Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Gehry, dunque.

di Ugo Rosa - 7/3/2007


Caro Paolo,
Gehry, dunque.
L’ho visto una volta sola, di sfuggita, alla biennale di Venezia del 1991.
Non era ancora il Gehry d’oggi, ma era già avviato a diventarlo. Qualcosa a metà tra l’omino della Bialetti (me lo ricordo coi baffi) e Danny De Vito. Con i suoi occhiali improbabili sprigionava una simpatia irresistibile.
Poco prima avevo adocchiato, in giro per i giardini, la mole mirabile di James Stirling. Un cingolato con in mano un misterioso sacchetto di plastica verde pistacchio come la cravatta, che sembrava gli fosse stata annodata nel buio da una mano compassionevole ma inesperta. Spaventoso ed esilarante allo stesso tempo come lo Gnolo di Alan Aldrige. Una cornamusa, però amplificata.
L’americano, invece…vederlo e sorridere di tenerezza era tutt’uno.
Non tanto per i pantaloni, che sembrava dovessero cascargli da un momento all’altro e neppure per quegli occhiali che, combinati con il naso, contraddicevano la sua reale consistenza e lo rispedivano a Hollywood come caratterista, al fianco di Jimmy Durante.
No. Gehry era simpatico come può esserlo lo zio celibe di un film di Frank Capra: per una specie di sommovimento interiore delle trippe stesse della simpatia.
Non credere che questa simpatia avesse qualcosa a che spartire con il compatimento che si può provare (sempre a torto…) per lo zio d’America. Per niente; vederlo era subito cominciare a lavorare di riga e di compasso impuntinandolo nella griglia cartesiana di un secolo e mezzo di cultura del nuovo mondo.
Un lavoro d’ascisse e coordinate con tutte le linee prospettiche al posto giusto, da restarci impigliati come Paolo Uccello nella fulminante biografia immaginaria di Marcel Schwob.
Laggiù all’orizzonte, sopra la barca a vela, salutavano Richard Dana ed Hermann Melville, mentre a riva c’era Whitman con un filo d’erba tra i denti, sbracato tra la spiaggia e il boschetto. Emerson e Thoreau passeggiavano più in là e, a cenni, chiamavano Nathaniel Hawthorne che, però non ne voleva sapere. Emily Dickinson sferruzzava sotto l’ombrellone chiacchierando con le sorelle Alcott del più e del meno mentre, poco più in là ,Mark Twain si dondolava, indolente come al solito, su uno sgabello e sputava di lato per centrare una bacinella alla deriva. Non la farò più lunga ma, credimi, c’erano tutti: Cole Porter, Fred Astaire, Groucho Marx ed Elvis…ma pure Davy Crockett e Wild Bill Hickok, Bob Dylan e Jimi Hendrix, Woody Allen e John Belushi e, se è per questo, anche James Brown, le Supremes e, of course, i Beach Boys in bermuda e con tavole da surf.
Non mancava, credimi, nessuno.
Trascendentalismo e pragmatismo sembravano squadernarsi su quella faccia (del tutto inconsapevole di tale epifania…) trovando la loro sintesi più o meno all’altezza del labbro superiore, nel sorriso che era, di per sé, un richiamo al quinto emendamento.
Tutti quei nomi, e altri ancora, trasparivano dalla sua cravatta a fiorami e dalla camicia a righe come se glieli avesse incisi il pendolo di Poe tra i peluzzi del petto; con la delicatezza di una piuma e senza che il suo cervello ne fosse minimamente compromesso: il cranio infatti, miracolosamente, non aveva subito danni. Come si poteva, allora, non essere conquistati da lui?
Ci vide (ero con due amici) e, incredibilmente, ci salutò da lontano. Ancora mi chiedo come mai, dal momento che non c’eravamo mai visti prima…o ci scambiò con altri oppure lo fece per pura esuberanza. Siccome, però, una signora, la moglie immagino, continuava a chiamarlo (“Frank!Frank!”) mi fece un gesto sconsolato allargando le alucce come fanno i pinguini e sospirando, quasi a dire “…eh cari miei, sarebbe bello fermarmi a parlare un poco tra noi…ma non si può…che farci… le donne….”.
Ne fui assolutamente conquistato, e pure i miei amici.
Rimanemmo seduti vicino al padiglione tedesco affascinati fino alla stupefazione continuando a raccontarcelo per mezz’ora come si fa con le barzellette riuscite.
Vuoi mettere lo smoking bianco di Vittorio Gregotti che zampettava a fianco di quella povera anima di Claudio Martelli (allora potentissimo, anche se oggi, dopo averlo visto ridotto a tenutario di un bordello televisivo a basso costo, non lo si crederebbe…sic transeat gloria mundi) e ognuno saltellava per sembrare più alto dell’altro?
Lì tutto quello che mi veniva in mente erano gli errori di grammatica e di sintassi dei suoi editoriali che, mese dopo mese, continuavano a martoriarmi dalle pagine di Casabella.
Questo affinché tu non pensi più (se mai l’avessi pensato) ad una mia predisposizione al martello pneumatico nei confronti dell’opera di questa epitome dell’ “homo americanus”.
Avrei preferito di gran lunga, credimi, trovarmi tra le grinfie un coso come Libeskind o, magari, due cosi come Coop. Himmelblau, e anche tre cosi come Herzog e De Meuron (sono due? Non importa, me li sarei lavorati anche in perdita e con sconto alla cassa: tre per due ). Invece, vedi le cose della vita? E’ capitato proprio a Gehry, il più simpatico di tutti. Uno strizzacervelli, magari, ci ricamerebbe sopra ( “La veemenza della tua reazione ha tutte le caratteristiche dell’amore tradito…” ecc.) ma il fatto, secondo me, è un altro.
La moda iperattuale, oramai pensiero unico, si fonda su imprecisioni linguistiche, su brandelli di luoghi comuni e rimasticature filosofiche di terz’ordine nonché su un basamentale e grandioso cinismo autopromozionale spacciato per “pluralismo e capacità di cogliere le novità epocali di un mondo in trasformazione”.
I più furbi, e i più amorali tra i suoi cantori sono tuttavia abbastanza avvertiti da tenere quasi sempre nascosto il nocciolo della centrale (oramai in fusione libera e del tutto fuori controllo) sotto tonnellate di cemento ideologico costituito da attestazioni di pura e semplice idiozia, che una critica imbecille riporta immediatamente in copertina come il non plus ultra della riflessione teorica. Dà un occhiata, giusto per tenerci alla cronaca, alla copertina del primo volume della collana “Domus d’autore” appena uscito questo sublime medaglione di Koolhaas: "Abbiamo scelto di non insistere sulla qualità delle costruzioni. Siamo piuttosto interessati ai loro effetti sugli utenti e sui visitatori…Le nostre architetture si collocano in un mare primordiale di costruzioni precedenti, dalle quali dipende la loro esistenza e alla cui esistenza esse provano a contribuire. Le abbiamo guardate con occhi da turisti, abbiamo affidato ad altri il compito di registrare le impressioni". Cose che o non significano nulla e stanno lì solo ad indicare a caratteri cubitali come bersi il cervello è, oggi, tra tutte le attività, quella di gran lunga più redditizia, oppure qualcosa significano, e allora è arrivato il tempo di smetterla di ballare il minuetto vestiti da paggio, farsi turchi e dissotterrare la scimitarra.
Ma un architetto “candido” come Gehry, del tutto privo di artiglieria teoricista e, soprattutto, privo di quel supporto retorico in grado di far passare una scemenza improvvisata lì per lì come il frutto miracoloso di riflessioni durate decenni, era fatale che si spingesse fino a Stalingrado senza rifornimenti, tagliandosi le retrovie alle spalle o che, per rimanere “In the American Grain” , si andasse a ficcare a Little Big Horn sotto le palle di Cavallo Pazzo.
Un classico della disfatta per assenza di valutazione critica.
Non è, dunque, che Koolhaas, Hadid e Un-Studio facciano stronzate meno rilevanti di questa. E’ solo che loro, assai meno ingenui, sono in grado di mascherare sempre una volta di più il loro tragico pupazzo, di modo che esso continui a recitare il sorriso dell’attor giovane anche se i denti se ne sono andati da un pezzo e le gengive neppure più reggono la dentiera. E lo fanno, da vecchie volpi, con un surplus di furbizia teatrale. Riescono a rendere il ridicolo un po’ meno tale dando a vedere di farlo apposta (leggere, a questo proposito, le pompose stupidaggini para-teoriche con cui Koolhaas & C. infiorano i loro progettini).
L’americano invece (che, neppure tanto a caso, proviene dai boschi e dalle capanne di tronchi del Canada e che, a Los Angeles c’è solo approdato in cerca di palme) è stato fregato dalla sua stessa, residuale, autenticità.
Ancora fondamentalmente ruspante non fu sufficientemente salottiero da saper recitare fino in fondo la sua parte di raffinato artistone genialoide che ne pensa una più del diavolo senza cadere a piombo nel ridicolo.
Forse, e paradossalmente, ciò è accaduto proprio perché Frank Gehry è ancora, in una misura che io non sono in grado di quantificare (e nemmeno lui, sospetto) qualcosa che non era previsto che rimanesse: un architetto.
Così s’è incartato, come si dice quando si gioca a scala a quaranta, ed ha scoperto il suo gioco in modo addirittura imbarazzante, tanto da provocare, ancora una volta, tenerezza e farmi venire il prurito umanitario di salvarlo da se stesso. I suoi apologeti, infatti, non lo faranno: continueranno a parlare di “fiori” e di “fluido” di “genialità fuori dagli schemi” e di “potenza creativa”. In tal modo avremo dieci, cento, mille di queste stronzate, il fantoccio di Gehry continuerà ad essere vivo e a lottare insieme a noi e diventerà sempre di più una maschera da commedia dell’arte con la tragica caratteristica di farsi venire davvero la cirrosi epatica e il delirium tremens con quel vino inacidito che gli altri personaggi della commedia faranno, invece, solo finta di bere.
Resta ad ogni modo il fatto che proprio lui, che sembrava il meno disponibile a prendersi sul serio, s’è invece immobilizzato nella posa del trombone.
Non credo, se questo può consolarti, che l’abbia fatto, come si dice da noi, “per male”.
In ogni caso, i suoi tifosi possono star sicuri: questa topica non gli costerà nulla. Anzi, a conti fatti, il nostro amico finirà per guadagnarci perché oramai l’iperattuale, in tutte le sue manifestazioni, gioca sul velluto. Come scrive Kung Sun, signore di Shang, e come tu stesso hai notato: “I chiacchieroni di professione la spuntano sempre, espongono i loro sofismi distorti per le strade, mentre i vari gruppi che a loro fan capo diventano grandi folle, e il popolo tutto, nel vedere che riescono ad accattivarsi re, duchi e uomini eminenti, finisce per imitarli”. E, se ciò è sempre stato vero, oggi lo è in proporzioni addirittura spettacolari.
La “critica” (quella che si autodefinisce così…) condiscenderà abbassando il testone e, al massimo, parlerà di “opera minore” e scarsamente rappresentativa, mentre, al contrario, si tratta a mio avviso di un’opera paradigmatica e altamente rappresentativa.
Con concisione involontariamente magistrale, essa rappresenta ed esaurisce tutte la minutaglia del suo genere: com’è proprio dei capolavori.
Che poi il primo capolavoro del terzo millennio sia una stronzata non è un incidente, né dovrebbe sorprendere chi vive su questo pianeta e non s’è ancora trasferito lassù a Laputa, dove, come angioletti colorati, svolazzano i critici d’architettura.
Ma vorrei precisare.
In termini assoluti, Paolo, la cosa di cui stiamo parlando vale, per capirci, tanto quanto quell’altra stronzata del Meeting di Consagra a Gibellina che tu conosci benissimo: cioè meno di nulla. Ma tra questi due edifici c’è una differenza enorme, e non solo per l’epoca in cui sono state pensate e costruite.
Il Meeting di Consagra è una sciocchezza ineffettuale; i suoi danni sono circostanziati e, tutto sommato, minimi. Sta lì, questo è tutto. Non è sintomo di nulla e non causa nulla. La sua relazione con la vocazione teatrale di Gibellina è, per così dire, puntuale e assolutamente circoscritta.
Non è niente, insomma: solo patetica ferraglia in posa d’arte.
Perciò chi vuole, in questo caso, può tranquillamente divertirsi, se gli aggrada, e tirar fuori dal cestino il manierismo, il neo-barocco, l’informale, il fluidificante e quello che cazzo gli passa per la testa; la cosa, tanto, resta un giochino per compilatori di cataloghi e curatori di depliant per aste televisive d’arte. Tutto qui.
Ma per Gehry le cose, capisci, non stanno così.
Qui siamo di fronte ai sintomi terminali di una situazione epocale, non si tratta della bizzarria di un imbrattatele. Una critica degna di questo nome avrebbe dovuto, per la verità, accorgersene da almeno dieci anni. Non se n’è accorta prima? Benissimo, ciò non depone a favore della sua perspicacia, però può capitare. Mettiamoci una pietra sopra. Ma adesso? Fino a quando dovremo continuare con i nostri Pritzker e con i nostri convegni sull’ipervirtuale, con gli olandesi e gli alambicchi sui trampoli, con questa coglioneria grottesca che ci ha piombati in un’atmosfera da vernissage permanente, prima di capire quale maledettissimo senso ha tutto questo vociferare da salotto affollato?
Fino a quando, caro Paolo?
E’ molto di più e molto peggio di puro e semplice manierismo.
Va da sé che io ho identificato, nella cosa di Gehry, un simbolo di particolare nitidezza, ma non vorrei che si prendesse il mio scritto per un semplice sfogo nei confronti di una brutta architettura. Non è questo. E’ la continuazione di un ragionamento che ormai provo a fare da anni. Da solo o in scarsissima compagnia. E che, salute permettendo, continuerò a fare. Anche se, quello che definirei il mio “stile”, non mi aiuta ad essere preso sul serio e anche se, vedi, io qui ormai mi sono rassegnato: continuo a vivere nella città di sempre, con l’aggiunta di qualche condizionatore, qualche megaschermo, qualche insegna ad intermittenza, qualche videocitofono e tantissimi videocellulari con cui parlare del nulla e trasmetterci sorrisi fasulli come i cretini.
Solo che le riviste d’architettura ci assicureranno vieppiù che lo stato dell’arte, viceversa, consiste in nuvole intirizzite, tetraedri sguenciati, solidi fluidi, virgole col ciuffo, serigrafie elettroniche che quando le tocchi fanno buh! e aerostati pieni di flatulenze riciclate al ciclamino (assolutamente ecosostenibili) che ogni tanto cambiano colore e ti comunicano, scritto e orale, che sei un minchione.
Non so cos’è meglio, sinceramente: se la realtà in cui ogni giorno viviamo, oppure quel palcoscenico fluorescente che viene fuori da quelle pagine. Ma tra l’una e l’altra cosa non credo che Wells o Kafka, Philip Dick o Borges sarebbero mai riusciti ad immaginare un labirinto di stupidità più inestricabile.
Da una parte non succede niente che non sia già successo milioni di volte, mentre dall’altra schermi, fanfare e palcoscenici ti assicurano che nulla è più come prima, che oramai ci spostiamo, teletrasportati in tempo reale, da una stronzata all’altra e che è arrivato il momento di mettere all’ordine del giorno la questione dell’immortalità gratuita per chiunque ne faccia richiesta, dimostrando senza possibilità di dubbio di essere un coglione. Perché l’immortalità va bene ma non per i cacadubbi. Quelli crepino pure.
Vedi Paolo, io non so dirti molto sulla differenza tra storia dell’architettura e storia della spazialità, è una distinzione che arrivo appena ad intuire e che forse rimane troppo raffinata per le mie capacità. Mi pare che il tempio di Segesta sia architettura, che il cimitero di Asplund sia architettura. Mi pare, invece, che una banana marcia di proporzioni pantagrueliche abbandonata su una triste piazzola e spacciata come “fermata per autobus” sia solo cartellonistica d’infima categoria.
Ma so anche che questa banana marcia, nell’epoca dell’iperattuale, non è innocua come sembra e che basterebbe guardare senza indifferenza, con quella “compassione” senza cui non esiste poesia, la vecchia pensionata che, spaurita, se ne sta seduta all’ombra di quel pezzo d’arte a sferruzzare sperando che il tram arrivi al più presto, per correre a denunciarla subito come crimine contro l’umanità. Non mi interessa altro.
D’altra parte vedo che se una gentile signora tutta firmata e impataccata di medaglie arriva da non so più quale nord, tiene un pistolotto di esasperante banalità, la chiama “Lecture” e la intitola “Total Fluidity” non c’è più nessuno cui rimanga abbastanza cervello non fluido da assumersi l’incombenza burocratica di organizzare un comitato d’accoglienza che la prenda, come merita, a pernacchie.
Prendono appunti, invece.
Perché noi, porco qui e porco là, non dobbiamo mica essere provinciali!
Mai essere provinciali, cribbio!
Molto meglio calarsi le braghe. Così ce le caliamo.
Basta guardarsi intorno e si capisce, senza neppure troppo sforzo, che l’architettura è defunta e ormai comincia a puzzare, però vai al convegno e li senti sprizzare ottimismo da tutti i pori. Tanto per non essere provinciali invitiamo uno il cui chef d’oeuvre consiste in un sottopassaggio, sul quale ha spennellato una mano di vernice rossa rattrappita per poi fotografarlo con quattro scemi che ci ballano davanti. Arriva con il suo ciuffo impomatato e ci racconta in inglese che è proprio così che va fatto e che è questa la soluzione vera e giusta per i problemi della megalopoli. Noantri ci imbriachiamo, enumeriamo le osterie cantando in coro e festeggiamo l’ultimo genio dell’architettura, fresco, fresco, appena uscito dal culo della gallina: tanto lei ne caca uno al giorno e, quanto al vino, non c’è pericolo che si esaurisca perché quello, state tranquilli, è produzione propria.
E allora, mi dirai, perché continui a scrivere e a fare l’architetto?
Il fatto è che ciò che scrivo e faccio, caro Paolo, lo scrivo e lo faccio, nonostante tutto (trotzdem, direbbe Adolf Loos…) solo perché (non so bene se aggiungere “purtroppo”…) devo. E non per un qualche insopprimibile impulso morale, per carità, ma semplicemente perché non riesco a farne a meno. E’ una pulsione che ha molto di fisico e, se anche nessuno mi leggesse (com’è capitato per gran parte della mia vita e come capiterà di nuovo) credimi, scriverei (scriverò) lo stesso. Deve trattarsi di una specie di vizio.
Però è pur vero che questa volta ho scritto troppo a lungo e, sul web, questo è imperdonabile. Solo un’ultima cosa: ti ringrazio per avermene dato l’occasione e per avere, ancora una volta, mostrato con generosità e rigore, quale differenza passa, nei fatti, tra il silenzio di gesso dei gazzettieri dell’architettura e chi sa che non c’è gioco critico se non ci si mette in gioco.
Un carissimo abbraccio
Ugo


(Ugo Rosa - 7/3/2007)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Ugo Rosa
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti
9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5852 di renzo marrucci del 19/12/2007


Trovo Ugo la Rosa simpatico e unpò troppo virtuoso se mi è concesso. Credo che se facessse ameno di tanti giri risulterebbe più fresco e comprensibile...per carità si capisce...però stanca un pò e alla lunga perde convinzione. Dico questo perchè penso che il tipo di rivista che si legge così ...ha bisogno di una certa freschezza , di più spontaneità e senza ricorso a quella cultura architettese che serve solo ad incantare studenti e neofiti ma a incantarli per ostentazione e non a riflettere su contenuti che sono oggi l'unica cosa su cui occorre riflettere. Direi in sintesi: meno narcisismo più contenuti. Traducete voi in inglese che fa tanto alla moda.... Come disegnar nuvolette alla finestra con le palle degli occhi spinte di traverso come a guardar lo spazio etereo.... Visivamente molto telegenico ....coglie quel senso vago di bellezza che può essere di tutti e di nesuno ma ti lascia una buona spinta pubblicitaria....e la publicità oggi non è l'anima del commercio, è proprio la "vita". L'albergo di cui si parla è tutto sommato divertente....poco serio ma colpisce per la sua dissacrante scansonata libertà. Prende in giro tutti e credo che l'autore, sia un uomo di ottimo umore nella sua giornata...beato lui . Ma pensate a chi si prende sul serio in questo nostro contesto....come anche il grattacielo di Milano, quello che fa le linguacce alla città....son proprio americani simpatici ma più simpatici siamo noi .... che ci sriviamo sopra dal contesto degradto in cui ci muoviamo....e su cui in pochi riflettono. E meno male che l'autore si limita alla pensilina come se fosse un truciolo gettato ad arte su volumi utili...altrimenti sarebbe come a Bilbao un'attorcigliato sperimentalismo onirico che depotenzia lo spazio interno di spazialità. Ma che cosa volete....gentili signori? C'è chi si masturba con incarichi professionali prestigiosi e chi con seriosità li propina e li im pone...ma può essere considerato su un'altro piano di chi si delizia con il verbo? Lo chiedo a voi.... Se si usano le parole per dire nulla o egocentrarsi...(scusate il virtuosimo) si può essere da meno .....di altri? Così va il mondo.... dicono spesso.

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 5304 di alma lopresti del 23/04/2007


..ciuffi impomatati
Gentilissimo Ugo Rosa,
non saranno in molti ad aver colto il suo sfogo sul "ciuffo impomatato", sull'"l'ultimo genio fresco fresco uscito dal culo della gallina", sulla banana marcia". Mi chiedo perchè Lei scriva di Gehry e due volte rigurgita inacidito su un ragazzotto cino-olandese che se non altro i suoi "Nei" li infratta nelle ascelle della città....cioè io lo so perchè ma vorrei fosse Lei, gentilmente a chiarire le circostanze, a chiarirci perchè non è ha andato a dirglielo in faccia a Catania al novello genio acclamato, sarebbe stato lì con un'olandese , un'arci vescovo, l'onorevole separatista spoccioso e il nastro da tagliare alle Ciminiere? perchè si è prestato a fare una vergognosa intervista parallela dirimpetto a un signore-critico che strabuzza gli occhi da sembrare indemoniato a dire "stronzate", Lei inquilino del piano sopra all'istallazione del suo ciuffo impomatato tutta bizz-bizz, ragnetti elettronici e iperattualità ? perchè non ha scritto uno dei suoi bei panflet su SiciliaOlanda, su SiciliaArchitettura, su un carrozzone messo su per arricchire qualche amico degli amici, per sprecare denaro pubblico in inutili libercoli-cataloghi di architettini sfigati, con tanto di foto, per compiacere mamme e zie nonne e papà.. "chediolibenedicessepoverifigli"...solo questo ha saputo scrivere lei?, perchè mi delude così?? quando avrebbe da essere quello che vuole apparire..perchè colpisce di sponda? se vuole essere "omertoso" almeno non si presti a certe iniziative...i siciliaarchitettura li lasci ad altri, per tanti sui giovani conterranei e non, farebbe bene a stare contro sempre anzichè lavarsi la coscienza con i "God bless the child"

Tutti i commenti di alma lopresti

23/4/2007 - Ugo Rosa risponde a alma lopresti

Gentilissima sig.ra Lopresti
devo confessarle, parafrasando la dedica che Laurence Sterne premise al primo libro del “Tristram Shandy”, che mai un povero diavolo, autore di una risposta, ha nutrito per essa meno speranze di quante ne nutra io per questa mia.
Intuisco infatti, dalle sue righe, la sua irritazione nei miei confronti e mi sembra corretto dare per scontato che sia anche perfettamente giustificata ma, le giuro, non riesco assolutamente a reperirne i motivi.
Mi trovo, perciò, a dovermi orientare tra i botti come l’impallinato nella notte e le chiedo dunque di perdonarmi se, nel buio, dovessi sottrarmi per errore a qualche sberla.
Suppongo, a lume di candela, di dovermi difendere dalle accuse seguenti:
1) non avere usato un tono abbastanza educato nel fare riferimento all’opera di un giovanotto olandese piuttosto noto (sembra) ma che io, per la verità, non avevo neppure nominato.
2) avere partecipato, anche solo tramite un’intervista pre-registrata (che lei giudica “vergognosa” senza però addurre le cause dell’obbrobrio), ad una mostra d’architettura nella quale si sono (lei, evidentemente, c’era) tagliati nastri con arcivescovi e onorevoli.
3) non esserci andato di persona.
4) avere scritto un pezzo intitolato “God bless the child” sul catalogo della mostra (si trattava, per la cronaca, di una selezione di opere di più o meno giovani architetti Siciliani operata da una commissione selezionatrice di cui avevo, sbalorditivamente, fatto parte qualche mese prima….
5) non stare “contro” sempre e comunque: “a prescindere”, come diceva Totò.
Dal momento che, come le ho detto, le mie rimangono ipotesi preferirei risponderle, appunto, ipoteticamente. Lo farò, come i vecchi rabbini, con cinque domande.
Riguardo al punto primo.
Per quanto possa sembrarle strano, il riferimento all’olandese in questione era puramente casuale: la banana marcia e il sottopassaggio verniciato di rosso sono, in effetti, cose assai ridicole, ma sono solo le prime che mi sono venute in mente. Forse perché, proprio nelle giornate in cui ho scritto il pezzo m’è anche capitato di rilasciare l’intervista. Ma oramai, del resto, è solo questione di scelta. Basta aprire a caso qualsiasi rivista d’architettura e di materiale se ne trova a iosa: perché non sostituisce quel riferimento con qualcos’altro di suo gradimento?
Secondo punto.
Un amico mi ha chiesto di rilasciare un’intervista che sarebbe stata proiettata alla mostra di cui lei parla. Me l’ha chiesto con cortesia ed io ho accettato. Una gentilissima amica è venuta al mio studio e mi ha fatto delle domande a cui ho risposto volentieri. E’ possibilissimo che in quest’intervista (che non ho mai visto, non essendo andato, contrariamente a lei, alla mostra in questione) io faccia la figura dello stronzo. Anzi, per venirle incontro, le dirò che è la cosa più facile del mondo: non sono un gran parlatore, non ho un bel faccino e non ho dimestichezza con le interviste. E allora? Cosa vuole che faccia? Devo farmi causa?
Terzo punto.
Appurato che nell’intervista ho detto scemenze, sarebbe stato, dice lei, più esilarante andarle a dire presenziando alla mostra. Per far cosa, mi perdoni: per stringere la mano all’arcivescovo e all’onorevole? per bussare sulla spalla del giovanotto olandese e dirgli che, in confidenza, non apprezzo la sua, diciamo così, “opera”? oppure per contribuire, semplicemente, alla claque?
Quarto punto.
Capisco che le abbia dato molto fastidio che in quel catalogo io abbia scritto ciò che mi pare e non ciò che pare a lei, allora che ne dice: la prossima volta vuole per caso passarmi la velina?
Addebito, naturalmente, all’assenza di luna ed alla mia debolissima vista l’impressione che i punti 2 e 3 siano in contraddizione tra loro (a questa benedetta mostra ci dovevo andare oppure me ne dovevo tenere a distanza perfino in effigie?) e che anche il punto 1 e il punto 5 non mi combacino a perfezione ma resta, in ogni modo, il fatto che non le piace la mia faccia, non le piace quello che scrivo e non le piace neppure il poco che mi è capitato di dire in quella benedetta intervista. Per piacerle, invece, io dovrei, suppongo, fare il pazzariello istituzionalizzato e andarmene in giro, rigorosamente in carne ed ossa, per mostre e convegni a togliermi le scarpe e sbatterle sul tavolino sfidando il servizio d’ordine.
E’ un’interessante visione delle cose…mi permetta, allora, di concludere con la domanda relativa al quinto punto.
Dal momento che le sembra auspicabile e, anzi, assolutamente essenziale che qualcuno si trasformi al più presto in questo spassoso personaggio, mi scusi: perché non se ne fa carico lei?

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 4936 di Paolo Mancini del 12/04/2007


Tre hurrà per ugo.
uno per il cuore.
perchè ci vuole cuore a scrivere ancora di architettura per passione e non per mestiere.
uno per il contenuto.
perchè si può essere o meno d'accordo, ma almeno parla chiaro.
uno infine per il tono.
perchè ci sono parti assolutamente tragiche ma dette in maniera che meriterebbero il palcoscenico di uno Zelig.

Tutti i commenti di Paolo Mancini

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 2235 di federico bernetti del 13/03/2007


..ehm...scusate tutti...........si ,mi sento di chiedere scusa perchè probabilmente non sono all'altezza di coloro che abitualmente scrivono su queste pagine e prometto che è l''ultima volta che cedo a questa mia tentazione. Sono uno studente di architettura e ho seguito tutta l'evoluzione del recente dibattito che si è svolto ,passando dalle pagine di arch'it per arrivare a quelle di anthitesi,sull' ultima opera di Gehry.....trovo tutto ciò semplicemente una boccata d'aria fresca, un modo realmente critico di porsi difronte all'architettura, estraneo a quella riverenza che invece è tipica degli incontriconferenzeconvegni....Ciò che più mi ha spinto a scrivere è il fatto di essere un lettore di Casabella ( diamine,sono uno studente,dovrò pur leggere qualcosa!) ed essere rimasto colpito dalla presentazione di Del Co sull' Hotel Della Discordia.......tanto frastornato da esserne quasi convinto, così scioccato dalla distanza tra il mio primo pensiero(.....no,un'altra volta Frank?!?....)e la raffinatissima pagina di critica del Direttore, da perdere di vista la realtà dell'architettura, quella che non può essere mascherata da una macchina fotografica.
Grazie, signor Rosa.....se passa per Roma le devo un caffè, mi sembra il minimo.

Tutti i commenti di federico bernetti

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 2138 di maurizio zappalà del 12/03/2007


SACRA/MENTE, i tempi cambiano. La città degli uomini è la "mente" ( la mentalità, le superstizioni, le oltranze, le debolezze, le stratificazioni) degli uomini. L acittà degli uomini ospita la "mente " che arreda i suoi luoghi rendendoli riconoscibili e sottaendo lo "spazio" alla sua assoluta autoreferenzialità, a quel vuoto inospitale persino a "Dio". La tolleranza del cambiamento è "robba" per pochi e ahimè lo stantio conosciuto è molto più confortevole e sicuro dell'azzardo. Mi pare che fosse di Immanuel Kant la definizione della mano come proiezione delle mente . Qui, qualcuno vuole ingabbiare la mente o la mano, non fa differenza e questo è intollerabile. Il giuoco del "cruciverba" (tova le differenze!) mi pare basso (anche se simpatico) rispetto alle capacità di Gehry! e quanti Grassi, Passi, Purini...etc, abbiamo soppotato senza urlare!

Tutti i commenti di maurizio zappalà

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 2123 di Brunetto DeBatté del 12/03/2007


Belinate!!!
il monumento a Karl Liebknecht e Rosa Luxemberg a Berlino di Mies (1926)
un conto
Un conto
Il Danteum di Terragni /Lingeri (1938)
Un conto
la mano aperta (’52) o la torre d’ombre
di Le Curb
un conto
le pensiline di Moretti (1956)
un conto
le ricerche di Mangiarotti sulle tettoie
un conto
il Convento delle Suore domenicane di L.K. (1965/68)
(che è servito a S.Holl per alcune soluzioni composizioni postume )
un conto
il cimitero Brion di Carletto (70/75)
un conto
il teatro del mondo
di Aldo R. (1979)
un conto
piazza Italia di C.M.
un conto
le contraddizioni di Venturi
un conto
le iconiche visioni degli Archigram o Archizoom
un conto
il lavoro teorico svolto da De Carlo x Spazio&Società

non si può scambiare la democrazia progettuale
per una arroganza stilistica
democrazia &potere
esplodono in
uno sconto = regalo senza ragione
X pesci e altri gigantismi
rapinati a Oldenburg
la pensilina avvinazzata è una belinata !!!!!!!!!!!!

in fondo hanno ragione sia Rosa che Ferrara

Tutti i commenti di Brunetto DeBatté

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 2092 di vulmaro zoffi del 11/03/2007


inizio dichiarando apertamente che amo l'architettura di frank owen gehry. vista l'aria che tira in campo accademico e antiaccademico (le due facce della stessa medaglia), confesso che per me dirlo è come immagino sia per un omosessuale fare 'coming out''. sto comunque tentando di leggere i vari interventi su gehry partendo dall'ultimo di ugo rosa che trovo molto molto divertente e, proprio per la sua prosa colorita, lo ritengo un bellissimo omaggio all'euforico frank. (caspita però a pensarci - tanto per un minimo aggiornamento letterario - in quella cravatta più che gli orizzonti di swift e melville ci vedrei l'oggi di lethem o d.f.wallace per non pronunciare proprio delillo o quella specie di pallone gehriano - a pensarci meglio belmondiano - che pynchon fa comparire in hampstead heath nella londra di gravity's raimbow). tuttavia, mai come nel caso di gehry le parole mi sembrano inadatte ad affrontare la sua architettura strampalata. a complicare il quadro generale - mi rifersico alle riviste, monografie, etc - si aggiunge la grossolanità di alcuni critici che con passione e dedizione e zelo e manciate di citazioni e aneddoti e ortogonalità spacciate per 'virtuosi' parallelismi e analogie, infarciscono i loro scritti sperando di far dimenticare a noi lettori, per ottundimento da sazietà , la loro mancanza di sensibilità e di acume critico; e conchiudono giri di parole perfettamente circolari che includono il vuoto ed escludono ogni significato.
per tornare un attimo a gehry, questo fraintendimento interpretativo - che nasce inevitabilmente nel momento stesso in cui si comincia a scrivere delle sue creazioni - si manifesta, per altre vie, anche nelle librerie dove accade che il i più ben curato e significativo volume sulla sua opera (non lavoro per la MITpress ma sto parlando di quel tomo contenente i suoi scarabocchi) risulta purtroppo essere anche quello fra i meno venduti. evidentemente si preferiscono gli scritti critici ben più corposi inclusi nelle monografie. a quel punto sono molto meglio le foto di hisao suzuki.
comunque, per non aggiungere altre parole inutili a quelle che anch'io ho finito per scrivere, volevo semplicemente consigliarvi la visione di questo filmato (il link è qui sotto) che - a mio avviso - è la più profonda, efficace e moderna lettura dell'architettura di frank owen gehry.
buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=MRuNT8eXU8k

Tutti i commenti di vulmaro zoffi

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 2089 di pirazzoli del 11/03/2007


Perdonate l’intromissione,
non conosco personalmente Ugo Rosa,
nel senso che non l’ho mai visto negli occhi né gli ho stretto la mano;
il suo scritto “Pensiline” l’ho avuto per caso,
questo “Gehry, dunque” me l’ha mandato lui,
per gentilezza sua.
Tutto quello che ho da dire,
è che sono completamente d’accordo con quel che Rosa
in entrambi i testi scrive,
nulla escluso.
Senza offesa,
trovo i suoi ragionamenti assai affini a quel che cerco di fare,
per come ci riesco nella presente condizione;
trovo la sua scrittura bella colta e piena,
per me incomparabile con quella dominante
nelle riviste di architettura italiane,
che del resto ho per caso smesso di leggere ormai da più di dieci anni,
magari per mia intrinseca distanza dall' "iperattualità"
Dunque aggiungo una postilla sulla questione “provincialismo”,
perché quelli che “prendono appunti”
e s’incantano al primo ragionamento sulla “fluidità etc.”
non sono solo architetti/ingegneri Ignoranti/FashionVictims
ma pure parecchi committenti,
cioè politici a vario livello,
co-responsabili di quel singolare paesaggio
da ExBelPaese
che è l’Italia di oggi
sotto gli occhi di tutti.

Argomento a piacere:
chissà come mai più volte mi è capitato,
all’Estero,
di pranzare con degli amministratori pubblici (cioè politici)
anche di provincia,
assieme a colleghi architetti
e di constatare che,
ma è giusto per esempio,
tutti conoscevano luoghi, nomi e lavori
di più di un artista contemporaneo
tanto da poterne discutere con discernimento?

Un saluto!
Giacomo Pirazzoli


Tutti i commenti di pirazzoli

 

9 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 1919 di Domenico Cogliandro del 07/03/2007


Che dire?
Però lo dico.
Ci voleva Ugo per scrivere queste cose? Zevi lo avrebbe fatto, uguale? Non lo so, certo è che molti anni fa ero presente a Roma, Valle Giulia, in un'aula gremita di persone intente ad ascoltare Libeskind. Credo fosse il 1992. Il parterre era completo, e io mi ero appena laureato con una tesi che interpretava, progettando, il Modulor di LeCorbu. Al dunque, Libeskind chiacchierava delle sue cose (come fanno le dive a proposito della colf), sgranellava diapositive di oggetti in tuttte le posizioni, ma prevalentemente disegni con le sue idee come didascalie. Io non so se è cresciuto ma, per come lo ricordo io, Zevi era molto più alto di Libeskind. Insomma l'attore termina la piéce, applause, e lui stesso chiede, con traduttrice al fianco, se ci fossero domande. Ed è stato lì che ho visto Zevi per la prima e unica volta della mia vita. Lo ha... lo ha...come dire... se lo è mangiato tutto intero, sbottava, parlava facendo gesti larghi con le braccia, ed era quasi infuriato, ce l'aveva con quelle cose che Libeskind chiamava idee e lui diceva che non stavano di casa da nessuna parte, insomma: altro che domande, un uragano. Perché lo ricordo così? Perché il 1992 corrisponde alla prima (e ultima?) edizione di "Sterzate architettoniche" che ho comprato ma non sono mai riuscito a leggere, e perché lo stesso anno fu uno dei membri della giuria del Premio della Fondazione Wolf che scelse, tra i premiati, il danese Utzon, l'inglese Lasdun e l'americaliforniano Gehry. Sono passati più di 15 anni, mi pare sia arrivato il momento di spingere Ugo a scrivere il suo "Stronzate architettoniche". No?

Tutti i commenti di Domenico Cogliandro

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]



<