Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Con il CoDiArch per il Consiglio dell'Ordine di Milano

di Paolo G.L. Ferrara - 10/11/2005


Premessa

Una doverosa precisazione: pur se consapevoli che l'argomento riguarda specificatamente gli architetti della provincia di Milano, questo articolo si è reso necessario causa l’assoluta mancanza di organizzazione da parte dell’Ordine di Milano in merito ad incontri aperti con gli elettori durante i quali potere loro proporre il programma delle singole liste. Solo ieri sera, 8 novembre, alla vigilia dell'apertura dei seggi, si è svolto un incontro/dibattito tra i candidati. Nonostante fossimo appena 70/80 presenti, si è avuto un leale, pur se duro, contraddittorio tra il CoDiArch e l'attuale consiglio in carica. Sono intervenuti anche i rappresentanti delle altre liste, per i quali AntiTHeSi è assolutamente disponibile a pubblicare i loro eventuali articoli finalizzati a presentare il proprio programma. Convinti come siamo che l’uso del mezzo d’informazione sia patrimonio di tutti, pubblicheremo chiunque lo desiderasse, primi fra tutti i candidati di altre liste. Nel frattempo, per chi fosse interessato, ecco il link dell'Ordine degli architetti di Milano in cui trovare tutte le indicazioni in merito alle elezioni: www.ordinearchitetti.mi.it/news/novita.html
La Redazione


Ho sempre schivato le questioni politiche, le affiliazioni a gruppi di potere, la compromissione con le Istituzioni finalizzata a dare vita a nepotismi, clientelismi e spartizioni di incarichi.
Mi sono sempre tenuto molto distante da tutto quanto la politica ordisce pur di continuare ad essere gestore, e non garante, dei nostri diritti. Ciò non significa avere fatto qualcosa di eccezionale ma solo l’avere semplicemente scelto di essere uno dei tanti professionisti che credono che non si debba “raccattare” lavoro, bensì svolgerlo con onestà intellettuale.
Ed è proprio questo il “credo” del Co.Di.Arch (Comitato in difesa degli architetti): ecco perché, non appena mi è stato chiesto di fare da capolista per l’elezione del nuovo Consiglio dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, Conservatori di Milano, ho accettato, senza alcuna riserva.
Certo, la battaglia è pressoché impossibile da vincere, ma mi stuzzica l’idea di potere creare uno schieramento che possa entrare in contraddittorio propositivo con chi gestirà quello che, con i suoi 12.000 iscritti, è considerato l’Ordine più potente d’Italia. Correggo: non 12.000, ma 10.000 iscritti, perché gli altri 2000 andranno a formare l’Ordine di Monza…proprio in contemporanea con il rinnovo del Consiglio di Milano. Una mossa abbastanza ambigua, ma di cui non ci resta che prendere atto e passare oltre.
Dicevo che l’Ordine di Milano è considerato il più potente d’Italia, il che, di per sé, è già una cosa che non mi piace assolutamente: perché mai un Ordine dovrebbe essere “potente” se, in teoria, non è di certo finalizzato ad essere una lobby?
Dunque, preferisco definire l’Ordine di Milano quale avente un ruolo di certo importante ma, soprattutto, obblighi importanti verso i suoi 10.000 iscritti, in primis la loro tutela.
Sembra infatti che la tutela architettonica sia oggi da intendersi solo quale fatto prettamente paesaggistico e storico, la qualcosa è di per sé encomiabile. Ma chi tutela gli architetti? O meglio: chi tutela in modo equo tutti gli architetti, a prescindere dalla singola posizione professionale, in alcuni casi legata ai gruppi di potere, e in moltissimi casi legata esclusivamente alla fatica di lavorare per potere vivere?
Sia chiaro: per quel che intendo essere il garante di tutti, non m’interessa assolutamente spulciare archivi e ricercare notizie denigranti quel collega o quell’altro. No, perché le candidature a presiedere un’Istituzione, qualsiasi essa sia, devono essere finalizzate a dare vita a dei programmi nati da ciò che si pensa, il che deve escludere necessariamente l’attacco personale indiscriminato a chi si candida con programmi diversi.
Non ha senso alcuno attaccare per denigrare, piuttosto, è molto più fruttifero esporre le proprie idee per poi, lasciando la parola ai votanti, verificare quanti di loro le condividono.
Ecco che, in primo luogo, il programma -stilato con il CodiArch tutto- pone quale prima necessità il garantire che l'Ordine professionale, finanziato dagli iscritti, funzioni effettivamente come un'associazione di imprese che tuteli equamente tutti gli iscritti, così come inteso nel diritto e nella giurisprudenza comunitari, evitando ogni e qualunque restrizione concorrenziale che avvantaggi singoli iscritti o gruppi di iscritti.
Come è noto, l’Ordine basa la sua credibilità su di un Codice Deontologico che tutti gli iscritti, più che tenuti ad osservare, dovrebbero sostenere con la loro credibilità di professionisti. Ora, per quanto il Codice Deontologico sia necessario, altrettanto lo è la sua revisione in riferimento a tutte le norme in esso contenute che contrastano con il Diritto Comunitario.
L’Italia è assolutamente indietro rispetto l’Europa e, soprattutto, vive di vita propria come se all’Europa non appartenesse. Infatti, che senso logico ha l’essere “cosa altra” rispetto quanto succede nel resto della Comunità Europea? Forse la paura di non essere competitivi? O meglio, la paura di essere “invasi” dagli stranieri e, di contro, non avere la possibilità di lavorare noi in casa loro?
La questione sollevata dalla famigerata “lettera dei 35” testimonia infatti che abbiamo paura di perdere privilegi sul territorio nazionale, il che la dice lunga su quanto “protezionismo” vige nel nostro settore: protezionismo tra pochi e proibizionismo per molti, se è vero che, ad esempio, per potere partecipare ad un concorso si deve necessariamente avere un fatturato astronomico ed un curriculum altrettanto portentoso. Tutto ciò alla faccia dei giovani professionisti, quelli per cui mettersi in proprio è già un miracolo, e che, a miracolo avvenuto, non possono sperare di potere esprimere le loro qualità anche attraverso il confronto con colleghi più grandi ed esperti: il confronto è solo sul fatturato, e lo si perde platealmente. Piuttosto, perché non dare la possibilità di confrontarsi esclusivamente sulle qualità progettuali? E perché non farlo attraverso il pubblico dibattito con la giuria esaminatrice?
L’Ordine, oltre ad essere controllore della nostra professionalità, dovrebbe anche essere il garante della nostra crescita professionale e, per avvalorare tale ruolo, dovrebbe periodicamente promuovere il lavoro degli iscritti attraverso dibattiti, mostre, pubblicazioni, il tutto senza preclusioni di sorta, prime tra tutte quelle legate ad una precisa “scuola”: chiunque, qualsiasi linguaggio parli, ha diritto allo stesso trattamento.
Puntare sui giovani significa dare loro la possibilità di esprimersi e non, viceversa, vincolarli ai fatturati e alla periodica verifica delle loro capacità. Altro punto, quest’ultimo, di assoluto anacronismo se è vero che l’esame di stato dovrebbe essere prova garante della professionalità, se pur sulla carta, dei laureati. Viene il sospetto che dietro la volontà di sottoporre tutti noi alla verifica periodica delle nostre capacità ci sia un business niente male: l’istituzione di corsi di formazione continua farebbe girare parecchio denaro e toglierebbe agli iscritti la possibilità di aggiornarsi dove e come essi reputeranno più conveniente, senza tralasciare il fatto che è il mercato del lavoro stesso a sottoporci continuamente all’esame della nostra professionalità. Non sarebbe più utile per l’architettura tutta che gli Ordini si attivassero per il sostegno all'innovazione e alla ricerca in campi affini, collegati o alternativi, per creare nuove opportunità di lavoro?
Lo sfruttamento dei più giovani è prassi, anzi, quasi “prassi legale”, soprattutto se si considera che è noto quanto molti studi professionali attuino un vero e proprio turn over tra gli stagisti in modo da non doverne pagare alcuno (e tralasciamo la vergognosa abitudine di trattarli quali manovalanza da fotocopia).
L’architetto è destinato ad essere “precario” finché non riesce ad imboccare la giusta strada (da intendersi quale quella che non sottintende compromissioni politiche e altri potentati), ma non tutti riescono nello scopo: la maggior parte è destinata a lavorare quale “dipendente”, la qual cosa non è certo denigrante ma è però soggetta ad una serie di tarature professionali che non sono certo il massimo per chi è, legalmente, un libero professionista.
Si rende perciò necessario un costante monitoraggio da parte dell’Ordine sul mercato del lavoro, finalizzato alla tutela di tutti gli architetti, iscritti e non.
Monitoraggio che deve espandersi sino alla verifica di come operano le pubbliche amministrazioni (spessissimo veri e propri soggetti attivi della restrizione concorrenziale) rispetto gli incarichi professionali conferiti: sarà forse difficilissimo, ma finché qualcuno non ci tenterà, estirpare il malcostume della spartizione politica degli incarichi sarà di certo impossibile.
Ma l’invasione/ingerenza nell’ambito architettonico, oltre che per gli speculatori e per una certa parte della politica senza scrupoli, è un gioco da ragazzi anche per i geometri e per gli ingegneri, questa però del tutto legale, visto e considerato che possono anche queste due categorie di professionisti avvalersi del timbro del loro Ordine e firmare così ogni sorta di progettazione edilizia.
Anche l’architetto può fare altrettanto? Mica vero: quanti architetti firmano calcoli strutturali? E quanti di loro sono costretti a sbrigare pratiche catastali solo per potere sopravvivere? Sempre più, stiamo perdendo dignità professionale perché non abbiamo mai avuto il coraggio di pretendere la netta distinzione tra i ruoli di architetto, ingegnere, geometra, ed è così che ciò che più di ogni altra cosa siamo delegati a fornire, ovvero la qualità del progetto architettonico, viene spesso lasciata all’arbitrio di geometri ed ingegneri, professionisti indubbiamente altrettanto preparati tecnicamente ma che non sono stati formati per produrre la richiamata qualità architettonica.
Da qui l’indispensabilità di creare i giusti limiti tra gli ambiti professionali delle tre categorie, impegnandosi affinché qualsiasi progetto veda il coinvolgimento dell’architetto quale garante della qualità. Ovviamente, si confida che l’architetto stesso si autogarantisca attraverso la personale preparazione, non trascurando che ciò deve avvenire sin da prima della laurea.
La laurea: …altra dolente nota esempio di come sia mal gestito anche l’ambito universitario attraverso la farsa dell’Esame di Stato. Quanti di noi possono dire di non considerarlo una vera e propria lotteria? Quanti di noi possono affermare con certezza che i nostri compiti d’esame vengano realmente giudicati secondo parametri rapportabili a quella che è la preparazione di un qualsiasi studente al termine degli studi? ma soprattutto, quanti di noi possono mettere la mano sul fuoco che i compiti vengono corretti?
Il ruolo del membro dell’Ordine è centrale: dovrebbe essere la garanzia che l’Esame di Stato certifichi la maturità alla professione, il che significa conferirgli un ruolo fondamentale, da controllore della commissione, di quelle commissioni che, il più delle volte, si dividono gli elaborati da verificare per poi ritrovarsi solo al momento di decidere chi è da abilitare e chi non lo è. Ecco che l’Ordine deve farsi garante della credibilità dell’Esame di Stato: noi proponiamo che tutti gli elaborati vengano corretti simultaneamente dalla commissione, il cui operato dovrà essere controllato dal membro dell’Ordine che, a sua volta, dovrà relazionare il Consiglio su quanto fatto, motivando le scelte. Ogni candidato bocciato dovrà potere avere spiegazioni dalla commissione attraverso il membro dell’Ordine, il che significa semplicemente che lo stesso membro appronti i verbali d’esame in modo chiaro ed esplicativo.
Ovviamente, un tale procedimento richiede impegno costante da parte dell’Ordine e dei membri di commissione, quegli stessi membri che, se uno o due mesi prima hanno laureato uno studente, magari a pieni voti, all’Esame di Stato lo bocciano….confutando la credibilità stessa della laurea. Non sarebbe allora più semplice istituire la “laurea abilitante”, così da eliminare un doppio, inutile, anacronistico esame? Crediamo fermamente che ci sarebbe più attenzione nella redazione delle tesi di laurea, sia da parte degli studenti che dei professori. Infatti, la laurea abilitante diverrebbe un vero e proprio momento dimostrativo delle capacità dello studente cosicché chi dovrà giudicarlo non lo farà alla leggera, fiducioso che poi, tanto, all’esame di Stato lo studente in questione verrà bocciato.
La tutela degli architetti deve avere vita a partire dalla preparazione che gli viene data, ed è anche qui che l’Ordine dovrebbe avere un ruolo non secondario, ridotto attualmente a semplice “cancelliere” delle decisioni altrui.
Cancelliere delle decisioni altrui anche quando si deve intervenire in merito alle parcelle, tema scottante poiché tutti noi siamo soggetti alle paturnie del cliente (in buona o malafede che siano; personalmente, in 11 anni di professione, sono stato costretto a finire in Tribunale per più volte, e sempre per lo stesso motivo: al momento del saldo lavori, ecco che uno zoccolino posato male autorizzava il cliente a non pagare più architetto e impresa). Da qui la necessità che l’Ordine attivi nuove funzioni d’intervento a favore dei propri iscritti in caso di contenzioso o di ritardo nel pagamento delle parcelle. I modi attraverso cui attuare tali nuove funzioni possono essere molteplici, primo fra tutti imporre il deposito contrattuale presso la sede dell’Ordine per poi, al minio contenzioso immotivato, agire sul cliente insolvente attraverso iniziali azioni legali attraverso il proprio ufficio legale. Ovviamente, garante della veridicità della situazione sarà lo stesso architetto coinvolto che, nel caso di dolo da egli stesso creato al cliente, subirà le conseguenze sospensive che il Consiglio dovrà sanzionare. Una tale operazione scoraggerebbe sia il cliente che il professionista ad agire in malafede.
La predisposizione di un “contratto tipo” che sostituisca i minimi tariffari si rende ancorché necessaria se la si lega a filo doppio a quella delle tariffe di riferimento per i servizi di architettura, così come avviene nel resto d’Europa.

Tutte queste considerazioni sembrano banali ma, pur nella loro semplicità, rappresentano l’essenza del nostro mestiere e si rende dunque necessario dibatterne serenamente con chi andrà a governare l’Ordine. Infatti, se l’Ordine deve continuare a vivere, bene, che lo faccia secondo il ruolo che istituzionalmente gli è dato: rendere competitivi i propri iscritti fornendoli di tutti gli strumenti necessari, primo fra tutti la loro tutela.
E’ con tale obiettivo che la lista del Co.Di.Arch. si pone in posizione europeista e propone il suo programma (www.codiarch.org) agli elettori.



(Paolo G.L. Ferrara - 10/11/2005)

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Commento 990 di alessio lenzarini del 18/11/2005


Sono iscritto all'Ordine degli Architetti di Bologna dal 2000 (e forse ho avuto poco tempo per un'elaborazione del significato...) ma sinceramente mi sfugge ancora il motivo fondante dell'esistenza stessa degli ordini professionali. Non intendo banalizzare la questione con visioni anarco-individual-liberiste, ma tutto sommato se il significato degli ordini deve ridursi all'erogazione di un 'servizio' agli iscritti, in termini di tutela legale o di proposte formative o di qualsivoglia altra cosa, mi sembra abbastanza assurdo essere obbligati a pagare un servizio senza potere scegliere da chi e come riceverlo: e dico questo anche postulando la migliore delle ipotesi, ovvero un ordine professionale che quel servizio lo eroghi davvero, efficientemente, con vocazione paritaria alle esigenze di tutti gli iscritti, senza nessun abuso di potere o lobbismi vari. Se invece si suppone che il significato degli ordini vada al di là dell'erogazione di un servizio e consista cioè nel 'rappresentare' i suoi iscritti, in senso quanto più ampio si vuole, allora le cose cominciano ad essere complesse.
In generale, ho l'impressione che la concezione attuale dell'ordine professionale sia ancora abbastanza legata a vecchi schemi socio-economici, ad uno spirito 'corporativo' proprio di un mondo in cui la 'professione' la praticavano in pochi, e quei pochi si conoscevano più o meno tutti fra loro, e appartenevano ad una precisa classe sociale che condivideva esigenze, obiettivi, interessi innanzitutto socio-economici e poi, eventualmente, culturali. Mi spiego meglio: ho spesso l'impressione che il significato dei nostri ordini rimandi ancora ad una concezione di dignità insita tautologicamente nella professione di architetto, come se la dignità e il valore professionale non derivasse da come si svolge tale professione bensì dal fatto stesso di praticarla e potere scrivere 'arch.' sul biglietto da visita. Oggi di laureati in architettura ne abbiamo in abbondanza, sparsi tra tutte le classi sociali (che ancora esistono, non scherziamo) e molti fanno lavori che non centrano nulla con la loro laurea, e molti altri svolgono le mansioni che un tempo erano appannaggio dei geometri oppure si sono specializzati nelle nuove mansioni della computer-grafica, e moltissimi sono i dipendenti (o simil-dipendenti) malpagati di loro colleghi più bravi o più fortunati, e alcuni fanno i burocrati o, peggio, i censori nelle pubbliche amministrazioni, e pochi svolgono la libera professione e pochissimi la svolgono con il coraggio, il talento, la voglia e il tempo per coniugarla a qualche discorso contenutistico-espressivo. Pertanto mi chiedo: non è un po' difficile, anche con le migliori intenzioni, che un ordine riesca a tutelare contemporaneamente tutte queste diverse specificità della professione (sarei tentato di dire: 'diverse figure professionali')? Come possono essere oggetto di tutela paritaria il datore di lavoro e il suo dipendente? Per non parlare, poi, di questioni di natura strettamente culturale: architetti, pianificatori, paesaggisti, conservatori... non nascondiamoci dietro alla bugia che si tratta sempre della stessa professione! E' senz'altro vero che per il momento queste differenziazioni del corso di laurea stanno trovando poca applicazione reale nel mondo del lavoro, ma se in futuro troveranno un riscontro concreto (cosa forse auspicabile) non ci si potrà certo nascondere una contraddizione insita perfino nel nome stesso del nostro ordine professionale: contraddizione non di interessi economici ma, ben più marcata, di vocazione intellettuale. Ammetto, con spirito tra lo scherzoso e il polemico, che personalmente non mi risulta graditissimo, in termini di principio, pagare ogni anno un'iscrizione ad un ordine che dovrebbe rappresentare sia me, ingenuamente orgoglioso del mio ruolo di progettista, sia altre figure che non riesco a non sentire alla stregua di miei 'nemici naturali': figure come, appunto, i pianificatori, i paesaggisti e i conservatori che, nella mia soggettivissima visione delle cose, dovrebbero risultare depositari, nel gioco democratico delle parti, di una propensione alla gestione e allo sviluppo del territorio quantomeno alternativa alla mia (per non dire opposta).
Se cambia il sistema socio-economico-culturale entro cui si attua l'esercizio della professione di architetto, allora dovrebbe cambiare -radicalmente- anche la concezione stessa dell'ordine professionale. E questo probabilmente può avvenire, per usare una vecchia categoria critica, sia con le riforme (ovvero nuovi programmi e nuove idee) sia con la rivoluzione (ovvero abolizione degli ordini e nascita di un qualcos'altro ' X ').

Avanzo un'aspettativa a dir poco utopica: davanti ad un'attività professionale che, rispetto a qualche decennio fa, risulta maggiormente condizionata dai quadri normativi di riferimento, sempre più complessi e invasivi della libertà espressiva, il futuro ruolo dell'ordine degli architetti non potrebbe

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Commento 989 di Andrea Pirisi del 16/11/2005


Egregio Prof. Ferrara, sono pienamente d'accordo sull'aggiunta relativa all'Esame di Stato fatta dal Dott. Renato Cavestro.
Io mi sono laureato "tardi" perchè ho dovuto affiancare lo studio al lavoro e nel periodo dell'Università ho continuato a svolgere la professione di geometra alle dipendenze di un'impresa.
La mia esperienza professionale (decennale) potrei definirla senza modestia sodddisfacente, ho lavorato nel privato, nel pubblico, ho fatto corsi per abilitarmi nei vari settori dell'edilizia o semplicemente per interesse personale (sempre e comunque nel campo dell'architettura, vedi ad esempio il corso di architettura bioecologica ANAB). Una volta laureato ho tentato l'esame di stato ma non l'ho passato. Mi chiedo in che modo una commissione che non sa assolutamente niente di me possa valutare la mia professionalità (non dico le mie capacità di architetto).
Ho deciso per protesta (ovviamente mia personale) di non tentarlo più e di aspettare una modifica all'attuale normativa con la speranza che venga tolto ogni paletto e che la verà professionalità dell'architetto possa essere dimostrata "sul campo". Nel frattempo volendo potrei riiscrivermi all'albo geometri (per il quale sono già abilitato) oppure.... lavorare per qualche ingegnere per il quale, non si capisce perchè, l'esame di stato è solo un pro-forma.

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Commento 988 di Renato Cavestro del 14/11/2005


Caro Ferrara,
ho letto con molto interesse l’articolo da te pubblicato.
Avrei però qualcosa da aggiungere riguardo all’Esame di Stato previsto dalla costituzione (siamo l’unico paese in Europa ad averlo insieme alla Grecia), poiché Questa non ne prevede le modalità ed i contenuti.
Nel corso degli anni, l’Esame di Stato si è trasformato in un vero e proprio secondo esame di Laurea, con la differenza che il rapporto tra Commissione e Candidato non è più di livello Professore/Studente, bensì da Collega a Collega.
Con una sostanziale differenza però, poiché il più delle volte chi giudica non ha mai messo piede in cantiere.
Che senso ha dare un tema e dire: “adesso hai 8 ore di tempo per fare un progetto!”
L’Architettura non vive di regole prestabilite che si possono applicare come formule matematiche; è fatta di idee, e questa non vengono a comando.
Quante volte ci è capitato di ritornare, nel corso della fase di progettazione, a scelte iniziali scartate per chissà quali motivi? Di svegliarci nel cuore della notte, e con gli occhi sbarrati gridare il fatidico “Eureka?” Oppure di rimettere in discussione, (magari il giorno dopo) ore ed ore di lavoro perché la strada intrapresa si è dimostrata sterile?
Non è così che si valuta la capacità di un candidato ad operare sul mercato, perché questo deve essere l’obiettivo finale della Commissione esaminatrice, e non la bontà delle sue scelte progettuali, o la verifica delle sue capacità come disegnatore.
Nel tuo articolo parli giustamente di “Maturità alla Professione” ecco cosa dovrebbe realmente verificare la Commissione. Verificare l’approccio del Candidato nei confronti della professione, e stabilire se questi è preparato a soddisfare le richieste della committenza sia pubblica sia privata, attraverso le scelte che andrà a fare.
Di fronte alle stragi di candidati che ci sono ad ogni tornata d’esame, l’Università per prima dovrebbe interrogarsi sul perché ciò avvenga: significa forse che i Politecnici italiani non siano in grado di formare laureati? O che la classe dei Professori non sia all’altezza?
Non credo.
Diciamo allora le cose come stanno veramente: negli anni, l’Esame di Stato è diventato uno strumento di selezione da parte delle Università stesse e degli Ordini professionali nei confronti dei neolaureati, per creare mano d’opera a basso costo.
Non si spiega altrimenti.
Ben venga l’idea di istituire un Esame di Laurea abilitante, purchè questo non penalizzi, come buona prassi italiana, chi come me, lavora da anni e ha rinunciato a farsi giudicare da chi, almeno sulla carta, dovrebbe essergli alla pari, dando la possibilità di dimostrare le sue capacità, come è avvenuto nell’immediato dopoguerra, contro documenti.
Dr. Renato Cavestro

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Commento 987 di Mariopaolo Fadda del 11/11/2005


C’è di che essere grati agli amici del Co.Di.Arch. per la loro “folle” trovata di sfidare il potentato dell’ordine professionale di Milano. “Folle” perchè pur sapendo che, bene che vada, riceveranno in cambio ostracismo e denigrazione gratuita, ci provano lo stesso. “Folle” perchè è da suicidi esporsi così apertamente, per una nobile causa, alle invidie e ai rancori di chi è tenacemente attaccato allo status quo. “Folle” perchè vuol mettere al centro del dibattito il ruolo professionale dell’architetto nel nuovo contesto globale e non quello dei burocrati preoccupati solo di difendere e rafforzare posizioni di potere e sottopotere di un’anacronostica corporazione. Una trovata “folle”, dunque ragionevole e praticabile che vorremmo si estendesse da Milano a Palermo, da Torino a Udine, da Ancona a Nuoro e via via sino alla più remota periferia.
C’è di che essere grati a Paolo G.L. Ferrara, Giovanni Loi, Alberto Scarzella Mazzocchi e a tutti gli altri candidati in lista, per avere gettato il sasso nella palude politico-affaristica degli ordini professionali e posto all’ordine del giorno una svolta radicale che:
- metta finalmente mano a quel retaggio medievale chiamato codice deontologico,
- ponga fine all’autolesionismo protezionistico,
- demandi alla libera scelta individuale l’aggiornamento professionale,
- ponga le basi per la liquidazione della squallida lotteria dell’esame di stato,
- stabilisca i corretti ambiti delle categorie professionali affini,
- si faccia garante dei diritti dei giovani colleghi,
- stabilisca, quale principio irrinunciabile dell’ordine, la tutela generalizzata per tutti gli iscritti e non solo per le cerchie degli amici e degli amici degli amici.
In poche parole la liquidazione dell’ordine come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e il primo passo per la creazione di una libera associazione in sintonia con il XXI secolo.
Un’iniziativa che dovrebbe far rizzare le orecchie alle giovani leve che volessero svincolarsi dall’incomoda posizione tra l’incudine di tromboni e tromboncini (35) che firmano appelli “pro-domo sua” e il martello di un ordine che si ricorda di loro una volta all’anno, al momento della riscossione della gabella. E, per chi non è più una giovane leva ed ha “subìto” per anni l’ordine professionale, vieti ostracismi e colpi bassi di ogni genere, un invito a scuotersi dall’apatia e sfruttare l’atto “folle” di questo pugno di colleghi intellettualmente e professionalmente integri. Per non restare intrappolati ora e sempre nell’impotenza e nella fatalità più nere.

Mariopaolo Fadda
Los Angeles, CA
10 Novembre 2005


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