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Opinioni

Fuochi d' Italia 2. L’estate del nostro sconcerto. Dolosi roghi, in Sicilia e in Italia

di Leandro Janni - 12/9/2007


L’estate del nostro sconcerto volge al termine. Anche quest’anno la Sicilia – insieme soprattutto alle regioni del Meridione d’Italia – ha subito danni assai rilevanti a causa degli incendi. A Patti, nel Messinese, roghi di origini dolose hanno determinato la tragica scomparsa di diverse vite umane.

All’inizio di questa estate, Italia Nostra ha chiesto al Presidente del Consiglio Romano Prodi di affidare il censimento delle aree percorse dal fuoco alla Protezione civile di Guido Bertolaso e alle Prefetture. In stretto collegamento con il Corpo forestale dello Stato, Protezione civile e Prefetture possono procedere, senza indugi, a porre in essere gli atti necessari per la tutela del territorio.

Il Corpo Forestale ha dichiarato di avere già disponibile la rilevazione della quasi totalità delle aree incendiate nel 2006, che aveva posto a disposizione degli enti locali. Purtroppo, questi non l’hanno utilizzata. Risulta ormai chiaro come siano ben pochi i comuni italiani (in Sicilia, a fine Luglio di quest’anno, ancora nessun comune) i quali, dopo addirittura sette anni dalla entrata in vigore della Legge antincendi, hanno inteso applicarla. La Legge 353/2000 obbliga a congelare, nelle aree percorse dal fuoco, per un periodo di 15 anni, le destinazioni d’uso originarie e, per 10 anni, fa scattare il divieto di edificazione e impedisce inoltre la speculazione legata sia alla riforestazione sia alla pastorizia. Nelle regioni come la Friuli Venezia Giulia, l' Emilia Romagna o le Marche , che sono state più ottemperanti nel rispettare la legge, si sono registrati molti meno incendi. Il Meridione e la Sicilia, invece, si dimostrano ancora una volta “terra di nessuno”.

La Sicilia è la regione italiana con più agenti forestali. La Sicilia è anche una delle regioni del nostro Paese con minore superficie boschiva (l’8% del territorio, a fronte di una media del 30%). La Sicilia è una delle regioni d’Italia più colpita dagli incendi. Fornire una risposta a questa eclatante, apparente contraddizione può spiegare la causa di tanti roghi che devastano ogni anno l’Isola. Una cosa è certa: la gestione degli operatori stagionali antincendio boschivo, in Sicilia, è quantomeno scandalosa. I politici regionali hanno più volte ammesso che si tratta di una sorta di “ammortizzatore sociale”, che il numero di addetti in questo settore è sovradimensionato per assicurare lavori retribuiti in una terra dove di lavoro ce n’è sempre troppo poco. E con questa giustificazione, l’Assemblea Regionale Siciliana per prima, ha alimentato un meccanismo infernale e perverso. I precari del fuoco sono tanti, ma non riescono a frenare le fiamme che si mangiano ettari ed ettari di vegetazione. Come mai?
Il motivo è in parte spiegato dal business economico alimentato dai roghi. I precari dell’antincendio, spesati dalla Regione Siciliana, nell’Isola sono 30.745, poco meno della metà di tutti i forestali italiani, che sono 68.000. In pratica, ciascuno di loro controlla 12 ettari di territorio, mentre in Umbria (dove ci sono molti meno incendi) il rapporto è di un forestale ogni 597 ettari di bosco. In Toscana, addirittura, è un addetto ogni 1.409 ettari. Il loro guadagno dipende dalle giornate di lavoro e dalle ore di straordinario: più territorio isolano va a fuoco, più alto è il loro stipendio. Insomma, il sospetto e, in alcuni casi, la certezza che dietro gli incendi ci sia la mano di alcuni di quelli che sono incaricati di spegnerli, è alto. Non pare ci siano dubbi, dunque, che tra i precari dell’antincendio esistono ed operano diverse mele marce, professionisti della distruzione e del rimboschimento.

E’ chiaro: dopo le fiamme, poi, c’è tanto da guadagnare: per chi spegne i fuochi e per le ditte che andranno a ripiantare gli alberi. Quella dei roghi è diventata un’attività imprenditoriale vera e propria. Se a questo particolare aspetto si aggiunge l’attività delle ecomafie (cioè della criminalità organizzata), che appiccano incendi per motivi speculativi e che sono responsabili di un elevatissimo numero di roghi, ecco che si comprende come una regione possa essere così inesorabilmente, impieteosamente devastata. Pertanto, appare fondata e condivisibile l’iniziativa del Ministro della Difesa Arturo Parisi di inviare l’esercito in Sicilia per far fronte alle fiamme. E vanno perseguite con forza le ecomafie, assicurando una maggiore repressione e una certezza della pena per gli incendiari.

Spesso, in questa orribile estate d’incendi, mi è tornata in mente la nota espressione di Massimo D’Azeglio: “S’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani”. Di certo, non è ancora chiaro quanto – in termini di risorse economiche, paesaggistiche, naturali e culturali – sia andato inesorabilmente bruciato del nostro Paese.

Né ci consola – anzi, ci addolora ulteriormente – sapere che qualcuno, in Europa, sta anche peggio di noi. Quello che è ormai piuttosto chiaro, in questa desolante e sconcertante vicenda, è che il fuoco non nasce quasi mai da solo, ma viene appiccato da mani esperte e spesso prezzolate, al servizio di interessi precisi. E’ dunque un incendio ben più violento ed esteso quello che noi dobbiamo fronteggiare, e non ha nulla a che vedere con una catastrofe naturale: è un’offensiva mirata contro il territorio, che vuole spogliarlo anche del suo valore di bene comune, di patrimonio condiviso e durevole, frutto della coevoluzione delle comunità umane e dell’ambiente naturale. Un incendio che prende molte forme: speculazioni edilizie, inutili infrastrutture, privatizzazione delle acque, agricoltura industrializzata o marginalizzata, discariche, inceneritori, trivellazioni, estrazioni di gas, cementificazioni selvagge, annullamento delle zone protette. Un incendio che assume dimensioni crescenti di anno in anno.

Mi piace qui ricordare l’idea quasi banale, ma assai efficace, con cui Tonino Perna, negli anni della sua presidenza al Parco Nazionale dell’Aspromonte, riuscì a ridurre gli incendi addirittura del 90%. I suoi “contratti di responsabilità” coinvolgevano direttamente i cittadini nella gestione consapevole del territorio, creando un naturale antidoto ai veleni speculativi che alimentano la cultura del fuoco:

bisogna dunque rendere protagonisti i soggetti che vivono e operano nei diversi contesti territoriali, fornendo loro maggiori strumenti e risorse per prevenire i roghi come, ad esempio, sistemi di avvistamento, spegnimento e manutenzione. In questo senso, anche progetti di educazione ambientale possono realmente riuscire a rendere più attiva e sensibile la popolazione nel rispetto e nella salvaguardia dell’ambiente. E inoltre, è forse ora di pensare ad un patto nazionale, se non europeo, di corresponsabilità che, in una prospettiva di collaborazione e partecipazione estesa e continuativa, renda i territori oggetto di cura non occasionale, scientificamente informata e condivisa.



(Leandro Janni - 12/9/2007)

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