Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Attualità di Danilo Dolci, nel giorno del suo 83° compleanno

di Paolo G.L. Ferrara - 28/6/2007


Come ogni anno, desidero ricordare ai lettori che oggi, 28 giugno, è il compleanno di Danilo Dolci.
E’ un gesto del tutto naturale: Dolci è il nostro riferimento etico.
Sono stato al “Museo della Memoria” sul terremoto del Belice, da poco aperto a Santa Margherita di Belice. A Danilo Dolci hanno dedicato una stanza, ma della sua opera non vi è alcuna documentazione. Dunque, per il visitatore che non ne conosce l’impegno contro le influenze politico/mafiose, , Dolci potrebbe essere un pompiere soccorritore dei terremotati, un prete, un sindaco dell’epoca, o qualsiasi altra cosa. Vergogna. Chi ha creato il Museo deve infatti vergognarsi di avere, ancora una volta, occultato l'impegno di Dolci, così da nascondersi davanti alle”istituzioni” (i soliti politici) non dedicando lo spazio che merita la sua opera.
Spazio che gli dedicò invece Bruno Zevi quando, nel 1997, Dolci morì.
Riportiamo qui l’editoriale “Danilo, a presto!” che Zevi scrisse per il n.508 di “L’architettura, cronache e storia” (allora edita da “Canal & Stamperie” di Venezia).
In realtà, l’editoriale di Zevi raccoglieva una serie di editoriali che egli stesso aveva dedicato a Dolci a partire dal 1957 e sino al 1993.
Seguirà il messaggio con cui Dolci iniziò le trasmissioni di "Radio Libera Partinico".
Buona lettura.
Paolo GL Ferrara e Sandro Lazier



Testi di Bruno Zevi
Danilo, a presto! (editoriale del febbraio 1998 , n.508 di “L’architettura, cronache e storia” )
Editoriale del n.21 , luglio 1957
Danilo Dolci è nato a Sesana, presso Trieste, il 28 giugno 1924. Ha conseguito la maturità artistica all’Accademia di Brera nel 1943 e, nello stesso anno, il diploma di geometra. Chiamato alle armi dai tedeschi, rifiutò di servire la dittatura, fuggì in montagna, negli Appennini abruzzesi, e nel 1944 passò il fronte raggiungendo il territorio liberato. Si iscrisse alla facoltà di Architettura di Roma, poi si trasferì in quella di Milano. Malgrado dovesse dare lezioni per vivere, giunse alle soglie della laurea.
Improvvisamente abbandonò gli studi, ruppe col mondo borghese, si recò a Nomadelfia per aiutare don Zeno nella Città di Dio, progettò una borgata in Maremma e lavorò a costruirla come semplice operaio, poi lasciò anche don Zeno per cercare una verità più profonda, una ragione più aderente e nuda. Nel gennaio del 1952, con trenta lire in tasca, arrivò a Tappeto, il paese più povero e derelitto del mondo, scelse di vivere tra Montelepre e Partinico, tra gente che soffre la fame, la mafia e il banditismo. Il resto – dai digiuni al processo e al carcere, dall’anatema (“In tutta Italia, ogni giorno, siamo sistematicamente assassini…non si garantisce il lavoro a tutti, manca una vera libertà di pensiero, di espressione, di azione…”) ai messaggi di tenace amore è noto…
Perché Danilo ha sentito l’esigenza categorica di abbandonare la professione dell’architetto pur senza rinnegarla?…La risposta si trova, precisa e dettagliata in Inchiesta a Palermo, il libro bianco di un architetto dimissionario dalla professione borghese…Nel 1943 Giuseppe Pagano comprese che la lotta per l’architettura coincideva con un impegno morale che imponeva di lasciare la redazione delle riviste: era il tempo della guerra e della rivolta, il momento in cui arte e politica si identificavano. Danilo Dolci rappresenta una rivoluzione del dopoguerra, lo scavare sotto le strutture dell’architettura borghese per scoprire il popolo nella sua miseria, nella sua apatia, ma anche nella sua straordinaria vitalità e caratterizzazione…Ha saputo fare parlare la gente, senza retorica, come nessuno, nemmeno Rocco Scotellaro, seppe fare…Con il libro di Danilo sul tavolo da disegno, gli architetti saranno più generosi e fecondi.”

Editoriale del n.27 , gennaio 1958
“Danilo non è un santo, un eroe. E’ un tecnico, un pianificatore, convinto che molti problemi della disoccupazione possano essere risolti con iniziative locali, meno costose, più efficaci e controllabili di quelle dall’alto…L’originalità di Danilo consiste proprio in questo: dal terreno della tecnica in cui ha vissuto fino alle soglie della laurea in architettura, egli è passato alla via missionaria, ma questa lo ha riportato agli interessi tecnici e organizzativi, fino al Congresso della Piena Occupazione…Prima o poi, anche in urbanistica dovremo stimolare la pianificazione dal basso…La via della pianificazione integratrice dal basso è lunga, irta di ostacoli, di equivoci, di insofferenze burocratiche e di delusioni, ma è l’unica in cui s’incontrano la fede e la tecnica”.

Editoriale del n.139 , maggio 1967
“Sono trascorsi pochi anni: sembrano secoli, in termini di costume.
Danilo non vive più in una stalla con i suoi dieci figli…A chi segue i congressi ufficiali di urbanistica e di architettura, il convegno di studi a Partanna ha offerto una ricarica morale, un’esperienza traumatizzante…Nelle valli del Belice e dello Jato si possono valorizzare 178 milioni di mc di acqua, irrigando 36.100 ettari, cioè accrescendo il reddito lordo annuo della zona di 25 miliardi e creando almeno 35.000 nuovi posti di lavoro…Ecco la diga sullo Jato, ottenuta a prezzo di proteste, digiuni, denunce, pressioni di ogni genere, inenarrabile pazienza e fermezza…La mafia è stata battuta. Non voleva che l’acqua del fiume venisse utilizzata; controllandone i residui, ricattava i contadini di Borsetto, Montelepre, Partinico, Tappeto, Balestrate, Alcamo, Cinisi, Terrasini, Castellammare…Prima ancora dell’acqua, la diga garantisce il pane e la libertà, è un simbolo del riscatto della Sicilia occidentale”.

Editoriale del n. 455 , settembre 1993
“La parola è a lui, non alienato e sottomesso, il cui impegno sociale è costantemente marcato dal giovanile coinvolgimento con l’architettura. Ecco due libretti: Nessi tra esperienza etica e politica, di cui il secondo ha per sottotitolo Nessuno mi chiedeva che cosa pensavo io…Danilo spazia a vari livelli, filosofico, sociale, specificatamente comunitario, individuale e interplanetario. Riproblematizzata ogni disciplina del mestiere antico dell’architetto. Con l’arma del dialogo, sfida all’azione. Conclude affermando: la sfiducia cronica induce a chiusura e disperazione”

Questi gli estratti di alcuni editoriali, connessi da molti editoriali in breve. Danilo ci ha accompagnati nell’intero corso di questa rivista. Era estremamente cauto e modesto. Ogni volta che parlavamo di lui, se ne meravigliava, rallegrandosene come se fosse un gesto di mera amicizia e non di totale solidarietà.
Il tuo funerale a Tappeto si è svolto il 1° gennaio. Poca gente, pochissimi urbanisti e architetti. In questo clima di tecnologia sociale non andavi più di moda; la mania delle privatizzazioni, di una certa efficienza governativa, l’apparato dei computer, le comunicazioni di massa, un’opinione pubblica distratta giocavano a favore di un appuntamento della tua figura e dei tuoi messaggi. Ma non per questo ti diciamo addio. La pianificazione dal basso non muore con te: prima o poi, dovrà svincolarsi dal paternalismo di sindaci e giunte comunali, riacquistando lo slancio autonomo per cui hai combattuto.
Bruno Zevi


A margine degli estratti di Zevi riportati nel suo editoriale, è bene ricordare che Dolci fu il fondatore della prima vera radio libera italiana, attraverso la quale tese a diffondere il messaggio del suo obiettivo sociale.
La data è quella del 25 marzo 1970 e, seppur di brevissima durata visto che la polizia fece irruzione nei locali che la ospitavano e sequestrò il tutto appena 27 ore dopo la prima trasmissione, con questa iniziativa Dolci può essere considerato antesignano dell’interattività. Soprattutto, il suo coraggio di denunciare le malefatte politico/mafiose è un monito per tutti quelli che preferiscono tacere per interessi personali su imbrogli ed imbroglioni.
Di seguito, riportiamo la versione integrale dell’intervento/messaggio di apertura delle trasmissioni. Al microfono, Danilo Dolci.

Danilo Dolci
S O S
S O S
Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza.
S O S
S O S
Siciliani, italiani, uomini di tutto il mondo, ascolte: si sta compiendo un delitto, di enorme gravità, assurdo: si lascia spegnere un’intera popolazione.
La popolazione delle Valli del Belice, dello Jato e del Carboi, la popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire.
Siciliani italiani, uomini di tutto il mondo, avvisate immediatamente i vostri amici, i vostri vicini: ascoltate la voce del povero cristo che non vuole morire, ascoltate la voce della gente che soffre assurdamente.
Siciliani italiani, uomini di tutto il mondo, non possiamo lasciar compiere questo delitto: le baracche non reggono, non si può vivere nelle baracche, non si vive di sole baracche. Lo Stato italiano ha sprecato miliardi in ricoveri affastellati fuori tempo, confusamente: ma a quest’ora tutta la zona poteva essere già ricostruita, con case vere, strade, scuole, ospedali.
Le mani capaci ci sono, ci sono gli uomini con la volontà di lavorare, ci sono le menti aperte a trasformare i lager della zona terremotata in una nuova città, viva nella campagna con i servizi necessari, per garantire una nuova vita.
Gli uomini di tutto il mondo protestino con noi: L’Italia, il settimo paese industriale del mondo, non è capace di garantire un tetto solido e una possibilità di vita ad una parte del proprio popolo.
Uomini di governo: lasciate spegnere bambini, donne, vecchi, una popolazione intera. Non sentite la vergogna a non garantire subito case, lavoro, scuole, nuove strutture sociali ed economiche a una popolazione che soffre assurdamente? Se si vuole, in pochi mesi una nuova città può esistere, civile, viva.
Chi lavora negli uffici: di burocrazia si può morire. I poveri cristi vanno a lavorare ogni giorno alle quattro del mattino. Occorrono dighe, rimboschimenti, case, scuole, industrie, strade, occorrono subito.
Questa è la radio della nuova resistenza: abbiamo il diritto di parlare e di farci sentire, abbiamo il dovere di farci sentire, dobbiamo essere ascoltati.
La voce di chi è più sofferente, la voce di chi è in pericolo, di chi sta per naufragare, deve essere intesa e raccolta attivamente, subito, da tutti.
S O S
S O S
Qui si sta morendo.
La nostra terra pur avendo grandi possibilità sta morendo abbandonata. La gente è costretta a fuggire, lasciando incolta la propria terra, è costretta ad essere sfruttata altrove.
S O S
S O S
Qui si sta morendo.
Si sta morendo perché si marcisce di chiacchiere a di ingiustizia. Galleggiano i parassiti, gli imbroglioni, gli intriganti, i parolai: intanto la povera gente si sfa.
S O S
S O S
Qui si sta morendo.
E’ la cultura di un popolo che sta morendo: una cultura che può dare un suo rilevante contributo al mondo. Non vogliamo che questa cultura muoia: non vogliamo la cultura dei parassiti, più o meno meccanizzati. Vogliamo che la cultura locale si sviluppi, si apra, si costruisca giorno per giorno sulla base della propria esperienza.
S O S
S O S
Qui si sta morendo.
Ciascuno che ascolta questa voce, avverta i propri amici, avverta tutti. La popolazione della Sicilia occidentale non vuole morire.
S O S
S O S
Facciamo appello all’ONU e a tutti gli organismi internazionali che hanno a cure la vita dell’uomo e lo sviluppo pacifico del mondo: premano sul governo italiano affinché sia costretto ad agire subito e bene.
S O S
S O S
Il mondo non può svilupparsi in vera pace finché una parte degli uomini è costretta alla disperazione.
S O S
S O S
Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale attraverso la radio della nuova resistenza.
S O S
S O S
Costituzione italiana, articolo 21:
"Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Cosa significa "tutti"? Vi deve essere esclusa la gente che lavora più faticosamente? Vi deve essere esclusa la gente che più soffre?
Il diritto-dovere alla verità, da esigenza morale, diviene via via nella storia, riguardandola nelle sue linee essenziali pur tra contraddizioni, diritto-dovere anche in termini giuridici. Il diritto alla comunicazione, alla libertà di espressione, all’informazione, non vi è dubbio sia determinante allo sviluppo di una società democratica: deve essere garantito attraverso i moderni strumenti audiovisivi che il progresso scientifico e tecnologico ci mette a disposizione. Non possiamo non valerci, non episodicamente ma strutturalmente, di quanto ci viene garantito – sta a noi conquistarlo di fatto – dalla Carta dell’uomo alla Costituzione, alla parte più avanzata del Diritto internazionale e non.
Nelle attuali condizioni storiche italiane, se ha un senso preciso l’impegno affinché la radio – televisione sia affidata allo Stato , occorre:
ottenere precise garanzie affinché si possano esprimere attraverso questo strumento, monopolio dello Stato, le diverse posizioni culturali e politiche democratiche;
e soprattutto portare avanti la possibilità concreta, attraverso mezzi idonei, della comunicazione dell’attuale "basso": le voci dei lavoratori, di chi più soffre ed è in pericolo.
Una precisa conquista in questo senso non ha solo significato locale, può riuscire a produrre reazioni a catena.
S O S
S O S
Amici, organizzate gruppi di ascolto e diffusione nelle fabbriche, nelle università, nelle scuole, nelle piazze dei Comuni, nei Circoli culturali, nelle case del popolo, nelle cooperative, dovunque sia utile.
Chi vuole documentarsi esattamente, ci richieda documentazione.
Discutete l’iniziativa.
Documentate i giornali di ciascuna delle vostre iniziative.
S O S
S O S
Qui la voce della Sicilia che non vuole morire.
S O S
S O S
S O S
S O S
Questa lettera è stata trasmessa minuti fa al Capo dello Stato italiano, al Capo del Governo e al Ministero degli Interni.



MESSAGGI DI SOLIDARIETA’ ALLA POPOLAZIONE DELLA ZONA TERREMOTATA E ALLA RADIO DELLA NUOVA RESISTENZA
Johan Galtung (Norvegia)
La più importante sfida del nostro tempo è, per tutti noi, insieme, inventare una vera, diretta democratica nella quale tutti partecipano. Molti dicono che questo si può raggiungere solo in piccole unità, al massimo per villaggi, o per industrie con qualche migliaia di membri. Altri dicono che la società di massa, moderna e tecnologica, impedisce la democrazia diretta a causa del grande numero, perché la Radio, la TV, i giornali sono sempre usati dai pochi a dominare i molti. Ed è vero che il grande numero blocca la democrazia diretta e che la tecnologia della comunicazione di massa è caduta nelle mani di pochi. Nostro compito è di rovesciare questo e mettere i mezzi di comunicazione di massa a disposizione della popolazione e usare questa tecnologia, svilupparla ancora per superare i problemi della democrazia diretta nella società moderna. La tecnologia ha fatto del mondo un villaggio elettronico, dice MacLuhan: ma questo villaggio deve essere in tutto un’espressione genuina, non manipolata, per creare una società più umana.

Italo Calvino
Ogni volta che una catastrofe colpisce il Sud ci si dice: ancora altre popolazioni che dovranno vivere nelle baracche, quanti anni ci resteranno? E’ possibile che un paese come l’Italia che vanta i suoi "miracoli economici" lasci senza tetto popolazioni intere? Le catastrofi naturali sono fatalità? Non sempre. In molti casi sono prevedibili ed è una grave colpa non fare tutto il possibile per prevenirle. Ma anche quando l’uomo non può nulla contro di esse, e loro conseguenze sono ben diverse in una situazione statica e gretta, con un’economia che non pensa che al proprio ristretto guadagno immediato, e in una situazione in cui tutte le risorse – economiche, umane e naturali – vengono impegnate per il bene comune.
Per questo a vegliare a Partitico stanotte è, la coscienza dell’Italia, una coscienza che è per così dire poca parte rappresentata dalla classe dirigente, e che è amaro privilegio dei poveri.





(Paolo G.L. Ferrara - 28/6/2007)

Per condividere l'articolo:

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]

Altri articoli di
Paolo G.L. Ferrara
Invia un commento
Torna alla PrimaPagina

Commenti




<