle liste non ci sono sardi, lucani, umbri e valdostani, e non ho approfondito abbastanza. Un buon sano regionalismo, forse, ci potrebbe salvare da un internazionalismo battente, e ci farebbe comprendere meglio motivi, sensi e conoscenze di cose e luoghi per una progettazione a misura del nostro tempo e delle nostre necessità.
cari saluti
domenico

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Commento 871 di Domenico Cogliandro del 18/02/2005


Caro Sandro Lazier,
"Non vedo perché ci sia differenza tra stupidaggini dette e scritte sulla carta e quelle che invece viaggiano in internet".
Cari saluti

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Commento 869 di emanuele piccardo del 11/02/2005


caro domenico,
vorrei precisare alcune cose a partire proprio da Archphoto. La rivista nasce per dare voce e visibilità ad autori (architetti, artisti, sociologi, antropologi,liberi pensatori...)poco noti ed emergenti del panorama architettonico nazionale e internazionale, mettendo così in relazione l'architettura alle discipline ad essa connesse come l'arte contemporanea, il cinema, la fotografia,la sociologia...Dovresti leggere più attentamente Archphoto e scopriresti che è una rivista tematica,ossia ogni tre mesi viene indivudato un tema e indagato da differenti punti di vista. Così negli anni abbiamo trattato il rapporto dell'architettura e le arti e nell'ultimo biennio il tema è stato le architetture continentali (latinoamerica, asia, europa, e prossimamente nordamerica). Ogni tema viene affrontato con una pluralità di contributi che hanno reso grande visibilità agli autori che abbiamo invitato e hanno fatto crescere la nostra esperienza professionale ed umana. Questa è la nostra linea editoriale!Le critiche a Prestinenza sono doverose e sono dovute al metodo, che senso ha fare una graduatoria e individuare delle categorie?Qual'è il plusvalore di un contributo acritico come quello di LPP?Per fare il critico occorre studiare, studiare, studiare e verificare nel tempo la validità di un architetto non lo si può giudicare da un progetto riuscito o perchè potenzialmente può essere un bravo architetto, ciò può avvenire se è comprovata una ricerca seria e attendibile che dura anni. Quando nel 2002 ho organizzato "14_02" ho portato in evidenza, anche con l'aiuto di LPP(riferito alla Sicilia), quegli architetti invisibili come Grasso Cannizzo, Sanna, Latina, studioata,D'Ambrosio,altro_studio di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Come fai a parlare di nuovissima architettura, una parola tremenda che non ha nessun significato. Nuova rispetto a cosa?L'architettura per essere nuova deve avere un elemento di novità, nell'approccio ad un contesto, nell'uso della tecnologia costruttiva,nel tema che l'architetto indaga (mobilità,spazio pubblico, paesaggio,nomadismo,abitare) .Non è corretto fare una classifica dove chi costruisce e fa una ricerca seria sulla bio-architettura come Cucinella viene collocato al 5° posto, mentre studi che iniziano oggi ad aver costruito piccoli edifici sono nelle prime posizioni. Anche noi(Archphoto) come Lazier e Ferrara, se avessimo a disposizione risorse economiche illimitate, forse saremmo cartacei, ma la nostra libertà intellettuale nello scrivere e pubblicare senza condizionamenti probabilmente ne risentirebbe.
Emanuele Piccardo

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Commento 867 di domenico cogliandro del 10/02/2005


Ora, io non so a dove passi l'acredine o la "critica" alle cose, agli elenchi, ai fatti, ma mi pare che una guerra tra poveri non porti da nessuna parte. Ho letto, e riletto, con attenzione il testo di Paolo, quello di Luigi e il commento di Emanuele. Mi pare che nel percorso ci sia stata una deviazione fuori luogo. E quando la deviazione è "fuori luogo", per definizione porta "da nessuna parte". Io non vedo come si possa paragonare il volume sulla "nuova architettura italiana", edita da Laterza, redatta da Portoghesi allo scadere dei tempi supplementari che gli sono stati concessi, circa dieci/quindici anni fa, con la PresS/Tletter di Luigi, o con il suo articolo sul Sole24Ore. Come dire, passeggiando per Brasilia (è solo un esempio, gli avveduti se ne accorgeranno), con il ben di Dio che ha realizzato Nyemeier; "Ma chi ha realizzato questo cartello stradale? Non vi pare che stoni con il contesto?", nulla togliendo all'esegesi di Luigi sulla "nuovissima architettura"! La PresS/Tletter è un magazine che viaggia attraverso la rete condotto da una serie di bites, come lo è Antithesi, come Archphoto, Arch'it, ChannelBeta, NIB, e gli altri (e sono tanti!). Anzi, con molta franchezza, direi che è un magazine con una "sua" linea editoriale, con spazi seri e faceti, che veicola "informazioni", per quanto il termine sia fastidioso e ormai uso al consumo. Magari dà spazio a troppe voci, e non se ne riesce a vedere il fondo (ma, data la risposta di Luigi a Paolo, ci dovremo aspettare quanto prima una pubblicazione di, chessò, Meltemi che raccoglie tutte le interviste e che si intitolerà "Interviste 1"?), ma cosa significa questo? Che Luigi non è perfetto? Vivaddio, abbiamo fatto una scoperta! Ma vi ricordate (chi se lo ricorda) cos'era il postmodern di Portoghesi, delfini, amici, lecchini e quant'altro? Quale era il suo risultato nella vita italiana (e non solo) del tempo, e in quali ambienti? Mica solo l'architettura "colta"! A dispetto, peraltro, dei nomi stratosferici di quella contemporaneità. "A quel tempo" vivevano personaggi come Zevi, Quaroni, Battisti, Tafuri che, nonostante il quadro sconfortante, davano voce ad altre architetture (che si possa essere o meno d'accordo sugli esiti e le qualità complessive). Luigi, che stimo prima come individuo e poi come critico (anche se non sono spesso in linea con le sue letture), è uno di quelli che si fa un mazzo per dire cose che ad altri scoccia dire, per cui avrei piacere che ognuno dei "nuovi critici" come Paolo (Antithesi, dopotutto, è un magazine di critica), Emanuele, Gianluigi e altri come Nino Saggio, Luca Molinari, Fulvio Irace dessero, sulla base di un ragionamento esplicito, idea a chi opera dentro le architetture e per l'architettura, di quale sia la loro linea. Se non ci si prende la responsabilità di fare la lista della spesa (!) a nessuno verrà mai in mente di dire che quella lista è sbagliata, o che mancano le verdure anziché la frutta. Mi piacerebbe, per questo, capire cosa intendono per "nuovissima architettura" le persone che ho nominato, e chi sta nella loro lista, e perché, e chi non c'entra nemmeno in zona Cesarini, e perché. Di più "paradossalmente", il 90% delle persone che normalmente vivono una vita normale, citato da Paolo, e che non leggono necessariamente d'architettura, conosce di certo Michelangelo e Palladio, ma dinanzi a Le Corbusier e Wright hanno seri tentennamenti, tanto che uno di questi (avvocato penalista, 45anni, bella casa farcita da libri d'arte e quadri d'autore) pensava, e pensa tuttora, che Le Corbusier sia un liquore. E con lui sua moglie. Per altri, probabilmente, Wright è ancora soltanto il tastierista dei Pink Floyd. Come avrà fatto a fare carriera anche da architetto? Non si sa!

con affetto

domenico

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10/2/2005 - Sandro Lazier risponde a domenico cogliandro

Caro Domenico Cogliandro, dici che non si va “da nessuna parte”? E aggiungi: “La PresS/Tletter è un magazine che viaggia attraverso la rete condotto da una serie di bites, come lo è Antithesi…”
Ma neanche per sogno!
Io e Paolo non stiamo e non vogliamo stare in nessun carrozzone mediatico che viaggi su bites o meno. Stiamo in internet per la semplice ragione che è l’unico strumento di comunicazione che ci possiamo permettere. Chissenefrega dei bites. Non vedo perché ci sia differenza tra stupidaggini dette e scritte sulla carta e quelle che invece viaggiano in internet. Non vedo che differenza ci sia tra le baggianate che può dire Portoghesi in un libro serioso e quelle che possono arrivare dalla press/letter di Prestinenza Puglisi.
Se si vuole fare critica seriamente occorre innanzitutto liberarsi dai condizionamenti. A partire dallo strumento con cui si comunica il giudizio. Se invece si vuole scherzare vanno bene i talk show degli amici degli amici.
Questo in sintesi è il concetto che condivido e che trovo profondamente pertinente dell’articolo di Paolo.

 

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Commento 866 di Emanuele Piccardo del 09/02/2005


caro Ferrara,
nonostante io non sia sempre d'accordo con il tuo pensiero, questa volta devo darti ragione. Prestinenza ha fatto una valutazione superficiale, rispetto sia all'individuazione delle categorie che in merito alla classificazione degli architetti. L'architettura deve trovare altre forme di interagire con la società questo è indubbio, ma se la strada è quella tracciata da Prestinenza che,in una sorta di classifica da Sorrisi e Canzoni, lancia giudizi affrettati risultato di un innamoramento di renderings la questione è seria. Soprattutto quando l'articolo appare su una testata come Il Sole 24 ore che ha un prestigio e una fama nell'informazione economica e culturale. Vorrei però ricordarti che Prestinenza è stato creato dalle webzines (Arch'it in primis, Channelbeta...) e il "valore" del suo pensiero viene valutato nel momento in cui gli viene dato credito. Se fossi un architetto inserito nella Prestinenza's list mi sentirei preso in giro, soprattutto leggendo le note di accompagnamento. Ma va tutto bene, tanto ormai siamo una società che vive di pettegolezzi e l'architettura italiana (quella cresciuta nelle webzines )di questi ultimi anni ne è invischiata. Gli architetti cercano di avere visibilità ancora prima di aver dimostrato la capacità di saper fare buona architettura ma basta avere "rapporti in Francia e Spagna" e vincere "tutti i concorsi possibili e immaginabili" ma costruire poco per partecipare al nuovo show online su Press/Tabloid letter "Saranno Famosi".
Un saluto.
Emanuele Piccardo
direttore Archphoto

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