Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Fuochi d'Italia 1

di Leandro Janni - 4/9/2007


Spesso, in questa orribile estate d’incendi, mi è tornata in mente la nota espressione di Massimo D’Azeglio: “S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani”. Di certo, non è ancora chiaro quanto – in termini di risorse economiche, paesaggistiche, naturali e culturali – sia andato inesorabilmente bruciato del nostro Paese. Soprattutto nelle regioni meridionali.
Né ci consola (anzi, ci addolora ulteriormente) sapere che qualcuno sta anche peggio di noi. Quello che è chiaro, in questa dolorosa vicenda, è che il fuoco non nasce quasi mai da solo, ma viene appiccato da mani esperte e spesso prezzolate, al servizio di interessi precisi.
È dunque un incendio ben più violento ed esteso quello che noi dobbiamo fronteggiare, e non ha nulla a che vedere con una catastrofe naturale: è un’offensiva mirata contro il territorio, che vuole spogliarlo anche del suo valore di bene comune, di patrimonio condiviso e durevole, frutto della coevoluzione delle comunità umane e dell'ambiente naturale. Un incendio che prende molte forme: speculazioni edilizie, inutili infrastrutture, privatizzazione delle acque, agricoltura industrializzata o marginalizzata, discariche, inceneritori, trivellazioni, estrazioni di gas, cementificazioni selvagge, annullamento delle zone protette. Un incendio che, contro ogni logica apparente, assume dimensioni crescenti di anno in anno.
Mi piace qui ricordare l'idea quasi banale, ma assai efficace, con cui Tonino Perna, negli anni della sua presidenza al Parco dell'Aspromonte, riuscì a ridurre gli incendi addirittura del 90%: i suoi "contratti di responsabilità" coinvolgevano direttamente i cittadini nella gestione consapevole del territorio, creando un naturale antidoto ai veleni speculativi che alimentano la cultura del fuoco.
È forse ora di pensare ad un patto nazionale di corresponsabilità che, in una prospettiva di collaborazione e partecipazione estesa e continuativa, renda il territorio oggetto di cura non occasionale, scientificamente informata e condivisa. Ad ogni modo, speriamo bene. Italia.

(Leandro Janni - 4/9/2007)

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Commento 6116 di renzo marrucci del 19/03/2008


Interessante la segnalazione di L. Janni sulla esperienza del direttore del parco dell'aspromonte Tonino Perna che con il suo saggio operare coinvolge altri operatori nella tutela agli incendi contribuendo al loro controllo e salvagurdando quanto resta di quel bellissimo importante parco territoriale....
Speriamo venga preso di esempio come modo per eliminare il disastroso evento estivo
ormai diventato un desolante programma televisivo sulla devastazione al vivo del territorio italiano. Utile anche il riferimento del commento che segue dell'architetto Vito dove si auspica la ripresa di un coinvolgimento morale nelle vicende del terriotorio italiano e più in generale al dibattito aperto e visibile delle vicende dell'architettura italiana...Dibattito che da quando mancano gli Zevi, i Brandi, gli Argan. i De Carlo ecc... pare costellato di archi
tetti o studiosi a mezzo servizio con grave sindrome da confusione ed opportunismi vari...Che d'altro canto nulla fanno o dicono contro la sconfortante politica dovuta alla realizzazione di pessimi programmi edilizi cui sindaci giulivi vanno incontro nelle città italiane e sul territorio. Se da una parte alcuni si impegnano a non far bruciare il bellissimo territorio italiano dall'altra c'è un fuggi fuggi sull' impegno a riqualificate le periferie, un vuoto chiaro di coscienza sull'importanza di curare la città o riumanizzare il centrostorico delle grandi città o a frenare lo sperpero del territorio ... e via verso la ricerca di una viibilità illusoria che a tutti interessa tranne che al cittadino....unico vero eroe incompreso nella città d'oggi.

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

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Commento 5516 di vito corte del 09/09/2007


Caro Leandro, sono uno degli imbecilli (come tu li hai definiti) ex assistenti di Pasquale Culotta. (Ma questa è un'altra storia, e non mi importa entrarci).
Sul tema da te sollevato, con efficace opportunità, circa la refluenza territoriale e paesaggistica delle azioni vandaliche perpetrate dagli incendiari vorrei aggiungere solo una breve riflessione.
Anzi si tratta di qualcosa che prendo in prestito non già dalla nostra disciplina, quanto piuttosto dalla medicina o - meglio- dalla bioetica. Quindi - per una volta- non parlerò architettese.
Mi pare di avere capito che questa benedetta bioetica ha lo scopo di "migliorare" la specie umana, senza preoccuparsi di remore che potrebbero venire da dogmatismi religiosi o metafisici. Ebbene, il ragionamento morale della bioetica ruota attorno a quatro principi etici che dovrebbero guidare i medici nell'esercizio della loro professione. Sono i principi della "autonomia", della "non maleficenza", della "beneficenza" e della "giustizia". (cfr. T.Beauchamps e J.Childress 'Principles of biomedical ethics' 1979)
Con l'"autonomia" ci si occupa della salvaguardia della persona e della sua libertà di decisione, al di là di condizionamenti di ogni tipo (ideologico, politico, religioso, economico ecc.)
La "non maleficenza" impone di evitare danni alle persone: condanna l'incompetenza e la negligenza.
La "beneficenza" obbliga genericamente a fare il bane: generalizzando si tratta di vincere la malattia e la morte.
La "giustizia" infine mira ad assicurare medesime condizioni di trattamento a tutte le persone.: si tratta di un principio che tutela i poveri ed i deboli ed elimina i privilegi dei pochi.
Tutti questi quattro Principi sono coerenti con la generale idea di miglioramento della vita e, sotto questo profilo, andrebbero considerati come strumenti utili e necessari per superare gli steccati culturali, politici, ecc.
Che c'entra tutto questo con gli incendi dolosi che divorano i nostri boschi, le campagne, le colline?
Secondo me c'entra perchè ancora non si è spiegato fino a che punto la distruzione di un ecosistema locale (la pineta vicino casa) possa determinare effetti sulla qualità della vita ( e non mi riferisco certo solamente ai fattori fisico climatologico ambientali, ma specie ai fattori di economia globale).
E' il momento che anche noi architetti, scordandoci quelle tipiche onanistiche condizioni di godimento nel discettare di minchiate, assumiamo come principi etici del nostro lavoro certi argomenti così come i medici che si occupano di genetica : insomma che ci rendiamo conto che il trascorso XX secolo avendo già abbandonato la vecchia tendenza delle grandi e generali etiche ha invece orientato i propri interessi verso singoli campi dell'esistenza. Quindi, la relativizzazione della vita - che è in atto- , smettendo la pretesa di gestire la globalità del mondo, ha una ragionevole speranza di mettere ordine in alcuni tra i temi di maggiore importanza: ed alcuni tra questi possono essere sviluppati anche da noi architetti. Che gli architetti, allora, si offrano di studiare per dare risposte agli urgenti problemi delle megalopoli, ad esempio. Ed il loro compito, come quello dei medici, sia quello di eliminare il dolore, la miseria, la morte, la diseguaglianza.
Velleitario?
Certo. Ma meglio che inutile.

Tutti i commenti di vito corte

 

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