Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

La frusta

di Silvio Carta - 15/5/2007


Esiste sempre un pelo di masochismo nello stringere un cinto in pelle, lo stesso che provo io nell’accettare di fare un concorso in Italia. L’ennesimo, la centesima frustata sulla schiena. La cosa più interessante poi, delle frustate, sta nel fatto che sai già cosa ti sta per succedere, esiste un momento in cui tu sentirai un dolore fortissimo, muto e bianco allo stesso tempo, una lama di tempo che sta per arrivare, ma non è ancora giunta. Non sai l’attimo esatto in cui arriverà, per meglio dire, sai che sta per farsi sentire, ma non sai esattamente quando. In quell’intervallo di tempo sta la qualità della frustata, ciò che la distingue ad esempio da un colpo di testa, improvviso e sconvolgente. Lei invece, è silenziosa, sottile, in una certa maniera è più elegante, la devi aspettare, la conosci già, la tua pelle ne ha più volte assaggiato gli effetti, ma ogni volta sono inaspettati, sono più forti di quello che ti ricordavi, fino ad un momento prima sei come annullato, non riesci a pensare a niente, al luogo in cui ti trovi, alla tua meschina posizione di essere in attesa, nudo, in ginocchio, poi, appena dopo il colpo, l’unica domanda che il tuo cervello anestetizzato riesce a formulare è il perché hai accettato una cosa simile.
Ogni volta è una nuova volta dentro una vecchia. La cosa bella non e' la lacrima di dolore soffocato che il tuo occhio non riesce a trattenere, ma l'attesa. Si può dire che vorrei una frustata solo per il gusto amaro e dolce di aspettarla.
Ora cambio per un secondo scena, passiamo ad una ridente regione di Italia, ricca di parchi naturali, ne ha tanti, ma uno si scopre un po’ meno bello degli altri, cioè e' bello come gli altri, non ha nulla da invidiare, ma e' semplicemente un po’ più sfortunato, è come se non riuscisse ad esprimersi.
Allora i saggi del villaggio si riuniscono e dopo qualche seduta settimanale, decidono di bandire un concorso al fine di acquisire idee brillanti per ridare la parola al parco quasi muto. Ovviamente i requisiti del salvatore del parco erano, manco a dirlo, degni di un opera di Ariosto: bello ma non troppo, che sia un punto di riferimento, ma che non si noti troppo, alto ma basso. Ed ovviamente, il classico punto 23 del bando che chiede che il progetto presentato sia in qualche modo collegato con un presupposto sistema di cento altre presenze che galleggiano là intorno. L’inquietante e' proprio questo qualche modo, si, perché nessuno ha presente nemmeno cosa voglia in realtà dire questo qualche modo. Il qualche modo e'' una bella maschera per dire che io, ente banditore, non so cosa voglio, non ne ho nemmeno un indizio, ma so che vorrei qualcosa; aspetto immobile che qualcuno mi solletichi il palato. Cento si affannano per presentare un piatto nuovo per il re annoiato.
Fino ad ora siamo rimasti nel campo dell’indefinito, il non chiaro, o il poco chiaro è un ottimo mezzo fisico attraverso il quale riuscire ad intravedere, laddove il guardare richiede un occhio allenato; indefinito e' il tempo d’attesa della frustata, indefinito e' ciò che si chiede in un concorso.
Sembra proprio che questo strano personaggio sia lo sfondo di ogni nostra quotidiana azione, alto ma basso, dico ma non ho detto.
Finisco qua la storia, finisce il concorso, vincono, ma questo è banale anche da riportare, i tre primi premi tre personaggi che lavorano nella succitata regione. La cosa invece degna di merito è che la genialità del progettista vincitore sta proprio nell’essere andato sul luogo, aver fatto una passeggiata, due foto in cerca di ispirazione, quando finalmente, trovò l’idea geniale. Tutto nasce da una oramai metabolizzata assuefazione alla auto-castrazione. Il terrore di intervenire su un paesaggio vergine per magari rovinarlo è una sensazione da brivido nella schiena. Che fare? Se lo faccio così è troppo artificiale, se lo faccio invece così.. ahh, e' sempre un artefatto, insomma, si vede che non fa parte del luogo, che non c’entra nulla con il contesto; ci vorrebbe qualcosa che richiami un elemento del luogo, così non sbaglio, così son salvo, nessuno potrebbe mai accusarmi di aver scempiato il bosco.
Una pigna. Cade sul suolo, si mimetizza, sta lì. Progetto finito. La rivalutazione del luogo, il rilancio socio-culturale di tutta la zona, il “museoparco” che aveva il compito altissimo di portare turismo e danari in una zona praticamente disabitata. La richiesta incosciente ed insicura di un’icona. Ad ogni buon conto, tutto sfuma, tutte le buone intenzioni elaborate dal consiglio dei saggi intorno al nuovo concetto di parco botanico cascano a gambe all’aria, tutto diventa ridicolo, un museo a forma di quadro. Un negozio di cellulari a forma di telefono. La discussione cambia registro linguistico, ora si parla in dialetto. L'aria nebbiosa dove l’indefinito si adagiava tranquillamente si e' dissolta, lasciando vedere stavolta una veramente piccola ed insignificante idea. Una pigna in un bosco. Quasi goffa come un corallo nella spiaggia.
Il lettore penserà ora che dall’esperienza sono uscito cresciuto, ora la vita mi ha insegnato come si vive, benvenuto nel mondo dei concorsi. Beh, mi dispiace deluderti, ne sono uscito viziato. A tratti diventa piacevole fare un progetto di cui conosci già il giudizio, non hai nulla su cui sperare, a cui rimandare. Come diceva Gaber, il bello della masturbazione è che sai già come va a finire, questi i concorsi, alti ma bassi.
Esiste del piacere nelle pieghe della sofferenza, esiste della crescita intellettuale nelle spire del vizio. Della grandezza tra la pochezza. In piena coerenza con l’indefinito, rifarò altri concorsi, pagherò di tasca mia per regalare idee a dei personaggi che non sanno nemmeno cosa chiedermi. Mi fanno soffrire ma mi piacciono perché so che mi faranno del male, ma non so esattamente come lo faranno questa volta. Ogni schiaffo che riceviamo nel corso della vita è però un’ottima occasione per capirne il perché

(Silvio Carta - 15/5/2007)

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