Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Paesaggi e globalizzazione

di Vincenzo Ariu - 7/10/2017


Nel corso del ‘900 il concetto di paesaggio, come molti altri concetti culturali, è stato rielaborato nel tentativo di definirne uno statuto scientifico. Il concetto di paesaggio nel‘900, il secolo che si è immaginato capace di trascendere il tempo storico affidandosi al metodo scientifico, ha inconsapevolmente innescato un progressivo indebolimento delle idee di paesaggio che sino ad allora avevano identificato le culture antropiche. Mi sembra importante, per non chiudersi in nuovi recinti ideologici, provare a capire se è possibile estrapolare da alcune delle molteplici ed eterogenee riflessioni recenti sul paesaggio, alcuni spunti che possano rammendare la lacerazione con l’idea di paesaggio storico, in particolare con quell’immagine idealizzata nei viaggi di formazione dei giovani intellettuali europei dei secoli passati.

Il paesaggio nel’ 900: la Stimmung di Georg Simmel
Nel ‘900 assistiamo a una vera e propria speculazione teoretica intorno al concetto di paesaggio che ha come obiettivo il superamento della visione ottocentesca considerata soggettiva, sentimentale, romantica o semplicemente retaggio delle istantanee dell’arte figurativa almeno dal rinascimento in poi.
Tra i primi, Georg Simmel in un noto saggio del 1913, identifica il paesaggio come sintesi delimitata di un territorio in relazione all’osservatore. Nel momento in cui l’uomo prende visione dell’unità e dei limiti (orizzonte) di un territorio prova un sentimento. Simmel ovviamente non si accontenta di una tale constatazione e si chiede se esiste una proprietà intrinseca del paesaggio che superi la soggettività psicologica dell’osservatore. Questo carattere speciale che lega osservatore e paesaggio è la Stimmung, una sorta di Spirito del luogo che però non ha nessuna deriva metafisica. Il problema che si pone Simmel riguarda la relazione che l’uomo instaura culturalmente con l’ambiente. Il paesaggio è una sorta di sintesi oggettiva di molteplicità singole che però nel loro insieme sono e si presentano visivamente come unità. L’uomo che osserva tale visione ne coglie l’unità e la sua delimitazione pur con la consapevolezza che all’interno del paesaggio e al suo esterno, esso è semplicemente una parte di un tutto i cui confini sono inconoscibili. Ma tale sensazione dell’individuo è comune a tutti gli altri uomini che osservano tale paesaggio indipendente dallo loro stato emotivo. Questo significa per Simmel che il carattere, lo Spirito, di quel luogo ha una sua oggettività intrinseca che non dipende dall’osservatore. Più in profondità, Simmel riflette su come in natura tutto si pone dialetticamente tra una volontà al voler essere una individualità e nello stesso tempo essere indissolubilmente parte di un tutto. L’uomo in questo senso è forse l’emblema più significativo, vorrebbe essere unico e indipendente ma non può che essere parte di una comunità, di una società e della natura.

Il paesaggio come rappresentazione del Kosmos
L’idea di paesaggio di Joachim Ritter, tra le più note e citate, nasce dalla scoperta di una lacerazione tra umanità e natura nel mondo moderno. La ricerca della libertà, frutto della crescente conoscenza del suo ambiente grazie alla scienza, ha interrotto l’unione tra la Physis, natura, e il Kosmos, ordine universale. Nella filosofia aristotelica lo studio e l’osservazione della natura, theoria, significa comprendere l’ordine della realtà nella sua totalità. Il paesaggio come oggetto di contemplazione esterna all’individuo è una esperienza impossibile se non nella comprensione teoretica-teologica del Kosmos. Ritter osserva che tale crisi si evidenzia già all’alba della modernità quando Petrarca confessa, nella lettera a Dionigi da Borgo San Sepolcro, la delusione difronte ad una natura che si presenta ai suoi occhi come “seducente e vana cosa terrena”, allontanandolo dalla sapienza teoretica. In questo frangente Petrarca inventa il paesaggio e inesorabilmente allontana l’uomo dalla Physis. Il concetto di paesaggio in sostanza secondo Ritter nasce nel momento in cui l’uomo, che vuole essere libero, non è più parte integrante della natura e questa separazione gli permette di vederla con occhi diversi, disinteressati. Come aveva già intuito Baumgarten (1750) il sentire coi sensi, l’estetica, è la possibilità di far suo l’osservabile in una nuova forma di totalità che si contrappone alla conoscenza scientifica capace di approfondire sempre più i dettagli della natura, ma incapace di dare soddisfazione alla nostra innata necessità della conoscenza del tutto. Il paesaggio è una forma di conoscenza intuitiva dell’uomo moderno che non può più rinunciare alla sua libertà, cioè all’inesorabile separazione dalla natura, ma nello stesso tempo cerca disperatamente un’unità cosmica.

Il paesaggio nelle teorie “scientifiche” ecologiste
Dagli anni settanta in sintonia con la necessaria presa di coscienza della fragilità del pianeta la nuova attenzione ecologista ha spostato in parte la discussione intorno al paesaggio su una conoscenza scientifica dell’oggetto di ammirazione. Un approccio necessario, da una parte per tutelare l’ambiente dall’urbanizzazione selvaggia del dopo guerra, dall’altra per riporre al centro la “Natura” non contaminata dalle modificazioni antropiche, e quindi ponendo in secondo piano l’idea del paesaggio stratificato di matrice europea. Tra le varie posizioni mi sembrano particolarmente interessanti quelle di Allen Carlson e Jay Appleton. In Carlson il problema estetico del paesaggio è superato dal necessario apprezzamento che l’individuo può trarne grazie alla conoscenza scientifica dello stesso. Secondo Carlson bisogna superare una visione sentimentale, pittoresca e soggettiva del paesaggio perché l’unico modo con il quale è possibile l’apprezzamento della natura, della quale siamo una parte, è cognitivo. Questo punto è fondamentale per comprenderne appieno il pensiero: per prima cosa il concetto di “ambiente” supera l’idea di paesaggio sentimentale, in quanto capace di comprendere nell’esperienza la dimensione plurisensoriale del fruitore uomo, e non limitarsi alla sola esperienza visiva; secondo aspetto è che l’uomo, per cogliere un autentico apprezzamento dell’ambiente, deve comprendere i significati reconditi che non sono altro che la conoscenza delle singolarità della natura e delle leggi che ne governano le relazioni.
Per Jay Appleton il comportamento estetico è il risultato dell’evoluzione dell’essere umano. L’ambiente nel quale l’uomo si è evoluto, ha un potere di condizionamento che va aldilà dell’esperienza di una unica vita, ma è il frutto di conoscenze trasmesse nell’evoluzione della specie. L’apprezzamento estetico di un paesaggio è quindi il retaggio di conoscenze innate nell’uomo. Il paesaggio variegato, che alterna zone boscate a vaste praterie aperte all’orizzonte, è quello che esteticamente appaga più l’uomo. Tali caratteristiche fisiche sono quelle in cui l’uomo preistorico cacciatore aveva la possibilità di avvistare una preda a distanza e nello stesso tempo trovare velocemente rifugio in un bosco. L’uomo, come l’animale, ha quindi avuto nel lontano passato una relazione con l’ambiente simbiotica capace di soddisfare i bisogni primari: la fame, la sete, le pulsioni sessuali, la necessità di trovare rifugio per riposare. Nonostante l’uomo contemporaneo si sia distaccato dall’ambiente naturale è indubbio che i suoi sensi siano ancora intrisi di queste conoscenze ataviche e conseguentemente si siano traslate in un innato apprezzamento estetico della natura a lui congegnale.

La specificità del paesaggio italiano: da Emilio Sereni al dibattito recente
Nel 2012 il corso/seminario “Segnare il paesaggio” organizzato dall’Accademia di San Luca è stato un importante momento di confronto multidisciplinare. Grazie alla regia di Paolo Portoghesi, letterati, filosofi, geografi, politici e architetti sono stati coinvolti in una riflessione intorno al concetto stesso di paesaggio italiano, sia con la sua specificità storica sia con il suo declino. Come già dimostrato mezzo secolo fa da Emilio Sereni, il paesaggio italiano è caratterizzato da un’origine agricola e produttiva sin dall’origine. Il paesaggio agricolo, produttivo e infrastrutturale già con i Romani è considerato un bene pubblico e come accadeva per la Forma Urbis, il suolo agrario (limitatio) è suddiviso attraverso una griglia con due linee fondamentali (cardo e decumanus) e ogni lotto ha delle funzioni precise. Con gli insediamenti puntuali e l’organizzazione fondiaria i romani sono i precursori di una idea di paesaggio che coniuga lo sfruttamento agricolo a un controllo formale ed estetico del territorio. Nel corso del Medioevo il paesaggio italiano appenninico si trasforma con i nuovi borghi inerpicati nelle colline, protetti dalle incursioni, ma anche salubri e ben esposti. Nel Rinascimento nel paesaggio compare l’ideale del “giardino all’italiana”, caratterizzato da geometrie precise, aiuole ben squadrate, filari allineati, terrazze, fasto e mole. Sempre in questo periodo nelle colline liguri e toscane si sviluppano le coltivazioni con terrazzamenti e muretti. Con l’unità d’Italia il paesaggio si modifica con le prime linee ferroviarie e le reti infrastrutturali. Nella pianura Padana lo sfruttamento agricolo assume i caratteri capitalistici aziendali, nel sud Italia i latifondi ingrossano soltanto il patrimonio terriero della nuova borghesia in una lotta serrata con l’aristocrazia a scapito delle classi sociali più deboli. Il paesaggio italiano è quindi il risultato delle trasformazioni antropiche di una natura generosa. La progettazione funzionale ed estetica è una sintesi unica, grazie all’apporto di una cultura stratificata in più di due millenni. Anche le trasformazioni del paesaggio più recenti sviluppatesi dopo l’unità d’Italia, secondo le ricerche di Panzini, evidenziano la consapevolezza del ruolo del progetto nella costruzione di una identità italiana subito dopo il 1860. Se il problema della definizione di un carattere, o meglio di uno stile nazionale, è comune a tutte nazioni europee, l’Italia, caratterizzata da una frammentazione culturale secolare, ritrova proprio nella classicità il fondamento per ridisegnare i luoghi distinti delle regioni italiane. Il paesaggio “progettato” ricorre a una selezione specifica di nuove piantumazioni, che oggi a noi appaiono consolidate, come la quercia, il pino domestico che rimandano alle descrizioni letterarie e iconografiche della cultura romana. Il paesaggio italiano ha quindi costantemente una dimensione economica e politica ed in un certo senso conferma le ricerche della “geofilosofia” e in particolare della Bonesio che rintraccia nella relazione tra “comunità” e “luogo”, cioè nella trasposizione fisica (che va oltre il rispecchiamento) dell’identità della collettività in un territorio. Da un certo punto di vista potremmo dire che la riflessione geofilosofica apre, con i rischi che poi proverò a sintetizzare, ad una progettazione multiculturale nella quale le comunità sono artefici del paesaggio dei luoghi e sta a loro difenderne e innovarne le caratteristiche in una scelta “politica” condivisa. Dal punto di vista meramente speculativo la Bonesio ci fa intravedere una visione estetica-ethica del paesaggio nella quale la “comunità” è responsabile politicamente della trasformazione. Una comunità di oggi come sintesi delle aspirazioni dei suoi abitanti non solo locali.

Il paesaggio nel mondo globalizzato
Nella sintetica analisi proposta emerge una varietà di posizioni che potremmo distinguere in due macro-categorie:
• - il paesaggio addomesticato del tipo mediterraneo ed europeo visto come emblema della cultura antropica (Sereni, Panzini, ma anche la visione geofilosofica della Bonesio);
• - il paesaggio del mondo ecologista visto come ambiente naturale nel quale l’uomo è ospite (Appleton, Carlson);
In queste due declinazioni, non esaustive, si dipana il dibattito contemporaneo optando di volta in volta tra scelte di tutela e conservazione del paesaggio naturalistico e riproposizioni di paesaggi antropici sulla base di ipotetiche identità locali. Entrambe le posizioni si stemperano in una dimensione metafisica che non può fare a meno di ricercare una unità universale (Ritter).
Tali posizioni nel mondo globalizzato non sono sufficienti per orientare la necessaria progettazione di un habitat idoneo alla vita di una società sempre più nomade e attratta da quelle regioni del mondo più ricche di opportunità. Sia le interpretazioni ecologiste che prevedono il primato della natura selvaggia sul mondo antropizzato, sia le interpretazioni che prevedono la costruzione di una natura addomesticata sulla base di regole culturali locali, rischiano di confliggere con i bisogni di comunità mobili. Nel passato della storia occidentale le grandi migrazioni di popoli avevano come naturale conseguenza il conflitto che poi si stemperava con la vittoria di una delle parti e in una successiva contaminazione di stili di vita, culture e ricchezze tra vinti e vincitori. Oggi il conflitto sarebbe catastrofico e conseguentemente le nostre società preferiscono vivere in una prolungata agonia piena di pregiudizi, arroccata in presunte identità legate alle mitologie della terra e/o a verità confessionali. La resistenza al mutamento si riflette anche nelle filosofie del paesaggio che nel momento in cui trovano sintesi nelle leggi di tutela rischiano di produrre effetti collaterali difficili da prevedere. Se da una parte abbiamo la necessità di tutelare l’ambiente naturale come risorsa imprescindibile dell’habitat umano, dall’altra le eterogenee comunità fatte di uomini e culture stratificate chiedono altro: benessere economico, tutela e valorizzazione del proprio territorio, ma nello stesso tempo possibilità di trasferire la propria cultura in luoghi propizi, libertà di vivere in qualsiasi luogo conservando le proprie tradizioni, ecc. Un insieme di esigenze che mal si conciliano tra loro e forse trovano un’unica unità, relativa, nella dimensione più alta dell’esigenza di un’azione comune “ecologica” che permetta la sopravvivenza dell’umanità nel pianeta.
Se il paesaggio viene interpretato solo come ambiente da salvaguardare, l’umanità stessa rischia di essere considerata come una specie animale patologica al sistema, proprio a causa della sua intelligenza e della sua volontà di emancipazione dalla natura. Certo, osservando l’evoluzione tecnica dell’uomo, osservando le devastazioni dell’industrializzazione e delle guerre degli ultimi secoli la specie umana potrebbe essere vista dall’esterno come una sorta di forma virale che ha colpito il pianeta. D’altro canto il “virus” uomo potrebbe essere visto come una minuscola infezione di un pianeta che ha una storia cosmologica molto più grande, caratterizzata da immense modificazioni e destinata, fra qualche miliardo di anni, a concludersi definitivamente fagocitato dalla trasformazione del sole, stella morente di dimensioni enormi. Quindi partendo dal presupposto che è interesse di tutti cercare di conservare l’ecosistema del pianeta, il problema del paesaggio va considerato parte imprescindibile della dimensione culturale della nostra specie. In questo senso paesaggio e cultura sono la stessa cosa. La scelta tra conservare un particolare paesaggio o modificarlo dipende dalla cultura e dalla sensibilità collettiva umana. Il paesaggio, come sostenuto da alcuni degli intellettuali citati, è una natura addomesticata dall’uomo che in essa trova rifugio. La natura diventa “casa”, ma come tutte le case ha una dimensione escludente e una accogliente. In questo contesto è chiaro che la globalizzazione mette in crisi l’idea di un paesaggio frutto di una identità culturale che fa fatica ad accettare la contaminazione. Paradossalmente in via teorica e utopica si prospettano due derive opposte di un mondo perfettamente globale, libertario e democratico: una deriva potrebbe essere quella per la quale, in una società con maggiore equilibrio del benessere economico, le persone scelgano il luogo, il loro paesaggio, perché in quella particolare storia si riconoscono; l’altra deriva è quella sottolineata a livello teorico dalla “geofilosofia”, cioè la contaminazione del paesaggio dell’oggi come una ennesima stratificazione fisica nel tempo storico. Quest’ultima però si scontra con l’idea stessa di conservazione della nostra legislazione che in fondo vorrebbe resistere alla violenza del divenire. È evidente che viviamo una fase estremamente complicata e le differenti posizioni, un po’ come accade nella politica, necessitano di una mediazione e una sintesi positiva.

Epilogo
Senza pretese di prospettare soluzioni, sicuramente il “paesaggio italiano classico”, tralasciando la sua devastazione recente, e la riflessione italiana su di esso, che ha influenzato positivamente la “Convenzione europea del paesaggio”(2000), sono punti fermi di una necessaria sensibilità progettuale che superi le posizioni radicali ecologiste distanti dalla dimensione culturale del problema. D’altra parte la globalizzazione apre problematiche che non possono essere risolte con posizioni filosofiche astratte che rimandano alla “responsabilità” politica della comunità: comunità non più omogenee che nel “particulare” trovano la loro identità. In tal senso la dimensione ecologica rimane comunque il “valore” condivisibile da tutti e la progettazione dei luoghi non può prescinderne. La dimensione culturale, in senso generico la tradizione dei luoghi, è una partita diversa che si scontra con le aspirazioni delle persone, come già sottolineato, e non può essere solamente demandata alla responsabilità politica, seppure considerata in senso alto, delle comunità eterogenee. La sensibilità sviluppatasi negli ultimi secoli ha fatto sì che la memoria e la storia come radice dell’umanità, trascendano il valore che ne può dare una singolare comunità (quasi omogenea in passato o disomogenea come accade oggi) e devono essere tutelate indipendentemente dalle sensibilità del momento. Se questa riflessione è condivisibile è indubbio che la relazione comunità/paesaggio deve avere i suoi spazi per consentire il divenire storico, ma nello stesso tempo non può rinunciare all’oggettività della cura della terra ( sensibilità ecologica) e della cura e conservazione della cultura dell’uomo (la sua storia).

(Vincenzo Ariu - 7/10/2017)

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