Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Sulla Soglia, tra le mani

di Fausto Capitano - 19/8/2006


Muoviamo dalla pietra miliare che segna le traiettorie di quelli nati col computer, di quelli che un “IBM Intel 8086”, o un “Apple-1” o un “Commodore”, lo hanno sfiorato o soltanto visto in un museo della scienza o in un mercatino di antiquariato; muoviamo dalla speranza operativa propria degli esseri “sensibili” allo spazio, al vuoto e alla massa, muoviamo dal simpatico sbofonchiare di chi non si fa impressionare dalla fisica e dalla matematica, né tanto meno dai critici d’arte e dagli architetti imponenti, tenendo gli occhi ben aperti e le orecchie dirette verso gli insegnamenti del mondo… Muoviamo a partire da questa soglia al di là del video – tra l’uomo, un hardware, un software e lo spazio – tra “entità” instabili e aperte, riceventi e trasmittenti, mai inerti, capaci di “rispondere” all’operatore, e non passa molto tempo prima d’imbatterci nella circostanza di sentirsi dire che l’architettura è soltanto una parola, e ciò che conta veramente è l’insieme di interazioni che questa parola comporta.
Nel bel mezzo dell’accadimento ci si rende conto che, in tutta sincerità con noi stessi, non si può reagire con malizia speculativa alla “continuità” di questa affermazione rotonda.
Allora, la si tocca con circospezione piuttosto affascinati dalla sua “forma semplice”, alquanto incuriositi dal suo contenuto che comunque non ci è nuovo, pur essendoci inspiegato e irrisolto.
Il “concetto sferico” distoglie l’attenzione dai margini di una “densità” intuita e la catalizza verso il suo ipotetico centro con la spinta centellinata ad avallare una presa di coscienza senza, però, guidarla fino all’obiettivo presunto.
La presa di coscienza salta a piè pari le analisi etimologiche, i dizionari vitruviani, le terminologie sussidiariesche e impatta, fuori mira, nell’inattesa imprecisione: l’intuizione di densità “ha un difetto”. Il nulla.
Dopo che “il sistema” ha caricati i drivers e le subroutines, all’apertura del “medium” sgravato da tensioni e “fatica”, “più primitivo”, con un minor grado di governo e capace di riattivare conoscenze “inerti”… all’inizio di ciò… è il nulla.
L’entropia del difetto accresce la spinta, che diventa desiderio. Ma che cosa desideriamo, ora? Ora che più strade si aprono per l'accesso alla bellezza delle forme, per il contatto tra corpi e coscienze, per la crescita del sapere e del saper fare?
Ebbene, desideriamo né qualcosa che si fa, né qualcosa che si sa, né qualcosa che si produce, né qualcosa che si conosce. È vero, molte strade si aprono alla spinta e altre strade si chiudono, ma il saldo è in passivo o in attivo? E, di nuovo, cosa desideriamo?
Rispondere, per una volta, sembra facile: desideriamo proprio l’accesso alla bellezza, desideriamo il bello. Ma non “il bello di Platone”, quello verso cui si va, ma a condizione di essere già in esso, di permanere nell’orizzonte che esso apre, di appartenere già a ciò che si desidera.
Quelli nati col computer, il bello non lo riconoscono, al di là di ogni dubbio: il non sapere che cosa sia, li inebetisce; la mancanza della certezza di saperlo ritrovare, li disorienta. Ciò che si cerca, con tutte le forze, è quanto di più alieno da loro ci sia.
L’architettura è soltanto una parola, e ciò che conta veramente è l’insieme di interazioni che questa parola comporta: interazioni tra chi o cosa? Interazioni a quale scopo? Interazioni, dove? Nella “struttura”, forse, il software caricato che è attivo innanzi allo sguardo, e anche col sostegno di una fervida immaginazione non possiamo certo scoprirci al di là del video con abiti diversi, capelli cambiati nella proiezione mentale del nostro io digitale in una simulazione attiva.
Il video non è il confine tra la “realtà” e il “controllo” di essa. Il video è un margine che separa un mondo che osserva delle regole, da un altro mondo che osserva delle regole. Nessuno dei due mondi, ora, è in grado di dirci chi siamo.
Uno dei due mondi è governato dai numeri, medesima matrice di armonia e proporzione “che genererebbe il bello”, e se ci avviciniamo ad esso nella convinzione che non dovrebbe essere difficile produrlo e riprodurlo “in modo meccanico”, ne rimaniamo delusi perché nessuna formula, nessuna tecnica puramente esecutiva, contiene la generazione del bello. Ogni percorso che “ci obblighiamo” a seguire per armonia e proporzione, sembra riportarci al punto di partenza: con nulla tra le mani.
Il secondo dei due mondi è governato da una necessità: solo ciò che è bello è degno di esistere. Il risultato è la parodia del bello: “la cosmesi”. L’estetismo diffuso che è moda. Si barcolla tra ciò che piace e ciò che ripugna, e attraverso questo stretto corridoio si decide del bene e del male, si fa politica, si fa cultura, si sfrutta, si abbandona, si vive e si mortifica la vita. È questo un mondo del benessere generato sotto la “signoria” della bellezza. È questo il mondo del bello che “simula” il bene, e arraffando in ogni direzione, nel cuore di questa sensibilità diffusa e partecipata, inaspettatamente ritorniamo ad avere, nulla tra le mani.

(Fausto Capitano - 19/8/2006)

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