Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Berlino Kinshasa

di Paolo G.L. Ferrara - 30/6/2005


A Berlino l’architettura si è scrollata da dosso la polvere: i 2.711 blocchi cavi di calcestruzzo, con cui Eisenman ha realizzato il Memoriale dell’Olocausto, sono stati interpretati nel modo migliore dai berlinesi: non “monumento” silenzioso e statico, ma architettura che fa del “luogo” un “contesto”, contemporaneo. Sì, perché se è vero che i memoriali servono ad ammonirci e a farci riflettere sulla storia, altrettanto importante è che essi non diventino luogo asettico, momento contemplativo e di riflessione su di un passato che apparentemente non ci appartiene. Credo che Eisenman abbia colto nel segno, se è vero che ciò che sta avvenendo nel suo Memoriale è quanto si era prefisso:"Questo non è un sepolcro. La gente si siede, sta in piedi, passeggia o salta in tutti i monumenti di questo mondo. Significa che ci vanno volentieri e ciò è bene". Per l’appunto: i monumenti sono parte integrante delle città e se tanto si parla di “città contemporanea” ecco che anche essi devono essere contemporanei, ovvero parte viva e attiva del tessuto urbano, e non feticci contemplativi quali fossero cimiteri senza cadaveri, dove impera il silenzio nel nome di un ipocrita “rispetto” per i morti. Se davvero i sacrari ed i monumenti servissero a riflettere sulla bestialità dell’uomo, bèh, allora non ci sarebbero state più guerre. Ma così non è, e l’opera di Eisenman va letta in modo trasversale rispetto a quanto fatto sino adesso in merito ai memoriali, ai quali si richiedeva di inchiodare la storia dell’umanità nella nostra coscienza, ma in un solo momento, in un attimo contemplativo, quello della visita all’architettura che li rappresentava. A Berlino c’è stata la violenta sterzata: non più memoria polverosa, fuggevole, ma memoria contemporanea e costante. Sì, perché se, come dice Diego Caramma, “...se non si può educare contro Auschwitz [...] si deve educare dopo Auschwitz”, allora chi progetta un memoriale deve necessariamente integrarlo nella città, intendendo ciò in senso non solo fisico ma soprattutto quale integrazione etica e civile, guidando alla crescita intellettuale e morale. E’ del 1989 l’appello di Lea Rosh (con Eberhard Jaeckel) affinché venisse realizzato “un memoriale ben visibile”, e partirei proprio da questa richiesta per cercare di capire l’opera di Eisenman. Chiedere che il memoriale fosse “ben visibile” avrebbe potuto significare che esso venisse concepito quale punto di riferimento dimensionale, magari svettante nel cielo berlinese, oppure che esso enfatizzasse al massimo le colpe del popolo tedesco, stregato dal condottiero austriaco che li avrebbe dovuti sdoganare dalle umiliazioni del trattato di Versaille del 1918. In realtà, la richiesta era mirata al desiderio di dare vita ad un memoriale che fosse visibile a tutto il mondo, e che tutti lo vivessero secondo le personalissime sensazioni, la personalissima storia. Impossibile, infatti, che chi è scampato allo sterminio possa viverlo allo stesso modo di chi non lo visse e, ancora di più, da chi è nato un solo giorno dopo il 27 gennaio 1945. “Volevamo dare alle persone, anche solo per un momento, la sensazione di combattere una battaglia già persa, mentre la terra oscilla sotto i propri piedi e si è isolati dal proprio ambiente”: è nelle parole stesse di Eisenman che si ha la spiegazione del concetto base del Memoriale, ovvero fare sì che chiunque si trovi a percorrerlo possa, anche per un solo attimo, “sentire” l’Olocausto. L’architettura deve sì trasmetterci sensazioni, stati d’animo, ma sulla riflessione delle cause del male oscuro della bestialità umana, come farlo se non ciascuno a modo proprio, oltre l’architettura stessa? Ad esempio, i bambini che andranno al Memoriale non lo faranno di certo per meditare sulle colpe dell’umanità e ciò semplicemente perché per loro sarebbe impossibile conoscerne il significato, e soprattutto averne coscienza. Piuttosto, ne stanno già facendo un luogo di gioco, di divertimento, il che non dispiacerebbe di certo a Benjamin e Adorno, convinti com’erano che il gioco stesso fosse un modo per niente irrispettoso di scoprire, studiare e capire la storia. Gli innamorati, per qualcuno, hanno fatto scandalo: si vanno a baciare proprio lì, nel luogo che dovrebbe rappresentare la memoria dei morti! Ma c’è forse un modo migliore di onorare con l’amore la memoria di chi è morto per mancanza di amore? Guardando l’impostazione funzionale e tipologica dei campi di sterminio, il reticolo simmetrico è spaventosamente evidente: la sistematicità dello sterminio, la sua programmazione senza alcuna lacuna sono perfettamente rappresentate dalla disposizione dei corpi di fabbrica (vedi Birkenau): l’architettura “parla”, sempre. Eisenman sembra portare in quello che era il cuore della Berlino nazista questo linguaggio simmetrico, reticolare, e lo decostruisce attraverso le tracce della memoria di come le vittime vivevano la situazione da internati. La solidità della certezza con cui Hitler pianifica lo sterminio, identificabile nella struttura geometricamente rigida, e dunque controllabile, dei lager, è resa da Eisenman instabile attraverso la messa in evidenza di quanto sia bestiale l’aggressione al significato della dignità umana perpetrata dai nazisti. Lo schema rigido perde così la sua base solida e comincia ad ondulare, muovendosi tra la Potsdamerplatz con il Reichstag, attraverso la Porta di Brandemburgo. Lo spazio fisico tra un elemento geometrico e l’altro si riduce al minimo, così che si possa camminare uno per volta. E’ concettualmente lo stesso spazio fisico tra un capannone e l’altro dei lager, progettati a una distanza che potesse permettere il controllo totale delle singole unità, delle singole persone, che venivano schierate in più file davanti ad essi. Ma, nonostante fossero raggruppate l’una accanto all’altra, esse non erano “insieme”, ma da sole con la loro personale tragedia. E tra le stele del Memoriale passa una sola persona per volta, a significare che ogni vita ha un senso: metaforicamente, chi cammina attraverso le stele lo fa da solo, vivendo quel sentimento di solitudine che gli internati provavano, senza sapere dove sarebbero finiti. Chi cammina attraverso le stele non sa dove finirà: infinite le possibilità di percorso, da potere scegliere attraverso il crepitio della ghiaia sotto i piedi, sempre più forte tanto più si va in pendenza, verso la perdita totale dei punti di riferimento che le architetture dell’intorno rappresentano, primo tra tutti il Reichstag. Altra simbologia quella del Reichstag: se nel 1933 rappresentò il punto di riferimento per la rinascita della Germania, nel 1945 ne era il simbolo della sua aleatorietà. Quella del Reichstag è dunque anch’essa un’architettura che “parla” e che, come tutta l’architettura, ci trasmette i significati della sua origine, lasciandosi però poi trasformare dagli uomini, dalla loro etica. Nonostante Albert Speer abbia sempre affermato che la sua architettura non dovesse essere letta attraverso una interpretazione politica, slegandola quindi dai significati del nazismo (tesi avvalorata da Leon Krier, che considera “...puramente accidentale la connessione tra la sua architettura e il nazismo”.) sappiamo bene quanto Hitler vedesse nell’architettura stessa uno dei mezzi migliori per riaffermare che il popolo tedesco non era inferiore a nessuno, e ciò è chiaro soprattutto se si tiene presente il significato che egli dava all’aspetto dimensionale dell’architettura, al “sempre più grosso”: “Lo faccio per restituire al singolo tedesco la consapevolezza del proprio valore. Per dire al singolo in tutti i campi: noi non siamo affatto inferiori, al contrario [...]” (In ERINNERUNGEN- A.Speer, 1969 - pag.82). Di più: è noto quanto Hitler avesse a cuore il significato dell’architettura nella rappresentazione di un preciso ordine ideologico e quanto la grande dimensione dell’architettura dell’Impero Romano lo attraesse, tanto da vedere in essa il riferimento al suo Regime, così come appare chiaro leggendo alcuni passi del Mein Kampf: “La storia romana, intesa nelle sue grandi linee, è e resta la migliore guida, non soltanto per il momento del presente ma per qualunque altra epoca”. Il Reichstag è oggi sede di una Repubblica fondata sulla democrazia, sulla libertà, ed esse rappresenta ma non certo perché adesso la sua cupola è in vetro, simbolo della trasparenza: le rappresenterebbe anche se fosse stata ricostruita come era. Sono dunque gli uomini a dare significato all’architettura, a renderla contemporanea a sé stessi, nonostante essa non perda assolutamente la sua patina storica, intesa non certo quale elemento materiale, bensì quale significato etico. Osservare il memoriale di Eisenman in sinergia con il Reichstag ci pone davanti la storia e i suoi eventi: la presunta dicotomia tra due architetture i cui significati sono comunque legati, quasi conseguenziali. Il Reichstag di Hitler è il luogo in cui si pianifica la “soluzione finale”. Il Memoriale di Eisenman è il luogo in cui la soluzione finale è rappresentata. Insieme, Reichstag e Memoriale sono “contesto contemporaneo”. L’opera di Eisenman si rivolge sia allo Stato che alla società civile: è questo un punto cruciale, forse il fondamento dell’opera. Berlino ha superato Roma per numero di visitatori, il che la dice lunga su quanto sia cambiato il significato dei viaggi turistici nelle città: non più solo per contemplarne e studiarne i monumenti, ma anche per viverle, architettura compresa. Dunque, l’architettura si pone quale elemento propulsore della nuova identità delle città, tutta l’architettura e non solo la contemporanea. Anche quella del passato è riuscita a scrollarsi la polvere di dosso e ci è riuscita proprio per merito di quella contemporanea, ed è quindi forse giunto il momento di non considerarle più divise dal tempo, soprattutto in virtù del fatto che esse sono lo spazio urbano che la società vive. In fondo, l’architettura rappresenta la condizione dell’annullamento del tempo e, quando vive, non può essere considerata “antica”, neanche quella di 2000 anni fa: essa è assolutamente attuale in quanto parte della città contemporanea. E’ dunque sbagliato affermare che il memoriale di Eisenman s’inserisce nell’area urbana tra la Cancelleria di Hitler, la villa di Goebbles, il Reichstagh: esso, rinunciando a qualsiasi tipo di simbolismo, annulla totalmente il significato di quel luogo specifico, restituendolo a tutta la società civile del mondo. Il numero delle stele non ha infatti alcun riferimento simbolico ma è solamente la conseguenza delle dimensioni del sito scelte da Eisenman. Tanto basta, e risulta del tutto fuori luogo la polemica scatenata dal "Frankfurter Allgemeine Zeitung" in merito alla realizzazione dell’ Ort der Information al di sotto del Memoriale, adducendo la motivazione che si tratta di due concezioni moralmente opposte: “Un monumento non è un luogo di documentazione, un'opera d'arte non è un dossier scientifico”. Il problema va oltre la questione del “ricordare” e del “documentarsi”: ciò che conta è esclusivamente prendere coscienza della forza espressiva dell’architettura allorquando, quale prodotto dell’uomo, si mette al servizio dell’impegno sociale e civile. Solo la coscienza di ciò è l’antidoto alle follie dell’uomo, molto spesso solo apparenti e ancora più spesso legate a filo doppio da meri interessi economici: sappiamo bene che Hitler, dopo la sua ascesa alla Cancelleria, fu appoggiato anche da colossi quali Deutsche Bank, Commerz Bank, gli industriali Farben, Henkel, Bosch. La storia si ripete anche oggi, e basterebbe citare la situazione in cui versa il Congo, depredato della sua materia prima essenziale per la nuova tecnologia informatica e per l'industria aeronautica: il tantalio è l’obiettivo delle multinazionali dell’informatica che, pur di accaparrarselo, non stanno certo a sottilizzare sul fatto che il Paese africano sia continuamente soggetto a massacri e sfruttamenti, appoggiando a convenienza gruppi di ribelli con i quali, ancora prima che vadano al potere, vengono sottoscritti accordi per l'acquisto di tantalio. Kinshasa è uno dei lager contemporanei: non conta l'uomo, la sua dignità, ma solo l'interesse personale, di qualsiasi tipo esso sia. Dal 1997 al 2002 si possono contare 3,5 milioni di morti per carestie e combattimenti e migliaia di milioni di dollari in forniture di armamenti da parte degli Stati Uniti d'America, Francia, Cina Corea del Nord, e molti Paesi dell'ex blocco sovietico. Noi tutti che usiamo palmari, computer, cellulare, camere digitali, beneficiamo dei giochi di potere delle multinazionali informatiche. Quanti di noi ne hanno coscienza? E quanto facciamo per dimostrarlo? Non dovremmo certo buttare via le nostre apparecchiature tecnologiche e tornare indietro alla penna e calamaio, ma dovremmo sì evidenziare il problema, lottando affinché siano i congolesi a godere economicamente delle loro ricchezze. Ecco che il Memoriale di Berlino, senza nomi e senza simboli, potrebbe benissimo essere “monumento” contro un qualsiasi atto di sopraffazione, di sfruttamento del mondo, passato e contemporaneo. Nella sua rubrica “Stroncature”, Luigi Prestinenza Puglisi ha attaccato duramente il Memoriale: “... come tacere davanti al recente Monumento alle vittime dell'olocausto, da poco inaugurato dallo stesso Eisenman a Berlino? [...]Opera di architettura? Se lo è, è ben sciocca: pare che a controllare un così tozzo labirinto occorrano quasi venti addetti. Opera di scultura? Un gigantesco Cretto alla Burri? Non confondiamo, per cortesia, l'arte con la sua caricatura. E allora? Allora dobbiamo concludere che questo campo di sarcofagi ad altezza variabile, messi in fila in modo da formare una onda, è una brillante trovata pubblicitaria per i mass media. Un compitino di retorica che può fare notizia”. Dunque, per Prestinenza Puglisi non si può parlare assolutamente di architettura, visto e considerato che essa è impossibile da controllare. E se invece il significato del Memoriale stesse proprio nella deliberata scelta di delegare a ciascuno di noi il controllo dei propri comportamenti? Se fosse proprio il concetto di “controllo”, simbolicamente legato alle ideologie naziste (controllo della società, controllo della razza, controllo del mondo), quello da eliminare quale fondamento di una società che per essere civile deve autocontrollarsi? Certo, anche tutta questo mio scritto potrebbe essere “retorica”, il che significherebbe rafforzare le ragioni di Prestinenza, ma non basterebbe ad avallare anche la sua convinzione che il Memoriale berlinese non sia altro che una brillante opera pubblicitaria per i mass media. Credo fermamente che un Memoriale, sotto qualsiasi forma si presenti, non potrà mai essere ridotto a trovata pubblicitaria (ma poi, Eisenman ne avrebbe bisogno?), e ancora meno credo che Eisenman abbia voluto fare la caricatura del Cretto di Burri. La colata di cemento a Gibellina ha fissato il tempo alle 3:01 del 15 gennaio 1968: chi percorre il Cretto non rivive quel tragico momento, né lo può fare in accezione di “mea culpa”, se è vero che il terremoto non è certo imputabile a colpe dell’uomo, al quale non resta che osservare e percorrere il Cretto senza alcun senso di responsabilità rispetto alle cause che ne hanno favorito la nascita. A Berlino succede esattamente il contrario, come succede anche alle Fosse Ardeatine, che credo non sia fuori luogo porre quale riferimento più diretto al Memoriale stesso: il senso di solitudine e di inquietudine che si prova percorrendo le cave e soffermandosi davanti i luoghi dell’eccidio si amplifica enormemente non appena si accede al mausoleo delle 335 vittime, poste in sarcofagi dalla sezione irregolare così da formare un’onda nella quale penetrare, un’onda sommersa, su cui grava il peso della colpa. Le critiche di Prestinenza Puglisi all’operato di Eisenman non sono nuove, ma se in qualche caso possono essere condivise senza indugi, per quanto riguarda il Memoriale è davvero difficile poterlo ascrivere al modo con cui egli, a detta di Prestinenza, si pone rispetto il passato, cioè attraverso una interpretazione che “...lo riduce a un insieme di giochi senza senso. Lo depriva di verità...”. A Berlino non si è trattato di una semplice, e personalissima, interpretazione della storia architettonica o filosofica, ma di una riflessione su ciò che oggi significa, nella città contemporanea della società contemporanea, apparentemente evoluta civicamente e socialmente, riflettere sulle incontrollabili e folli debolezze che essa, ancora oggi, nasconde. Il messaggio è forte, chiaro e, soprattutto, "contemporaneo": ciascuno lo interpreti come crede, ma andando oltre l’aspetto puramente architettonico. Scrollandosi la polvere da dosso.

(Paolo G.L. Ferrara - 30/6/2005)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 922 di Arianna Sdei del 02/07/2005


Fate fare sculture ad Eisenman perche' gli riesce davvero bene. La decostruzione e' davvero indicata a dirigere opere d'arte. Tuttavia oggi l'emergenza ambientale urge risposte. Quello che piu' conta negli edifici civili e d'abitazione dovrebbe essere l'attenzione al clima nel quale essi si collocano.

Tutti i commenti di Arianna Sdei

 

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