Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

In difesa di un critico nevrotico

di Sandro Lazier - 10/9/2000


Ho letto sulla rivista Domus di settembre 2000 l’articolo di Giuliano Della Pergola “Gli eroi dell’architettura di un critico nevrotico”. Il Della Pergola, in questo scritto, tenta di recensire l’ultimo libro di B. Zevi “Capolavori del XX secolo esaminati con le sette invarianti del linguaggio moderno”.
Vergognoso.
Mi è stato insegnato, e forse a torto visto i tempi che corrono, che si combattono le idee, mai le persone. Ma per combattere le idee bisogna perlomeno conoscerle, altrimenti non si hanno argomenti e si rischia di confutare il nulla solo per colpire qualcuno, aumentando confusione, incompetenza e tante altre dannose nefandezze. Generalmente, parlar male del prossimo banalizzandone il pensiero, non rientra nelle prerogative dell’umana e auspicata virtù della critica d’autore, ma rimane piuttosto confinato nel più meschino vizio che va dall’inutile pettegolezzo alla, molto più seria, calunnia. Insomma, o finisce tutto al bar degli amici o in tribunale. A meno di trovare qualche compiacente editore disposto a vestire il topolino con gli abiti dell’elefante, a spacciare per critica le ciance, traghettando la cialtroneria nella immune zona franca del dibattito sedicente culturale.
Immune da querele, come d’altronde è questo articolo, ma immune soprattutto dalla reazione di colui che, colpito, per coincidenza non è più in vita.
Ma veniamo al dunque.
Sorvolando sulla presunta nevrosi (che pare aver offeso la vigliaccheria di coloro che per anni hanno taciuto per evitare il confronto con il personaggio recensito) l’articolo contiene non solo falsità, malintesi e alterazioni tali da supporre una conoscenza generica, per non dire assente, dell’autore stesso; contiene affermazioni per se stesse indecenti sul piano dell’onestà culturale.
Infatti, già nella prima frase, il Della Pergola dice:<< Tutta la genialità ma anche tutta l’arbitraria lettura dell’architettura moderna sono condensate in questo volume…>> Chiedo al lettore, e ovviamente all’autore dell’articolo: esiste forse una lettura che non sia arbitraria? Esiste forse una lettura oggettiva? Quest’uomo ha forse verità in tasca tali da rendere la lettura imparziale? Ma a che serve allora la critica se si dispone di un verbo incontestabile, assoluto, totalizzante? Se Della Pergola conosce un modo non discutibile di leggere l’architettura perché non ce lo spiega, rendendo in tal modo vano non solo il lavoro di una vita condotto da Zevi ma il pensiero di circa tremila anni di civiltà occidentale? Dire “arbitraria lettura dell’architettura” è disonesta tautologia a buon mercato. Infatti, oltre a quella dei numeri del contatore del gas, non vedo quale altra lettura possa essere oggettiva.
Ma c’è di più. Dire arbitraria lettura è ignorare di sana pianta, e non so quanto volutamente, la struttura fondamentale della teoria zeviana delle invarianti.
Spiego, soprattutto al nostro recensore.
La “lettura dell’architettura”, come la lettura di qualsiasi segno, è soggetta all’arbitrio (anche qui) dell’interpretazione (artistica, funzionale, psicologica, sociologica, semiologia e chi più ne ha più ne metta). Ma la condizione necessaria affinché un testo possa essere interpretato è che sia possibile prima di tutto leggerlo. Un testo si può leggere quando i segni che lo determinano hanno, oltre a senso e significato nei linguaggi logici, una struttura, sintattica, grammaticale o dir si voglia, capace di connettere il pensiero e il sentimento del lettore con quello dell’autore. Insomma, semplificando, nel linguaggio parlato ognuno è libero di dire ciò che vuole, e scegliere le parole che vuole, ma se ogni tanto non ci infila un verbo, un predicato, come dice la grammatica, nessuno lo comprenderà e allora addio comunicazione. Nel linguaggio architettonico - sempre che si ammetta che l’architettura sia un linguaggio, altrimenti tutto si risolve in un “mi piace <> non mi piace” e buonanotte al secchio! – le cose si complicano ma fondamentalmente occorre sempre una struttura, una sintassi per quanto complessa, pena l’incomunicabilità e quindi l’inattuabilità della critica, l’impossibilità di dare giudizi.
Zevi si domanda: della varietà di segni e testi architettonici, dal passato fino ad oggi, quale sintassi è possibile dedurre ed utilizzare per poter leggere architettura e parlarne con il mio vicino? Inoltre, come posso leggere un’architettura, dandone poi giudizio, se mi mancano i criteri che tengono insieme le sue parole? Ma dove cerco questi criteri? Nelle regole già scritte dell’accademismo classico? Negli stili, negli archetipi e nei segni codificati che formano gli oggetti che determinano lo spazio architettonico o nello spazio stesso?
Per Zevi, e per tutto il movimento moderno, stili ed archetipi sono solo retorica e bella calligrafia; la poesia architettonica, infatti, genera sostanzialmente spazio. L’architettura vive di spazio. Ecco allora le invarianti, i criteri di lettura, le costanti dedotte dalla storia e riferibili allo spazio architettonico inteso come linguaggio. Ma attenzione, così come la sintassi linguistica non è regola che limita la libertà espressiva dello scrittore, le invarianti non sono regole, principi, dogmi cui bisogna attenersi e che imprigionano l’espressività dell’architetto. Servono per leggere e comunicare architettura, non sono regole per scrivere architettura. Mai Zevi si sarebbe sognato di dare regole per la poesia. I suoi detrattori, probabilmente sì, visto che tutt’ora equivocano la sua ricerca teorica e la combattono credendola simmetrica alla loro. Costoro, purtroppo, del messaggio zeviano non hanno colto il senso. Come G. Della Pergola. E’ conseguenza naturale, quindi, che costui affermi le seguenti falsità:
1.<<...Le “sette invarianti”…è un numero simbolico, ma per Zevi non potevano che essere sette…>> Falso! Zevi sostenne di averne trovate sette ma avrebbero potuto essere mille, Altro che numero simbolico. La cabala, l’ebraismo, buon Della Pergola, li lasci perdere. Rischia di infilarsi in argomenti da cui difficilmente potrebbe uscire con onore.
2. <<… sono i principi guida, i grandi archetipi del Moderno in Architettura…>>
Falso! Le invarianti non sono archetipi, principi guida. L’ho mostrato prima.
3. <<… per una comprensione meno assiomatica…>>
Soltanto Della Pergola ha pretesa di comprendere un assioma perché, per definizione, un assioma è qualcosa di dato formalmente che non ha necessità di una spiegazione.
4. <<...Ma il libro che qui si recensisce presenta un limite strutturale: esso è comprensibile da chi già conosce analiticamente il pensiero di Zevi, mentre invece risulta criptico per chi non ha seguito lo sviluppo culturale dell’autore >>
Risulta criptico per chi non ha capito nulla del pensiero dell’autore, peraltro sempre molto lucido. Ma allora, perché recensirlo?
5. <<...Zevi tese a declinare i caratteri compositivi in architettura come elementi che necessariamente tendevano…>>
Falso! Zevi aborriva i caratteri compositivi e non avrebbe perso nemmeno un minuto per declinarne alcunché

Ma veniamo alla parte terminale della tentata recensione, quella relativa alla “eroicità” dei personaggi dell’architettura. Della Pergola la liquida in questo modo:<< Egli è l’eroe solitario e per certi aspetti incompreso di una visione dello spazio e del mondo. Si autocolloca, elitariamente, tra quegli innovatori che nelle mode trovano, non già la scia del successo da perseguire, quanto il limite opaco dei saperi consolidati e banalizzati>>.
Detto così sembra più o meno lo spot di un’idea romantica rinfrescata di consumismo a buon mercato.
Ma non è così. L’eroicità è condizione tragica, la si subisce. Non si è mai eroi per scelta perché è la situazione che genera gli eroi. Se di questi è costellata la storia del novecento, il problema sta nella storia, non negli eroi. Se la libertà di muoversi e godere dello spazio dell’architettura ha costretto gli architetti all’eroismo, questo è avvenuto perché qualcuno queste libertà ha negato. Fino a quando qualcuno negherà libertà espressive ci saranno eroi. Infatti, l’eroe è inversamente proporzionale alla libertà ed alla democrazia compiuta.
Comprendo benissimo che chi si traveste da liberale non tolleri nessuno che si atteggi ad eroe nel proprio ambito. L’eroe lo smaschera e lo mette a nudo. Chi comanda e sta con il sedere al caldo, infatti, non cambia e cerca di imporre regole per legittimare il suo privilegio. Regole estetiche, innanzitutto, perché sono le sole che riescono a restituire legittimità etica a situazioni in realtà corrotte. Combattere le regole, quindi non seguire “la scia del successo da perseguire”, si impone non come scelta arbitraria e del tutto personale, ma come condizione necessaria senza la quale non è possibile l’alternanza e la convivenza democratica. La democrazia vive di conflitto, anche estetico. La democrazia vive di disordine, per questo occorre tolleranza. L’estetica del disordine, in rapporto alla quale il pensiero di Zevi è stato profetico, oggi è vincente perché è l’unica possibile per la democrazia e la civiltà.
Banalizzare questi concetti significa non aver capito il proprio tempo, l’attualità dell’espressionismo, la complessità come nuova scienza e filosofia, insomma, vuol dire non aver capito proprio nulla.



(Sandro Lazier - 10/9/2000)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 7322 di Giovanni de luigi del 23/06/2009


Mi trovo pienamente d'accordo con le critiche alla recensione del Prof. Della Pergola qui formulate.

Quello che traspare è che l'articolo sia stato scritto senza avere approfondito a dovere il pensiero di Zevi, oltre che con poca attenzione all'uso di una corretta terminologia.

Saluti,
Giovanni

Tutti i commenti di Giovanni de luigi

 

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