Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

L'Architettura Cronache e Storia chiude.
Le ragioni di Luca Zevi


di Sandro Lazier - 5/1/2006


L’Architettura Cronache e Storia, gloriosa rivista fondata da Bruno Zevi nel 1955 e da lui diretta fino alla sua morte il 9 gennaio del 2000, sospende la pubblicazione. In questa intervista Luca Zevi risponde a tre domande che dovrebbero spiegare le ragioni della chiusura.

Sandro Lazier:
"A Riesi, in Sicilia, durante un convegno al Monte degli Ulivi, ci hai anticipato la notizia della sospensione della pubblicazione di Architettura Cronache e Storia. Puoi illustrarci le ragioni, senz´altro sofferte, di tale decisione?"

Luca Zevi:
"La decisione ha come causa occasionale il disimpegno dell'editore, ma affonda le radici in un comune sentire della redazione: abbiamo affrontato con slancio e qualità la non facile sfida di continuare la rivista all'indomani della scomparsa del suo fondatore e primo direttore; oggi la continuità non basta, perchè serve un progetto capace di attualizzare la "missione" della rivista di fronte ai grandi temi con i quali è chiamato a confrontarsi il mondo dell'architettura. Di fronte a questo compito il gruppo redazionale, che ha lavorato coralmente con grande passione nei passati cinque anni, ha ritenuto opportuno un momento di riflessione."

S.L:
" Credo che le ragioni che hai espresso in relazione alla rivista riguardino più in generale il mondo della pubblicazione dell´architettura su carta. I nuovi mezzi - che, secondo il mio parere, sono spesso superficiali ed inadeguati - hanno tempi e ritmi diversi che coinvolgono il pubblico con argomenti apparentemente suggestivi. A Riesi, in fondo, abbiamo assistito ad uno spettacolo fine a se stesso, ben oltre la comunicazione intesa come promozione di un consenso informato. Lo spettacolo è parso anteriore all´oggetto della rappresentazione, vale a dire dell´architettura. Cosa pensi al riguardo?"

L.Z:
"L'incontro di Riesi mi è sembrato molto utile per fare il punto sulle modificazioni radicali registrate dal mondo della comunicazione dell'architettura negli ultimi anni. Nello straordinario contesto - non solo ambientale, ma anche e soprattutto esistenziale - del Villaggio Monte degli Ulivi, abbiamo preso atto della molteplicità dei canali attraverso i quali l'architettura viene comunicata, in un momento storico caratterizzato da un interesse per la disciplina forse mai conosciuto dalle stagioni precedenti.
In un ambito così variegato le riviste di architettura "tradizionali" non sono apparse capaci di fornire un messaggio più calzante di quello rivolto ad un pubblico assai più ampio dalle migliori testate "generaliste". Il loro compito storico - contribuire allo sviluppo della società attraverso un rapporto più equilibrato fra uomo e territorio - è largamente disatteso. Per una rivista come la nostra - che non ha l'obiettivo di sopravvivere ma, al contrario, si sente in dovere di domandarsi quotidianamente se vi sia una ragione per continuare a vivere - la difficoltà di rispondere a tale compito conduce immediatamente ad una messa in discussione della propria legittimazione, nel momento in cui proprio un'irrazionale sfruttamento delle risorse e un dissennato rapporto fra uomo e habitat rischiano di vanificare le straodinarie conquiste degli ultimi due secoli."

S.L:
Credo d´interpretare il desiderio di molti lettori se ti esprimo l´augurio di riprendere al più presto la pubblicazione della rivista. Forse, dopo un opportuno e conveniente giro di boa, magari rimpiazzando anche in parte l´equipaggio, chissà che il vento della passione non torni a soffiare. Abbiamo sempre più necessità di un confronto severo con i valori ideali. Abbiamo vinto il postmoderno e la falsificazione della storia. Perché abbandonare proprio ora?

L.Z:
"La risposta è insita nella tua intelligente formulazione della domanda. Paradossalmente, è stata proprio quella vittoria, cui abbiamo lavorato con la massima profusione di energia, a determinare la crisi odierna. Negli anni '80, emarginati e derisi, mai avremmo potuto lasciare il campo proprio perchè tutti gli altri - chi più chi meno - erano saltati sul carro del postmoderno e di quella che tu chiami appropriatamente "falsificazione della storia".
Oggi (non sappiamo per quanto tempo perchè la storia è fatta di corsi e ricorsi) il linguaggio architettonico prevalente è completamente affrancato da qualsivoglia canone aprioristico, è "interamente architettura", come auspicava Wright. In questo momento una rivista di architettura che voglia perseguire coerentemente un progetto moderno non deve più tanto impegnarsi in una battaglia difensiva contro la reazione montante, quanto declinare la nuova libertà finalmente acquisita nella direzione di un rapporto uomo/ambiente più equilibrato e fecondo. In altre parole, dalla lotta per la sopravvivenza ad un progetto maturo di insediamento umano capace di invertire la china di un disastro ambientale che, qualora non sconfitto, rischia di svolgere nel secolo presente il ruolo distruttivo che le ideologie totalitarie hanno svolto nel XX secolo.
Se ci sentiremo in grado di lavorare a questo progetto con l'energia e la qualità con le quali abbiamo lavorato all'affermazione dell'architettura moderna negli ultimi 50 anni, torneremo con gioia."



(Sandro Lazier - 5/1/2006)

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Commento 5756 di Renzo Marrucci del 28/11/2007


L'architettura cronache e storia ha chiuso? BENISSIMO! direbbe Bruno Zevi. Ricordo la chiusura di Spazio e Società di Giancarlo de Carlo, proprio quando mi decisi a mandargli un mio articolo su Giovanni Michelucci. L'ultimo numero non venne mai pubblicato per accordi difficili con l'editore. Le riviste nascono con gli uomini che hanno qualche cosa da dire e la voglia e l'amore di dirlo....e muoiono come gli uomini arrivando alla fine.
Inutile attacarsi al feticcio, il mondo è davanti. Occorre invece animare e portare avanti il discorso sulla architettura organica oggi e la sua necessità per la città di oggi. L'assenza di contenuti nei progetti di oggi è allarmante, vige l'architettura della immagine e anzi dello spettacolo, un'agitar profuso di forme....dove infilare l'uomo con falsi prestiti agevolati....
Quello che viene realizzato ha il suo riscontro non nella vita, ma solo nel fatto di produrre denaro o no! Per i tempi dell'architettura sarebbe necessario anche un riscontro diverso ma poco conciliabile con il tempo e lo spazio oggi. Occorre sbalordire... ecco il perchè si perde il senso del valore della vita e con l'insicurezza aumentano le malattie esistenziali. La città perde il rapporto con il suo cittadino? Chi se ne frega....sarà compito del bischero di turno. Il bischero di turno e quasi sempre tuo figlio .... Le riviste di qualsiasi tipo, valgono solo se sono motivate ed è meglio chiuderle, senza sacrifici per chi può fare bene o con più piacere altre cose. Nessuno deve immolarsi ma vivere secondo le proprie sensibilità.
La Fondazione Bruno Zevi è già un grosso lavoro da portare avanti. Ma vorrei chiedere a Luca Zevi come mai non ha viisitato il Convegno di Volterra su F.L..W . ? dove si è sentita la mancanza.... Magari come è capitato anche a me ...non era informato! Un caro saluto.

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Commento 5743 di Renzo Marrucci del 24/11/2007


caro Zevi, a dirla con semplicità era dura continuare il lavoro di tuo padre e fin quì nulla da dire. Tuttavia mi sembra che davvero sia necessario cambiare l'equipaggio prima di ripartire per una nuova traversata ma ancora prima di questo bisogna sapere se si vuole combattere contro chi pesta il territorio e chi sconvolge la città. E allora ci si accorge che è facile navigare con il faro che ti illumina la rotta. E' facile volere e difficile dare soprattutto se non si sa bene cosa volere e cosa fare. Ora le ragioni di Zevi non sono discutibili perchè legittime e oneste. Zevi si è trovato un timone e una barca senza i fari che consentono la navigazione sicura verso una meta. La sinistra opera come la destra e tutte e due fanno la torta. Andare a zig e zag non è bello.... lo capisce anche un astemio. Ma la meta ci sa rebbe ed quella di andare contro... Una è quella di combattere, si fa per dire, contro lo schifo intorno e non impa rare a conviverci. Ma questo è difficile e duro e soprattutto ammette una forza di direzione del timone che vuole coraggio e rischio. Forse si tratta di cercare appunto il coraggio e la voglia di rischiare.
Grazie, e tanti saluti

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Commento 5676 di giorgio del 02/11/2007


Mi spiace che una rivista come l'Architettura Cronache e Storia decida di chiudere. C'è bisogno di architettura e tutta le riviste che ne scrivano sono da preservare. Anche quelle più di parte e schierate come questa del grande e ineguagliabile BRUNO ZEVI.

Gorgio

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Commento 1097 di Paolo Marzano del 25/02/2006


Chiude la rivista L'Architettura - Cronache e Storia … nostre, le sue riflessioni .

La rivista L'Architettura Cronache e Storia, ha chiuso i battenti. L'avvenimento, com'era previsto, ha innescato, nelle pagine delle maggiori riviste on-line, una matura discussione, interessante sicuramente importante che mostra quanto sia stata di riferimento per gli appassionati e gli studiosi di architettura, questa storica rivista italiana.
Non voglio entrare in merito ai motivi della chiusura, che pur sono stati accennati nella dinamica discussione di questi giorni in rete, ma voglio riflettere sull'accaduto, da persona appassionata che si è cibata del suo enorme bagaglio culturale, prima da studente ed ora da professionista. La visione dell'architettura di Bruno Zevi, è una realtà; a questa realtà, l'insuperabile professore ci ha preparato e sostenuto con la pubblicazione, non solo de L'Architettura Cronache e Storia, ma con le molteplici pubblicazioni dei diversi testi per cui la verifica dell'applicazione delle sue metodologie interpretative, aiutava ad osservare quell'architettura in continua trasformazione.
La vita della rivista L'Architettura, era legata direttamente alla sua determinante e fondamentale figura critica, scomparsa questa, purtroppo, non doveva altro che verificarsi quello che poi lentamente è successo. Corrisponde, infatti, alla visione concettuale aderente, secondo me, all'atteggiamento di Bruno Zevi.
E ora? Ne ho già parlato in un altro scritto on-line Simulazione d'assenza di 4 o 5 anni fa, di questo gioco strano di accadimenti storici.
Il prof. Bruno Zevi ci ha accompagnato alla soglia di questo millennio, dichiarando la vittoria dell’architettura moderna e contemporanea, indicandoci un orizzonte nuovo. Consapevole, già, dal Manifesto di Modena, ha mostrato grande fiducia nelle possibilità espressive di una nuova stagione architettonica e, in uno degli ultimi suoi scritti risalenti al 22 settembre del ‘99, chiude con un riferimento storico, il cui valore trascina sconvolgendo quella che sembrava una conclusione e azzarda un’ipotesi futuribile, con un atteggiamento coerente testimone di una vita diversa, “non in riga”. Egli delinea, infatti, la sua grandezza culturale lanciando con autorevole compiacimento quella che, con parvenze poetiche, deve leggersi, secondo me, come una vera profezia. Vedere lontano, d’altronde, anche oltre i propri limiti, è sempre stata una caratteristica dei grandi personaggi. Lo scritto rivela: “[...] va ricordato quanto diceva Leonardo sulla necessità di tener conto delle nebbie, delle foschie, delle sbavature, delle albe, delle piogge, del clima ingrato, del caldo, delle nuvole, degli odori, dei tanfi, dei profumi, della polvere, delle ombre e delle trasparenze, degli spessori dolci quasi sudati, delle evanescenze fuggevoli. Adesso l’architettura è attrezzata per captare tali valori”. Ora dal manifesto di Modena vorrei ricordare quanto egli comunica all'assemblea nella conclusione: “[...] Io sono felice perché so che, in qualsiasi momento, sentendomi mancare, posso rivolgermi a voi, dicendo: continua tu, tu, tu, tu. Grazie.”
Eredi culturali diretti? Sono i suoi appassionati sostenitori. La libertà dell'architettura vive dove esiste la dinamicità della ricerca e non dove ristagnano parole e teorie di dotte conventicole. E' vero che dalle nuove antenne possono arrivare vecchi messaggi, questo è il rischio!
Ritengo che, per la sua visione, non è certo la chiusura della rivista che lo avrebbe preoccupato, ma della tendenza del piangersi addosso, invece di scatenare altre battaglie per come l'architetturra o la figura dell'architetto viene trattata in Italia. L'Architettura Cronache e Storia, rinascerà dalle sue ceneri? O forse no? Non sarà certo la stessa che conosciamo!
I messaggi del prof. Zevi, sono sicuro viaggiano e viaggiano veloci. In questo momento non c'è lui (purtroppo) e non c'è la sua rivista. Quanti di noi hanno nella loro personale libreria, in uno scaffale o forse più, i suoi testi, essi funzionano tutt'ora; se sono stati letti attentamente inizieranno a funzionare. Sono degli schemi strategici con piani di battaglia indicati, è stato il suo messaggio per tanto tempo; un imperativo deciso dal tono declamante marinettiano, lo ricordiamo tutti; la battaglia continua, ci ha allenati al metodo di ricerca, a stare attenti alla lettura dei codici dei segni e alle interpretazioni veloci e tendenziose, ci ha addestrati per stanare la retorica e intrappolare la ripetizione ciclica di rigurgiti architettonici sterili travestiti da modernità. Il suo messaggio viaggia nelle menti di intere generazioni di architetti e appassionati sostenitori della sua coerenza intellettuale. Della rivista L'Architettura, penso che questa interruzione, sia la chiusura di una bellissima avventura di cui tutti noi possiamo solo raccontarne orgogliosamente le vicende. Risuscitandola sarebbe azzardato perché non avrebbe lo stesso impatto.

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Commento 1024 di Antonino Saggio del 24/01/2006


Caro Luca e Caro Sandro,
innanzitutto vi ringrazio di avere affrontato il problema della chiusura dell'Architettura. Nei momenti difficili ci si conosce veramente e, soprattutto , le crisi si debbono affrontare. Perché, se no, ci saremmo misurati con l'insegnamento di Bruno Zevi?
La risposta di Luca è equilibrata e rincuorante. Non è parte della sua personalità serbare rancore per una opione francamente espressa. Lo sapevo e ci contavo.
Continuiamo a confrontarci. Magari viene fuori una idea moderna.
A presto e mi auguro che altri seguiranno
Antonino Saggio

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Commento 1020 di Luca Zevi del 23/01/2006


Caro Sandro,
facendo seguito alla tua cortese sollecitazione, intervengo velocemente sui commenti alla notizia della chiusura delle pubblicazioni della rivista “L’architettura”.
Anzitutto ringrazio Roberto Vallenzasca e Phil Pippins per l’affettuosa partecipazione ai destini della rivista
Nel rispondere alle tue domande, ho cercato di individuare le ragioni della decisione di sospendere le pubblicazioni, collocandole all’interno di una crisi culturale e di ruolo che, a mio avviso, non investe soltanto la nostra rivista ma tutte le testate, storiche e non, di architettura. Un argomento sul quale interviene efficacemente anche Alessio Lenzarini.
Su queste ragioni, rivolte al presente e al futuro, mi sembrerebbe utile un confronto con tutti coloro che hanno collaborato alla rivista o ne hanno seguito il percorso.
L’intervento di Antonino Saggio è invece rivolto ai sei anni trascorsi dalla scomparsa del fondatore e direttore della rivista. La valutazione sulle scelte culturali operate dai titolari della testata e dalla redazione in questo periodo, oggetto del suo intervento, può essere certo oggetto di un confronto approfondito, che mi pare esuli però dall’ambito del veloce scambio di commenti in corso. Desidero soltanto precisare che, come sempre, tali scelte, certo discutibili, sono state assunte in assoluta indipendenza e, soprattutto, senza alcuna volontà di escludere aprioristicamente alcuno, men che meno amici di vecchia data come Nino, con il quale sono in corso proficui rapporti di collaborazione nell’ambito della Fondazione Bruno Zevi e della collana di libri Universale di Architettura da lui citata.
Condivido il giudizio di Nino sul ruolo della Mancosu Editore, che in questi sei anni ha sostenuto in ogni modo la rivista e merita pertanto il plauso e la gratitudine di tutti noi.
Luca

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Commento 1017 di Alessio Lenzarini del 18/01/2006


Proseguo, sperando di non annoiare, la conversazione a distanza con Vallenzasca. Lungi da me, mi auguro che fosse chiaro, inneggiare plaudente alle logiche di mercato in quanto tali, figuriamoci poi alle ricadute culturali che causano. Io parlavo infatti di 'qualità della domanda' come fattore determinante la qualità dell'offerta e ne parlavo in merito al mondo dell'architettura, che si potrebbe supporre, forse ingenuamente, più esigente e preparato rispetto al passivo e supino mondo del pubblico televisivo. E intendevo suggerire che forse, prima di prendercela con gli editori, il cui mestiere rimane comunque quello di vendere copie, potremmo fare perlomeno una bella disamina sui lettori di riviste d'architettura. Io sinceramente di editoria non mi intendo affatto e non ho mai vissuto dall'interno il settore delle riviste di architettura: parlo esclusivamente da lettore e da architetto. E faccio un ragionamento banale banale: per la sopravvivenza di una rivista non si può prescindere dalle entrate pubblicitarie; la pubblicità sulle riviste di architettura credo sia principalmente finalizzata agli addetti ai lavori (più che al privato che talvolta si trovi a sfogliare una rivista di settore perché deve arredare o ristrutturare casa); sono prevalentemente gli addetti ai lavori che comprano le riviste e che quindi ne determinano la tiratura, il successo commerciale e la conseguente appetibilità pubblicitaria; una qualche responsabilità nell'innalzamento o nell'abbassamento del valore culturale delle riviste, pertanto, noi architetti ce l'avremo. Visitando il sito di Mondadori, ho appreso che VilleGiardini vende il doppio delle copie di Casabella. Probabilmente, qualche ricca signora in sfregola di casa al mare andrà in edicola a comprare VilleGiardini, ma non credo che questo basti a giustificare il doppio delle copie di Casabella. Siamo seri: la tiratura delle riviste può essere un buon criterio di valutazione dello spessore culturale degli architetti italiani. E il dato di fatto che ci troviamo davanti (lo dico anche e soprattutto per esperienza quotidiana) è che in gran parte gli architetti (per non parlare dei cugini geometri e ingegneri) si sentono letteralmente 'estranei' sia all'architettura 'alta' (diffusamente avvertita come un giochino elitario di antipatiche 'archistar' superpagate) sia tantopiù al dibattito puro (diffusamente avvertito come una futile masturbazione mentale di critici oziosi) e preferiscono leggere riviste in cui (tragicamente) possono riconoscersi, perché vi trovano pubblicati progetti vicini al loro mondo professionale e al loro gusto, progetti di semplice edilizia qualitativa da cui eventualmente rubare qualche spunto. Questa è una realtà culturale da cui non si può prescindere se si parla di storiche testate che chiudono o che versano in stato di difficoltà e devono più o meno prostituirsi per sopravvivere. Il fatto che l'editoria cavalchi tale realtà, mi sembra fin troppo normale, mentre ritengo molto più preoccupanti tutti quei fattori (lungo elenco, in cui non oso inoltrarmi) che hanno determinato un livello culturale così basso per la categoria cui appartengo. E il tutto, ovviamente, senza entrare nel merito critico delle scelte editorial-culturali di questa o quella storica rivista d'architettura nella sua gestione attuale.
buona giornata a tutti
Alessio Lenzarini

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Commento 1015 di Roberto Vallenzasca del 17/01/2006


Cara Antithesi,
solo due precisazioni per Lenzarini:
a) Parlando di D della Repubblica, non mi riferivo a DCasa, un vergognoso marchettone, ma all'originale D Donna o come diavolo si chiama: vi appaiono commenti significativi sulle arti di autori che sanno di cosa parlano, da Brandolini in su
b) L'audience per l'architettura non è solo quella degli architetti italiani, notoriamente sempre fintamente alla canna del gas, ma quella molto più ampia di un pubblico colto e curioso, che vi assicuro ancora esiste: e a tirare fuori le leggi di mercato si finisce invece a giustificare quella vera merda (scusate l'espressione) che è diventata la televisione italiana: certo, diamo alla gente quello che vuole... replay dei calciatori che si sputano in faccia, stupri in metropolitana, omicidi in famiglia, la vandea clericale all'assalto dei diritti delle donne, il Grande Fratello, Fox Crime, schizzi di sangue fino al soffitto: perfino Striscia e le Veline in confronto sembrano i Dialoghi di Platone.
Ecco , tra la merda e il risotto (come si dice a Milano), ci sarà pure una decente via di mezzo.

Quanto ad Antonino Saggio, che personalmente mi sta molto simpatico, gli ricordo che il suo è un perfetto esempio di Nomen est Omen: quindi fa bene a togliersi dalla scarpa il sassolone degli Zevi Bros, però non c'è bisogno di fare vedere tutte le mostrine e le medaglie guadagnate sul campi di battaglia della stitica editoria italiana d'architettura. Se i figli di Zevi sono degli incapaci, prenda Saggio accordi onorevoli con gli sconfitti e rilanci lui la rivista con i suoi editori buoni, Marsilio in testa.

Giuro sulla mia collezione dell'Architettura di Zevi (sr) e Pedìo, che almeno il primo numero lo comprerò.

Saluti affettuosi,
Roberto


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Commento 1014 di Antonino Saggio del 17/01/2006


Caro Lazier,
in dei giorni dolorosi per Lei chiude anche l'Architettura. Questo il mio punto di vista:
L'editore, con cui non ho rapporti che non è affatto il mio editore, anzi per molti versi entra in concorrenza con i miei, ha fatto, secondo me, tutto, il suo. Ha finanziato la rivista, ha aperto una redazione, l'ha ospitata nei suoi uffici, ha messo sotto contratto alcuni dei precedenti collaboratori, ha fatto veramente il possibile. E questo l'ha fatto per circa sei anni dopo la morte di Zevi e almeno un paio prima. Dieci e Lode, secondo me.
Luca e Adachiara Zevi che detengono la proprietà della testata e che potevano scegliere un editore qualsiasi o pubblicare loro stessi la rivista hanno impostato malissimo la questione sin dall'inizio.
- Innanzitutto potevano essere loro i direttori assumendosi in pieno tutto l'onere, la fatica e le responsabilità. Se non se la sentivano singolarmente o in coppia potevano allora nominare uno degli studiosi vicini all'aria zeviana. Non c'era solo il sottoscritto, di valido!
- Invece hanno fatto una scelta assurda. Hanno preso un giornalista, bravo occupatissimo e di chiara fama, cioè Furio Colombo e l'hanno messo a fare il direttore di una rivista di Architettura. La prossima volta a Colombo faremo progettare un ponte, disegnare il nostro appartamento o la scuola dei nostri figli. Tanto l'architettura, come sanno benissimo tutti in Italia, mica è una cosa specifica: è un hobby.
- Poi hanno affiancato al direttore un comitato eterogeneo di professionisti in qualche modo "amici" di Zevi. Ognuno con una propria agenda, cioé un proprio scopo. Si sa, ma è bene ricordarlo. Se si vuole ammazzare un'iniziativa culturale si faccia un Comitato! La cultura è capacità d'orientamento. Come si fa a segnare una rotta in dieci?
- Il risultato è stato il caos più totale, la cui ciliegina è stata che alcuni tra i membri amici di Zevi del comitato hanno portato dentro la rivista studiosi di tutt'altra storia culturale, per cui allibiti, e come se niente fosse, ci si è trovati dentro la più decisa rivista di tendenza italiana, letture critiche e storiche, apprezzamenti e giudizi di opposta natura. Il tutto, e questo il bello, come se nulla fosse.
- Anche i più affezionati tra i vecchi lettori prestissimo hanno capito l'andazzo. L'architettura è stata per anni una barca alla deriva.

Dico queste cose con amarezza e con un orgoglio allo stesso tempo. Mai sono stato coinvolto in nulla della nuova L'Architettura, mentre della vecchia avrò scritto almeno un cento pagine tra articoli e saggi. Essere stato ostracizzato, "bloccare Saggio", la parola d'ordine di Ada e Luca per anni!, mi ha creato amarezza e dispiacere anche perchè sapevo, molti sapevano, che vi era invece un vero gruppo di pressione perchè questo non avvenisse. Ma chi se ne importa dell'amarezza e veniamo all'orgoglio. Alla morte di Zevi sono riuscito a tenere duro nella direzione degli "Architetti" e della "Rivoluzione Informatica". Qui l'editore Testo&Immagine per la verità ha tenuto fermo sul mio nome evitando le furiocolombate a lui ovviamente e coerentemente con gli altri capitoli della storia, suggerite.
Non solo ho portato a termine 41 libri come curatore dopo la morte di Zevi ma sono riuscito a rifondare dopo la drammatica chiusura di Testo&Immagine sia gli Architetti (con l'editore Marsilio dentro la sacro santa denominazione Universale di Architettura fondata da Bruno Zevi) sia la Rivoluzione Informatica con lo splendido editore EdilStampa.
Mia figlia sta leggendo Robinson Crusoe: w le isole di cultura viva.

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Commento 1013 di Alessio Lenzarini del 16/01/2006


Rifacendomi all'intervento di Vallenzasca, concordo pienamente con l'analisi del circolo vizioso pubblicitario che mantiene in vita le riviste di architettura, ma dissento altrettanto pienamente dalle conclusioni tratte. Certo, sarebbe bello, in tutti i campi e non solo nel nostro, avere editori coraggiosi e appassionati mossi da qualche interesse di divulgazione culturale e non solo dal farsi la barca nuova... però alla fine dei conti ognuno fa il suo mestiere: se gli architetti italiani, cui la pubblicità è finalizzata, preferiscono leggere una rivistina ultra-generalista come Dcasa della Repubblica piuttosto che Domus o l'ArchitetturaC&S, forse vorrà dire che qualche problemino ce l'abbiamo all'interno della categoria... personalmente, Dcasa la sfoglio con piacere quando vado a prendere i ravioli al vapore in rosticceria cinese, ma non mi era mai sembrato un prodotto che potesse rivestire qualche interesse per gli addetti ai lavori...
A parte l'esempio di Dcasa, voglio semplicemente dire che forse gli architetti italiani, così come per molte altre questioni, hanno alla fin fine le riviste che si meritano: anche la qualità della domanda è una legge di mercato.
buona giornata a tutti
Alessio Lenzarini

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Commento 1012 di Roberto Vallenzasca del 16/01/2006


Caro Lazier,
la notizia della chiusura della rivista di Zevi (Sr./Jr.) è sconvolgente ma non imprevista.
Sono destinate a sparire tutte le riviste specializzate di architettura (o di design) - quelle italiane con più fragore, per il loro passato glorioso (quelle buone, ovvio) - finchè non si interrompe il circolo vizioso del meccanismo pubblicitario.
Le aziende produttrici vogliono far vedere la loro pubblicità agli architetti, l'editore - barando un po' con le cifre sulle tirature - fa credere alle aziende che gli architetti vedano la loro pubblicità sulla sua rivista, le aziende danno la pubblicità alla rivista, su cui la vedono gli architetti... et voila: l'editore intasca soldi, si fa la barca nuova e i direttori di riviste possono continuare a mantenere la loro puzza sotto il naso e i loro conflitti d'interessi. Ma anche tutto questo, in uno scenario mediatico stravolto in soli dieci anni, tra Internet, televisione, cd-rom, DVD, cellulari multimediali, etc., sta andando in crisi.
Perchè altrimenti un qualsiasi buon settimanale come D della Repubblica può tranquillamente sostituire Domus - tanto per dirne una che ancora sta traballante in piedi - nel comunicare l'essenziale di architettura, arte e design? Semplice: perchè ormai l'audience interessata ad architettura, arti e mestieri è centuplicata, così come i contatti pubblicitari di D della Repubblica... E un'azienda che deve far vedere la pubblicità dei suoi maledetti parquet, perchè dovrebbe dare a Domus per tre mesi l'equivalente di quello che da a D per un anno? E non serve, come fa Boeri, fare il verso nei contenuti al Telegiornale, a National Geographic , a Focus (diretta da suo fratello), l'Espresso, o D delle Donne: che tanto arriverà sempre prima sulla notizia global/choc, mentre le riflessioni di Domus sulle catastrofi naturali /artificiali dopo due mesi dalla notizia già puzzano di muffa.
Figuriamoci una rivista raffinata, caparbia e un po' antiquata come L'Architettura Cronache e Storia...
Cosa fa, si mette a parlare del blocco degli sfratti?
L'unica via d'uscita è che tirino fuori le palle gli editori di mestiere, sempre che ne esista ancora la razza. Uno di loro rilevi la testata e dia modo a Zevi jr. e un altro gruppetto di coraggiosi di continuare il lavoro iniziato da Zevi sr., informando e discutendo di architettura, e non di costume.
Benedikt Taschen, che ha cominciato vendendo fumetti porno, è riuscito - e riesce - con i libri a divulgare l'architettura contemporanea, in tutto il mondo.
Possibile che non ci riesca, almeno in Italia, almeno con una rivista, uno dei cento editori italiani?
Cari saluti.
Roberto Vallenzasca

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Commento 1011 di phil pippins del 09/01/2006


AHI... lo sapevo, ma leggere che è proprio vero fa troppo male!...
Mi sembra una vero e proprio tradimento alle parole fiduciose di Bruno Zevi "continua tu, tu, tu..."
Le lotte nn sono finite... ANZI: quante "architetture" plasticose, di tendenza che nulla hanno di decostruttivismo vengono spacciate x tali??? chi difende il vero decostruttivismo dalla cialtroneria imperante, dalla dannosa "moda", dalla "nefasta" accademia??? quanti archi-star continuano a calare dall'alto i loro progetti, arroganti della loro firma senza prendersi la briga di conoscerne fino in fondo il contesto e le sue esigenze intrinseche??? chi difende dalla castrazione il povero studente che vuol diventare architetto senza esser portato per mano fino alla laurea??? etc.... mi fermo qui.
xchè nn continuate voi di AntiThesi la battaglia di Zevi??? lo so che avete subito risposto al suo appello sul web, ma forse ora c'è da combattere x nn far chiudere la sua rivista!

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