Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Rapporto da una periferia territoriale:
la Valle del Belice (1968-2008)


di Teresa Cannarozzo - 28/2/2009


1. Il contesto territoriale e il terremoto

Il terremoto del Belice interessò quattordici comuni, posti al centro della Sicilia occidentale, ricadenti nella province di Palermo, Trapani e Agrigento e dislocati a ovest e a est del fiume Belice, che nel tratto centrale fa da confine tra le province di Trapani e Agrigento.[1]
La Sicilia occidentale é una delle zone più ricche di risorse storiche, culturali e archeologiche e di siti di grande rilievo naturalistico e ambientale. Ricordiamo le zone archeologiche di Segesta, Mozia, Selinunte, le cave di Cusa in cui si modellavano i rocchi per le colonne dei templi classici, varie necropoli, il territorio preistorico di Partanna e infine la spettacolare concentrazione archeologica della Valle dei Templi di Agrigento. Il territorio costiero presenta configurazioni di grande varietà e suggestione come il golfo di Castellammare, il capo S. Vito piatto e sabbioso, il paesaggio delle saline gravitante su Trapani e Marsala, il porto canale di Mazara del Vallo, il paesaggio africano della costa meridionale, caratterizzato in alcuni tratti da configurazioni dunali inalterate.
Alcune zone di particolare interesse naturalistico sono state riconosciute come riserve naturali, siti di interesse comunitario o zone di protezione speciale: tra queste, nell’interno, si annoverano il complesso di Monte Telegrafo e Rocca Ficuzza, La Montagna Grande, le Rocche di Entella, il Monte Genuardo, il santuario di Santa Maria del Bosco, le grotte di Entella e di Santa Ninfa; sulla fascia costiera si trovano le riserve delle Saline, delle isole di Mozia e dello Stagnone, del lago Priola e dei Gorghi Tondi e della foce del fiume Belice, caratterizzata da un paesaggio straordinario di dune naturali.
L'interno, di cui fa parte la valle del Belice, é caratterizzato dall'andamento collinare del territorio e dalla diffusione di centri urbani di piccola e media dimensione. La persistenza del latifondo coltivato a grano o adibito a pascolo caratterizzava il paesaggio. Il sistema produttivo prevalente era costituito da una fragile attività agricola, praticata in forme antiquate, rese ancora più precarie dalle condizioni ambientali, tra cui la qualità dei terreni e la siccità dovuta all'andamento delle precipitazioni, scarse, ma molto concentrate in pochi periodi dell'anno, che provocavano effetti dilavanti sul territorio. A ciò si sarebbe potuto sopperire tramite la costruzione di alcune dighe sui fiumi Belice, Carboi e Jato, che avrebbero consentito di irrigare decine di migliaia di ettari di terra, utilizzando più di 100.000.000 di metri cubi d'acqua che si perdevano in mare.
La realizzazione delle dighe, avvenuta molto lentamente e dopo aspri conflitti popolari, ha causato la realizzazione di alcuni invasi artificiali che hanno contribuito a qualificare paesaggisticamente il territorio.
Il territorio della Valle presentava anche un gran numero di insediamenti puntuali come masserie agricole fortificate, nelle quali si svolgevano le attività connesse alla trasformazione dei prodotti agricoli come le Case di Stefano vicine alla nuova Gibellina, oggi riutilizzate per attività culturali. [2]

Le Case di Stefano
(Case di Stefano a Gibellina)

Non mancavano ville padronali e castelli extra-urbani come il castello della Venarìa, vicino a Montevago, con una particolarissima pianta a tenaglia, che fu integralmente distrutto e il castello di Rampinzeri vicino a Santa Ninfa, sopravvissuto al terremoto e oggi utilizzato per attività turistiche e ricettive.

2. L’economia prima del terremoto e le lotte popolari per lo sviluppo

L’economia della Valle si è sempre fondata sull’agricoltura; prima del terremoto dominava il latifondo e la produzione cerealicola con piccole zone di vigneto e oliveto. La riforma agraria, una sua equa applicazione e la realizzazione di sistemi di irrigazione finalizzati a rendere più produttiva l’attività agricola erano stati gli obiettivi per cui avevano vanamente lottato i contadini siciliani e le forze della sinistra, fin dall'epoca dell'unità d'Italia, senza ottenere risultati significativi.[3] Le risorse idriche erano infatti monopolizzate dai mafiosi locali, proprietari dei pozzi, che vendevano l’acqua a un prezzo che i contadini non potevano pagare.
Grazie alle pressioni popolari e alle lotte non violente organizzate dal Centro Studi di Danilo Dolci, a partire dalla fine degli anni ’50 e successivamente dal Centro Studi Iniziative della Valle del Belice, guidato da Lorenzo Barbera (1968-1972), furono costruite, anche se molto lentamente, alcune dighe sui fiumi della Valle (Belice, Carboj e Jato) indispensabili per assicurare l’irrigazione delle campagne e l’ammodernamento dell’agricoltura.
Lorenzo Barbera, grande animatore sociale e culturale della Valle del Belice, attivo ancora oggi, iniziò la sua attività al seguito di Danilo Dolci a Partinico. Nel 1968, dopo gravi incomprensioni sulle forme di lotta da adottare nei confronti delle istituzioni, molti collaboratori di Dolci, tra cui Barbera, si allontanarono da Partitico per iniziare altre attività autonome; Barbera fondò il Centro Studi e Iniziative della Valle del Belice con sede a Partanna che godette per anni di sostegni fiananziari provenienti dall’estero. Nel 1972, in una fase di dibattito politico molto acceso e lacerante, abbandonò il Centro Studi e fondò il CRESM (Centro di Ricerche Economiche e Sociali per il Meridione) con sede a Gibellina di cui è presidente onorario.
Le iniziative di comunicazione, di persuasione e di pressione condotte con tenacia e continuità dagli operatori di Dolci e di Barbera, conseguirono alcuni importanti risultati, come una applicazione più equa della riforma agraria, ma principalmente produssero le cantine sociali, alle quali gli agricoltori potevano conferire la loro produzione, con notevoli vantaggi economici. La creazione delle cantine sociali, fu anche una occasione di maturazione politica e di crescita civile della popolazione.
Per alcuni anni la Valle del Belice fu una vera e propria palestra di educazione permanente finalizzata a tracciare un modello di sviluppo endogeno (antesignano dello sviluppo locale autosostenibile dei nostri anni) basato sulla scolarizzazione della popolazione e la lotta all’analfabetismo, sulla lotta alla mafia, sulla partecipazione democratica, sull’incremento e la diversificazione dell’attività agricola, sulla cooperazione nella produzione e nella commercializzazione dei prodotti.
Sia prima che dopo il terremoto si diede grande rilievo anche al tema della pianificazione del territorio, attraverso la rivista Pianificazione siciliana, organo delComitato Intercomunale per la pianificazione organica della Valle del Belice (1965-1972) e alla formazione di tecnici che operavano nei singoli comuni. Il coordinamento tra i comuni era ritenuto uno strumento indispensabile per dare forza alle infinite vertenze territoriali e questa attitudine si è ulteriormente consolidata.
Subito dopo il terremoto fu redatto in forme partecipate un grande piano per la rinascita del Belice, basato sul concetto della città-territorio in cui si sarebbero dovuti integrare la ricostruzione degli insediamenti, lo sviluppo dell’agricoltura e la valorizzazione dei prodotti locali, la creazione di una viabilità territoriale capillare e dei servizi, l’attuazione delle dighe, i rimboschimenti, l’incremento di cantine e frantoi in forma cooperativa per una commercializzazione redditizia della produzione. A questa avventura partecipò con grande passione civile anche Bruno Zevi.[4]
Il piano fu presentato, propagandato e discusso in varie sedi, ma le cose purtroppo andarono diversamente.

3. I centri urbani del Belice

Terremoto del 1968
(Terremoto del 1968)

Cinque dei comuni interessati dal terremoto avevano una popolazione che non arrivava a 5000 abitanti; di questo gruppo facevano parte Montevago e Salaparuta che furono integralmente distrutte; Gibellina ebbe la stessa sorte, con l’aggravante di avere una popolazione di più di 6000 abitanti.
Tutto sommato, a fronte della devastazione del territorio e della distruzione dei centri urbani, il numero delle vittime fu abbastanza contenuto, perché alcune scosse avvenute nel pomeriggio avevano messo sull’avviso la popolazione: ci furono comunque circa 400 morti e un migliaio di feriti; quasi 100.000 persone rimasero senza casa, anche se non è del tutto chiaro quante abitazioni siano state distrutte dal terremoto e quante demolite successivamente perché più o meno gravemente danneggiate.
I centri di maggiore consistenza, tra cui Calatafimi, Salemi, Partanna, Salemi, Santa Margherita Belice, Sambuca e Menfi, più distanti dall’epicentro, ebbero una sorte migliore, sia per i minori danneggiamenti, che per la capacità di ripresa.
I centri urbani della Valle erano per la maggior parte insediamenti di origine feudale impiantati nel corso del XVI e XVII secolo dai proprietari dei feudi per ripopolare il territorio e incentivare l'economia agricola.[5] 
Soltanto Calatafimi, Menfi, Partanna e Salemi, superavano di poco i diecimila abitanti; Gibellina ne aveva circa 6.000; Contessa Entellina contava circa 2.000 abitanti; Montevago, Poggioreale, Salaparuta e Vita comprendevano da 2.500 a 3.500 abitanti. I centri più piccoli erano anche quelli economicamente più deboli nei quali si erano già verificate varie ondate di emigrazione della popolazione, prima verso l'America, poi verso l'Italia del nord e l'Europa.
Tuttavia, ogni centro urbano, dialogando con il paesaggio e integrandosi con la conformazione del suolo, possedeva una propria identità, che ne comunicava le origini, i processi di trasformazione, il ruolo economico, la composizione sociale degli abitanti e le loro relazioni.
Qualunque fosse la loro origine e la dimensione raggiunta, essi presentavano caratteristiche architettoniche ricorrenti: un tessuto edilizio minuto ad alta densità, ritagliato da una rete viaria caratterizzata da pochi assi principali e da percorsi secondari di ampiezza minore.
L’impianto urbano era sempre arricchito da piazze e slarghi connessi alla presenza di chiese e complessi conventuali che costituivano i poli riconoscibili dello sviluppo urbano e i luoghi di riferimento della vita di relazione delle comunità. Il tessuto residenziale era formato da isolati di spessore variabile, che aggregavano le abitazioni minute alte uno o due piani. Gli isolati erano spesso solcati all'interno da vicoli e da cortili, unici spazi liberi sopravvissuti ai processi di edificazione sistematica delle aree urbane.
Questo tipo di organizzazione dell'edilizia residenziale si manifesta in maniera costante sia negli insediamenti di origine medioevale, sia in quelli di origine feudale e si configura come una vera e propria regola di costruzione della città storica.
Nei centri più antichi l'architettura monumentale comprendeva tracce di fortificazioni e di architetture militari, come torri e castelli. Tra le architetture fortificate erano di particolare rilievo il castello dei Chiaramonte intorno a cui era sorto l’abitato di Gibellina, andato completamente distrutto mentre si sono salvati il castello di Salemi e il castello Grifeo a Partanna.
Castello Grifeo a Partanna
(Castello Grifeo a Partanna)

La grande ricchezza della chiesa e degli ordini religiosi aveva dotato ogni centro per quanto piccolo di un gran numero di edifici per il culto e di complessi per la vita monastica, spesso di notevole interesse architettonico, arricchiti da cupole, da campanili, da loggiati; ma anche dotati di opere d’arte e di arredi di grande valore. Ogni centro belicino possedeva una Chiesa Madre, luogo di profondo valore simbolico per la comunità, costruita con maestria e con grande investimento di risorse; tale circostanza consentì a molti di questi edifici di resistere alle scosse del terremoto, ma non evitò che fossero demoliti successivamente per presunti pericoli di crolli. Le due chiese principali di Salemi e di Partanna erano considerate due veri e propri gioielli dell’architettura barocca; d’altronde i due centri urbani erano ritenuti le maggiori città d’arte del Belice, sia per le caratteristiche della struttura urbana, sia per la ricchezza di architetture monumentali e di apparati artistici e decorativi. Il centro storico di Salemi, infatti costituisce ancora oggi un significativo esempio di insediamento di origine medioevale sorto su una collina a partire dall’impianto fortificato del castello e dalla Matrice. Il centro storico di Partanna, oggi brutalmente sfigurato, traeva invece la sua identità da un’addizione barocca, sommatasi al primo nucleo medioevale, attraverso un vero e proprio progetto urbanistico, scandito da numerose architetture monumentali, per lo più complessi conventuali, situati in punti strategici.
In tutti i centri del Belice si trovava una grande quantità di palazzi e palazzetti della nobiltà e della borghesia terriera, disposti lungo le strade principali, più o meno imponenti nelle dimensioni, più o meno ricercati nei materiali e nei partiti architettonici e decorativi a seconda del ruolo e delle risorse delle famiglie. Gli organismi edilizi più impegnativi come i complessi conventuali o i palazzi signorili, nel riutilizzare le tracce di insediamenti preesistenti, nell'adattarsi all'altimetria e alle tecniche costruttive locali, o nel voler rispondere a esigenze di difesa di tipo anche militare, si allontanavano dai tipi edilizi canonici e presentavano configurazioni originali, contaminate dai processi di stratificazione e dall'impatto con la cultura locale. I materiali edilizi e le tecniche costruttive erano di migliore qualità nell'architettura civile e religiosa di grande dimensione, di qualità inferiore nell'edilizia residenziale minuta.
Nonostante la generale arretratezza sociale e la precarietà economica, in alcuni centri si svolgevano attività culturali e spettacoli teatrali. Il palazzo Filangeri di Cutò a Santa Margherita Belice, dove risiedeva periodicamente Giuseppe Tomasi di Lampedua, molto danneggiato dal terremoto, conteneva in un’ala un grande teatro. Piccoli teatri comunali si trovavano anche a Poggioreale e a Sambuca; del primo si possono ancora vedere i resti dell’impianto lungo il corso Umberto I°; il secondo ha avuto migliore fortuna.
Dopo una scossa del 25 gennaio i picconi e le ruspe del Vigili del Fuoco e del Genio Civile si abbatterono senza pietà su chiese e complessi monumentali a Santa Margherita Belice (facciata della Matrice e Chiesa del Purgatorio), a Sambuca (acquedotto secentesco, Chiesa dell’Ospedale e palazzo Beccadelli),a Salemi (campanile del Carmine), a Menfi (Chiesa Madre), a Calatafimi (Chiesa di Santa Caterina) a Castelvetrano (Chiesa dell’ Annunziata). Le demolizioni furono compiute nonostante le proteste accorate dei cittadini che avrebbero voluto conservare a tutti i costi un patrimonio culturale al quale erano legati affettivamente da generazioni. Molti altri edifici monumentali crollarono o andarono incontro a successive demolizioni per la mancanza di interventi tempestivi.
In quelle circostanze, nonostante l’opera meritoria della Soprintendenza alla Gallerie, che recuperò il maggior numero possibile di opere d’arte (dipinti e statue) si verificarono vere e proprie forme di sciacallaggio: furono trafugati arredi e decorazioni di ogni genere; elementi architettonici come balaustre, trabeazioni e perfino interi rivestimenti di interni di chiese transitarono verso botteghe d'antiquariato e abitazioni private.

4. Il Belice e la ricostruzione di stato

La politica economica individuata dallo Stato per la ricostruzione e lo sviluppo del Belice non si discostò dalle ipotesi più generali enunciate (e generalmente fallite) per lo sviluppo del Mezzogiorno. La rinascita economica del Belice si sarebbe dovuta incardinare nello sviluppo industriale della Sicilia occidentale, accompagnato da un programma di forte infrastrutturazione del territorio, basata prevalentemente sulla previsione di reti viarie autostradali, di porti e di aeroporti, invece di raccogliere le indicazioni molto più fondate provenienti dalle comunità locali.
La vicenda della ricostruzione deve essere distinta in due fasi: la prima fu gestita direttamente dallo stato in forma centralizzata, attraverso appositi organismi: l’Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale (ISES) con sede a Roma e l’Ispettorato Generale per le zone terremotate della Sicilia con sede a Palermo; L’ISES curò la redazione del Piano territoriale di coordinamento della Sicilia occidentale, fece redigere i progetti urbanistici per le città da ricostruire totalmente o parzialmente, le opere di urbanizzazione primaria e i progetti di edilizia pubblica (attrezzature e residenze da dare in affitto); in questa fase operò freneticamente anche la Regione, promuovendo i piani territoriali comprensoriali che si sovrapponevano in maniera non coordinata al Piano territoriale di coordinamento dell’ISES e ipiani di risanamento dei centri storici, la cui attuazione sarebbe stata più devastante del terremoto. Lavorarono ai piani e ai progetti centinaia di tecnici, provenienti da tutte le parti d’Italia, inclusi i migliori architetti dell’epoca, tra cui i Samonà, Vittorio Gregotti, Ludovico Quadroni, Franco Berlanda, Carlo Melograni, Tommaso Giura Longo.[6]
La seconda fase della che va dal 1976 ai nostri giorni, fu determinata da forti contestazioni popolari e politiche ai ritardi della gestione precedente, per cui dopo otto anni non si era ancora vista la ricostruzione di una casa; le proteste delle comunità, anche da rappresentanti della chiesa (tra cui don Ribaldi, allora parroco di santa Ninfa) portarono all'emanazione di una legge che delegò i comuni a gestire direttamente gli interventi della ricostruzione.[7]
Scelte discutibili e ancora oggi poco comprensibili guidarono il trasferimento totale o parziale dei centri colpiti dal terremoto in siti che dovevano risultare più sicuri dal punto di vista geologico, ma che in realtà non lo erano. I comuni di Gibellina, Salaparuta, Montevago e Poggioreale furono assoggettati al trasferimento totale e ricostruiti in aree anche molto lontane dai vecchi centri. I criteri in base ai quali furono prese queste decisioni non sono stati mai chiariti, nemmeno dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla ricostruzione, istituita nel 1978. Colpisce vedere ancora in piedi l’antico centro di Poggioreale, danneggiato solo per il 10% degli edifici, per il quale si dispose sconsideratamente il trasferimento totale.

Poggioreale prima e dopo il terremoto(Poggioreale prima e dopo il terremoto)

Solo il sindaco di Santa Ninfa si oppose con lungimiranza a qualunque forma di trasferimento e ottenne che il vecchio centro fosse ricostruito in situ, favorendo anche la ripresa economica della comunità.[8]
Altri errori furono compiuti nella progettazione dei nuovi insediamenti a cominciare dall’estensione del suolo; le città storiche, molto compatte, misuravano alcune decine di ettari ed erano facilmente percorribili a piedi; i nuovi insediamenti, disegnati secondo modelli estensivi, misuravano due o tre volte le vecchie città, prevedevano una rigida distinzione tra aree residenziali e aree destinate ad attrezzature ed erano attraversati da grandi strade veicolari: tutto il contrario degli spazi urbani dei vecchi centri. Per quanto riguarda le attrezzature ne furono previste un numero esorbitante, spesso destinate ad attività improbabili, a volte non realizzate, a volte iniziate, ma non completate.[9]
Nell’ambito della problematica dei centri integralmente trasferiti e ricostruiti si inserisce la controversa vicenda della nuova Gibellina, a cui il sindaco dell’epoca, volle conferire esplicitamente un ruolo culturale, attraverso il coinvolgimento di artisti e architetti famosi, che ne avrebbero dovuto fare un museo a cielo aperto e attraverso la promozione di svariate manifestazioni artistiche, culturali e teatrali.[10]
Negli anni ’80 il Belice e Gibellina in particolare, diventarono terreno di nuove sperimentazioni progettuali da parte di nuove generazioni di architetti, promosse da Pierluigi Nicolin, attraverso una rivisitazione critica della ricostruzione e una serie di iniziative che si svolsero sul campo e si protrassero nel tempo.[11]
Vennero individuate alcune città ritenute più significative e particolari problematiche progettuali tra cui la definizione dello spazio pubblico e la struttura dei tessuti urbani.[12] Una serie di gruppi di lavoro formati da architetti, provenienti da varie parti d'Italia, giovani laureati e studenti, si cimentarono con gli spazi disastrati e incompiuti della ricostruzione, nell’ambito di laboratori di progettazione tenuti proprio a Gibellina.[13]
Anche in questo caso però molti degli architetti coinvolti anteposero le proprie teorie alla opportunità di connettere le proposte progettuali a una conoscenza approfondita del contesto.[14] Alcuni di essi ebbero anche l’opportunità di realizzare opere più o meno convincenti a Gibellina, a Salemi e a Poggioreale che sono state molto pubblicizzate sulla stampa specialistica.

5. Lo stato del territorio e i centri urbani

A quarant’anni dal terremoto lo stato del territorio presenta ancora vistose ferite, specie nelle zone vicine all’epicentro; ci sono ancora molti edifici in rovina nelle campagne e nei centri urbani; ci sono ampie zone di suoli agricoli cementificati dove sorgevano le baraccopoli; la viabilità territoriale minore non è più percorribile in molti tratti. Molti comuni sono alle prese con lo smaltimento dell’amianto, che era ampiamente utilizzato nei materiali di costruzione delle baracche.
Ma il problema maggiore è costituito dai resti dei centri urbani distrutti che meriterebbero una sistemazione archeologica e paesaggistica impegnativa e costosa che non sembra rientrare nei programmi dei comuni. Solo alcuni comuni hanno intrapreso qualche iniziativa in questa direzione, con qualche piccolo intervento molto circoscritto.
Dal punto di vista infrastrutturale la realizzazione dell’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e della strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca hanno migliorato di molto i collegamenti tra Palermo e i comuni del Belice e le relazioni tra i vari centri, consentendo al Belice di superare una condizione di oggettivo isolamento. Per queste finalità è stato di fondamentale importanza il completamento della strada a scorrimento veloce, ostacolato per molti anni dalla mafia di S. Giuseppe Jato (comune alle porte di Palermo) e realizzato solo alla fine degli anni ’90 impiegando per la sorveglianza dei cantieri i soldati dell’operazione Vespri Siciliani, dislocati in Sicilia dopo le stragi di mafia del 1992.
Per quanto riguarda i centri urbani, quelli che presentano maggiori problemi sono i piccolissimi comuni integralmente distrutti e ricostruiti, ma anche in questo caso bisogna marcare alcune differenze dovute sia alla soluzione progettuale adottata per ogni singolo comune, sia all’attività delle amministrazioni locali.
Il piccolissimo comune di Salaparuta (meno di 2000 abitanti) è stato ricostruito a circa sei chilometri a sud del vecchio centro su un terreno degradante sistemato a terrazzamenti e occupato da lunghe file di case a schiera di iniziativa pubblica, intervallate da percorsi pedonali e carrabili di grande ampiezza.[15] Il nuovo centro è sicuramente sovradimensionato e presenta un gran numero di abitazioni non occupate. A differenza di altri contesti c’è però una vegetazione ben curata e un grande giardino in cui sono stati ricostruiti elementi architettonici provenienti dal vecchio centro. L’amministrazione ha curato la sistemazione celebrativa di alcuni ruderi e il restauro dei resti dell’ex convento dei Cappuccini vicino al vecchio centro.
Il caso di Poggioreale (meno di 2000 abitanti) è forse quello più atroce; infatti come già accennato, il vecchio centro non fu affatto distrutto e ancora oggi si sono leggibili gli isolati urbani e interi edifici. Nel 1998 nella piazza principale è stata collocata una scultura commemorativa del trentennale. Nei primi anni ’80 quando gli abitanti abbandonarono le baracche costruite vicino al vecchio centro, che continuava ad essere oggetto di un’amorosa sorveglianza, per trasferirsi nel nuovo insediamento, il centro storico è stato oggetto di una sistematica azione predatoria più violenta e devastante del terremoto.[16]
Il nuovo centro di Poggioreale, realizzato a notevole distanza dal vecchio abitato, ha un disegno planimetrico abbastanza infelice basato su geometrie curvilinee, che ricordano gli svincoli autostradali e che generano spazi privi di identità e di gerarchie [17]. Le attrezzature sono state realizzate in due tempi e risultano mal collocate, sovradimensionate, poco utilizzate e incomplete. Nella prima fase furono realizzati il cosiddetto centro commerciale e la chiesa madre[18]. Negli anni ’90 furono realizzati il municipio, la torre civica, la piazza, con alcuni negozi (per lo più inutilizzati), il teatro comunale, la biblioteca pubblica, e la piscina coperta.[19]

Poggioreale, il progetto di P. Portoghesi
(Poggioreale, il progetto di P. Portoghesi)

Si tratta di un intervento in stile post-moderno discutibile da molti punti di vista, in parte già degradato, in parte incompleto.
Nel piccolo comune di Montevago (3000 abitanti) la ricostruzione del nuovo centro è stata realizzata a contatto dei resti del vecchio centro e il nuovo insediamento si basa su scelte progettuali che privilegiano il dialogo con il contesto[20]; gli abitanti sono abbastanza soddisfatti della loro situazione e recentemente l’amministrazione comunale ha sistemato all’interno del vecchio centro un viale lastricato di marmo che viene utilizzato ogni anno per una fiaccolata commemorativa.
Anche la nuova Gibellina presenta un progressivo spopolamento (meno di 5000 abitanti) e uno stato di degrado generale delle opere d’arte e delle architetture, compreso il grande cretto di Burri, deturpato da erbe infestanti e visitato dalle greggi di pecore belicine.
La nuova città venne costruita a diciotto chilometri dal centro distrutto, vicino all’autostrada Palermo-Mazara del Vallo e al tracciato ferroviario[21]. Il progetto urbanistico presenta lo stesso modello estensivo degli altri: occupa infatti una superficie di circa cento ettari a fronte della modesta estensione del vecchio centro che non arrivava a quindici. Grandi strade deserte ritagliano le file di case basse gravitanti verso l’area centrale destinata alle attrezzature più importanti come il centro civico e la chiesa, progettata da Quaroni, ferita dal crollo della piastra di copertura nel 1994, non essendo ancora stata completata. Non tutte le attrezzature sono state realizzate e questo contribuisce ad alterare i rapporti tra il costruito e i vuoti, che risultano prevalenti.
La città è meta di pellegrinaggio di varie generazioni di architetti, ma gli abitanti stentano a comprendere le ragioni di tanto interesse. Il caso di Gibellina ha alimentato una notevole produzione di saggi critici da parte di schiere di detrattori amareggiati ed estimatori esaltati[22]. Forse bisognerebbe riflettere di più sul fatto che la somma di tanti edifici anche interessanti non produce automaticamente la città, che è il frutto di un processo di stratificazioni culturali, appropriazioni identitarie, relazioni sociali, scambi, economie, appartenenze.
I comuni più grandi furono anche quelli meno danneggiati e hanno avuto vicende meno drammatiche. Anche se afflitti dalle addizioni faraoniche e spesso incomplete, realizzate dallo stato dopo il terremoto, stanno puntando sul recupero dei centri storici, sul potenziamento delle attività culturali, sulla valorizzazione dei prodotti eno-gastronomici, su un ipotetico ruolo turistico, basato sulle funzioni culturali dei centri storici e sulle risorse archeologiche, naturalistiche e paesaggistiche del territorio.
In questa direzione si muove, anche se a fasi alterne, Salemi, con il restauro della Chiesa Madre e di altri edifici storici; lo stesso accade a Partanna con il recente restauro del Castello Grifeo, adibito e museo, (dicembre 2007) dove si cerca anche di valorizzare il territorio archeologico ricco di testimonianze della preistoria. Menfi propone periodicamente una Festa del Vino e gode della vicinanza della costa oltre che della vicinanza delle zone archeologiche di Selinunte e delle Cave di Cusa. Santa Margherita Belice, la città del Gattopardo, punta sulla dimensione culturale con particolare riferimento alla celebrazione della figura e delle opere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa a cui ha dedicato la realizzazione di un Parco letterario e del Museo del Gattopardo. Sono in corso di restauro il palazzo Filangeri, (gravemente danneggiato dal terremoto) e il giardino storico confinante. Santa Ninfa, che ha sofferto di meno la disgregazione sociale ed economica della comunità per via della scelta di ricostruire il vecchio centro dove era, ha sempre avuto una certa vitalità, con un buon numero di imprese locali e una fiorente zootecnia; potrebbe accrescere il suo appeal, utilizzando come richiamo turistico la riserva naturale costituita dalla vicina grotta carsica, unica in Europa, lunga più di un chilometro e ricca di straordinarie concrezioni di gesso.

6. I nuovi percorsi dello sviluppo locale

A quarant’anni dal terremoto il territorio della Valle sembra attraversato da un certo dinamismo, causato da una forte ripresa di azioni collettive da parte dei comuni che si aggregano secondo una geografia variabile in relazione agli obiettivi da raggiungere.[23]
Nonostante lo scempio del terremoto e le modalità devastanti della ricostruzione, c’è stata una generale ripresa dell’agricoltura con una ampia diffusione di vigneti e oliveti, un rilancio della zootecnia e dei prodotti lattiero-caseari; cominciano a decollare produzioni biologiche e iniziative agrituristiche; molti prodotti del settore caseario, olivicolo e vinicolo hanno conseguito i marchi DOP e DOC. Di contro, il buon posizionamento della produzione vinicola ha prodotto un cartello delle aziende più importanti che impongono i prezzi di acquisto dell’uva, penalizzando i produttori.
Nel tentativo di potenziare la filiera del turismo sono stati realizzati alcuni bed and breakfast nei centri urbani, un raffinato impianto di turismo termale a pochi chilometri da Montevago (Terme dell’Acqua Pia) e qualche struttura turistico-ricettiva lungo la fascia costiera.
La progettualità locale e le tradizioni di partecipazione non si sono mai spente; hanno ripreso vita nell’attività del CRESM che utilizza fondi europei per analisi, ricerche e progetti di formazione e sviluppo delle comunità, basati sulla cooperazione e sulla valorizzazione delle risorse e delle identità locali. Tra i risultati dell’azione del CRESM si sottolinea la recente costituzione del Distretto Vitivinicolo della Sicilia Occidentale, istituito per potenziare il comparto produttivo vitivinicolo con la partecipazione di un gran numero di attori economici e sociali(2006).[24]
I comuni di Gibellina, Salaparuta, Poggioreale e Santa Ninfa partecipano dal 2007 a un progetto di sviluppo sostenibile basato sulla raccolta differenziata dei rifiuti “porta a porta”, promosso dalla società Belice Ambiente Spa, che gestisce la raccolta dei rifiuti negli undici comuni dell’Ato Tp2. L’iniziativa sembra accolta con favore dalla popolazione e sta dando buoni risultati se è vero che nei mesi di novembre e dicembre si è raggiunta la percentuale del 65%. Fonti autorevoli attestano che il questo progetto può essere considerato un modello da imitare.
Altri obiettivi di sviluppo locale vengono perseguiti tramite la partecipazione dei comuni del Belice a patti territoriali, ai programmi europei Leader, e Leader Plus, a PRUSST e a Piani Strategici a geometria variabile. La razionalizzazione e la gestione di servizi e attrezzature e la condivisione di progetti di sviluppo si avvale anche di altre forme di coordinamento e della istituzione di Unioni dei Comuni.
[25] Tutte queste iniziative, che vedono imponenti schieramenti di partners pubblici e privati, sono molto pubblicizzate su portali e siti web, ma è ancora presto per poterne valutare gli esiti. Uno dei siti più convincenti e che induce all’ottimismo è quello dell’Unione dei Comuni Terre Sicane che comprende i comuni di Montevago, Sambuca, Santa Margherita Belice e Menfi.
Il processo di sviluppo è solo avviato e l’incertezza economica provoca una diffusa disoccupazione, specie tra i giovani. Ciò alimenta il massiccio ricorso all’emigrazione con il conseguente spopolamento dei centri urbani che presentano tutti un progressivo decremento demografico, tranne il comune di Menfi, al di sopra di 10.000 abitanti e a poca distanza dal mare.
Questo dato è confermato dal gran numero di abitazioni non occupate, che nel caso del comune di Calatafimi supera il numero di quelle occupate. I dati dell’ultimo censimento attestano anche che attualmente il numero delle abitazioni costruite supera il numero delle famiglie. A ciò si deve aggiungere la circostanza che molte delle case vuote sono in realtà alloggi popolari, che gli assegnatari abbandonarono quando ebbero la possibilità di accedere ai contributi per ricostruire privatamente secondo modalità e criteri più congeniali alle loro esigenze.
La manutenzione e la gestione di tale patrimonio ricade sui comuni, afflitti da opere pubbliche da completare, da restauri da intraprendere e da una cronica carenza di risorse finanziarie, nonostante gli stanziamenti per la ricostruzione inseriti ogni anno nelle leggi finanziarie. Alcuni comuni, pertanto, hanno cominciato a mettere in vendita gli alloggi popolari a prezzi particolarmente bassi e pare che l’iniziativa stia avendo successo proprio a causa dell’efficienza dei collegamenti territoriali. Evidentemente si intravede la possibilità di acquisire una seconda casa vicina alla magnifica costa meridionale che in alcuni tratti conserva configurazioni naturalistiche inalterate.
Le ristrettezze economiche hanno indotto l’attuale sindaco di Gibellina, che è anche Presidente del Coordinamento dei Comuni del Belice, a consentire la realizzazione di un parco eolico, da parte della multinazionale spagnola Endesa, che ha collocato alcune pale anche al di sopra dell’artistico cretto di Burri[26]. Di fronte alle perplessità manifestate da più parti, il sindaco ha risposto che le risorse finanziarie derivanti dall’operazione potranno rimpinguare le casse dei comuni interessate (Gibellina, Santa Ninfa e Salaparuta) ed essere destinate al restauro e alla manutenzione di edifici e di opere d’arte.

7. Conclusione

In conclusione, nonostante i problemi e le difficoltà di una eredità pesante si comincia a delineare nella Valle un progetto di futuro basato sulla conservazione della memoria, sul potenziamento delle risorse locali e delle istituzioni culturali, che forse piacerebbe anche a Serge Latouche e che vale la pena di tenere sotto osservazione.


Riferimenti bibliografici

-Pianificazione Siciliana, Partanna, annate1965-72.
-Centro Studi e Iniziative Valle del Belice (a cura), Belice. Lo stato fuori legge, Milano, Feltrinelli, 1970.
-Marziano Di Maio, Giuseppe Carta, Il piano di sviluppo democratico della Valle del Belice, del Carboi e dello Jato, in Urbanistica n. 56, marzo 1970.
-Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale (ISES), Valle del Belice. La ricostruzione dopo il terremoto, Quaderni di edilizia sociale n. 6, Roma, ISES, 1972.
-Dossier Belice, in Casabella n. 420,dicembre 1976.
-don Antonio Riboldi (a cura) Lettere dal Belice e al Belice, Milano, Mursia, 1977.
-Agostino Renna, Antonio De Bonis, Giuseppe Gangemi, Costruzione e progetto. La valle del Belice, Milano, Clup,1979.
-Lorenzo Barbera I Ministri dal cielo Milano, Feltrinelli, 1980.
-aa. vv., Stato e società nel Belice. La gestione del terremoto: 1978-1976, Milano, Franco Angeli, 1981.
-Augusto Cagnardi, Belice 1980. Luoghi problemi progetti dodici anni dopo il terremoto, Padova, Marsilio, 1981.
-Pierluigi Nicolin, Dopo il terremoto, Quaderni di Lotus, Milano, Electa, 1983.
-Vincenzo Guarrasi, Anna Maria La Monica, Il Belice: trama urbana e ordito territoriale in una transizione catastrofica, in A.A.V.V. Uomo e Territorio n. 7, Quaderni dell’Istituto di Scienze antropologiche e geografiche della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, 1995.
-Teresa Cannarozzo La ricostruzione del Belice: il difficile dialogo tra luogo e progetto in Archivio di studi urbani e regionali n. 55/1996.
-Michele Rostan,La terribile occasione. Imprenditorialità e sviluppo in una comunità del Belice, Bologna, Il Mulino, 1998.
-Mario La Ferla, Te la do io Brasilia, Viterbo, Stampa Alternativa, 2004.
-Carola Susani, L’infanzia è un terremoto, Bari, Laterza, 2008.

Siti internet

www.cresm.it.
www.poggioreale.com
www.antiTHeSI.info
www.belice.it
www.unionecomuniterresicane.it

Teresa Cannarozzo, Architetto e professore ordinario di Urbanistica, Dipartimento Città e Territorio, Università di Palermo

Hanno collaborato alla preparazione del rapporto Manfredi Leone, Giuseppe Abbate, Marilena Orlando, Dipartimento Città e Territorio, Università di Palermo




[1] In provincia di Palermo si trovano Contessa Entellina e Camporeale; in provincia di Trapani, Calatafimi, Poggioreale, Giibellina, Salaparuta, Santa Ninfa, Partanna, Salemi, Vita; in provincia di Agrigento, Montevago, Santa Margherita Belice, Menfi e Sambuca.
[2] Progetto di Marcella Aprile, Roberto Collovà e Teresa La Rocca. Le Case di Stefano, attualmente ospitano il Museo delle Trame Mediterranee (1996)e la sede della Fondazione Orestiadi nata nel 1992 che promuove eventi artistici, culturali, e musicali di alto livello con una particolare apertura nei confronti della cultura islamica.
[3] V. Lorenzo Barbera, La diga di Roccamena, Bari, Laterza, 1964.
[4] V. Marziano Di Maio, Giuseppe Carta, Il piano di sviluppo democratico della Valle del Belice, Carboi e Jato, in Urbanistica n. 56, marzo 1970.
[5] Hanno questa origine Camporeale, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Santa Margherita Belice, Santa Ninfa e Vita; sono di origine medioevale invece i centri di Calatafimi, Gibellina, Contessa Entellina, Salemi e Sambuca.
[6] Un elenco completo dei tecnici impegnati nella ricostruzione è contenuto nel testo di Agostino Renna, Antonio De Bonis, Giuseppe Gangemi, Costruzione e progetto. La valle del Belice, Milano, Clup,1979. Il quadro è stato ampliato e aggiornato nel saggio di Teresa Cannarozzo, La ricostruzione del Belice: il difficile dialogo tra luogo e progetto in Archivio di studi urbani e regionali, n.55/1996.
[7] Si tratta della legge n. 178 del 29 aprile 1976. V. don Antonio Riboldi (a cura di) Lettere dal Belice e al Belice, Milano, Mursia, 1977 e AA. VV. Stato e società nel Belice. La gestione del terremoto: 1978-1976,Milano, Franco Angeli, 1981.
[8] Il sindaco di Santa Ninfa era allora Vito Bellafiore, senatore della Repubblica e animatore del comitato dei sindaci della Valle. V. Michele Rostan, La terribile occasione. Imprenditorialità e sviluppo in una comunità del Belice, Bologna, Il Mulino, 1998.
[9] V. Istituto per lo sviluppo dell’edilizia sociale (ISES), Valle del Belice. La ricostruzione dopo il terremoto, Quaderni di edilizia sociale n. 6, Roma, ISES, 1972.
[10] Il progetto urbanistico della nuova Ghibellina è di Marcello Fabbri. Il sindaco era Ludovico Corrao, che è stato anche senatore della Repubblica e ha governato la città per più di vent’anni, passando la mano nella metà degli anni ’90. Attualmente è presidente della Fondazione Orestiadi, che ha sede a Ghibellina.
[11] Bisogna dare atto a Pierluigi Nicolin, che allora insegnava a Palermo, di avere capito l’importanza di quello che accadeva nel Belice e di avervi convogliato l’attenzione di tutta l’Italia.
[12] Tra le città del Belice furono scelte Gibellina, Santa Ninfa, Poggioreale, Salemi, Vita e Partanna.
[13] I laboratori di progettazione furono guidati oltre che da Pierluigi Nicolin, da Bruno Minardi, Franco Purini, Umberto Riva, Alvaro Siza, Laura Thermes, Oswald Mathias Ungers e Francesco Venezia. Ci lavorarono i docenti palermitani Marcella Aprile, Adriana Bisconti,Pietro Burzotta, Franco Castagnetti, Roberto Collovà, Teresa La Rocca. I progetti sono pubblicati in Augusto Cagnardi, Belice 198. Luoghi, problemi, progetti, dodici anni dopo il terremoto, Padova, Marsilio, 1981 e Pierluigi Nicolin, Dopo il terremoto, Quaderni di Lotus, Milano, Electa, 1983. Successivamente a Poggioreale fu coinvolto anche Paolo Portoghesi.
[14] La ricostruzione del Belice: il difficile dialogo tra luogo e progetto in Archivio di studi urbani e regionali n.55,1996.
[15] Progetto di Marcello Fabbri.
[16] Questa vicenda è documentata in maniera accorata sul sito www.poggioreale. com curato da Gaetano De Gregorio.
[17]Progetto di Marcello Fabbri.
[18] Il primo fu progettato da Elio Piroddi e Franco Donato; la seconda da Franco Purini e Laura Thermes.
[19] Progetto di Paolo Portoghesi.
[20] Progetto di Massimo Bilò e Maurizio Gizzi.
[21] Progetto di Marcello Fabbri.
[22] Te la do io Brasilia, Viterbo, Stampa Alternativa, 2004. Marcello Fabbri, Per una estetica urbana, in Controspazio n. 5-6/1992. Un intenso dibattito si svolge sul sito www.antiTHeSI.info
[23] A ogni ricorrenza del terremoto si discute del costo della ricostruzione, con cifre che variano a seconda delle fonti. Una stima effettuata nel 2005 dall’ex Ragioniere dello Stato Andrea Monorchio attesta che il Belice ha avuto dallo Stato 12.000 miliardi di vecchie lire e il Friuli 26.600.
[24] Il Distretto investe il territorio delle province di Trapani e Palermo; si estende su una superficie complessiva di 7.452,31 km2 e comprende più della metà della produzione regionale. Da un punto di vista dimensionale è il primo in Italia e secondo nel mondo, dopo quello di Bordeaux.
[25] Testo Unico degli enti locali n. 267/2000.
[26] Sindaco attuale è l’UDC Vito Bonanno.


(Teresa Cannarozzo - 28/2/2009)

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2 COMMENTI relativi a questo articolo

Commento 7127 di giannino cusano del 19/04/2009


Ho trovato ottimo e assai ben documentato questo rapporto. L'ho riletto atentamente, più volte. Come più volte ho visitato la meravigliosa terra di Sicilia, ma selettivamente, come mio solito, per cui quasi niente Belice, niente Gibellina. Poco male: ci sono concetti che si possono comprendere bene anche senza specifiche conmoscenze di merito. A patto, naturalmente, di leggerne i grandi tratti e le strategie che prefigurano, Non c'è futuro possibile se si pretende di saltare a pie' pari il passato: occorre anzituto leggerlo con grande attenzione per capire cosa è tuttora vivo. Tra by-passare in toto il passato in nome di una malintesa modernità e scimmiottarlo saccheggiandone a piene mani stili e non digerite forme, come fa Portoghesi a Poggioreale, non c'è differenza alcuna, perché il passato in ambo i casi è trattato da questione definitivamente chiusa, dunque priva di continuità col presente e col futuro e di qualsiasi possibile, vera innovazione.

Credo che uno dei passaggi chiave cui dedicare molta atenzione sia

«Forse bisognerebbe riflettere di più sul fatto che la somma di tanti edifici anche interessanti non produce automaticamente la città, che è il frutto di un processo di stratificazioni culturali, appropriazioni identitarie, relazioni sociali, scambi, economie, appartenenze. »

Ecco: non s'impianta "città" con la bacchetta magica. Questo delirio di onnipotenza ha ben poco a che vedere con l'architettura. E forse ha contribuito assai a posizioni retrograde successivamente risorte nell'Italia intera, per la sfiducia che ha indotto negli animi tanto velleitario "disegno" avulso da qualsiasi riflessione creativa sulla storia viva. Ed è di storia che abbiamo bisogno: di cognizione di causa della situazione presente, d come si sia venuta formando, se vogliamo spingerci costruttivamente, cioé creativamente, oltre.

Tutti i commenti di giannino cusano

 

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Commento 7038 di renzo marrucci del 05/04/2009


L'articolo articolato della Cannarozzo poteva essere anche più lungo e articolato e senza dubbio continuare ad avere "formale" ragione... Poteva trattare anche delle ragioni per cui gli "asini" hanno volato e dove invece hanno pesantemente zoppicato... non soltanto raramente qualcuno si è alzato da terra... probabilmente si capisce che volare è l'unica possibilità o alternativa? Teresa cannarozzo probabilmente lo sà ma vola anche Lei, elegantemente, sulla realtà storica, urbanistica e territoriale siciliana.
Un cordiale saluto

Tutti i commenti di renzo marrucci

 

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