Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Galvagni, Gaudì e la ricerca

di Sandro Lazier - 12/1/2009


Il 17 dicembre dell’anno appena trascorso, l’Avvenire ha pubblicato un articolo a firma Leonardo Servadio dal titolo Anche l’Italia ha il suo Gaudì. Il riferimento al genio catalano investe l’architetto milanese Mario Galvagni, sul lavoro del quale antiTHeSi ha pubblicato numerosi testi e articoli e tiene tutt’ora una rubrica sull’esperienza didattica dello stesso a Parma e Pavia. L’articolo di Servadio riserva al lavoro di Galvagni toni ed espressioni entusiastiche, proprie di chi scopre solo ora la genialità e l’attualità di un autore che non ha beneficiato della doverosa popolarità di cui invece hanno goduto personaggi molto meno importanti dell’architettura nostrana.
Tanta benevolenza critica è stata suggerita da Nikos A. Salingaros, che appare tra gli intervistati, e che conosciamo per la sua posizione critica estremamente negativa, intransigente e aggressiva nei confronti del movimento che va sotto il nome di Decostruttivismo. Nome dal quale tutti, per una ragione o per un’altra, oggi prendono le distanze. Ragioni che poco importano a Salingaros il quale, in effetti, è un paladino della tradizione classica ed è in genere avverso a qualsiasi forma di modernismo. In più scritti ha accusato questi architetti di stravolgere formalmente gli edifici per pura vanità, ispirandosi indebitamente alla teoria della complessità e ad altre discipline scientifiche che secondo lui, Professore di matematica presso l'Università del Texas a San Antonio, ignorano o al massimo interpretano grossolanamente.
Salingaros doveva incontrare Galvagni durante un convegno ad Alba nel settembre del 2006. Durante i preparativi per l’incontro ci fu uno scambio di corrispondenza, di testi e di articoli di cui sono testimone.
Fu in quell’occasione che il matematico rimase fulminato e spiazzato dalla preparazione e dalla complessa personalità di Galvagni il quale, come membro della Società Italiana di Fisica, non poteva essere indicato tra i dilettanti della scienza. Quello che lo colpì fu sicuramente la mole di ricerca teorica che stava alla base dei lavori degli anni giovanili, i cui esiti formali si possono oggi rilevare proprio nelle architetture più aspramente condannate dal critico.
Non fa quindi sensazione che un autore autenticamente moderno e con una preparazione profonda trovi finalmente il rilievo e la popolarità che merita. Ciò che fa pensare è il fatto che ciò avvenga grazie all’interesse e all’impegno di uno dei massimi denigratori dell’architettura moderna. Sicuramente pagando un prezzo perché, dalle frasi dell’intervista, risulta evidente quanto Salingaros, per confermare le sue tesi, usi le profezie di Galvagni come una leva in grado di rovesciare le pretese novità dello star system attuale.
Non potendo attaccare l’autore sul piano della preparazione scientifica né su quello della tradizione, non resta altro che celebrarlo e collocarlo sull’altare, mettendo in rilievo la deficienza del sistema che, ingannato dalla miopia delle mode effimere, non s’accorge del rilievo di personaggi fondanti e capitali.
Impossibile per Salingaros attaccare Galvagni come nemico della tradizione. Meglio farselo amico e usarlo.
In effetti Galvagni con la tradizione non ha mai litigato. Chi conosce appena il suo lavoro sa che la tradizione è fonte di tutta la sua ricerca e sperimentazione. Ma la tradizione di Galvagni non ha nulla a che vedere con le teorie nostalgiche e postmoderne degli ultimi vent’anni. Essa non trae dalle forme passate la propria conferma e legittimazione, ma cerca nella loro evoluzione l’ambito “biologico” che le modella, cerca il motore “ecologico” che le rinnova continuamente dotando l’architetto di uno strumento teorico di continuo rinnovamento.
In quest’ottica nulla può essere come prima, ma il nuovo dovrà nutrirsi di passato. Un passato che va dalle formazioni geologiche fino alla presenza dell’uomo, della sua storia e delle interazioni con la natura fisica dei luoghi. Quella di Galvagni è essenzialmente una tradizione fisica e coerentemente scientifica.
Questa è la ragione principale per cui l’unica cosa che accomuna il nostro autore a Gaudì è l’iniziale del cognome. Ma Salingaros questo non lo ha capito o forse lo ha capito troppo bene e non lo vuole concedere. Rimane il fatto che quando il lavoro di un artista si nutre di solide radici e profonde conoscenze, questo regge alla fugacità delle mode e alla vanagloria di coloro che agevolmente le avversano. Se basta ascoltare una telefonata rubata per buttare a mare qualche suggestione patinata, pompata da riviste e da docenti compiacenti, non è sufficiente nemmeno una corazzata della disapprovazione come Salingaros per scalfire minimamente il lavoro di un autore la cui dedizione e il cui rigore etico devono essere modello per chiunque voglia fare questa professione.
Grazie comunque al professore per aver acceso i proiettori su Galvagni.
A noi il compito di proporlo nella giusta dimensione e renderlo accessibile a lettori e studenti, proponendolo come modello alternativo a quello dell’allegra compagnia dei vincenti a tutti i costi, salito agli onori della cronaca giudiziaria.
Nella prima pagina di questo giornale abbiamo aperto una finestra che contiene l’aggiornamento in tempo reale delle ricerche di questo prezioso autore.
Per finire, vorrei porre l’accento sulla necessità, non solo degli studenti e dei professionisti ma di tutta la critica impegnata, di ritornare a riconsiderare senza l’imperativo di una collocazione ideologica desueta le esperienze italiane posteriori alla seconda guerra mondiale, delle quali Galvagni è senz’ombra di dubbio personaggio di particolare rilievo.


(Sandro Lazier - 12/1/2009)

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Commento 14536 di Mario Galvagni del 27/07/2017


L’Architettura costruita
Bruno Zevi nella sua vita di studioso invitava a pubblicare sulla rivista “L’Architettura cronaca e storia”da lui fondata e sui suoi libri soltanto edifici costruiti. Nessun progetto non costruito.
Le ragioni sono che, l’osservatore vivendo gli spazi interni dell’edificio percepisce la dimensionalità delle tre coordinate spaziali, mentre vivendo gli spazi esterni egli percepisce la coordinata temporale. La coordinata temporale è quella che plasma lo spazio esterno e , percorrendolo ci coinvolge emotivamente.

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Commento 6814 di giannino cusano del 03/02/2009


Toscanacci d'un Marrucci: se nun dici l'ultima miha se hontento, eh? :)

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Commento 6807 di renzo marrucci del 02/02/2009


Ma io il cavolo lo mangio anche a merenda! Ed è buonisimo se cucinato bene... Forse non mi vuoi seguire... e bussi per conto tuo... Va bene anche questo... Ora non desidero farla lunga...

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Commento 6806 di giannino cusano del 02/02/2009


Renzo Marrucci, sai giocare a tresette? Se ci sai giocare, spiegami tu come mai se io busso a coppe tu rispondi a denari. Forse perchè a cope sei "fagliante", come si dice dalle mie parti per dire "sfornito"?
Ho semplicemente detto, a chi lamentava che le chiacchiere non servono, che anche queste discussioni -e anche qui, su antithesi- servono e sono utili: meglio farne che non farne per nulla. Punto. Il resto delle tue obiezioni francamente mi pare che c'entri come il cavolo a merenda :)

G.C.

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Commento 6793 di renzo marrucci del 31/01/2009


Meglio del nulla e del silenzio?... Giannino ma cosa dici? Il nulla ed il silenzio sono superabili con una ricerca seria e autentica e se a questa si sceglie la sponsorizzazione tecnologica e l'affarismo economico che riduce le città alla funzione di comparsa immaginaria? Perchè scegli due categoria tra le meno interessanti? Per pigrizia o per che cosa? Prima dello scempio o dell'annullamento dei valori c'è la serietà di una ricerca impegnata che non viene sviluppata che da pochi uomini oggi e contrastati...Non lo storicismo ma andare avanti e senza far finta... Il nostro Zevi se viveva dieci anni di più si sarebbe accorto della sua errata valutazione entusiasta del Ghery boccionioniano o degli altri affiliati alla tecnologia dell'ostracismo umano... O della morte della città e dei valori essenziali di una continuità che che non deve strappare nulla ma semmai superare l'idea della storia negli anni e farne il futuro... Ma che radicale sei? Spiegami se vuoi...

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Commento 6785 di giannino cusano del 28/01/2009


@ Zappalà:

scrivi: ".. sono un pò più "talebano" di te ed innamorato fradicio dell'architettura. Ed è per questo motivo che non sopporto star male nella casa degli avi! Che, come dici tu, non erano e non sono belle belle!
Allora, ho da lungo tempo abbandonato la speranza di trovare "piani" (...) d'intesa con i passatisti! E' semplicemente anacronistica la difesa storicistica dell'habitat! Cosa da Italia Nostra con la "puzzetta"sotto il naso! Insomma, Cusano, con gli sconclusionati (per dirla buona, sic!)non ci si può discutere! Non ci si deve perdere tempo !"

Perfettamente d'accordo: nemmeno io cerco intese, smussi ecc. E non ho alcuna velleità di convincere i miei contraddittori-passatisti o di trovare punti comuni con loro.
Siamo in uno spazio pubblico, discuto e rispondo in pubblico. Dove, credo, ci sono più persone con idee differenti, a leggere. E se a qualcuno che ha avuto la lodevole pazienza di leggere ho non dico chiarito ma almeno insinuato qualche dubbio, penso che non sarà stato tempo sprecato.
Forse non è abbastanza per l'architettura moderna, ma a me pare comunque meglio del nulla o del silenzio :)

Cordialmente,
G.C.

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Commento 6784 di maurizio zappalà del 27/01/2009


Cusano, d'accordo. Io sono un pò più "talebano" di te ed innamorato fradicio dell'architettura. Ed è per questo motivo che non sopporto star male nella casa degli avi! Che, come dici tu, non erano e non sono belle belle!
Allora, ho da lungo tempo abbandonato la speranza di trovare "piani" (brecce, angoli, smussi, eccetera...) d'intesa con i passatisti! E' semplicemente anocronistica la difesa storicistica dell'habitat! Cosa da Italia Nostra con la "puzzetta"sotto il naso! Insomma, Cusano, con gli sconclusionati (per dirla buona, sic!)non ci si può discutere! Non ci si deve perdere tempo ! Persino Zevi nel 1997, diceva che "se finora, per convenzione teorica, l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto..., l'action-architecture come l'espressionismo astratto, nasce sugli eventi e non sulla loro rappresentazione. Tutti questi valori vanno recuperati, reinterpretati e aggiornati, rilanciati in nuove versioni se vogliamo che la paesaggistica graffi e non sia solo consolatoria...” ( parlava avendo chiaro, chiaro in mente Gehry che tra l'altro citava!).
L'interpretazione dei fenomeni architettonici, filosofici,artistici, "Kulturali" in genere (e in ogni caso!) che caratterizzano il passaggio d'epoca che stiamo vivendo, discute valori, concetti, trend, trasformazioni, a carico della maniera di concepire il rapporto tra natura indifferenziata e azione antropica! Al sistema concettuale dell'Estetica tradizionale si contrappongono, quale evoluzione, nuovi concetti che vanno a sostituire i precedenti. Per logica andrebbe così! E giù , tutti gli esempi di trasformazione ante e post caduta del muro di Berlino! Da noi cosa discutiamo? +Etica-Estetica? Cosa facciamo per l'architettura contemporanea?Nulla! Ecco perchè non credo che discutendone riusciamo a far buon servizio alla trasformazione positiva del pensiero! Ritengo che non ci siano i presupposti e il substrato per una evoluzione culturale!Siamo messi male, pieni di "nani" e forse ci meritiamo questo! Ecco, il lamento di Gulliver tra i lillipuziani!

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Commento 6759 di maurizio zappalà del 23/01/2009


Cusano ha ragione , bisognerebbe approfondire! Ma il problema, probabilmente, andrebbe verso una speculazione filosofica che io personalmente non potrei sostenere, non essendo filosofo! Essendo architetto devo dire che il passaggio "l’uomo non è più al centro dell’architettura" non è [un approccio antiumanista] ma si tratta del posto dell'uomo . In altre parole è vero o no che l’uomo ha un nuovo ruolo [nuove questioni in cui la nozione di uomo o il valore di umanismo, si sono manifestate!] istituito, non soltanto nella filosofia contemporanea ma anche nell'architettura? Insomma la faccenda riguarda l'antropizzazione dello spazio! E non c'entra nulla l’essere in accordo o in dissenzo! La Natura ha un senso se viene antropizzata! La migliore difesa della Natura è quella predisposta dall’intelligenza dell’uomo, ribadisco, dalla antropizzazione. Per usare un’analogia ritengo che fra la Natura indifferente, muta o autoreferenziale quindi insignificante e la Natura dell’intelligenza, dall’intelligenza amministrata c’è la stessa differenza tra un fatto e una notizia. Un fatto diventa notizia solo se è informato a criteri di comunicazione qualificati; un “fatto” naturale diventa risorsa solo se è raccolta nelle mani dell’uomo!(concetto, già espresso, in altri miei interventi). E piaccia o no a La Cecla e ai suoi accoscati, esiste oggi, la Bigness! E non si tratta tanto e solo di espressione di volontà di potenza, di possibilità tecniche e di appetiti speculativi, quanto di pressanti necessità di competizione globale, di processi di fusione, acquisizione e concentrazione economica, le cui immediate conseguenze sono visibili nel trasferimento in Asia della nuova frontiera della dismisura (Koolhaas e quindi Sloterdijk o viceversa!). Non penso che La Cecla (antropologo-architetto?) abbia mai visto una “cantarella” o una fossa di calce o un muratore! Quello che trovo stupido è la presunzione che la qualità della vita dipenda dall'architettura. Io ritengo banalmente vero il contrario: la qualità della vita costruisce la sua casa, il suo territorio, il suo architetto. E verifichiamo questo (noi architetti contemporanei!), tutte le volte che lavoriamo con un cliente, il quale ha le soluzioni costruttive che si merita, sia come istituzione sia come singolo proprietario. Ora e sempre la signora “Maria” è la signora “Maria”! L’uomo, di volta in volta, ha agito (nella storia:passato, presente e futuro!) con gli strumenti a sua disposizione! Quindi, per quale cacchio di motivo un architetto contemporaneo dovrebbe progettare, oggi, secondo i dettami di Bernini (magari!sic!) e non, invece, secondo quelli di Eisenman, Tschumi, Koolhaas, eccetera, tanto per citarne alcuni?
Come dire, oggi mi sentirei (e lo sono!) libero di progettare un giardino senza vegetazione!!! Senza avere il rimprovero di “Italia Nostra”! Ricordo che i giardini giapponesi (detti secchi!) sono la rappresentazione della natura in assenza di vegetazione e gli orientali, d’altra sensibilità, l’hanno sempre fatto fin dai tempi Ming!
Si, certo, parliamo, ampliamo, siamo democratici…ma secondo me, si parla e si scrive,troppo, d’architettura e si fa pochissimo, almeno, in Italia!
P.S: Cusano, mi piacciono molto e condivido i concetti ben espressi di “scarto” e “disturbo”!


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Commento 6753 di Renzo marrucci del 22/01/2009


Per rottura non intendo una rottura di balle ma una ipotesi che inserisce qualche cosa di quello che altri non hanno avuto il coraggio di pensare o suggerire. Ecco, quando l'ipotesi suggerisce la risoluzione del problema e agisce nel contesto della società costruita urbana allora si è nel caso di una continuità che dovrebbe venire realizzata ma non viene relizzata. Agire e pensare, pensare ed agire nel senso della realtà e dei bisogni dell'uomo. Si studi per esempio la città di Roma, di Milano o una a caso... Rispetto ai problemi che oggi viviamo... Studiare la città che funziona e fa vivere bene... Andare avanti con il criterio di responsabilità aderente al territorio e quindi alla città. Continuità vuol dire garantire un futuro alle generazioni e non trovarci di fronte ad un cumulo di monnezza "realizzata" cioè costruita con progetti e imprese edili... Che soffoca la città nel degrado urbano sociale e culturale che stiamo vivendo oggi con leggerezza e spensieratezza... Capisco di parlare Turco ma oggi anche il turco è una lingua che viene studiata... Quando l'ipotesi propone nulla rompe ma si aggiunge rispetto alla convenzione e la muove verso ciò che non è ristagno o falsa creazione, o incrostazione senza risposta alle nuove problematiche che la città proprone. Se invece non si sa proporre ma fare spettacolo, prendere alla larga la realtà, prestandosi all'uso tecnologico formale senza impiegarlo per copiacere e non risolvere i problemi per esempio delle periferie urbane che sono solo dei mostri di depressione... Ricordo Ponte Lambro e un progetto di archistar... Per dirne uno a caso... Penoso dal punto di vista umano e non solo...
Seguire il corso del Fiume finchè il Fiume esiste facendo rimanere l'acqua pulita... Far crescere la città seguendone la sua vocazione umana e la sua dignità sociale senza ismi ma con il senso che la rottura che rompe è solo un arresto e un problema in più che ci allontana servendo solo determinati interessi non a vantaggio dell'uomo.

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Commento 6751 di giannino cusano del 21/01/2009


Devo dire che Marrucci e Pacciani hanno il dono della sintesi: capita raramente, infatti, di leggere tanti luoghi comuni concentrati in così poche righe :)

Si preoccupano, per esempio, dell'approvazione del "pubblico" trascurando il fatto elementare che i concetti di "pubblico" e di "pubblica opinione" sono di formazione moderna. Risalgono all'ascesa della borghesia e trovano origine nei Circoli dei privati Letterati e negli omonimi "Giornali". Salingaros ha un solo e grande merito: è una cartina di tornasole. Voglio che ci sia, per una semplicissima ragione: tutto quello che non va bene a Salingaros va benissimo per definizione. Chiuso il capitolo.
Mi spiega l'amico Marrucci cosa intende quando parla di "continuità"? Continuità con cosa? Con un mitico quanto inesistente passato "unitario" e privo di conflitti dell'umanità?
Hanno mai riflettuto seriamente sulla storicità del movimento moderno, tutto e senza eccezioni? La continuità è sempre continuità con gli atti di rottura del passato: gli atti autenticamente creativi.
Sperimentare non è cosa fine a sé stessa: la vita va avanti. Sono i nostri strumenti ed istituti che restano indietro e occorre sistematicamente rivederli, falsificarli, ricontrollarli per abbattere la morta gora dei rami secchi, ideologici e stantii ed estrarne parole vere.
I rischi delle mode ci sono sempre: e se la decostruzione scade in moda, è il suo maldigerito consumo che occorre combattere, non la decostruzione in quanto tale. Senza esame critico volta per volta, opera per opera, edificio per edificio, si butta via l'acqua sporca dimenticando di togliere il bebè.
Infine, il pubblico, come certa critica assetata più dell'approvazione plebiscitaria di un fantomatico "pubblico", sempre boccia le innovazioni salvo, poi, accettarle con decenni di ritardo.
E' accaduto a Borromini e al Gotico, alle Certose, a Gaudì e all'Impressionismo, alla Tempesta del Giorgione, a Beethoven, a Bach, a Gesualdio da Venosa, ad Arnolfo di Cambio, a Caravaggio, agli affreschi della Sistina ... : la storia è intrisa di simili "scandali" e va avanti proprio grazien ad essi. Non si vede per quale motivo non dovrebbe essere così anche ora.

Chi è depresso e, anteponendo a tutto la propria personale salute perché non regge l'impatto con una certa momentanea impopolarità, non è obbligato: si astenga da ogni attività creativa (anche in sede critica): pensi pure alla salute e si dedichi alla macrobiotica, ai fiori di Bach, alle tisane e all'Ayurvedica. Nessuno gliene farà un torto: siamo liberi e ottimisti. O no?)
Cordialmente (?)
G.C.

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Commento 6750 di Renzo marrucci del 21/01/2009


Salingaros ha molti meriti per il dibattito che ha proposto e se non fosse stato Lui altri lo avrebbero proposta perchè è ora... Dopo diverse sperimentazioni eclatanti si è cominciato a capire di più e meglio sulla decostruzione ecc... Ma senza ingratitudine intendiamoci... Capire di più e meglio è possibile solo con le realizzazioni e allora si capisce l'impatto con la realtà e soprattutto con il cittadino inteso come massimo committente. Ora non è il precisamente ritorno al passato che si celebra ma una sorta di continuità che non esclude le sperimentazioni e la ricerca e anzi... Che sono essenzialmente ricerca. Chi vive in piccole città forse non si accorge del peso di progetti che tirano a fare il lustro del principe (oggi pro-tempore: il sindaco) calati come valanghe nella città in nome di quale avanguardia? Di quale rapporto con la città? Non si deve dimenticare mai che l'architettura non è infatuazione del futuro, la rappresentazione di una qualche volontà a sforare i limiti del sogno... Ma una sapiente mediazione con la vita e con gli uomini che non esclude, anzi include la bellezza ed il capolavoro ma non la farsa del capolavoro annunciato... Oggi si parla di capolavoro prima ancora del progetto per alcuni basta citare un nome... E' davvero allucinanante! Bisogna capirlo...

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Commento 6749 di giannino cusano del 20/01/2009


***WARNING: testo ALQUANTO LUNGO***

Il commento di Zappalà esige approfondimenti.
Anzitutto la questione della "presenza": tutta l'architettura, in particolare quella delle avanguardie contemporanee, ha per lo meno un aspetto, per nulla secondario, che riguarda l'oggetto architettonico e il suo trattamento "in sé".
Prendiamo De Stijl: la rottura della scatola ha una propria operatività tipicamente “scritturale”, oggettuale: è effettuabile, cioè, in modo del tutto indipendente dalla considerazione della presenza o meno di utenti. Prendo un prisma, lo disassemblo in modo da scardinare le giunture della scatola e lo riassemblo in modo da evitare il riformarsi di angoli pieni. Mies insegnava così ai suoi studenti. Dava loro una lastra di copertura su una serie di elegantissimi pilastri in acciaio, poi diceva: «Tranquilli: questo si regge. Ora ricavatene un'abitazione composta di soggiorno, cucina, “x” camere, “y” bagni ecc. facendo attenzione a un'unica cosa: i piani delle pareti non devono mai incrociarsi a formare degli angoli chiusi e devono sempre prolungarsi all'esterno, andando oltre i confini degli spazi e degli ambienti interni». Era un modo di studiare la specificità e le caratteristiche di una “scrittura”, le modulazioni della luce, la mutevole compenetrazione all'intorno, il dosaggio le fluenze spaziali ecc.
La questione non riguarda esclusivamente le avanguardie. Gli “-ismi” hanno evidenziato in sommo grado questa ricerca “scritturale” non logocentrica. Ma non solo: Frank Lloyd Wright insiste sempre sul suo modo tecnico-creativo di trattare l'organismo costruito per estrarne valenze inedite. Nelle “Prairie houses” elimina il trave interposto tra tetto e muri perimetrali in modo da poter prolungare i vetri fino all'intradosso stesso del tetto senza l'interruzione visiva del trave; ribassa progressivamente gli spioventi in modo da poter assimilare sempre più il tetto a una lastra piana e nel ciclo delle “Usonian” passa alle lastre piane di copertura. Sotto le vetrate, quando non giungono fino a terra, dispone muri-davanzali che man mano si libereranno dai loro piani di giacitura prolungandosi nella natura circostante a organizzare i giardini che circondano la casa e protendendosi lungo le linee-forza del paesaggio per inglobarlo negli spazi interni dell'abitazione. Oppure svetra nodi tradizionalmente destinati ai cornicioni (Johnson Waw Building) o angoli solitamente pieni della casa (Bear Run).
Se è vero che una città si comprende a partire dal suo hinterland, una casa prende vita a partire dal suo orizzonte urbano o naturale che sia.
Come esempi possono bastare, ma il discorso potrebbe proseguire a lungo passando per l'espressionismo, il costruttivismo, il futurismo, specie nella versione boccioniana. Il caso di Wright dimostra che l'architettura sganciata dall'operatività tipica delle avanguardie è cosa povera e regressiva. Non a caso il nutrimento degli “-ismi” è un fattore genetico dell'architettura moderna, senza eccezioni.
A questo punto mi pare legittimo chiedersi: è pensabile un'architettura che esclude la presenza umana? A rigore, no. E non perché la “conquista dello spazio vissuto” operata da Wright, anzitutto, e dall'architettura organica è un fenomeno radicalmente nuovo, nel panorama storico complessivo dell'evoluzione dello spazio. Se, infatti, la rinuncia allo “spazio vissuto” ci facesse davvero compiere un passo in avanti, sarei il primo a dire “chi se ne frega dello spazio vissuto!”.
La ragione è un'altra: se l'architettura è “scrittura” e non “logos” che presuppone una presenza viva e costante, bisogna pure che qualcuno decifri questa scrittura. Possiamo persino assimilarla al messaggio in bottiglia del naufrago, ma resta sempre la speranza affidata a quel messaggio scritto: che qualcuno, “somewhere” nello spazio e/o nel tempo, lo raccolga e tenti di decifrarlo.
Si può benissimo assimilare l'architettura all'ambiente come a qualcosa che la assorbe totalmente e dal quale essa, semplicemente, derivi come una qualsiasi formazione rocciosa o una parte dell'Universo del tutto indipendente da noi. A parte la facile obiezione che nell'eliminare una metafisica incorreremmo in un'altra metafisica, resta il fatto che il monito a non distruggere l'ambiente in nome di malintese “esigenze” umane occorre pur sempre che siano degli umani a recepirlo.
Dunque, se questo “straniamento” dalla condizione umana ha un senso, ce l'ha proprio sullo sfondo di una condizione umana: la presuppone e non può prescinderne. E' questo, allora, che ci dice la decostruzione? Forse, ma incidentalmente.
Ci dice anzitutto, secondo me, che qualsiasi fenomeno “linguistico”, o espressivo o formale che dir si voglia, presuppone e sconta uno scarto interno al codice, un disturbo senza il quale non sarebbe possibile. Qualsiasi fenomeno: anche quelli della classicità, del classicismo e della forma apparentemente pura. E bisognerà bene che

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Commento 6748 di andrea pacciani del 20/01/2009


"l'architettura romana, bizantina o barocca è (o era) in sintonia con "l'utente finale"? Ma quando mai ...? "

Aspetto con ansia un saggio storiografico in cui si racconti dai romani in poi di un pubblico contrario alla propria architettura contemporanea o almeno generalmente indifferente quanto ai giorni nostri.
....Aldilà del caso Torre Eiffel (che già appartiene all'epoca moderna), non mi vengono in mente ribellioni popolari ai pinnacoli gotici o ai fronzoli rococò da parte dei propri contemporanei nè di questi giorni, al pari dell'avversione alle torri di Milano nell'ex-fiera, all'Ara Pacis, o all'ingresso degli Uffizi ecc... tanto per toccare Roma Milano e Firenze (ma in ogni città ce n'è uno...)

Per quanto riguarda la fedeltà, Io credo che valga la pena di essere fedeli a ciò che di buono si ha per non perderlo: vale per la fidanzata, come per la gelateria preferita, non vedo perchè non deve valere per i luoghi dove si vive volentieri....

cordialità

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Commento 6746 di giannino cusano del 19/01/2009


Ha scritto Andrea Pacciani:

"Non vedo francamente cosa ci sia da essere fedeli al secolo appena passato considerando il bilancio generale dell'architettura prodotta (...snap...) mi sembra del tutto legittimo il rifiuto locale a cedere ala tentazione ad un possibilismo modernista.
Credo che bisogna prendere atto che la modernità stia vivendo un periodo eclettico e storicistico di sè stessa e la frattura con l'utente finale è ormai uno iato incolmabile..... un po' come a fine ottocento primi novecento..."

Infatti non si tratta di essere fedeli ad alcun passato: nè al secolo scorso, meno che mai a due, tre, quattro, cinque (e chi più ne ha ... ) secoli fa. Non si tratta di essere fedeli ad alcun passato: si tratta di andare avanti. Frattura con l'utente finale? E perché, l'architettura romana, bizantina o barocca è (o era) in sintonia con "l'utente finale"? Ma quando mai ...?

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Commento 6743 di Andrea Pacciani del 19/01/2009


"Vedere quindi un progetto come quello di Stella per la ricostruzione del castello di Berlino che è un “banale” remake, mi lascia attonito per la sua monotonia e in odor di tradimento nei confronti dell’architettura del secolo appena appena passato! Un soldo falso"
Non vedo francamente cosa ci sia da essere fedeli al secolo appena passato considerando il bilancio generale dell'architettura prodotta; ne è un esempio il palazzo della DDR che è stato abbattuto all'uopo che non era un edificio di uffici basta che sia, ma addirittura il palazzo della repubblica federale; mi sembra del tutto legittimo il rifiuto locale a cedere ala tentazione ad un possibilismo modernista.
Credo che bisogna prendere atto che la modernità stia vivendo un periodo eclettico e storicistico di sè stessa e la frattura con l'utente finale è ormai uno iato incolmabile..... un po' come a fine ottocento primi novecento...

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Commento 6742 di maurizio zappalà del 17/01/2009


Non mi meraviglio che Salingaros abbia toppato difronte alla sensibilità di Galvagni che tra le altre sue attenzioni e sollecitazioni mette:" L’architettura nasce da un’emozione"...!E topperebbe, Salingaros, se facesse una chiaccherata con Vittorio Giorgini (vedi bellissima intervista di Emanuele Piccardo in Archphoto)! Insomma chi è prigioniero del mondo degli avi è fuori tempo!Destinato a scomparire! Abbiamo vissuto e viviamo tutt'oggi in Italia con la convinzione che l'architettura e l'urbanistica sono e sono stati la trasposizione della sommatoria delle regole e delle norme (fatte dagli uomini!). Il primo che non si “allinea” o contesta queste regole, è un sovversivo ed un anarchico!E giù con la memoria, il passato, la simmetria, il passo, il contesto, il paesaggio, la “natura” e bla, bla, bla. Ben che vada puoi rischiare di diventare un archistar! Tutto ciò accade non solo nella nostra professione d'architetto ma soprattutto nelle facoltà, sedi naturali, di ricerca e formazione! Ricci, il grande architetto Ricci, prendeva in giro Giorgini alludendondo che "quella strana maniera di progettare" era pura esibizione! Tanto fomentò e avversò il nostro che, un pò per il desiderio di evasione, un pò perchè "non era aria" , Giorgini, andò in America! Semplicemente perchè un “grande architetto” non capiva, fondamentalmente, il concetto di membrana! Oggi, diciamo che per alcuni (architetti), non è chiaro il concetto di "pelle". Potrei naturalmente dilungarmi su confronti ed “antithesi” tra architetti passatisti ed architetti contemporanei ma probabilmente non ho lo spessore dei nuovi “critici” e finirei per prendere posizioni che non mi competono! Vorrei, in ultimo, soffermarmi sulla facilità con cui oggi si liquida la rivoluzione (nel senso strumentale!) informatica, che ci ha permesso di esplorare “archè e technè”, impensabili, soltanto negli anni settanta! Ora, secondo me, al di là delle espressioni “modaiole” e miserabilmente boicottate, degli architetti più conosciuti e quindi “famosi”, esiste una ineluttabile possibilità di sperimentare , altro. Altre forme, altri materiali, altre strutture, niente più costrizioni derivanti “dal valore di presenza, dal valore di origine nel tentativo di affrancare l’architetto dalla scala umana, come dalla referenza antropocentrica di un certo umanismo…, non cè più una sola scala, l’uomo non è la misura di questa struttura architettonica…(J. Derida - Adesso l’architettura – ed. Scheiwiller 2008). E ora, i passatisti, giù a dire ma come l’uomo non è più al centro dell’architettura? Penso, invece che la possibilità è quella dell’architettura che cerca al di là dell’uomo!!! Non riesco a capire perchè in tempi non sospetti, Galvagni, Giorgini, lo stesso Soleri ed altri, provavano a sondare tecniche inusuali d’interpretazione spaziale (risolvendole!) con strutture plastiche che rimandavano alla leggerezza, all’armonia con estrema “personalità” (autoreferenziale) ed oggi che ci viene in aiuto la “tecnica” dovremmo fermare il nostro pensiero ! E’ inconcepibile rimanere prigionieri degli avi! Insomma e concludo, oggi si è spostato l’asse dell’antropologia mettendosi in linea con l’antropotecnologia come ci spiega bene Sloterdijk . Vedere quindi un progetto come quello di Stella per la ricostruzione del castello di Berlino che è un “banale” remake, mi lascia attonito per la sua monotonia e in odor di tradimento nei confronti dell’architettura del secolo appena appena passato! Un soldo falso!

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Commento 6741 di giannino cusano del 14/01/2009


L'architettura dice cose che non possono essere dette in altra sede (poesia, teatro, cinema letteratura, scienze, retorica ecc.). Certo, infinite intersezioni sono pensabili. Mi pare chiaro, altresì, che se Salingaros o chi per lui cerca nell'architettura ciò che invece può trovare solo nella matematica, ovvio che i presupposti per cui ne resterà deluso ci sono proprio tutti. Perché l'architettura bisogna anzitutto saperla leggere.
Non c'è dubbio: l'unica cosa certa che Gaudì e Galvagni hanno in comune è l'iniziale del cognome. Il resto è quanto meno da valutare.
Non c'è dubbio, d'altro canto, che forse nessun architetto quanto Gaudì si può dimostrare con altrettanto rigore, chiarezza e conseguenzialità di un teorema. Don Antoni, del resto, tutto fu tranne che l'architetto del "las curvas de sentimiento", come lui stesso diceva sarcasticamente dei vacui formalismi che anche ai suoi tempi si sprecavano. Gaudì si dimostra come pochissimi altri e senza mutuare alcunché dal mondo scientifico. E si dimostra partendo proprio dai fondamenti stessi dell'architetturai: dalla comprensione degli spazi. Il resto è corollario.

Osservo, per inciso, che il genio catalano è fotogenico quanto pochi. Di pubblicazioni in carta patinata sulla sua architettura ce n'è a iosa, per sua e nostra disgrazia. Perché questa fotogenicità è spesso la fetta di prosciutto sugli occhi che mette in ombra un'appassionata e sostanziosa lettura dei suoi edifici.

Con ciò, sia chiaro, non intendo screditare ricerche che affondano radici nella biologia, nella fisica, nella scienza come quelle di Galvagni: tutt'altro. Dico solo che la prima condizione è saper leggere gli spazi. E se Salingaros cerca in Eisenman un emulo di Goedel, ovvio che può solo restare deluso. La colpa è solo di Salingaros, però.

Il punto è che Salingaros pontifica "urbi et orbi". Questo è un po' come prendersela con Levi-Civita o Riemann solo perché gli spazi a "n" dimensioni (n>3) non si possono rappresentare graficamente o involucrare con calce e mattoni. In realtà Salingaros in architettura ripropone uno strutturalismo all'acqua di rose, di terza mano. E anche stantio, ammuffito. E' in ottima compagnia, naturalmente: Aldo Rossi in testa. Uno strutturalismo d'accatto che, ben al di sotto delle "fissioni" semantiche care a Levi-Strauss (grandissimo studioso persino quando si occupa discutibilmente di architettura): qui siamo alle "persistenze", ai "valori eterni" perché mai digeriti, ai rigurgiti del Partenone. E non c'è Maalox che tenga!

E' qui, a mio parere, l'importanza della decostruzione derridiana e di tutto il post-strutturalismo: nell'aver deautomatizzato l'universo significante dell'architettura. Che, non a caso, era regredito nel postmoderno. E nell'averlo svincolato dalle "leggi assolute" quanto inesistenti della storia, nell'aver compreso che anche dove c'è crisi, cioé una scrittura architettonica che va oltre la capacità d'uso dello spazio "qui ed ora", l'unica cosa tentazione da evitare è quella di rifugiarsi nel passato.
La decostruzione, e per altre vie il pensiero non decostruzionista di Foucault e Deleuze, hanno contribuito enormemente a liberare i segni architettonici dai loro tabù archetipici.
E' certamente riduttivo, ma mi pare didascalicamente efficace dire che la decostruzione e il post-strutturalismo hanno posto senza mezzi termini il problema di nuove catene significanti dalle inedite modalità.
In un certo senso, paradossalmente sembrano mancare o essere deficitari i comportamenti umani che diano pienezza di senso a quelle forme. Il senso: uno dei paradossi più acutamente indagati da Gilles Deleuze (Logica del senso, U.E. Feltrinelli, 1975). Su questi temi è necessario discutere e indagare più a fondo, specie nella prospettiva di una revisione della storia dell'architettura italiana dal 2° dopoguerra a oggi che sappia inquadrarsi in quella europea e mondiale. La decostruzione ha rappresentato anche un fenomeno linguistico di dimensione sovranazionale: salutare per il provincialismo cronico del nostro paese.

Un sintomo, ho detto altrove: lo confermo. La "cattiva socializzazione" in atto coincide esattamente con la mancanza di senso sociale degli spazi. Possiamo attendere che nuovi comportamenti sociali fioriscano? Evidentemente no: occorre mettere in moto stimoli-significanti problematici, se si vuol contribuire a incentivarli. E' questa, a mio parere, una delle ragioni, e forse la meno trascurabile, per cui le ricerche e l'impegno sulla socialità dell'habitat (da Safdie a Erskine, passando per Renaudie, Blom, Kroll) si sono improvvisamente interrotte: non c'è quasi più materia grezza su cui lavorare.

Ciò detto, sono convinto anch'io che il futuro inizi da subito, nell'impegno organico di architetti come Galvagni. Ma la strada è davvero molto difficile. E se la prima via (decostruzione e post-strutturalismo), benché venata di un po' di pessimi

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Commento 6738 di Renzo marrucci del 13/01/2009


Più che come modello di architetto mi permetterei di dire che lo riproporrei per la sua singolare ricerca organica condotta per la particolare passione nel metodo di indagine da lui proposto nel rapporto con la natura... da cui attinge studiando i modo sempre nuovo e con l'amore che gli riscontriamo. Su questo non ho dubbi personalmente. L'esito della ricerca poi è un'altra cosa con le sue applicazioni nell'architettura che possono anche essere risposte molto personali e sul cui valore possono esserci molteplici interpretazioni. Il fatto che io credo importante in Galvagni è sicuramente l'approccio metodologico che predilige nella sua riflessione vissuta sull'ambiente che trovo personale e geniale. In questo concordo! Cioè il metodo è rivoluzionario inquesto scavare nella sua identità e sensibilità e andrebbe esteso come base alla progettazione per la formazione del ruolo dell'architetto nella nostra società. Sviluppare cioè nell'architetto la capacita dell'osservazione, che oggi è notevomente diminuita e all'aderenza ai contenuti, che sono fondamentali per sensibilizzare... é una forza che si istilla nella natura degli individui e induce a rispondre organicamente e in modo aderente alla natura dell' uomo e quindi all'ambiente costruito... la città. Prepara cioè l'individuo ad attingere forza e coscienza nelle sue risposte. La cosa più importante, per me, è far crescere secondo le individualità.

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