Giornale di Critica dell'Architettura
Controrivista

L'effimero nelle riviste acritiche

di Sandro Lazier - 2/4/2000


Da Abitare, marzo 2000, Puzzle Berlinese, di Fulvio Irace: "Dall’occhio di vetro del Reichstad il programma della nuova capitale somiglia sempre più a un caleidoscopio in rotazione, che costringe l’osservatore alla sintesi dei tanti frammenti di cui ancora si compone il puzzle berlinese"”
Bravo Irace: proposizione unica, sintesi di architettonica ermeneutica contemporanea. "Somiglia", "osservatore" e "frammenti" sono parole che, in relazione all’architettura, dicono indiscutibilmente: cosa ci dobbiamo aspettare (che somigli), come ci dobbiamo porre (osservatori - all’esterno), che nome dobbiamo dare alle cose che ci sfuggono (frammenti). Evviva il pensiero debole.
Segue il resto dell’articolo che, coerentemente, ci parla di "profili scalettati", "triadici propilei d’ingresso", "galoppante nostalgia", "pareti vetrate e trasparenze moderne", "squamose onde appena riflesse", "corretta risposta alle richieste di una moderna architettura istituzionale", "percorso mentale tra esigenze funzionali e coerenze espressive" (da quando l’espressività è diventata coerente? N.d.A.), "tenerezze ambientali di rigogliosa natura", "timbri dissonanti delle sue architetture d’autore","armonico boulevard per il paesaggio" e, come gran finale, della ".”… mole frastagliata dell’edificio di Scharoun (che) diventerà il fondale di una complessa sistemazione urbana". Il complesso e drammatico Scharoun ridotto a tappezzeria: fondale.
A dire di Irace la nuova Berlino non mette a rischio le coronarie per l’emozione o il sistema nervoso per lo sdegno. Se egli, infatti, ce la descrive come il salotto della signora Camilla, vuol dire che tutto serenamente tace.
Mi chiedo: sono tra i pochi appassionati che la sorte ha risparmiato da un inutile e costoso viaggio nella rinnovata capitale? Ho due ammissibili risposte:
1- la rivista Abitare non è più in grado di distinguere se si sta suonando la Nona di Beethoven o il valzer delle capinere;
2- la rivista Abitare, alla fine ha ragione e, al di là dell’enfasi e della retorica, c’è ben poco da dire. La prima risposta mi preoccupa. Si sa che questa nota rivista da anni è, di fatto, testo didattico e riferimento bibliografico delle nostre maggiori università. Non dico altro.
La seconda mi offende per due ragioni:
a) -pagando ho diritto a una informazione corretta, critica, dichiaratamente schierata, indipendente. Se il governo Tedesco, dopo aver stanziato una cifra impronunciabile e aver ingaggiato i migliori fuoriclasse del settore, si trova a pagare i conti di "tenerezze ambientali di rigogliosa natura" e "squamose onde appena riflesse", si dica almeno che malgrado le tante stelle in scena il film non convince e, probabilmente, si è scelto male il regista. Infatti, cito dallo stesso articolo:".”…creare uno scenario congruente a un’idea di plausibile urbanità è tangibile e tutto sommato convincente. Determinante in tal senso la regia di Renzo Piano"
b)-Perdio! Non stiamo parlando di una città qualsiasi. Berlino: un nome che quando lo accennavo a mio padre, quand’era ancora in vita, gli si drizzavano le orecchie. Un luogo dove è nata la più grande tragedia di questo secolo. Un posto dove c’è stato il muro che per quarantacinque anni ci ha tenuti con il sedere sulla punta di un missile nucleare. E’ forse troppo chiederci perché, proprio qui, è mancato il coraggio di costruire il nuovo con la gioia che si possono permettere solo gli innocenti, con la forza della libertà e della democrazia? Anche eccedendo, esagerando?
Se l’emancipazione dalle colpe dei padri rifiuta di trasformare ogni muro in quello del pianto perché non dichiararlo con la forza dell’arte? (Certamente non con l’innocuo minimalismo o la riedizione del millenario dialogo tra sordi che si chiama pomposamente querelle tra antico e moderno). Perché nessuno ha il coraggio di dire che Renzo Piano, il "costruttore" come lui stesso si riconosce, che per definizione costruisce, non importa se la casa del martire o del carnefice, l’architetto-medico che cura indifferentemente l’assassino e la sua vittima, che costruisce bene, è corretto e soprattutto, nelle sue architetture, non fa domande imbarazzanti, non era ed è il regista adatto? Abitare parla di puzzle. Noi preferiamo le domande scomode.
Paradossalmente, se i francesi decidessero di restaurare la ghigliottina in Place de la Bastille, oltre a discutere se sarebbe meglio ricostruirla in stile o con squamose onde luccicanti, Abitare avrebbe il coraggio di scrivere che, in fondo, :".”…creare uno scenario congruente a un’idea di plausibile urbanità è tangibile e tutto sommato convincente"?



(Sandro Lazier - 2/4/2000)

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