Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Ancora su Zevi

di Diego Caramma - 21/3/2006


carissimo Paolo,
hai sollevato molte questioni, e come sempre in modo pertinente. Siamo perfettamente d'accordo: non si può essere "eredi", ma contemporanei dei maestri (anche se "maestro" è un titolo che Zevi rifiutava categoricamente, e a ragione, secondo me). E questo per un semplice motivo: per essere zeviani si deve essere, paradossalmente (come ebbi già modo di dire) anti-zeviani. Ciò che ha molto a che fare con le “fisionomie ed individualità diverse, a volte, e per fortuna, conflittuali” che ruotavano attorno a Zevi, cui accennava perfettamente Luigi Prestinenza Puglisi.
La rivista veniva comprata da quanti (pochi) desideravano leggere gli editoriali di Zevi. Non se ne faceva un problema: gli sarebbero bastate 10 copie, perché 10 erano le persone con cui gli piaceva parlare. Il problema della continuità riguarda proprio, come forse avrebbe detto lui, l' "animus". "L'architettura - cronache e storia" era l'incarnazione di Zevi. Come "Antithesi" è l'incarnazione di Paolo Ferrara e Sandro Lazier. Il problema è allora semplicemente questo: o un'iniziativa ti coinvolge in ogni fibra dell'esistenza (e tu ne sai qualcosa), oppure è una questione di opportunismo. Nessuno avrebbe potuto proseguire con "L'architettura - cronache e storia". Si può, anzi, si deve, con altre iniziative. Un foglio elettronico? Un portale web? Un settimanale? Una newsletter? Benissimo. Qualsiasi iniziativa va bene. Purché "rappresenti, o sostituisca, te"; e perché "... ecco il guaio, la devi creare tu, non puoi trovarla già confezionata, altrimenti non ti incarna". In fondo, credo, è anche questo un modo per riconoscere e non scambiare Bruno Zevi con un altro. Insieme ad altri, se mi è consentito l'esempio, Giovanni Bartolozzi incarna l'esempio vivente - che non esito a definire eroico, poiché viene da uno studente universitario - di quel "continua tu, tu, tu, tu".
Sulla questione della paesaggistica, non la considero uno fra i temi zeviani, ma il tema che racchiude e coinvolge, a mio parere attualizzandolo ulteriormente, l'intero suo pensiero. Su questo punto tu hai avuto la gentilezza di ospitare già su "Antithesi", tempo fa, un mio breve intervento. Le fasi di crescita del suo pensiero erano riconosciute da lui stesso. Ma erano appunto fasi di crescita di un percorso formativo e auto-formativo sempre in fieri, in base alle quali è fortunatamente possibile ricostruire la genealogia della sua ricerca storico-critica, apprezzandone maggiormente i risultati e individuandone le tracce che ancora attendono di essere scavate, approfondite.
In merito ai Radicali, all'inizio di dicembre del '99 Zevi rinunciò alla presidenza onoraria del Partito. In qualità di rappresentante del Partito Liberalsocialista ticinese (accettai di farne parte dopo che lui stesso, nel mese di febbraio, mi invitò calorosamente a farlo) gli scrissi ciò che pensavo riguardo l'alleanza tecnica a livello europeo tra i radicali e i neo-nazisti di Le Pen. Mi scrisse il 3 agosto, subito dopo il congresso, poi di nuovo il 20 dello stesso mese, infine l'11 dicembre 1999: "... Le mie erano dimissioni 'annunciate' nelle aperte clamorose polemiche del congresso radicale. Pannella e la Bonino sapevano benissimo che la scelta era tra Le Pen e me. Hanno scelto. Lei che fa per la rivista? E per la collana UNIVERSALE DI ARCHITETTURA?". Fu l'ultimo suo messaggio. Accettai la proposta di collaborazione, mentre avevo già lasciato il Partito Liberalsocialista, con l'approvazione di Zevi, messo al corrente delle nefandezze che mi costrinsero ad operare quella scelta. Lui morì poco meno di un mese dopo. Il direttore e la redazione della rivista cambiarono. Non mi proposi né per la collaborazione alla rivista, né per la collaborazione all'Universale. Fu una scelta di cui non mi pentii allora, meno che meno oggi. Non attaccai la redazione allora, non l'ho fatto neppure dopo la chiusura della rivista, non intendo farlo oggi. Credo solo che Luca Zevi abbia operato una scelta corretta, condivisibile. Forse in ritardo di qualche anno, ma come puoi aver capito, almeno per quanto mi riguarda, non è questo il punto.
Spero di avere risposto a tutto.
Ti abbraccio.

(Diego Caramma - 21/3/2006)

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Commenti
1 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5921 di renzo marrucci del 16/01/2008


Editoriale di D.C. Genealogia e progetto di L.G. su Spazio Architettura. Leggo l'editoriale di Caramma e capisco la tentazione di lavorare su Brandi e sui suoi punti fermi per muoverli o almeno scantonarli delle asperità che danno tantofastidio agli architetti. Lo capisco ma ...neanche B. Zevi si azzardava capendo bene l'intelligenza del personaggio e soprattutto conscendone l'amore forte, direi totale, per la materia. Non che sia stato infallibile ma certamente ha piantato dei pali sui quali non si può evitare di sbatteci il muso....e vangando nella materia brandiana esce sempre alla luce il vivo e sotto varie forme... Quindi va benissimo! Avanti ....Ma non c'è bisogno di pensare a confutare o a ribaltare ecc...altrimenti...il palo...Per forza .!...quando si lavora con amore vero per le cose dell'arte o della vita rimane qualche cosa di importante e rimane ad uso di tutti ...per crescere...C'è tra gli architetti, e non solo, una certa diffidenza sul restauro e si capisce benissimo per la pletora di gerarchini che lo amministrano inalberandosi sulla conservazione che taluni definiscono ottusa... da parte di molte Soprintendenze... E altre volte troppo liberale per compiacere la politica locale ma è giusto estendere la critica anche alla scuola attuale... e ai ministeri, che con i loro ministri intervengono ognuno sempre con un divesro assetto ministeriale ma sostanzialmente con tanta noia e confusione... muovendo tutto... per non muovere niente! La materia del restauro come è stata affrontata da Brandi è destinata a costituire pietra miliare ancor di più nella confusione che avanza in questo campo. Oggi è invalsa l'idea che per far carriera si debba confutare o almeno far finta di farlo e figurare senza preoccuparsi troppo... Ma bisogna prendere sul serio la materia per aprire un dibattito su fronti interessanti destinati a dare frutti... Sempre che l'impazienza e l'imbecillità non finiscano per distruggere prima ogni cosa. La città storica è utile per continuarla in un futuro di civiltà e bellezza funzionale... E senza sovrapporre idiozie sia nel senso dell'antico che di un nuovo pseudoartistico atteggiamento privo di continuità. Tanti saluti

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

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