Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

La morte di Enea

di Alberto Montalbano - 25/5/2009


Qualche mese fa ho ricevuto dal mio amico Alberto Montalbano un suo racconto molto particolare: "La morte di Enea".
L'ho letto tutto d'un fiato e ne sono rimasto affascinato poichè l'architettura, pur non sembrando essere il filo conduttore del racconto stesso, vi è coinvolta in pieno.
Ho allora deciso di chiedere a Montalbano di potere pubblicare il racconto su antiTHeSi, un pò per gioco ed un pò per la curiosità di sapere cosa ne pensano i nostri lettori.
Il mio parere è che Montalbano ci parli di architettura nel modo più giusto, ovvero quello che ne evidenzia i significati etici.
Inizamo a pubblicare la Prima e la Seconda parte.
Buona lettura.
Paolo GL Ferrara




"La morte di Enea" di Alberto Montalbano
“I conquistatori fenici, che venivano da Troia, portavano con sé tutti i valori opposti a quelli della antica civiltà contadina. [...] La loro religione era feroce, comportava i sacrifici umani: sulla pira di Pallante, il pio Enea sgozza i prigionieri, come sacrificio ai suoi dèi”
Carlo Levi
“Cristo si è fermato a Eboli”

“E’ difficile ridere dell’aspirazione al bello e al romantico,
per quanto i risultati di tale aspirazione
possano essere di cattivo gusto o addirittura orribili.
[...] Poche cose sono più tristi di quelle veramente mostruose”

Nathanael West
“Il giorno della locusta”




Un prologo
“Nel gennaio 1968 l’abitato di Poggioreale è stato quasi
completamente distrutto dal terremoto.
Sorgeva sul versante destro del fiume Belìce,
alle falde del monte Castellazzo. […] Per l’insediamento
della nuova città, si è scelta una vasta area di fondovalle”

Augusto Cagnardi
“Belice 1980”


Capitolo 1. Prima Parte.
“Dov'è finito il vento?” si chiese De Grandin.
In effetti s'era come spento di colpo, mozzando quel poco d'aria che nella calura insopportabile si riusciva a respirare. Sudato come la lingua d'un cane, il professore Lucio Profeta uscì a metà dalla buca che stava scavando, gli occhi nascosti sotto il largo cappello di paglia. Dal basso arrivò l'eco lontana di un rintocco, inerpicandosi a fatica tra i sassi e gli sterri del fianco Sud del monte. Il rintocco suonava lento, estenuato dal caldo. L'erba, gli alberi, le foglie, tutto s'era come fermato ad ascoltarlo. De Grandin guardò l'ora ed era mezzogiorno.
Il monte della Sicilia su cui il professore Profeta stava conducendo la sua campagna di scavi archeologici si chiama Castellazzo. Domina la valle del fiume Belìce e il vecchio centro abitato di Poggioreale, distrutto dal terremoto del 1968 e ricostruito più a valle. L'orologio di cui si sentivano i rintocchi è quello della Poggioreale nuova, a tre chilometri da lì. Profeta, in fondo alla sua buca, si voltò anche lui verso il paese. Fece per dire qualcosa ma rimase in silenzio, aspettando che il rintocco completasse il suo giro. Se qualcuno avesse osservato la scena, avrebbe visto l'archeologo Jules De Grandin, dritto impalato nei suoi due metri d'altezza; al suo fianco Philippe Giannakis, che gli faceva da contraltare: De Grandin alto e magro come un grissino, l'altro basso e con una pancia prominente; uno coi capelli bianchi e lisci alla Buffalo Bill, Giannakis con in testa un confuso groviglio di capelli corvini; infine Profeta, dalla cintola in giù infilato in un fosso. Tutti e tre immobili sulla cima del monte, mentre nel silenzio di quel mezzogiorno, di quei rintocchi di mezzogiorno, perfino le cicale avevano interrotto il loro scialo.
Poi, proprio nell'istante in cui l'orologio smise di battere, Eolo spalancò la finestra di casa. Il vento tornò di colpo ad agitare l'avena selvatica, le cicale ricominciarono a frinire, un falco pellegrino si materializzò a metà del suo volo: comparve nell'aria che era già in picchiata, le zampe tese per afferrare la preda, ma a pochi metri dal suolo diede un colpo d'ali e riprese quota. Girò attorno al punto in cui doveva aver visto la preda e sembrò stupito che non ci fosse più. Ecco: se qualcuno avesse osservato la scena, avrebbe perfino potuto pensare che quel falco avesse avvistato la sua preda in un'altra dimensione. Scoprendo poi che in questa (nella nostra dimensione) non c'era alcuna preda. Ma chi volete che pensi ad una sciocchezza del genere?
Quando la terra cominciò a tremare erano passati pochi minuti da quel vuoto d'aria di mezzogiorno. Troppo poco tempo perché le due cose non fossero collegate. Solo che le associazioni si fanno dopo, mai durante.
C'è poco tempo per pensare, negli istanti in cui la terra si scuote e il sudore si gela. Le sinapsi vanno in corto, si cerca solo di rimanere in piedi mentre la terra di sotto si agita come una tavola da surf. Chi scappa da una parte, chi dall'altra, chi s'immobilizza come se la propria immobilità possa far da âncora al mondo. Tutti, semplicemente, aspettano che finisca. Dopo, forse, c'è chi ricorderà i lugubri latrati del proprio cane. Ad un altro verrà in mente che, sì, ad un certo punto un barbagianni s'era messo a volare in pieno sole. Un altro ancora dirà che, giusto un'ora prima, un montone s'era scagliato a cornate contro un povero agnello.
Lucio Profeta, almeno lui, aveva qualcosa cui aggrapparsi. Si gettò sul bordo della sua buca e chinò il capo come uno che sta per ricevere una botta in testa. Così non vide ciò che stava accadendo. Ci fu uno schiocco, da qualche parte, seguito dal muggito di un crollo profondo. Poi, partendo da un punto che De Grandin non riuscì a scorgere, rocce e alberi sembrarono implodere.
Una scia di polvere, foglie, rami puntò dritta verso di lui. Trenta metri, venti, dieci, la crepa inghiottiva ciò che incontrava lungo il suo passaggio. Non la vide subito, poteva soltanto intuirla, come un serpente nella melma. Di cosa si trattasse lo capì solo quando, all'improvviso, gli passò a tre metri: ingurgitava arbusti, polvere, terra. La seguì con lo sguardo mentre aggirava un pinnacolo di calcare e puntava dritta verso una donna di cui fino ad allora non si era accorto. Infine si fermò, e anche la terra smise di tremare. L'urlo della donna arrivò come una sirena: annunciò la fine del terremoto.
De Grandin si girò verso Profeta, ancora riverso nella buca, ancora con la testa rinserrata tra le spalle. Poi si voltò verso destra, cercando invano il punto in cui la crepa aveva iniziato la sua corsa. Poi a sinistra, dove s'era andata a fermare.
Aveva il sole in faccia, si coprì gli occhi con una mano cercando di scorgere la donna in mezzo alla nuvola di polvere che ancora mulinava. Avrebbe dovuto essere visibile: nei pochi istanti in cui aveva potuto osservarla era vestita d'un rosso scarlatto.
Da sotto la mano, verso Sud, vide la sagoma smozzicata di ciò che rimaneva del vecchio paese: i tetti sfondati da decenni, i campanili delle chiese, gli enormi alberi di fico che ne avevano invaso le vie, la polvere sollevata da qualche piccolo crollo che il sisma appena finito aveva aggiunto alle macerie del vecchio. Più a valle scorse perfino il campanile del paese nuovo, e ancora più lontano il nastro grigio della statale per Palermo. Ma della macchia scarlatta che era quella donna, di quella non c'era più traccia.
“L'hai vista anche tu?” gli chiese Giannakis. Aveva un'espressione stravolta, i capelli più arruffati del solito, la faccia e i vestiti ricoperti di polvere. Non era stato soltanto il terremoto a produrre su di lui quell'effetto.
“Sì” rispose. Si guardarono e avevano entrambi la stessa domanda appesa alle labbra, talmente visibile che non ci fu bisogno di pronunciarla. Tutti e due avevano riconosciuto la donna, e pure se ignoravano che si trovasse in Sicilia, di sicuro la sua presenza non li stupì. Fu in questo modo che Ann Radcliffe rientrò nelle loro vite.
Fine 1^ parte


Capitolo 1. Seconda Parte
“E l’uomo invisibile”? “Esagerazioni. Sarà stato il fantasma di una persona molto timida”. “O di un voyeur”. “Può darsi. Ma lei ha una lontana idea di quanti uomini e donne, animali, sono morti su questo pianeta”? “Tanti, per fortuna. Se no sarei disoccupato. Adesso, però, mi deve proprio scusare. Lei è una persona molto interessante e continuerei ad ascoltarla per ore, gielo giuro, ma sono costretto a lasciarla. Impegni”. Più cortese di così era impossibile. Lei sorrise di quel suo sorriso missionario. Fece un passo verso la porta, sapeva che per essere ancora ascoltata doveva far credere di non essere invadente: “Anche il mio antenato, sa, anche Frank Calvert non ci credeva. Ai fantasmi notturni, voglio dire. Poi cambiò idea. L’aveva perfino scritto, peccato che il suo diario sia andato perduto (“Già - pensò De Grandin - una vera disdetta”). Peccato l’abbia compreso troppo tardi, altrimenti sarebbe diventato il più grande archeologo di tutti i tempi. Io l’ho letto, quel diario, ho letto di quando capì di chi fosse l’ombra, così la chiamava, che compariva nei suoi incubi: il fantasma di Priamo”. Parlò e fece un altro passo verso l’uscita. De Grandin teneva il braccio disteso, la mano ad indicare gentilmente la porta. “Quindi non verrà con me in Sicilia”? disse la donna. “No, mi dispiace, ma sto partendo per la Mesopotamia”. Ebbe la tentazione di chiederle se per caso conoscesse il fantasma di Hammurabi, ma proseguire nello scherzo avrebbe significato non togliersela più di torno. “Peccato - disse lei - Enea si arrabbierà molto con me”. Lui le aprì la porta, senza rispondere. Ci fu un momento di silenzio, De Grandin da una parte della soglia, “Ann Radcliffe” dall’altra. Lei lo fissava, lui fingeva di non guardare. Poi gli occhi s’incrociarono e lei parlò. Disse tutto in un fiato, prima di voltarsi e andar via: “Lei crede veramente di avere trovato da solo il decalogo dei sette re di Ur? O il mausoleo di Hursag? Che nessuna entità l'abbia guidata da quelle parti”? Non lo salutò neppure. Anche lei pensava, evidentemente, che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro. ***** Quella notte, De Grandin sognò. Nel sogno dormiva, d’un sonno molto agitato. Accanto al letto c'era una donna interamente ricoperta di una sostanza grigio scura. Catrame. La donna gli parlava in una lingua sconosciuta, finché di colpo si ritrovò su un altopiano. Non c'erano case né alberi, solo una sabbia polverosa e arbusti spinosi e assetati. La donna non c'era più, lui però chissà come sapeva il suo nome e la chiamò. Nessuno gli rispose, ma da sotto terra sbucò una mano e lui seppe che era la mano della donna. Suonò la sveglia e due cose gli furono subito chiarissime, nella lucidità assoluta del risveglio: che l'altopiano era lo stesso in cui anni prima aveva trovato il mausoleo di Hursag e, soprattutto, di aver già sognato quella donna. Da un angolo dell’inconscio riaffiorò l’ultima frase di Ann Radcliffe. Ne rise e fece finta di dimenticarsene. L’indomani si svegliò con il ricordo d’un nuovo sogno. D’un nuovo vecchio sogno. Qualcosa, notto dopo notte, lo spingeva a frugare nell'archivio delle sue scoperte. Alla rinfusa, senza alcun ordine cronologico, saltando da una spedizione archeologica di trent'anni prima ad un'altra più recente. Non sognava il momento dello scavo, i ricordi evocati non erano mai quelli consci: sognava di voci che mentre dormiva invocavano il suo nome, apparizioni notturne che gli indicavano il punto esatto in cui avrebbe trovato ciò che cercava. E, sempre, ciò che più lo lasciava sgomento era quella sensazione di ricordare perfettamente quei sogni. Di averli già fatti, esattamente identici, tanto tempo prima. ***** Due ragazze. Splendide, davvero: alte, le gambe lunghe e sottili, il passo morbido e forte. Pieno d'energia latente. I lineamenti affilati, il compasso delle gambe: due mantidi religiose. De Grandin si fermò in mezzo al corridoio dell’università e le guardò passare. Le ragazze se ne accorsero e ridacchiarono: un anziano ma ancora attraente professore. Abituate all’effetto che producevano sugli uomini, non potevano sapere che De Grandin le guardava senza in realtà vederle. Chissà come, la loro bellezza gli aveva fatto ricordare “Ann Radcliffe”. E con lei un libro. S’intitolava “La scelta di Paride” ed era stato scritto alcuni anni prima da Philippe Giannakis: uno di quei saggi ponderosissimi, pieni di note e di citazioni in greco classico, destinati ad un ristretto pubblico di accademici e agli studenti condannati a studiarli. Col suo abituale pessimo stile, Giannakis vi dava una propia interpretazione del celebre episodio in cui Paride dovette scegliere la più bella tra Era, Atena e Afrodite. Com’è noto, Paride scelse Afrodite solo per la promessa della dea di fargli avere l'amore di Elena: fu la bellezza di Elena a convincere Paride, non quella di Afrodite. Eppure, si chiede Giannakis, “si può essere più belle della dea della bellezza”? Più belle della donna che in teoria dovrebbe rappresentare la quintessenza della bellezza, la bellezza assoluta, definitiva, invincibile? Ebbene, scriveva di Giannakis, allo stesso modo in cui Zeus è il dio dei fulmini ma non è egli stesso un fulmine, Poseidone è il dio dei mari ma non è il mare, Ares è il dio della guerra ma non la guerra, anche Afrodite è la dea della bellezza senza per questo essere necessariamente la più bella. La sua è la bellezza immaginaria, perfetta perché inesistente. Quando la dea si fa concreta e reale, in quel preciso istante il mito muore e ciò che gli sopravvive non è alla sua altezza: Paride si aspettava Afrodite e invece s'è trovato di fronte una donna. Ecco perché la più bella di tutte, per lui, fu Elena: l'unica che non partecipava alla gara. Allo stesso modo, scrive Giannakis, tra Gesù e Barabba gli ebrei preferirono salvare quest'ultimo: sul serio poteva essere Dio, quell'altro straccione? Pensava a questo, De Grandin, mentre guardava le due mantidi religiose nel corridoio dell'università: Afrodite e Atena gli passavano accanto con le loro minigonne svolazzanti e a lui venne in mente quella scialba “sensitiva”, la matta che parlava con Enea. Sapeva benissimo che se “Ann Radcliffe” fosse stata davvero lì, in carne e ossa, accanto alle due sgambettanti mantidi, non avrebbe mai osato fare quel sacrilego paragone, e anche così gli sembrava ridicolo. Però lei non c'era, come non era davanti a lui quando ne ascoltò la voce al telefono, e come allora la sua assenza la rendeva irresistibile. Per tutto il giorno continuò a pensare ad Ann Radcliffe e allo strano effetto che gli faceva. Di sicuro l'innamoramento non c’entrava per niente: aveva sempre preferito i sassi agli esseri viventi, come le sue due ex mogli avrebbero potuto testimoniare. L'indomani gli capitò d'incontrare Philippe Giannakis. Quasi gli sbatté contro, come al solito camminava a testa bassa per proteggere la pancia. Lui ci scherza: “La pancia è la mia sede dell'anima” dice sempre. De Grandin gli raccontò l'episodio delle due studentesse, pensava di farlo felice quando gli disse che finalmente aveva capito il suo libro. “Ti ci sono voluti degli anni - rispose - ma meglio tardi che mai. Posso sapere chi è la tua Elena”? “Una mezza matta” rispose, e gli raccontò cosa gli era accaduto. Giannakis non è un tipo espressivo, un po' perché sembra refrattario ai sentimenti e un po' a causa del suo aspetto: il naso, gli occhi, le labbra hanno forme e dimensioni talmente disarmoniche che cercare di ricomporle in un insieme coerente è un'impresa disperata. Quando qualcosa lo disturba, ma per capirlo bisogna conoscerlo bene, tende tuttavia a piegare verso sinistra la punta del naso, come se cercasse di raddrizzarla (normalmente è storta verso destra). “La conosci?” gli chiese De Grandin. Giannakis ha una schiena talmente ripiegata su se stessa da sembrare il guscio di una conchiglia, con l’enorme pancia a fare da mollusco. Dal fondo di quel mollusco risalì come un borbottio che nel cavo della bocca produsse un'eco inarticolata. Per capire che era un sì bisognava associare quel suono al resto del suo corpo, ai tanti piccoli spostamenti che producevano un tremolio indistinto. Philippe Giannakis stava tentando di chiudersi in se stesso, nella propria conchiglia, e allontanarsi da De Grandin. Era imbarazzato e il posto in cui si trovavano, in mezzo all'atrio della facoltà, circondati da decine di studenti che andavano e venivano, certo non era l'ideale per aprirsi alle confidenze. De Grandin impiegò dei giorni, per convincerlo a raccontargli dei suoi incontri con “Ann Radcliffe”. Finché Giannakis cedette. “Sarà stato tre o quattro anni fa - gli spiegò - venne e mi propinò una storia incredibile: da quand'era bambina, disse, gli appariva in sogno il fantasma di Elena”. De Grandin scoppiò a ridere, ma smise subito: gli bastò guardare la faccia di Giannakis. Quella storia, lui, l'aveva presa sul serio. La versione che “Ann Radcliffe” aveva raccontato al suo collega non differiva molto da quella che già conosceva: Frank Calvert, il papà marinaio, Poseidone e tutto il resto. L'unica sostanziale variante consisteva nell'identità del fantasma: non più Enea ma Elena. Giannakis descrisse sensazioni e stati d'animo molto simili a quelli provati da De Grandin: anche lui aveva conosciuto il singolare fascino che quella donna sapeva esercitare. Mai, però, De Grandin avrebbe immaginato che sotto la conchiglia del suo amico Philippe, che sotto quella dura scorza, battesse un cuore tenero: se lui era Quasimodo, in Ann Radcliffe aveva trovato la sua Esmeralda. Non è difficile immaginare l'intensità con cui un uomo tanto scontroso avesse potuto vivere una storia d'amore. Perché non c'è dubbio che si fosse innamorato della sua Elena. La sua anima razionale, disse, era assolutamente certa che Ann mentisse, sulle sue frequentazioni con l'aldilà. Però confessò che anche lui, da molto prima di conoscerla, sognava i personaggi con cui, per lavoro, aveva a che fare. Tante volte, ad esempio, gli era capitato di immaginare quale aspetto potesse avere Elena. Raccontò a De Grandin che nei suoi sogni era bellissima, ma che il suo aspetto non era sempre uguale: a volte era bionda e con la pelle chiara, altre scura come una mediorientale. In Irlanda, una volta, la sognò rossa di capelli, quasi del tutto simile alla proprietaria del bed and breakfast di cui era ospite: una quarantenne di Cork molto attraente, anche se la sua versione onirica lo era incomparabilmente di più. Giannakis non aveva prestato attenzione a quei sogni, fino a quando non incontrò Ann Radcliffe. “Provai a spiegarglielo - raccontò - glielo dissi ad Ann che anch'io sognavo Elena, e anche Achille, Agamennone e perfino Omero, ma che questo non significava vedere i loro fantasmi. Rispose che ero accecato dalla razionalità, che negavo l'evidenza. Ascoltali, mi disse, ascolta cos'hanno da dirti, impara a capirne il linguaggio e un nuovo mondo si spalancherà davanti ai tuoi occhi”. De Grandin cercava d'immaginare il povero Philippe Giannakis: di sicuro gli sproloqui di Ann Radcliffe dovettero apparirgli ridicoli. E tuttavia era anche intossicato dal testosterone, lui così poco abituato alle storie d'amore. In facoltà si narrava avesse avuto una fidanzata, tanto tempo fa, che nessuno aveva mai conosciuto ma sulla cui bruttezza correvano delle vere e proprie leggende. Si sarebbe bevuto qualsiasi sciocchezza, pur di assecondare una donna che avesse manifestato un qualche interesse per lui. De Grandin non impiegò molto tempo a capirlo: le obiezioni che Giannakis sosteneva di avere sollevato, i dubbi sull'assennatezza di Ann Radcliffe che quel giorno gli confessò, il tentativo di fargli capire che, insomma, lui a quelle fesserie non aveva mai realmente creduto, tutto quanto era solo una recita. Un modo per convincerlo, a posteriori, che se anni prima era caduto nelle grinfie di quella donna, ciò era dipeso soltanto dall'incredibile personalità di lei. Raccontando a Giannakis ciò che era successo anche a lui, della sua personale esperienza con Ann Radcliffe, lo avevo fatto felice: anche Jules De Grandin, universalmente noto per il suo freddo razionalismo, ne aveva subito l'irrazionale malia. “Non ne avevo mai parlato con nessuno - disse infatti Giannakis - ma adesso so che tu potrai capirmi”. De Grandin lo capiva eccome: capiva che Giannakis s'era innamorato d'una donna che, inaspettatamente, aveva manifestato interesse per lui e per il suo lavoro. Capì anche che la “Scelta di Paride” era stato il frutto migliore della sua avventura con Ann Radcliffe. Il punto è: l'unico libro di Giannakis che abbia mai avuto un qualche pregio accademico fu evocato dalle arti magiche di quella donna oppure, più banalmente, dipese dagli effetti benefici dell'innamoramento? Nei mesi successivi, la comune conoscenza di “quella matta” (come la chiamavano) divenne una sorta di loro piccolo segreto. Nulla di serio, di tanto in tanto si divertivano a scherzarci su. Una volta era uno a far cadere la conversazione su Ann Radcliffe, una volta era l'altro. Fu così, per gioco, che De Grandin e Giannakis decisero un giorno di accettare l'invito di Lucio Profeta, un archeologo italiano nonché un loro comune amico. Accadde per caso: entrambi erano in ferie, Profeta stava facendo degli scavi in alcuni siti dei sicani, gli originari abitanti della Sicilia, dalle parti del fiume Belìce. Sentendo quel nome i due, scherzando, si dissero che magari avrebbero trovato la tomba di Enea. “Perché no?” si risposero, ma era solo per celia. Insomma partirono, giusto per qualche giorno. “E' bella la Sicilia in primavera” disse Giannakis, poco prima di salire sull'aereo. “Già, molto” rispose De Grandin.De Grandin. Chi li avesse ascoltati li avrebbe scambiati per turisti qualsiasi. Durante il volo discussero amabilmente di campagne di scavo, libri, storia antica. Ecco, sì: due turisti colti, appassionati di archeologia. Come ce ne sono tanti. Nessuno dei due fece mai cenno a quante volte, negli ultimi mesi, avesse sognato Ann Radcliffe che chiedeva disperatamente aiuto dal fondo tenebroso di una caverna.

(Alberto Montalbano - 25/5/2009)

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