Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Bravo Eisenman. Anzi, no

di Vilma Torselli - 9/7/2005


Il Memoriale dell'Olocausto di Berlino, progettato da Peter Eisenman, è l'ultimo in ordine di tempo, ma certo non sarà l'ultimo quanto a realizzazione (presto prenderà il via un nuovo Museo dell'Olocausto a Ferrara) eretto a celebrare l'olocausto per antonomasia, quello del popolo ebraico. Fra tutte le etnie oggetto di massacri e repressioni sanguinarie nella storia recente, dai ceceni sterminati o deportati da Stalin, ai rom eliminati da Hitler, ai serbo-croati vittime di un'insensata guerra fratricida, alle vittime del genocidio armeno di inizio secolo, o di quello curdo dei più recenti anni '70, gli ebrei sono sicuramente quelli che di più o in vece o in nome degli altri si sono fatti carico di conservare viva la memoria dell'olocausto del loro popolo.
Attraverso varie iniziative come la costruzione di musei dell'olocausto, monumenti all'olocausto, memoriali dell'olocausto, l'istituzione di giornate mondiali dell'olocausto ecc…., il popolo ebraico continua ad inviare al mondo un messaggio ecumenico che riguarda indifferentemente l'umanità intera, anche se ciò non cancella del tutto l'impressione che l'olocausto venga in realtà trattato un po' come una faccenda privata, di famiglia, con la celata convinzione che solo un ebreo possa capire la nefandezza di quanto accaduto al popolo ebraico, avendolo vissuto sulla propria pelle, o su quella del proprio padre o del proprio nonno: tant'è che, ad ogni buon conto, quando si tratta di costruire mausolei, l'incarico viene affidato volentieri ad architetti ebrei o di origine ebraica, Daniel Libeskind e Peter Eisenman, tanto per fare due nomi.
La finalità è una sola: non dimenticare. Ma le tragedie umane si associano ad un sentimento squisitamente umano, sconosciuto agli altri esseri viventi ed invece pervicacemente coltivato dall'uomo: l'odio. Gli altri animali uccidono per necessità, l'animale uomo, unico sulla faccia della terra, uccide anche senza che ce ne sia il bisogno, né il motivo, né la ragione, uccide perché odia. L'odio è l'origine e la causa da cui scaturisce la tragedia, e rimane come residuo nocivo, dopo che si è consumata, nell'animo degli spettatori, dei superstiti e dei parenti delle vittime, cosicché rinfrescare il ricordo di una tragedia vuol dire anche dare nuova linfa all'odio. Il risultato è uno solo: non dimenticare l'odio. Si tratta di un rapporto di causa-effetto, frutto di un'associazione di idee elementare ed automatica, immancabilmente confermato anche quando il discorso viene condotto entro i limiti di una dignitosa compostezza, in assenza di ogni sentimento di rivendicazione e di vendetta.
La scelta di Eisenman è antimonumentalistica, minimalista, senza concessioni celebrative, non si preoccupa di piacere, non cerca consenso, egli stesso dichiara "Non voglio che i visitatori si commuovano per poi andar via con la coscienza pulita", puntando sull'originalità di una soluzione architettonica che di architettonico non ha molto: Peter Eisenman è forse oggi l'unico a fare vera architettura concettuale, legata non alla forma ma al concetto della forma, con connotazioni linguistiche talmente anomale da renderla assolutamente inclassificabile.
Il Memoriale di Berlino è architettura? è scultura? è installazione? Non c'è niente di criticabile in questa indefinitezza, o plurisignificanza, del resto Eisenman come architetto è un bravo scultore, mentre come scultore è un bravo architetto.
Che importanza ha stabilire cos'è ciò che ha realizzato, è ciò che ognuno vuole che sia, in quel tempo ed in quel luogo. Il discorso presenta interessanti correlazioni, facilmente rintracciabili se si osservano in parallelo arte e architettura contemporanee, con il pensiero di Christian Boltanski, francese di padre ebreo, artista del filone concettuale tra i più importanti nel panorama contemporaneo: straordinario poeta della memoria, Boltanski mette in scena il passato ed il tempo che scorre in disordinati cumuli di indumenti simili ad ipotetici resti di una reale Shoà, affinché vengano toccati, manipolati, restituiti a nuova vita, costruisce suggestive installazioni con macrofotografie di persone anonime e ordinarie, dedicando loro un atipico mausoleo, mette a disposizione delle nuove generazioni un archivio sui generis di memorie e ricordi, raccontando il passato a modo suo, il modo di un uomo che con commovente essenzialità enumera i membri della sua famiglia in un'ordinata serie di steli riportanti semplicemente la data di nascita e di morte, fredda parentesi cronologica che, con pudore estremo dei sentimenti, racchiude in pochi numeri il ciclo vitale di persone amate, un uomo che riesce a toccare il nostro animo con la semplice presentazione di uno sterminato campione di umanità catalogato per ordine alfabetico in 2.639 elenchi telefonici che riportano Les abonnès du télèphone di tutto il mondo.

E' immediato il richiamo ai 2.700 parallelepipedi di calcestruzzo del memoriale di Eisenman, una selva di steli monolitiche che paiono altrettante opere di art brut, identiche per materiale, colore, dimensioni ed orientamento spaziale, indifferenziate se non per un diverso aggetto dalla quota del terreno, con effetto onda. In entrambi i casi, i due autori delegano all'osservatore il compito di guardare e lo sforzo di comprendere attraverso una riflessione attiva, non già attraverso la memoria passiva di un evento non vissuto in prima persona e neppure raccontato secondo i comuni canoni della narrazione.
Tuttavia, seppure nella varietà di linguaggi anche molto distanti, le memorie di una tragedia vista attraverso gli occhi delle vittime finiscono per assomigliarsi un po' tutte, come induce a pensare il confronto che ho appena riportato, quello che mi sembrerebbe assai più interessante è invece una visione delle stesse memorie passata attraverso gli occhi dei carnefici.

E' ciò che fa Anselm Kiefer, allievo di Joseph Beuys, pittore, scultore e architetto sicuramente grande anche senza una laurea ufficiale, tedesco nato nel cuore della Selva Nera che, a partire dagli anni '80, focalizza la sua ricerca tematica e formale sullo sterminio degli ebrei, con il coraggio di indagare il tabù rappresentato, per la Germania di oggi, da un passato ingombrante attorno al quale pare inutile ogni tentativo di rimozione..
Da sempre interessato a comporre in una dimensione dialettica cultura greca ed epica wagneriana, storia recente e eroici miti arcaici, "elementi accettati e costitutivi della tradizione culturale tedesca con le loro inaccettabili conseguenze storiche" (Alessandro Tempi), Kiefer opera costantemente in bilico tra greve matericità ed aspirazione mistica, ultimamente ricorrendo ad una tipologia scultorea, ma soprattutto architettonica, la torre, di alto significato spirituale, in simbolica salita verso una realtà metafisica .
Ferro, piombo, materiale di forte valenza alchemica, e grandi blocchi di cemento prefabbricati, talvolta dimensionalmente modulati sul container che li trasporta, sono gli elementi usati per comporre installazioni architettoniche mastodontiche, inamovibili strutture site specific pesantemente attaccate alla terra, le stesse che il Memoriale di Eisenman pare reiterare amplificandole con ossessiva ripetitività.
Ma se sul Memoriale aleggia il senso cupo di una tragedia, quella del popolo ebraico, ineluttabilmente compiuta e consegnata alla storia, nell'opera di Kiefer quella tragedia si identifica nella dolorosa sconfitta morale di un popolo, quello tedesco, che ancora oggi lotta con i suoi fantasmi peggiori: così l'opera di Kiefer, tedesco della Selva Nera, diventa il più commovente memoriale che sia mai stato dedicato all'olocausto degli ebrei, senza nessuna committenza specifica, senza nessun legame etnico, senza scelte partigiane o nazionalistiche, un memoriale della pietà, del pentimento e del perdono. Per dimenticare l'odio. Differenti chiavi di lettura dello stesso dramma che fanno riflettere su come l'originalità di un progetto stia essenzialmente nell'originalità del punto di vista, nella capacità di guardare con occhi nuovi le tragedie di sempre. E questo Eisenman non è riuscito a farlo.



(Vilma Torselli - 9/7/2005)

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Commento 6297 di Pietro pagliardini del 09/07/2008


Come al solito ho fatto confusione: avevo cominciato a scrivere il commento poi ho pigiato per errore un tasto ed è partito prima di finirlo. Non so nemmeno se è partito o è annullato. Mi scuso nell'uncaso o nell'altro.
Riprendo daccapo, ringrazoandoti per il link e per avermi dato l'opportunità di leggere un articolo che parla di arte e di architettura.
Ho anche letto il commento di Marco Mauro, mi pare, e la tua risposta che, nella parte in cui maltratti gli architetti che non si interessano di arte io mi sono riconosciuto, quindi il risciacquone vale anche per me.
Probabilmente hai ragione te, sotto il profilo strettamente culturale, io però sono viziato un pò dalla mia testardaggine e "grettezza" antropologica, come ti dicevo riferendomi alla mia città, un pò dalla mia professione che mi porta a diffidare degli architetti-artisti e in questo magari confondo l'arte con gli artisti e l'architettura con gli architetti, sapendo che non sempre, anzi quasi mai, l'una coincide con gli altri, in entrambe i casi.
Per questo tendo a separare e a trascurare la parte artistica (oltre che per prigrizia mentale).
Vorrai comunque riconoscere che un'opera delle dimensioni del mausoleo di Eisenman è paragonabile, per le conseguenze sulla città, più ad un'architettura che ad una scultura, che ha cioè una grandissima valenza urbana, ben superiore quantitativamente, e come forza espressiva, ad esempio, ad una stele al centro di una piazza o, che so, alla colonna al centro di Place Vendome, che pure è fondamentale come perno intorno a cui tutto ruota e come punto focale dalla strada che si immette nella piazza stessa.
Quella che te giudichi come arte concettuale non produce gli stessi effetti della libreria con gli elenchi dei telefoni di tutto il mondo. Questa è, perdona il paragone, un mobile, lungo quanto vuoi, all'interno di una stanza, grande quanto vuoi ma sempre un mobile, un oggetto. Quella di Eisenman occupa qualche ettaro, è qualcosa di paragonabile ad un parco, in termini dimensionali, e, se ben ricordo, è in città, anche se sullo sfondo vedo alberi.
Io non voglio dire che non avrebbe dovuto essere eseguita perchè troppo grande poichè lo spazio urbano è fatto anche di garndi spazi non necessari dal punto di vista utilitaristico, dico però che quell'opera ha conseguenza sulla città non piccole e, laddove l'artista e il critico d'arte vede, con i limiti di cui tu parli, la perpetuazione del ricordo di una violenza immane ai danni di un popolo, l'architetto, ma direi più propriamente, gli abitanti della città possono vedere un problema: di sicurezza, di pulizia, di ordine pubblico, di inserimento nel contesto (che non conosco in verità). Vogliamo dire che il ricordo dell'olocausto degli ebrei, proprio nella patria di coloro che più di altri, o insieme ad altri, hanno perpetrato quell'infamia, merita un sacrificio per la città? Va benissimo se i cittadini l'hanno accettato. Ma, se potessimo togliere (e non lo possiamo ma vale come esempio) la tragica valenza simbolica a quel mausoleo e si trattasse di uno dei tanti monumenti ai caduti delle varie guerre di cui sono piene le nostre città, lo potremmo accettare? (senza voler stabilire gerarchie tra i caduti per una guerra o per l'altra).
Ricordo, se la memoria non mi inganna, le polemiche per il cubo di Aldo Rossi a Milano mi pare per i martiri della Resistenza, un affare di qualche metro di lato!
Penso anche all'effetto imitativo e di trascinamento che opere come queste, tanto più se di una archistar, portano con sè nella mente degli architetti (non tutti) e dei parallelepipedi in sedicesimo che viene voglia di mettere al primo concorso per una piazza del centro storico, sputtanandola definitivamente, o di periferia, aumentandone il degrado.
Questa banale riflessione ti volevo sottoporre a parziale giustificazione della mia, e non solo mia, difficoltà a mescolare arte e architettura .
Saluti
Piero

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Commento 957 di Marco Mauro del 21/09/2005


"Quando i bambini fanno oh
c'è un topolino
Mentre i bambini fanno oh
c'e' un cagnolino
se c'è una cosa che ora so'
ma che mai più io rivedrò
è un lupo nero che da un bacino
a un agnellino"

questa la canzoncina di podia che ha avuto tanto successo a sanremo. purtroppo ricordo benissimo quando bruciavo le formiche o staccavo le zampe alle cavallette. o quanto lasciavamo le lucertole marcire in una bottiglia o annegare. o quando catturavamo le farfalle. o bucavamo da parte a parte gli insetti più coriacei. ma ricordo anche quel piccione malconcio e spennacchiato; mentre altri quattro o cinque gli bucavano la testa a suon di beccate, o quei criceti che si mangiavano fra di loro lasciando il mangime lì, o l'orso che ammazza - senza mangiarli - i cuccioli dell'orsa, o l'osservazione di lorentz e di quella convivenza cucciolo-coppia genitoriale che portava all'uccisione del piccolo, e tutto il resto che solo certi animalisti non vogliono raccontare perché temono che l'uomo si faccia idee sbagliate sul genere animale - il loro. la sua lettura di tom&jerry è giusta, ci mancherebbe! ma il mio gatto - che non si chiamava tom - giocava bene con i topi. ma preferiva staccare la testa agli uccellini dopo averli palleggiati per qualche mezz'ora. la testa la nascondeva sempre. alla faccia della necessità! ma non è di animali che volevamo parlare.
le do ragione quando dice che fra gli architetti vige in generale una mono-cultura che li porta a mettere l'architettura in cima al sistema delle arti ma questo non riguarda me che non pratico il mestiere ('per fortuna' dirà lei 'ecco perché perde tempo a scrivere' diranno tutti gli altri) e non riguarda nemmeno tantissimi studenti, neolaureandi e neolaureati e gli under 50 - ma su questo tornerò più tardi. non volevo nemmeno criticare la sua - bella, detto senza ironia e senza piaggeria - analisi alle opere degli artisti che ha considerato. nel mio scritto precedente, ironizzando, volevo solo farle notare che - a mio parere - le argomentazioni e il metodo che ha usato per spiegare i concetti di quelle opere contemporanee, non possono funzionare per l'analisi di un'opera così diversa come quella di eisenman; chiaramente impostata su un linguaggio 'minimalista'. e uso le virgolette perché ormai parlare di minimalismo è come parlare di postmoderno. cioè tutto e niente. ma non trovo un sinonimo migliore di quello generico che ho utilizzato. quello che non mi è piaciuto del suo scritto è il tentativo - così è parso - di analizzare - per fare l'ennesimo parallelismo - l'ivanhoe come se fosse un romanzo psicologico. se avesse scritto che a lei i romanzi storici non piacciono, le avrei potuto al massimo chiedere 'perché' senza volerle imporre la lettura. ma nel suo articolo sembra tanto che per forza balzac sia meglio di scott. 'la pelle di zigrino' o 'l'antiquario'.

(sul parallelismo letteratura-architettura scriverei volentieri - bella la sua provocazione stile 'fallo sul tuo diario' - ma all'architetto non importa un tubo della letteratura - arte minore per eccellenza secondo loro. è la letteratura il vero tabù di chi in facoltà ci insegna solo a leggere 'le città invisibili' - ma anche lì ho avuto docenti che ci volevano spiegare 'l'uomo senza qualità', queneau, etc. e che ci chiedevano con supponenza e senso di sfida quanti libri leggete, solo perché lui si sentiva un lettore forte perché ne leggeva uno solo - e misero - al mese)

comunque, per ritornare a prima della parentesi, dando anche per buona quella sua comparazione, non mi sembra che l'originalità del punto di vista possa essere di alcuna rilevanza nel giudicare la qualità di un'opera. semmai, in questo caso, evidenzia ancor di più l'evidente: la profonda diversità delle opere. la loro incomparabilità. non sono di certo 'egregio' ma posso dirle - perché anch'io uno straccio di laurea ce l'ho - che la lettura arte visiva-architettura, impera in questi anni al politecnico. basta consultare qualsiasi bibliografia di qualsiasi corso. certo, poi, come in tutte le altre materie, ci si ferma alla metà del novecento, ma di certo fra tutte le arti di sicuro quelle visive godono di grande successo, attenzione e seguito. e lo dimostrano anche le mostre di warhol, o quelle organizzate da caroli, o le varie biennale d'arte sempre popolate da bovisaschi - particolarmente agghindati, modello studente di brera. oggi non c'è architetto che non ami infilare mondrian in ogni discorso - anche durante gli aperitivi perché alle conferenze parlano solo gli over 50. kandinskij è quasi l'intercalare fra un crodino e l'altro - ma meglio un rosso che fa chich. se zevi avesse immaginato quanti pseudoarchitetti ora si credono i massimi conoscitori del bauhaus e del cubismo forse avrebbe evitato certe 'allusioni'. tutti gli studenti crescono in facoltà guardando i meravigliosi 'quadri' - lascio a lei il giudizio - del sommo lecorbu, per non dire i disegni amabilmente paste

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Commento 953 di Marco Mauro del 20/09/2005


Questa la sintesi della parte centrale dello scritto di Vilma:
'Per fare un tavolo ci vuole il legno
per fare il legno ci vuole l'albero
per fare l'albero ci vuole il seme
per fare il seme ci vuole il frutto
per fare il frutto ci vuole un fiore
ci vuole un fiore, ci vuole un fiore,
per fare un tavolo ci vuole un fio-o-re.'

Inizia così: 'la finalità è una sola: non dimenticare'.

Poi ci insegna che 'Gli animali uccidono per necessità'. E verrebbe da dimenticare di Tom&Jerry per adeguarsi al suo linguaggio semplicistico da cartoons. Ma basterebbe un qualsiasi trito documentario per smentirla.

Poi pontifica: 'l'animale uomo, unico sulla faccia della terra, uccide anche senza che ce ne sia il bisogno, né il motivo, né la ragione, uccide perché odia'. Già. Prima usa l'anche' per paura di ciò che sta per scrivere e poi conclude con quel 'perché odia' come se l'odio non fosse esso stesso motivo e ragione sufficiente - e deprecabile direbbero non solo i puritani - per uccidere.

E conclude la parte centrale insegnandoci - con una strampalata logica causa-effetto modello 'legno-albero-seme-frutto-fiore' applicata all'irrazionalità - che 'il risultato è uno solo: non dimenticare l'odio'.

Poi elenca una serie di altre opere di artisti tentando profonde interpretazioni documentate, senza porsi di fronte all'opera di Eisenman con lo stesso atteggiamento e - soprattutto - PREDISPOSIZIONE ALL'ASCOLTO.

E procede senza degnarsi di analizzare quell'opera con lo stesso vano - ma nobile - tentativo di andare un po' più a fondo delle analisi necessitàragioneodiooblio precedenti. Insomma, chiaramente il suo giudizio sul memoriale è sintetizzabile con una sola parola: 'PARALLELEPIPEDI'.

Dopo qualche settimana credo che quel suo scritto meriti una qualche attenzione e una seppur breve considerazione. Non si può fingere di non averlo letto.

Penso che Vilma, in una trasposizione letteraria dell''analisi', avrebbe potuto concludere saggiamente: 'brava Anna Frank. anzi no.' E lo direbbe dopo averci spiegato che la Hillesum scrive meglio. Quanta arguzia.

Seguendo i suoi amati parallelismi potremmo discutere di letteratura e architettura: Agota Kristof della 'Trilogia della citta di K.' o Imre Kertesz di 'Fiasco'?
'Certo', ci direbbe, 'meglio la Kristof perché nel parlar di violenza e guerra c'è in lei l'ORIGINALITA' DEL PUNTO DI VISTA'. Questo ci dice alla fine lo scritto di Vilma. Peccato che non abbia letto Kertesz.

Io, da moralista da quattro soldi, di fronte a simili analisi taccio.

Lascio Vilma con la SUA apodittica certezza nel SUO s-ragionare 'frutto di un'associazione di idee elementare ed automatica, immancabilmente confermato' - per usare le SUE parole chiarificatrici.

Taccio come vago in silenzio nel memoriale. Lascio la Torselli mentre bercia con le sue scatole - quelle sì - rotte.

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20/9/2005 - Vilma Torselli risponde a Marco Mauro

"...... Poi ci insegna che 'Gli animali uccidono per necessità'. E verrebbe da dimenticare di Tom&Jerry per adeguarsi al suo linguaggio semplicistico da cartoons. Ma basterebbe un qualsiasi trito documentario per smentirla.”

-Ma egregio Marco Mauro, Tom&Jerry sono, appunto, come lei argutamente rileva, dei cartoons e come tali umanizzati nei sentimenti dall’uomo che li ha creati e che sa odiare, a differenza dei topi e dei gatti.-

”Poi pontifica: 'l'animale uomo, unico sulla faccia della terra, uccide anche senza che ce ne sia il bisogno, né il motivo, né la ragione, uccide perché odia'. Già. Prima usa l'anche' per paura di ciò che sta per scrivere e poi conclude con quel 'perché odia' come se l'odio non fosse esso stesso motivo e ragione sufficiente - e deprecabile direbbero non solo i puritani - per uccidere”.

-Infatti molto si è ucciso in nome dell’odio, dire ‘perché odia’ non implica un giudizio, puritano o meno, ma solo una constatazione.-

"E conclude la parte centrale insegnandoci - con una strampalata logica causa-effetto modello 'legno-albero-seme-frutto-fiore' applicata all'irrazionalità - che 'il risultato è uno solo: non dimenticare l'odio'."

-Se lei non capisce il legame elementare che sottende questa frase, rinuncio a spiegarglielo.-

"Poi elenca una serie di altre opere di artisti tentando profonde interpretazioni documentate, senza porsi di fronte all'opera di Eisenman con lo stesso atteggiamento e - soprattutto - PREDISPOSIZIONE ALL'ASCOLTO."

-Qui aprirei una parentesi: è un dato di fatto che gli architetti italiani, egregio Marco Mauro, in genere snobbano l’arte contemporanea, non hanno una '"predisposizione all’ascolto" per una disciplina che ha con l’architettura strettissime relazioni. Fra gli architetti vige in genere la mono-cultura di un pensiero unico e monodirezionale che presume, chissà perché, che l’architettura debba essere superiore all’arte, lei stesso ironizza sulla possibilità di “profonde interpretazioni documentate” sull’opera di alcuni artisti, rispetto ai quali io avrei trascurato la profondità dell’opera di Eisenman. Le dirò che ero convinta di dialogare con lettori che, in quanto addetti ai lavori, ben conoscevano il memoriale di Berlino, il mio modesto sforzo andava nella direzione di sottolineare l’idea delle interrelazioni arte visiva-architettura, che è poi la linea base di tutti i miei interventi su Antitesi. Certo avremmo potuto "discutere di letteratura e architettura", andrebbe benissimo, io non so farlo, non ne ho la sufficiente preparazione, lo faccia lei, gliene saremo tutti grati-

"E procede senza degnarsi di analizzare quell'opera con lo stesso vano - ma nobile - tentativo di andare un po' più a fondo delle analisi necessitàragioneodiooblio precedenti. Insomma, chiaramente il suo giudizio sul memoriale è sintetizzabile con una sola parola: 'PARALLELEPIPEDI'."

-Vede, egregio Marco Mauro, il paradosso sta proprio qui, il memoriale è proprio un insieme di PARALLELEPIPEDI, in questo sta la raffinata concettualità dell’opera, che con la sua complicata semplicità produce in lei, mi pare di capire, un certo senso di spaesamento, come se si chiedesse:”possibile che siano solo parallelepipedi? Ci deve essere sotto qualcosa!”, ma forse lei faticherà a trovarlo, forte del suo punto di vista monoliticamente architettonico, delle sue conoscenze letterarie e delle sue ignoranze artistiche.-

"Dopo qualche settimana credo che quel suo scritto meriti una qualche attenzione e una seppur breve considerazione. Non si può fingere di non averlo letto. ............... Lascio Vilma con la SUA apodittica certezza nel SUO s-ragionare 'frutto di un'associazione di idee elementare ed automatica, immancabilmente confermato' - per usare le SUE parole chiarificatrici."

-Purtroppo per me, non ho apodittiche certezze né sull’architettura, né su Eisenman, nè su come il tema dell’olocausto si sarebbe potuto affrontare, non volevo insegnare nulla, solo porre qualche dubbio e, per l’ennesima volta, sottolineare la possibilità, non sempre sfruttata, che dalla contemporanea lettura dell’arte moderna si possa ricavare un pensiero più articolato su quello che significa oggi fare architettura.
Tuttavia, a pensarci bene, devo dire che almeno una certezza ce l’ho, quella che lei, egregio Marco Mauro, sia molto più bravo a demolire che a costruire, il che, se si parla di architettura, è un pericoloso non-sense!

 

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Commento 946 di Giannino Cusano del 01/09/2005


Olocausto significa offerta sacrificale di sè: autosacrificio. Non si parla di 'olocausto' ma di genocidio dei curdi, dei tibetani, dei croati, dei bosniaci , dei montagnard: del pari, parlerei di genocidio (shoah) o di sterminio, non, mai, di olocausto del popolo ebraico.
Non è solo una precisazione filologica: è che le vicende di tutti i popoli che hanno subìto stermini e genocidi, nella storia, sono quanto mai simboleggiate dalle plurimillenarie vicende del popolo della memoria: quello ebraico. Che non si arroga certo questa prerogativa.
Se memoria non sta solo per 'non dimenticare', ma soprattutto come monito contro analoghe tentazioni future e contro chicchessia, il 'popolo della memoria' è prorpio per questo quasi, se non l'unico, che a tutt'oggi è riuscito a non (far) perdere traccia di sè, a non morire del tutto. In questo senso, credo, non comprendere a fondo e Identità etnica? Religiosa? Come efficacemente dimostra Sartre nel suo breve e magistrale saggio iintitolato 'L'antisemitismo' , nè l'una né l'altra: l'identità ebraica è, per lui, storicamente anzitutto il prodotto primo dell'antisemitismo.
Vengo ad Eisenmann: condivido il giudizio di approvazione solo parziale del suo progetto, ma comprendo un po' meno le ragioni: vedere da un punto di vista originale tragedie di sempre non è, a mio giudizio, sempre fondamentale. Forse, anzi, sarebbe più incisivo ed efficace rivederle 'con gli occhi di sempre', quasi fuori del tempo: forse perché siamo troppo propensi a pensare che il tempo e il nuovo della storia abbiano in sé gli anticorpi di antiche tragedia. E così non è. in questo, senso, credo, la concettualità (che in genere non amo) di Eisenmann, collimante quasi con la metafisica, addita una condizione di straniamento, un non identificarsi con le cose e col presente che, fra struggente ed (auto) ironico, appare sistematicamente nella temperie ebraica: come se il tempo della storia vera dovesse ancora cominciare, come se quella che conosciamo altro non fosse che un periodo di prove.
Siamo di fronte a parallelepipedi astratti, quasi uguali, cui è negata quasi ogni differenziazione e identità, se non, appunto, come parallelepipedi. La dimensione in cui ogni tensione etica è sospesa fra astrazione dello spazio (Dio) e trascorrere del tempo, in cui l'assurdo si realizza e l'esistenza, tragicamente o meno, s'inceppa.
Forse personalmente avrei affrontato il tema con altro senso del dramma: ma è questione di differenti sensibilità. Il punto è che nessuno di noi sa veramente dire chi sia: può solo cercare di definire la propria identità in divenire, vivendo, agendo, Quanto a vivere questa disidentità sulla propria pelle, però, e come condizione proveniente dall'esterno, è tutt'altra questione. Il museo ebraico di Libeskind, a mio avviso, centra molto meglio la questione: uno spazio architettonico negato per simboleggiare coloro ai quali lo spazio è stato negato. Eppure è pur sempre spazio..
Se lo spazio è Dio, Dio stesso nella Shoah è negato, interrogato, rimesso in discussione: forse aveva ragione chi ha sostenuto che gli unici veri religiosi, oggi, sono i senza Dio. Non so; certo, questa dimensione di negazione, di sottrazione che proprio e solo per questo, togliendo, 'pone', nel Memoriale di Eisenmann mi riesce difficile da scorgere.

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Commento 945 di Carlo Sarno del 31/08/2005


Cara Vilma Torselli, si...credo che tu abbia ragione, nell'opera di Eisenman manca qualcosa di importante, qualcosa che faccia superare l'odio nel momento del tragico ricordo... si, cara Vilma, è proprio così...manca semplicemente questo:

" LA DOLCEZZA... DEL PERDONO !!! "

Cordialmente Carlo Sarno

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