Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Gli architetti di 'carta' e non di 'muratura'

di Maurizio Zappalà - 9/8/2007


“Un libro che cercavo in libreria e non lo trovavo”
Questa è la citazione di Maurizio Oddo (tratta a suo dire da Baricco) con la quale ha esordito alla presentazione di “Architettura Contemporanea in Sicilia” avvenuta nell’Aula Magna - Palazzo Centrale Rettorato, a Catania, il 26 luglio 2007. Giuro che io il libro l’ho cercato e non l’ho trovato e pare che sarà distribuito in libreria a fine settembre! Quindi ne parliamo aleatoriamente perché i dati non sono verificabili! Ho capito che in questo libro c’è tutto e il suo contrario! Non c’è dato sapere criteri, scelte, adesioni, come sono state strutturate. Ma ciò si vedrà…! M’interessa puntualizzare altro. Pare che la tesi di Oddo sia: “Esiste l’architettura contemporanea in Sicilia ed è di qualità”! Ora affermare categoricamente quest’assunto mi sembra “pesantuccio”, alla luce di una raccolta di realizzazioni che abbracciano “soltanto” gli ultimi 50 anni e più, d’architettura in Sicilia! Timidamente mi chiedo ma se in Sicilia ci fosse tanta architettura contemporanea sarebbe necessario cercarla? Probabilmente io vivo a Manchester e non mi rendo conto! Ma anche se fosse così mi viene una tristezza che voi non immaginate! Sto perdendo un’occasione fondamentale della mia vita professionale! Prendo armi e “barattelli” e torno nella natia Sicilia, forse un lavoro lì lo trovo! Insomma sono alquanto sorpreso dall’aria che tirava a questa “presentazione del libro che non c’era”! Il quadretto era il classico: Inarch Sicilia forever, Oddo un po’ impacciato e Purini il matre à penser, il resto ininfluente anzi alquanto noioso. Della prima non intendo discutere, del secondo ho detto tutto, di Purini… e di lui dobbiamo proprio parlarne!
Come al solito ribadisco e mi paro: io faccio l’architetto! Il maestro (Purini) ha detto:
•Ci siamo affrancati dal difetto “fisico” (ora si fanno i concorsi d’architettura!) e possiamo iniziare a parlare d’architettura (!).
•I fatti non sono accaduti finché qualcuno non li racconta (e ha citato Pensner 1936), quindi Oddo è nella tradizione!
•L’architettura italiana è tale per la pluralità dei contesti (Sicilia, Puglia, Trentino) (!).
•L’architettura italiana ha un’estrema stratificazione (!).
•L’architettura italiana affronta “la dimensione media dell’architettura”, tutto è contenuto ed ha una scala umana (!)
•Contributo dell’architettura italiana per non “combattere” la città (!).
•L’architettura italiana sta attraversando un periodo fortunato (!).
Ed ha continuato con i “buoni ed i cattivi”.
Sarebbero positivi:
1. L’espletamento di concorsi
2. La Legge dei Sindaci del 1993
3. La D.A.R.C. (Direzione Generale per l'Architettura e l'Arte Contemporanee)
4. L’architettura italiana si sta confrontando con gli altri.
5. C’è una maggiore dialettica ed un’attenzione alla globalità che viene calata nel contesto.
Sarebbero negativi:
1. Il numero degli architetti in Italia, circa 120.000, al cospetto dei circa 30.000 dell’America.
2. I tempi d’esecuzione dei progetti
3. La presenza del “passato”, urge un nuovo accordo con le Sovrintendenze.
4. I fenomeni degenerativi come l’abusivismo
5. La paura di sperimentare
E concludendo ha esaltato il ruolo delle “scuole d’architettura” italiane che hanno, a suo dire, tenuto il contraccolpo “formale” dell’architettura contemporanea transnazionale. Ha puntualizzato la posizione siciliana che con la sua marginalità vive adesso con meno complesso d’inferiorità. Insomma la “coerenza tematica” che egli riscontra, è da ritenersi un punto positivo perché mantiene un rapporto equilibrato con il contesto. La Sicilia ce l’ha fatta!!! Adesso, alla luce di questo bellissimo “spro-loquio”, potremmo chiamare la “neuro” e concludere facilmente la questione! Ma non è così, io mi assumo le mie responsabilità ed ho raccontato i “fatti” (ho le registrazioni), quindi sono accaduti! Minimamente mi sento offeso da chi osa affrontare la questione dell’architettura contemporanea e soprattutto dalle nostre parti, con questa superficialità che rasenta la provocazione. Come dire io posso affermare che la terra è piatta e voi la “bevete”! Sono riuscito, persino a ripensare alla maledetta frase “forza Etna”! Forse ci meritiamo realmente di azzerare tutto con eventi “inumani”, perché in quella sala piena di “afa” credo di essere stato l’unico a trasalire mentre le “dichiarazioni” rimbombavano tra quelle pareti soffocanti di “barocco” ed io pensavo al “Kursal” di San Sebastian di Moneo per “sfantasiare”. Si, pensavo al mare! Alla finestra che si staglia sull’oceano, alla capacità di contestualizzare l’architettura che ha Moneo, al suo talento della “misura” che ti fa sorprendere che non dà nulla per scontato che ti fa essere introspettivo senza tristezza perché va oltre, fino all’orizzonte, all’infinito. In altre parole, la situazione generale è molto diversa da come lo charme puriniano descrive. Non può esistere nessuna “pubblicazione consolatoria” per risarcire l’arretratezza nel campo dell’architettura contemporanea italiana, figuriamoci, ancor più, siciliana. Ed egli è complice in prima persona, non solo, ma anche, per aver firmato insieme ad altri trenta, il famoso e ridicolo “manifesto” per la tutela degli “incarichi”, diciamo ai professori che negli ultimi anni hanno visto calare gli emolumenti, per la “scarsezza” della riconoscibilità internazionale! Non altro…! Al professore ricordo che non abbiamo, ancora, una legge quadro sull'architettura (e quella siciliana è a mare!), almeno pari a quelle vigenti in Francia e nei più avanzati paesi europei, una DARC con buoni propositi ma diretta da chi per contemporaneo scambia “zucchine”, un Ministero dei Lavori pubblici, che patteggia il Ponte sullo stretto con il volo dell’Airone e Soprintendenze, monarchie assolute che devono garantire il conservatorismo tout-court. Enti locali, regioni province e comuni, che non investono sull’estetica urbana, che mancano dei requisiti minimi di fantasia, che non hanno nessuna immagine del futuro. Insomma alla fatidica “polpetta” della globalizzazione “il professore” dovrebbe far seguire una conoscenza un pò più contemporanea rispetto Frazier e Mcluhan, come ad esempio suggerisce Sloterdijk argomentando circa “…la contingenza che è la cifra della moderna condizione umana, esposta sull’orlo dell’abisso cosmologico che è perdita di mondo e di centro. Il nuovo corso della globalizzazione sbalza in modo imprevisto gli esseri umani lontani dal centro, trasforma i mondi della vita (Lebenswelten), città, villaggi in gelide e asettiche ubicazioni sulla superficie del globo che non è più "una casa per tutti, ma un mercato per ciascuno". La mutazione antropologica è senza precedenti: "il risultato antropologico della globalizzazione cioè la sintesi logica dell’umanità in unico possente genere e la sua riunione in un compatto e sincronico mondo del traffico, è il prodotto di un ardito e convincente lavoro di astrazione e di ancor più arditi e vincolanti movimenti di traffico. La globalizzazione determinerebbe così un generale trasferimento di sovranità dagli Stati ai mercati. "In forma di merce il denaro si lancia sul mare aperto dei mercati ed è costretto, come normalmente lo sono le navi, a sperare in un felice ritorno nei porti di partenza". Allora quale migliore investimento estetico può oggi produrre economia e sostenibilità se non il mare ed il rinnovavamento (sostituzioni e ri-costruzione) delle città da questo “baciate”. Persino Purini si è fatto sfuggire che non si può perdere più il treno del ”turismo del nuovo”. Ma mentre trasgredisce dialetticamente, opera in architettura, ancora, con la trasposizione del palazzo della Civiltà all’Eur, in tutta la sua architettura che tanto somiglia alla moltiplicazione di “colombaie”! Scusate l’esagerazione, ma qualcuno lo deve affermare che il nostro “caro” non ha nessun linguaggio architettonico contemporaneo, vale a dire leggero, disarticolato, piegato, affascinate, vitreo, “tecnologico” e quant’altro! Di cosa parla, quando cita: il “contributo dell’architettura italiana” è utile perchè non “combatte” la città? Certo l’ha soffocata nel suo caotico divenire perché un’urbanistica becera e obsoleta (da Samonà in poi) ha programmato e “legiferato” secondo il “calapino” di Don Lollo (vedi Tino Vittorio)! Persino Zevi nel 1997, incazzato, diceva: “…non solo lo zoning, ma tutta la metodologia del piano urbanistico è in crisi, poiché l'architettura di "grado zero" preme, batte infuriata, chiede e pretende libertà, non sopporta più di essere incasellata, coartata, stretta entro confini, determinata dal di fuori...Se finora, per convenzione teorica, l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto..., l'action-architecture come l'espressionismo astratto, nasce sugli eventi e non sulla loro rappresentazione. Tutti questi valori vanno recuperati, reinterpretati e aggiornati, rilanciati in nuove versioni se vogliamo che la paesaggistica graffi e non sia solo consolatoria...” L'interpretazione dei fenomeni artistici e teorici che caratterizzano il passaggio d'epoca che stiamo vivendo, discute valori, concetti, trend, trasformazioni, a carico dell'azione artistica e culturale quale oggi si presentano. Infatti per differenza con il sistema concettuale dell'Estetica tradizionale si contrappongono, quale evoluzione, nuovi concetti che vanno a sostituire i precedenti. Lo scopo di un insegnamento contemporaneo, nelle nostre “scuole d’architettura” matusalemmi, dovrebbe essere ad esempio quello di orientare nell'universo delle innumerevoli parole che costituiscono le anime del design, dell’architettura, della moda, della comunicazione, insegnando l'uso dei suoi termini principali. L’analisi parte dall’esperienza di che cosa è un significato per passare a come s’impara a pensare, per capire attraverso le esperienze artistiche cosa è la bellezza e le estetiche europee ed extraeuropee, le teorie del “nuovo”, appunto, della sensorialità, dello spazio, del colore, della fotografia, della danza, della moda, del design e come s’impara a "leggere" un oggetto fino al significato del progettare e confrontarsi con tutto ciò che è già stato “modellato”, ma non oltre i “vent’anni” indietro! "Pezzo per pezzo", quindi dove l'architettura é lo sviluppo di un'idea generante in cui si concentra la strategia progettuale e lascia la composizione architettonica libera di articolarsi anche in proposte virtuali. L'immaginario scientifico e l'innovazione tecnologica hanno aperto nuove strade possibili: il limite che divide il reale dal virtuale é mobile tanto quanto le nuove "architetture liquide" dove non esiste riferimento geometrico di tipo euclideo e dove il grande é nel piccolo e il suo contrario come in un processo di natura (vedi i frattali). In altre parole dall’antropologia si passa all’antropotecnologia (Sloterdijk), caro professor Purini! Questa premessa porta in campo l'architettura e il suo processo progettuale ed è utile per capire itinerari e metodi di un nuovo rapporto tra design e architettura, tra il "picccolo" e il "grande". In questo senso l'oriente é utile riferimento per una interculturalità del progetto così come indica la nuova Estetica Applicata, ma soprattutto per la libertà infinita e labirintica dello "sguardo".
Menil Collection attraverso la doppia ala che cattura la luce o la scaglia generatrice del Kansai Airport di Renzo Piano o il rivestimento del Guggenheim di Gehry sono manufatti indicatori di questo processo progettuale che parte da uno specifico mandato e approda ad una "condensazione" attraverso il progetto dettagliato di un particolare autonomo, e moltiplicabile industrialmente, che contiene in sè la risposta alla commessa ma anche la sua continua e possibile mutazione compositiva. La modernità obbliga il progetto a rispondere a responsabilità del processo progettuale e quindi a contenere il concetto di tempo e mobilità che per eccellenza un processo esige. "Leggerezza" contro ogni grevità e gravità del manufatto in rispetto di un’accelerazione del reale che muta continuamente, nell'accoglienza di una nuova società multietnica che predilige la cultura dell'intreccio e quindi progetta il nodo che genera il tappeto. E il metodo poterebbe estendersi al “design”. L' opportunità del riciclo di prodotti ma anche di una produzione artigianale d'autore o di un servizio alle aziende nella realizzazione di un prototipo finito o capo d'opera. Questo per supplire ai deboli investimenti dedicati alla ricerca da parte delle aziende, e delle istituzioni, che hanno eliminato i laboratori di ricerca e prototipizzazione, interni fino ad ieri alle realtà industriali. Sempre di più, sia nei piccoli che nei grandi studi di progettazione, vengono istruiti degli “incubator” dove l'idea possa diventare prototipo di sperimentazione a servizio della committenza e in relazione e con i testaggi e le verifiche attuabili nei centri di ricerca e collaudo, acccreditati internazionalmente. Così il designer, assume sempre di più una definizione artigianale supportata dalla tecnologica, assumendo il carico della prototipizzazione dei progetti, della verifica delle prestazionalità e del suo esito produttivo e commerciale. Inoltre il "diluvio telematico" permette a piccole realtà "d'autore"di divenire vere e proprie teleaziende. Questo rivoluziona il mercato in quanto economizza gli investimenti produttivi e garantisce un prodotto a priori, così come semplifica il rapporto gestionale con gli autori. Gli ambiti d’applicazione sono diversissimi (dall'informatica al mobile, dall'ingegnerizzazione di un particolare costruttivo a quello di una soluzione impiantistica d’energia alternativa, dagli oggetti quotidiani ad un gioiello) e stimolano i singoli progettisti a scegliere da subito un tema e ad aggiornarsi nel continuo progress dei temi emergenti della richiesta progettuale del mercato, nelle relative specializzazioni. Se tutto ciò potrebbe essere un suggerimento per rinnovare le “scuole d’architettura” italiane che giacciono nel “baratro” dell’eredità dei “maestri” che hanno fatto grande “l’architettura disegnata” e recuperare, là dove è possibile, il confronto con tutte le scuole del resto d’Europa e americane, dall’altro dobbiamo fare i conti e ribadisco con Sloterdijk, che, il nuovo universo globalizzato presuppone uno spazio infinito, indifferenziato e omogeneo, segnato da continue localizzazioni neutralizzanti. Uno spazio che assume la globalizzazione come un fatto, come l'esito di un processo iniziato con le Conquiste. Di conseguenza non esiste nessuna deroga o giustificazione di lontana matrice tradizionalista-passatista che possa ancor più bloccare la nostra competività sul piano architettonico-urbanistico . Allora, passino le raccolte fotografiche, gli “atlanti”, i concorsi “truccati”, gli accoscati ma se non si da forza alla capacità d’investire esteticamente nelle nostre città, nel nostro territorio, la battaglia persa (le città europee si sono da lungo tempo attrezzzate!) determinerà la sconfitta definitiva della guerra! Mi piace concludere citando Le Corbusier che diceva: una casa è una “macchina per abitare” che funziona tanto meglio quanto più la sua struttura interna è complessa, ma appare semplice al cliente. Credo che Purini, preparatissimo, sia venuto a Catania, per raccontarci la “favoletta” che gliel’abbiamo fatta, ma non aveva fatto i conti che “internet” è arrivato anche dalle nostre parti!


(Maurizio Zappalà - 9/8/2007)

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2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 6258 di renzo marrucci del 21/05/2008


Gentile Marcozzi,
Zevi sosteneva che quando un’architettura rimette in gioco i valori della crescita
ogni crisi è un valore. Cioè ogni valenza suscita altre valenze e il dibattito prende
la strada che meglio prende. Io penso che la crisi deve essere misurata anche ris
petto al sociale cioè a quello che si vede e si sente mentre si vive la città di tutti i giorni. Il mio rapporto è quindi con la vita che vivo e le cose che vedo e quello che sento e quello che faccio e da cui sono fortemente influenzato. Influenzato per forza di cose, è naturale. In quello che vedo e vivo c’è storia e vita, presente e futuro. Zevi è stato per me importante per le cose giuste che ha detto e scritto e che porto con me insieme a quello di altri maestri che in qualche modo costituiscono la mia coscienza e la mia… come dire…continuità, il mio nucleo interno che contribuisce a generare la mia risposta il mio modo di essere e di pensare. Mi sembra spontaneo e aderente e la cosa la ritengo importante per andare avanti. Poi c’e la vita e le problematiche proprio tipiche della professione oggi, in particolare in quella dell’architetto come sensibile realtà nella nostra società e facente parte di una realtà vasta e complessa. Io credo che l’approccio sia quello di andare vanti organicamente, cioè commisurando i problemi nei quali ci ritroviamo, perche da questi ne discende anche l’approccio teorico e comportamentale. L’architetto vive nella città degli uomini che sono di carne e pensano al presente come al domani in un rapporto di divenire crescente e vitale. Nessuna preoccupazione quindi per un rapporto con la storia che sia di valore per la continuità, purche sia organico, sano e rivolto ai problemi della nostra esistenza. L’architetto è responsabile in questo contesto di una sua presenza cosciente e critica. Mi fermo qui. Nessuna paura della storia e se la conosci ti è anche amica. Gli architetti che vengono da fuori e che poi non calano dal cielo ma sempre per vie molto terrene… esattamente come i nostri archistar e aspiranti star, non sono da paventare ma da capire, per il fenomeno che rappresentano rispetto anche alla crisi italiana su cui occorre il contributo serio di chi desidera pensare ma anche operare concretamente. Tra gli architetti di carta e di muratura ci sono altri architetti mi creda.
Un sincero saluto

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Commento 6257 di pietro marcozzi del 19/05/2008


SEMPRE IN RITARDO
Ebbene si, ci estinguiamo. Il nostro è un paese dove tutto sembra spegnersi; lentamente.
L'agonia culturale piu' lunga e travagliata di questi ultimi due secoli.
E non basta. Le maglie della globalizzazione ci stanno pian piano avviluppando nella fittissima e spregiudicata ragnatela, coma la mosca ed il ragno ed alla fine, tutti divorati vivi tra atroci e lancinanti dolori.
Mangiati ed ancora vivi. Certo, perche' non basterà essere mangiati. Ci toccherà sentire il digrignare delle fauci avventate sulle nostre carni. Gli altri? Proprio quelli che credono nelle opportunità benpensanti del mondo globale che ne pensano?
Tutto bene, l'Italia ce la fara': basterà guardare in giro la modernita' che filosoficamente l'intellighenzia esprimerà per noi tutti; l'apertura mentale che sgorga come acqua fiorente e cristallina dalle fonti intellettive di chi conosce il mondo reale, ci saziera' in ogni dove.
Grazie a Dio, abbiamo chi pensa per noi.
Intanto il mondo corre; corre cosi' velocemente che il povero sprovveduto, sfinito dalle difficoltà e dai problemi quotidiani, finalmente, comincia a vedere la meta. Si accorgerà presto che tutto il resto è stato drammaticamente spostato piu' avanti.
Allora mi domando, la lentezza di cui siamo pervasi è un fenomeno astratto che alberga solo e soltanto nella mente di chi rema contro oppure è un problema oggettivo, che ha profonde radici strutturali; che affondano nell'umus protostorico della cultura di questo paese?
Perche', vedete, se il punto di cui dobbiamo parlare è il secondo, siamo veramente nei guai, guai seri e questi hanno la coda lunghissima, non sono di ieri o l'altro ieri, ma ben piu' antichi.
Partiamo da una considerazione di fondo e credo anche scontata; il nostro paese non cambia sincronicamente con i tempi e, purtroppo non catalizza le mutazioni delle scienze, della tecnologia e della cultura; snatura il meccanismo e lo fa' assurgere, per converso, a strumento separatore dove, appunto, scienza, tecnologia e cultura non si incontrano, si respingono. Questo strano fenomeno è dovuto principalmente, almeno credo, al fatto che per secoli non ci siamo posti il problema tirando a campare sui luoghi comuni, tipo: l'Italia è il paese della cultura e dell'arte. Michelangelo è nostro. La storia della cultura italiana è grande.
E' talmente grande la nostra storia che ha finito per strangolarci; non siamo stati in grado di ripeterci perdendo sempre piu' il contatto con la contemporaneita' vissuta sul campo.
A questo punto entra in gioco la struttura attraverso la quale si è concretizzata e consolidata questa idiosincrasia; è giusto il richiamo appassionato che fa Zappala' in merito al manifesto dei “trenta” per la tutela degli incarichi, è un esempio fondamentale per il ragionamento che cerco di fare e che chiarifica e spiega l'anima del fenomeno separatore.
I “maestri” nostrani insorgono contro l'intelligenza esogena, contro gli incarichi profusi alle vedette internazionali, contro i concorsi ad invito coatto, fanno scattare, in definitiva, i meccanismi della difesa della corporazione (quella dei sommi, appunto); viene plasmata l'idea di un esterofilismo ingombrante, prevaricante, straripante, offensivo della sacralita' del territorio storico artistico italiano. Pane e companatico per quella politica che non aspetta che l'occasione per suonare le trombe della patria che raccoglie ed insorge, mette al bando la modernita' oscena; piglia e si mette a smontare architetture appena ultimate e le porta altrove (del resto se ne intendono visto che nel passato l'hanno gia' messa in atto questa strategia smontando e riportandosi a casa un bel mucchio di cose altrui).
La giustificazione di regime è che il moderno poco si sposa con l'antico, nobile e sacro luogo patrio. Voglio dire, qui ancora stiamo alle ciance da lavandaie, con tutto il rispetto per queste pittoresche e graziosissime signore; ancora si fa' uso della distinzione che vede l'arte posta tra moderno ed antico. Il moderno osceno, provocatorio e anticonformista; l'antico, sacro, ispiratore e chissa' cos'altro. Possibile che non si voglia capire o si faccia finta di non capire che quello di cui abbiamo bisogno è profondamente legato ad un processo che vede coinvolte le passioni, la conoscenza, la memoria, il senso del rispetto, le civilta' (uso il plurale perche' non vorrei che si pensasse che la nostra è l'unica valente e le altre di meno)?
Amici cari, qui', proprio qui, nella culla della civilta', il bello viene considerato un vezzo; certo se quell'aggettivo dovesse racchiudere il senso della superficialita' cosi' com'è espressa dai media, potrei essere anche concorde, ma vedete a quello a cui alludevo io ha un peso specifico molto piu' imponente ed articolato.
Basta aggirarsi tra i palazzi delle nostre citta' periferiche per comprendere la refrattarieta' al nuovo, al sensato, al logico; avete osservato cosa stanno

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