Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Amare Gibellina

di Vito Corte - 11/4/2005


Lo scorso 2 aprile, a Sciacca, grazie all’inziativa di INARCH Sicilia e di Antithesi, ha avuto luogo la presentazione del libro di Mario La Ferla “te la do io Brasilia”. Prendendo spunto dall’incongruenza dei risultati raggiunti nella città sudamericana di nuova fondazione, l’autore espone il proprio reportage sulla vicenda della ricostruzione del Belice e, in particolare, della ricostruzione di Gibellina.
Il libro si sforza di improntare la propria documentazione di critica giornalistica ad un equilibrato “cerchiobottismo”, in forza del quale verrebbero prospettate al lettore ritmate prospettive bipartisan: si sa che sull’argomento le due fazioni storiche sono rappresentate dai detrattori ad oltranza dell’esperienza gibellinese, sommariamente gettata nel “sacco del Belice”, e dagli esaltatori ad oltranza della stessa esperienza, altrettanto superficialmente giustificata come rivincita incompiuta dell’arte, e del suo valore ultrasiderale, su tutta l’infima realtà terrena.
Eppure, nonostante le formali intenzioni, il libro appare al lettore interessato opportunamente tendenzioso.
E la sua faziosità, orientata verso l’accusa nei confronti di Gibellina, è obiettivamente motivata e ragionevolmente giustificabile.
Ma non del tutto condivisibile.
Tenterò, a titolo puramente personale, di spiegare le ragioni per cui non sarebbero da condividere per intero sia le posizioni d’attacco nei confronti di Gibellina, sia quelle di difesa indomita.
Sono, queste, posizioni facili da assumere constatando i luoghi ed il contesto socio economico.
L’attacco a Ghibellina, definita un “sogno nel deserto”, da un lato viene reiterato da trent’anni senza che tuttavia si affronti con il necessario equilibrio la complessità delle problematiche che sono state componenti singole del risultato complessivo.
Lo stesso La Ferla nel corso di una sua intervista a Paola Micita pubblicata su Repubblica – Palermo lo scorso 8 aprile (cfr. pag. XI), si espone a dichiarare più apertamente quella faziosità che nel libro era stemperata dai capitoli “in difesa”.
L’articolo, guarda caso, si apre con un titolo a tutta pagina che dice “Processo a Gibellina”.
Ergo, sembra che sia in corso un processo con imputato Gibellina: forse sarebbe stato meglio titolare “il caso Gibellina” oppure, ancora meglio, “l’esperienza Gibellina: ciò che è stato fatto e quanto ancora resterebbe da fare”.
Ecco, annoverare come capo d’imputazione a quel processo il fatto che la chiesa madre sia crollata ancor prima di essere inaugurata è una captatio benevolentiae fin troppo facile, così come l’altro luogo comune che gli abitanti siano a disagio tra tante opere d’arte e altrettanta disoccupazione.
Non c’è dubbio che solo un temerario oserebbe affrontare il giudizio pubblico con una pur minima speranza di successo, se solo pensasse di contrastare la forza di tali ovvietà con la debolezza del “progetto profetico che utilizza l’arte come collante sociale”.
E’ altrettanto certo che molte delle tronfie dichiarazioni autocelebrative, tutte introflesse, del mondo artistico (ma anche della cultura architettonica) possano trovare asilo (o forse esilio) solo in ristretti circoli culturali di spocchiosa e presunta avanguardia o transavanguardia: in un pubblico dibattito, al confronto democratico, non si avrebbe alcuna sorpresa se la posizione dei difensori dell’arte e dell’architettura tout court venisse prontamente messa in minoranza, ed i suoi sostenitori fossero mandati a quel paese.
In occasione del convegno di Sciacca, pure utilissimo per trovare spiragli prospettici di intervento sul da farsi e non già inutilissimo esercizio di fucilate a salve verso indefiniti colpevoli, ho provato a tratteggiare il mio convincimento personale, maturato attraverso diverse frequentazioni degli uomini, delle cose e dei fatti del Belice di questi ultimi anni.
A mio parere nella storia della ricostruzione del Belice è possibile individuare un “gradiente etico” in tutti i suoi attori ed in tutte le sue comparse, gradiente etico che ha avuto differenti modulazioni percentuali.
Voglio dire che il complessivamente insoddisfacente risultato cui finora si è pervenuti potrebbe essere il prodotto finale di una articolata azione di diverse componenti che può essere stata poco o molto cinica, ovvero poco o molto in mala fede. In tale scenario, punteggiato di uomini di governo e uomini comuni, di analfabeti e di uomini colti, sui cui fondali uno Stato invadente eppure assente muoveva popolazioni sprovvedute e rapaci finanzieri, si è commesso un errore ab origine: l’assistenzialismo, ovvero il contributo a fondo perduto, ovvero ancora il “ci penso io a risolvere i tuoi problemi”.
Una seria e democratica politica di incentivazione piuttosto avrebbe potuto coinvolgere e responsabilizzare tutti gli strati sociali, avrebbe potuto costruire una nuova classe dirigente che fosse concretamente interprete delle aspettative locali. Avrebbe saputo modulare e coniugare l’innovazione con la tradizione, l’esperimento socioculturale con la saggia amministrazione del “buon padre di famiglia”. Sarebbe riuscita ad assicurare continuità e progressione verso la crescita e lo sviluppo.
A questo punto l’attualità del dibattito per Gibellina e dell’intero Belice sta nella possibile acquisizione di coscienza di una condizione ingessata, dipendente in tutto dallo Stato, per porsi interrogativi su come trovare soluzioni compatibili anche con una economia povera. Non ho dubbi che Gibellina sia una città da amare piuttosto che da odiare o snobbare. Da amare, come diceva il Soprintendente di Agrigento, di quell’amore che si riesce a dare ad un figlio storpio, perchè proprio attraverso la condivisione della sua sventura si riesca a guardare il mondo da una diversa posizione.
Su tale difficile argomento credo che gli architetti abbiano pochissimo da dire, perché già l’azione e gli scritti di due siciliani purtroppo morti hanno offerto molti materiali perché fossero trovate le risposte: Giovanni Falcone e Danilo Dolci.
Eppure l’attualità del dibattito per Gibellina e per il Belice tutto sta nel fare riflettere su come comportarsi, per il futuro, all’indomani di una catastrofe naturale o una guerra: in sostanza credo che la ricostruzione delle case e delle cose dovrebbe diventare una componente accessoria (certo utile ma non esclusiva) della più importante ricostruzione delle società umane sconvolte, annichilite, impreparate.
L’Ordine degli Architetti di Trapani può oggi coordinare una riflessione complessa ed articolata su siffatti argomenti, ed intende promuovere entro la primavera, proprio a Gibellina, una giornata di studi difficile da gestire ma finalmente utile.


(Vito Corte - 11/4/2005)

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