Giornale di Critica dell'Architettura
Diritto di Replica

Curzio Maltese e il Ponte di Messina

di Domenico Cogliandro - 4/11/2006


Gent. Dott. Maltese,
Le scrivo per un piccolo refuso, niente di che ma un "che" che fa la
differenza. Ho letto il suo articolo sull'ultimo Venerdi di Repubblica sulla
questione del Ponte sullo Stretto. Io sono l'architetto Cogliandro, e non
Calandro, coautore assieme ad Ugo Rosa, qualche anno fa, della vicenda di
Mr. Brown. Mentre scrivo, peraltro, il software che utilizzo accetta,
appunto, Calandro e non Cogliandro (che forzo per tenere dentro), per cui
non è nemmeno colpa sua, ma di altri di cui ci fidiamo annuendo. Ho piacere
che anche lei abbia aggiunto un tassello, e chiarito un piccolo mistero
sulla genie dell'ingegnere inglese, nonché qualche chiacchiera di Palazzo,
intercettazioni comprese, di cui ero all'oscuro. Negli ultimi due anni ho
continuato a ricercare dati sulla questione e, ahimé, Le devo scrivere che
forse nemmeno Brown ha molto merito per ciò che riguarda il progetto, e
inoltre che prima di lui altri, ben più blasonati, avevano posto le basi per
una strategia più complessa (parlo dell'immediato dopoguerra) che aveva a
che fare con aziende siderurgiche, governi e università.
Lei ha ragione sulla questione della spesa. Io credo che sia un errore
enorme di questo governo disinvestire la ricerca sulla mobilità nell'area
dello Stretto di Messina, eppure in tempi non lontani mi sono schierato in
maniera precisa contro l'opera (due interviste a Paolo Serbandini per
Ballarò, la cura della rivista Parametro n.224, una serie di testi
ritrovabili sul web, su Arch'it e Antithesi, oltre quello realizzato con Ugo
Rosa), forse mirando troppo al centro. Non sono contrario ad una ricerca sul
sistema trasportistico, nel senso di una ecocompatibilità del sistema
(sfruttamento di energie rinnovabili, comprese le correnti dello Stretto),
in quest'area e, forse, nemmeno ad una grande opera, in un futuro che verrà.
Perché smettere di sognare? Pensi che ho trovato in un vecchio baule, come
capita spesso, dei giornali degli anni venti e trenta in cui mio nonno
sottolineava con una matita rossa gli articoli relativi all'attraversamento
stabile dello Stretto. Perché deluderlo? Solo perché non c'è più?
Recentemente ho rilasciato una intervista a Paolo Benvenuti, il regista
di Segreti di Stato, che ho incontrato casualmente in Sicilia, proprio sulla
questione del Ponte, a partire dalla sollecitazione datami da un reportage
di due giovani videomakers. In questi anni, di chiacchiere e opinioni ne
abbiamo sentite a quintali (anche di ben celati incompetenti) senza che
nessuno si mettesse a tentare di ricostruire la storia di quest'opera; io
l'ho fatto, iniziando, anche qui, per caso, e quel che ho notato è che sia
gli architetti e gli ingegneri di fama, i grandi teorici e i grandi critici,
i giornalisti d'assalto o di maniera, le riviste di settore, gli ordini
professionali, i redattori dei vari libri e saggi sull'argomento (e sono
stati tanti, glielo assicuro), le imprese e i parlamentari dei vari
schieramenti politici hanno accettato che questo progetto andasse avanti
senza mai chiedersi chi ne fosse l'ideatore, a chi fosse venuta in mente
questa geniale idea, anche alla luce di un concorso a cui aveva partecipato
il gotha dell'ingegneria italiana, da Nervi a Musmeci con Riccardo Morandi
in giuria.
Bisogna smetterla di fare cronaca, ma ricucire i passaggi storici e
informare i lettori sull'articolazione di questa vicenda che, nel senso di
una fattibilità reale risale, appunto, all'immediato dopoguerra, con qualche
idea sostanziale e una serie di ipotesi surreali (fino ad arrivare al
concorso del 1971). Se Lei ci dovesse far caso, l'ing. Montuori (uno dei
partecipanti al concorso) avrebbe dovuto ricorrere in giudizio contro la
Stretto di Messina Spa e, ahilui, il povero Brown, capro espiatorio della
vicenda, per plagio perché il progetto che in questi anni è stato portato in
trionfo come se fosse uno dei cinghiali di Asterix e Hobelix non è altro che
la copia conforme, con qualche belletto e ritocco, del progetto che Montuori
presentò al concorso del 1971. Che a sua volta, se ci si fa caso, era il
Verrazzano rivisto e aggiornato. Si ricorda la vicenda di Al Bano e Michael
Jackson? Ecco, appunto, la stessa sequela! Il progetto di un ponte sullo
Stretto deve unire due sponde e sostenere questo solaio con due piloni,
nulla di più. E questo hanno fatto: non un progetto ma la soluzione di un
teorema. Ricordo che l'ing. De Majo, consulente per Ferrovie dello Stato,
rimase sconvolto, e lo scrisse, quando alla Stretto Spa gli dissero che
tutti i problemi che lui aveva rilevato li avrebbero risolti in fase di
esecutivo. L'errore non riguarda l'idea di attraversare lo Stretto, ma
l'evidenza di aver messo nelle mani di qualche inaffidabile individuo un
giocattolo al di fuori della sua portata. Lo scriva, dott. Maltese, questo
lo scriva.
Cordiali saluti,
Arch. Domenico Cogliandro

(Domenico Cogliandro - 4/11/2006)

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Commento 1478 di Alfonso Giancotti del 21/11/2006


Sono stato rapito dalla lettura di una lettera anonima che riporta alcune considerazioni sull’intervento di Curzio Maltese nella trasmissione Crozza Italia e sulla rubrica contromano del venerdì di Repubblica riguardo le vicende del Ponte sulle Stretto,
E’ una lettera anonima che ho inizialmente reperito sulla rete, ma che ho scoperto poi essere stata riportata da quotidiani di ampia e acclarata diffusione quale il Foglio e il Giornale.
Ho deciso di scrivere perché la vicenda mi ha sempre interessato e non vorrei che valutazioni capziose e personali sullo "stile giornalistico" e sulla persona di Curzio Maltese, di cui non nascondo di essere affezionato lettore, facessero perdere di vista i contenuti sostanziali dell’intervento.
Per raggiungere questo obiettivo vorrei, brevemente, esprimere alcune valutazioni in merito all’argomento sotto il profilo culturale.
Liquido in maniera estremamente sintetica le possibili valutazioni sotto il profilo politico e tecnico.

Evidente la scarsa fattibilità del progetto, come chiarito non da me, ma dalla comunità scientifica italiana e non solo (cito il solo prof. Michetti per brevità).

Evidente l’inconsistenza di informazioni sul defunto ing. Brown, braccio destro per trenta anni di Sir Gilbert Roberts (il cui nome compare nell’enciclopedia britannica) presso la società Freeman Fox, autore dei progetti dei ponti richiamati nel sintetico curriculum di Brown, l’Humber Bridge, il Severn Bridge e il Ponte sul Bosforo, al quale Brown avrà sicuramente lavorato, ma come assistente, essendo menzionato da una sola fonte.

Il tema che più mi è caro, come architetto, è questo.

La citazione dei nomi di possibili architetti sono certo mirasse, nelle intenzioni di Maltese, a sensibilizzare sulla portata culturale dell’intervento.
Il progetto di un ponte non si può ridurre a un mero calcolo strutturale o al numero e all’ampiezza delle campate. Se così fosse, lo stesso si potrebbe affermare per la progettazione di un grattacielo e così via.
Gli architetti hanno pieno titolo, sia sotto il profilo normativo, sia (ancor più) sotto quello intellettuale, di redigere il progetto di un ponte e di farlo diventare un gesto poetico.
Ci sono ponti straordinari progettati da architetti .
Oltre alle richiamate (eccezionali) proposte per il Concorso del 1969, mi limito a citare i ponti e i viadotti, realizzati in tutto il mondo da Santiago Calatrava, anche pittore e scultore, tra i quali il ponte Alamillo, sul fiume Guadalquivir. O ancora, per rimanere in aderenza stretta ai nomi citati di Maltese, l’Ushibuka Bridge in Giappone, progettato dallo stesso Renzo Piano, e ultimato nel 1995.
Purtroppo l’ignoranza dell’architettura è immensa.
Eppure, come osserva Bruno Zevi, "ognuno è padrone di chiudere la radio e disertare i concerti, di aborrire il cinematografo e il teatro e di non leggere il libro, ma nessuno può chiudere gli occhi di fronte all’edilizia che forma la scena cittadina e porta il segno dell’uomo nella campagna e nel paesaggio".

alfonso giancotti,

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