Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Conservatori del moderno e moderni conservatori

di Sandro Lazier - 18/11/2009


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Ho seguito con alterno interesse la vicenda della demolizione della scuola di Luigi Pellegrin a Pisa. Sono stato più volte sollecitato, insieme a Paolo G.L. Ferrara, a prendere posizione in favore della conservazione di quest’opera voluta da Bruno Zevi, allora presidente della giuria del concorso internazionale che doveva aggiudicarne la progettazione. Non nascondo che inizialmente ho nutrito qualche dubbio e perplessità. Domande:
- perché conservare un’opera d’architettura, oltretutto di forte ispirazione sociale, quindi contingente e ideologicamente funzionale, concepita per il momento e non per l’eternità, con il rischio di farne un monumento, pertanto l’esatto contrario di ciò che nelle intenzioni dell’autore avrebbe voluto diventare?
- l’arte moderna dalla seconda metà del ‘900 è essenzialmente un racconto sincrono (qui e ora) di sensazioni ottenute con cose (materia che non raffigura null’altra forma che la propria). Non è riproduzione permanente di una realtà per quanto ideale, espressa in guisa di modello o di mito, come l’arte classica. È concepita per ora, non per sempre. È profondamente materialistica, materiale e materica, molto poco spirituale e allegorica. Se le idee, quindi, restano apparentemente immutabili, le cose invece invecchiano perché deperiscono e, se nate al solo scopo di servire materialmente una funzione, una volta deperite non servono più. E allora, perché conservarle?
- siamo sicuri che la durabilità sia requisito fondamentale di un’opera d’arte se ad essa non si accompagna un valore economico? Nell’arte pittorica classica – e per arte classica intendo quella figurativa prima della possibilità della sua riproducibilità meccanica – la tecnica era requisito fondamentale per la determinazione della qualità di un’opera. Tecnica che si faceva carico della parte principale del valore soprattutto economico della stessa. La fedeltà di rappresentazione della realtà osservata, ottenuta con tecniche pittoriche che miravano ad eccellere, forniva uno strumento oggettivo di valutazione dell’opera molto prima della sua dote poetica. Occorre arrivare al ‘900, dove la tecnica della rappresentazione si emancipa dalla maestria dell’artista, per ottenere che le opere d’arte vengano giudicate principalmente per il loro portato intellettuale. Un’emancipazione che raggiunge e supera il suo limite semantico quando arriva ad escludere l’opera in sé dal giudizio, riservando lo stesso al solo contesto nel quale essa risiede o, addirittura, al solo concetto che la stessa opera suggerisce. Il valore non è più nella materia e nella forma che la costituiscono ma nel racconto che essa propone. La durabilità non è più un problema perché la materia che realizza l’opera può essere sostituita tranquillamente con altra di pari significato. Un’installazione artistica, infatti, è un racconto che può essere creato e ricreato a piacimento, sempre con materiali rinnovati. Una performance è un racconto che dura il tempo della sua messa in scena, per poi essere ricreato. Ma se il racconto è vecchio o non c’è più nulla da raccontare, visto che l’opera (le cose che costituiscono l’opera) non hanno in sé nessun valore, perché non buttarle?
Insomma, la scuola di Pellegrin, se non è più funzionale ai suoi scopi, a che serve? E se è opera d’arte tutt’ora attuale, venendo meno il contesto originario ed essendo il suo racconto esaurito, visto che il valore non risiede nell’opera in sé per i motivi succitati, perché non abbatterla?
Sono domande sufficientemente coerenti da difendermi dagli attacchi degli integralisti della conservazione a tutti i costi, sebbene non del tutto convincenti per la ragione seguente.
Privare un’opera d’arte, qualunque essa sia, della mano dell’autore vuol dire privarla della sua parte essenziale: la scrittura. Concepire un’opera o realizzarla sono momenti e realtà in tutto differenti. La differenza è la stessa che pensare una cosa e scriverla, renderla in segni. Realizzare un’opera comporta fisicità e quindi misura; comporta confronto con la materia e con le sue effettive possibilità comunicative; mette in atto interazione tra pensiero e cosa pensata. La forma di quest’interazione è la scrittura, che non può essere che personale e soggettiva; che una volta realizzata vive di vita propria, oltre le intenzioni dell’autore e della storia che voleva raccontare. In arte, di un testo vale la sua dote letteraria, la sua scrittura, anche quando il contenuto non ha più efficacia o interesse.
L’arte concettuale, a parer mio, dimentica questo aspetto principale e importante, particolarmente rivalutato e rigenerato dall’ultima filosofia del linguaggio. Rinunciando per proposito ideologico al segno del suo autore essa si priva di un elemento essenziale, la scrittura appunto, la quale fissa l’opera al soggetto, al luogo ed al momento.
Della scuola di Pellegrin, quindi, cosa salvare? Ovviamente la scrittura, prima ancora della funzione, che se resta la stessa meglio ma non è così determinante, e prima ancora della memoria che, nei panni di un restauro rigoroso, avrebbe soltanto l’aspetto di un rudere moderno capace di rinnegare la vocazione originaria del progetto.
Personalmente, per concludere, sono convinto che quest’opera possa essere recuperata e riadattata, con l’utilizzo delle migliori tecnologie e con l’aggiunta delle funzioni che mancano, salvando la scrittura di Pellegrin sommandovi ciò che serve e togliendovi ciò che eccede, in modo sinceramente nuovo, senza la presunzione di dover interpretare l’autore sostituendosi ad stesso, ma lasciando a chi, tuttora vivente, ha vissuto gli stessi anni e le stesse tensioni la libertà di leggere e tradurre in linguaggio attuale un’architettura di sicuro e rinnovato valore.
Mario Galvagni, coetaneo di Pellegrin e a lui affine per scrittura e avversione al castigo formale del razionalismo imperante del dopoguerra, potrebbe essere invitato a leggere e proporre un rinnovamento dell’opera in un contesto territoriale, funzionale e tecnologico in tutto e per tutto nuovamente attuali.
Ricordo, per inciso, che la scrittura architettonica è scrittura di spazio. Una bella architettura non è un magnifico edificio; è un magnifico spazio. E questo bisogna ricordare e possibilmente ricreare.

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Mario Galvagni, tra l’altro, è autore di numerosi progetti di ricerca ambientale sulla Grande Milano, tema tirato in ballo recentemente da Claudio Abbado. Con una sorta di ricatto ecologico a buon mercato il maestro ha, infatti, dichiarato di tornare alla Scala solo dietro compenso di 90 mila alberi da piantare in città.
Una boutade alla quale ci ha abituati la semplificazione mediatica. Ma non ci si aspettava che qualcuno la prendesse sul serio. Da grossolana provocazione vagamente ecologista è incredibilmente diventata proposta progettuale seria, con una star dell’architettura alla regia. Con tutto quel che sta succedendo a Milano, con tanto di bolla immobiliare che fa crepe da tutte le parti, grandi progetti che rischiano il tracollo e la casa che va in malora, gli intellettuali che contano, giustamente come ai tempi della peggiore aristocrazia, si occupano del giardino.
Il progetto è di Renzo Piano: alberelli sparsi in tutta la città, ma principalmente un boschetto in piazza Duomo. Faggi, solo faggi, perché i platani in città, ahimè, soffrono.

Lascio ai lettori le considerazioni critiche sulla profondità intellettuale e culturale della soluzione proposta che, personalmente, ho difficoltà a cogliere. Ritengo però che una comunicazione autenticamente e seriamente ecologista non possa evitare un confronto approfondito con la storia di una città e la sua “ecologia della forma” per dirla con Galvagni. Il quale aggiunge: “…la Grande Milano ha la necessità di una rete di Percorsi Alberati. Non di alberi. Il verde è qui invece proposto come massa quantitativa da contemplare come presenza della Natura. La natura è contro l’uomo e l’uomo è contro la natura. La lotta dell’uomo è stata quella, nella storia, di antropizzare la natura per vivere in armonia con essa. Il paesaggio è la natura antropizzata. E’ questa la corretta comunicazione e atteggiamento iniziale che devono essere rivolti e proposti agli Abitanti della Grande Milano per coinvolgerli nella costruzione di un vero progetto ambientale dell’albero. Vale a dire di una rete di percorsi alberati in interazione specifica con gli edifici e le architetture che vengono così riscoperte lungo questi percorsi che sono percettivi di un’estetica urbana e interconnessi con i parchi urbani.
(cfr Bosco in piazza duomo di Milano -Riflessioni sulla responsabilità di comunicare, qui su antithesi nello spazio dedicato a Mario Galvagni).



(Sandro Lazier - 18/11/2009)

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Commento 7635 di pietro pagliardini del 02/12/2009


Non voglio importunare più di tanto, ma questo articolo di Marco Romano sul Corriere mi sembra che chiuda il discorso sui boschi in piazza.
http://www.selpress.com/cesar/immagini/021209R/2009120238826.pdf
Saluti
Pietro

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Commento 7634 di Renzo marrucci del 01/12/2009


Piantare più alberi in città, ma ben venga, intanto conserviamo e curiamo quelli che ci sono come dovrebbe essere, dopo nulla esclude un
ripopolamento arboreo e una spintina al bianco capelluto assessore Cadeo, non è male anche per distogliere dalla mania dei parcheggi che stanno infestando Milano mentre la Moratti non si accorge al di là di ogni logica urbana... Ma è poi questo il problema da affrontare e a cui Renzo Piano da con il suo solito sorriso quarantaduedentesco, beato lui, il suo solare soccorso? Milano ha tutt'un tratto un disperato bisogno di alberi ? Di musica e di alberi ? Già ma quando due stars si incontrano si fa spettacolo o mi sbaglio?

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Commento 7631 di pietro pagliardini del 30/11/2009


Sul bosco incantato del mago Zurlì vi segnalo questo articolo:
http://www.selpress.com/cesar/immagini/301109R/2009113037519.pdf
A me sembra, quella di Abbado, un vero e proprio ricatto ideologico in chiave conformista: volete la star? L'avrete solo se voi, gente di destra, magliari insensibili all'ambiente e al verde, vi inchinerete al Maestro e all'ideologo. Se abboccano affari loro, io non abito a Milano.
Bizze da primadonna...politicamente corrette!
Saluti
Pietro

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Commento 7630 di Vilma Torselli del 30/11/2009


Mi pare che Marrucci tratteggi con acuta efficacia la 'macchietta' del più grande architetto vivente (così ho sentito definire Piano), che Prestinenza Puglisi, con minor ironia e maggior conformismo definisce "il più persuasivo e affascinante degli architetti presenti sulla scena internazionale" riconoscendogli in dote " straordinaria retorica neo-umanista e accortezza tattica e comunicativa da manuale" (Due sfide per Piano, 2007).
La stessa retorica del boschetto di Milano, la stessa che assegna un nome vagamente 'ambientalista' ,Vulcano Buono, ad un allucinante centro commerciale giocato attorno ad una piazza vuota di alienante squallore.
Se questo è quello buono, figuriamoci quello cattivo ........

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Commento 7627 di Renzo marrucci del 28/11/2009


..."Stupefacente che Renzo Piano"... ma che dici caro Pagliardini? Come se fosse la prima volta e ci fosse da stupirsi... Oggi la figura di un architetto se non è quella di un attore non lavora o lavora male se non ha valore aggiunto... comunque il compiacimento o il conformismo è cosa naturale, semmai obbligata o anche gratuita ma sempre accompagnata da Kilometri di parole gratuite o a pagamento ! Quando Piano spiega le sue riflessioni, non so se ci fai caso, in Tv oppure dietro da qualche bancone... c'è vero sussiego malcelato con posa tipica del ruolo... quel ruolo appunto! Ormai si vende anche l'eskimo rosso, il sorriso o l'erre moscia con il quale partecipa alla sua grandeur... Ma non è solo merito suo... la colpa vera è di certi critici ammansiti e di mas media che hanno bisogno di costruire, di enfatizzare, di ingrandire l'immagine per vendere meglio, dicono, anche il prodotto italiano. Oggi la trovata architettonica è solo marketing, globalizzazione e interesse diffuso e non c'è da stupirsene purtroppo! Autorappresentazione e marchio... La miglior cosa è non pensare con la propria testa, non è previsto... se ci pensano gli altri...

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Commento 7626 di Flavio Casgnola del 27/11/2009


"La natura è contro l’uomo e l’uomo è contro la natura. La lotta dell’uomo è stata quella, nella storia, di antropizzare la natura per vivere in armonia con essa. Il paesaggio è la natura antropizzata."
Tutto vero solo che...Architettura, appunto quella con la maiuscola, è "armonia" ed equilibrio, sforzo sublime di "limitare lo spazio" per renderlo leggibile (nella bellezza) ed utile all'uomo, sarebbe quindi interessante capire cosa si intenda, oggi, per utilità e bellezza.

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Commento 7625 di pietro pagliardini del 27/11/2009


Sul boschetto in Piazza Duomo a Milano, e su tutti i boschetti in genere che molti vorrebbero collocare nei centri storici, sono assolutamente d’accordo con Mario Galvagni. La città contemporanea e l’uomo hanno sì bisogno di natura al proprio interno, che siano parchi urbani, parchi di quartiere, intimi angoli di vicinato, giardini privati e quant’altro ma lo spazio pubblico storico non tollera boschetti.

La città è lo spazio antropizzato per definizione e la città storica è la città per definizione, mentre il bosco è natura alla stato puro, quella che l’uomo ha combattuto per ricavare spazio per sé, per le sue città, per l’agricoltura e poi per la produzione; un bosco non può dialogare direttamente con una piazza perché le due parti sono, filosoficamente, l’esatto contrario: o vince l’una o vince l’altra. Quando una città decade e poi muore viene risucchiata dalla natura che se ne riappropria, come si riappropria delle colline non coltivate o abbandonate, quindi collocare un bosco in uno spazio fortemente costruito e strutturato è il simbolo di una sorta di minaccia alla sopravvivenza della città. Del tutto diverso è il caso di un bosco all’interno di un parco, perché assolve a molte funzioni essenziali per l’uomo, che è parte della natura.

E’ stupefacente che Renzo Piano abbia dato credito ad un’operazione conformistica di pura immagine e senza alcun beneficio reale, fatta in ossequio ad un’ideologia che, esaltando una natura immaginaria, nella sostanza è contro l’uomo e contro la sua storia fatta, come afferma Galvagni, di una lotta secolare non per affrancarsene, che non è possibile né auspicabile, ma per dominarla e piegarla ai propri bisogni.
Anche quando io ero piccolo c’era la festa dell’albero, con la relativa retorica, ma serviva ad esaltarne l'utilità per l’uomo e, soprattutto, non veniva piantato in piazza.
Saluti
Pietro

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Commento 7620 di Renzo marrucci del 25/11/2009


La paura è quella di chi non accetta la C. Marchesi con la sua apertura spaziale. Aver paura del futuro e di ciò che porta al futuro. La paura di affidarsi ad una spazialità veramente democratica e aperta. Parlo della paura delle persone... e di quelle che non hanno voluto manutenzionarla e lasciarla andare a sè...
Chi è convinto e chi si lascia convincere dallo stato di fatto attuale a cui si è arrivati nella convinzione indurita di procedere alla demolizione. Se Sandro Lazier non è tra questi non posso che esser lieto.
Saccente e leggero è rivolto a quel numero di persone che vogliono demolire, a Pisa ci sono e son tante, per far posto a qualche cosa di più appetibile al mercato evitando di consolidare l'idea di una città che merita invece una scuola intelligente e all'avanguardia anche come architettura e innovante nel comportamento e nel rapporto tra allievi e studenti...
Mi scuso se a volte mi dimentico di spiegare cose che per me sono del vissuto personale e viscerale e mi pare che siano scontate ma dipende dalla forma dello strumento e di scrittura che mi incalza all'immediatezza e mi spinge forse nel criptico e forse solo nella passione.

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Commento 7619 di Renzo marrucci del 24/11/2009


Quell' architettura è stata ritenuta da alcuni come un corpo estraneo perchè troppo innovativa... Ci piace scrivere INNOVAZIONE sulle targhe e riempirci la bocca con questa parola... ma poi ci tiriamo indietro quando qualcuno affronta e propone il tema nella realtà... salvo poi fare tanti gridolini di falsa gioia su architetture delle archistar, concepite e realizzate a senso unico...
Troppa saccenza e leggerezza nel gestire e nel voler intendere il nuovo che, quando viene in termini pensato, crea le vere ipotesi nonostante tutto!
Quell' architettura, Cara Torselli non ha esaurito proprio un bel niente...
Se la si vede ora, la scuola, nello stato di abbandono in cui è stata premeditatamente lasciata... si può anche lasciarsi convincere, ma così non è.
Occorre metterci mano e venire incontro ai tradizionalisti in modo da farli lavorare con le loro idee, ma lasciar leggere l'idea di democrazia e di libertà che l'architettura contiene ed esprime... in attesa che uomini dalla mentalità più aperta e creativa possano agire e "saper vedere" la spazialità di un organismo e semmai utilizzarne lo spirito spaziale che l'architettura contiene...
Tutto questo se vogliamo andare avanti davvero e non fermarsi nelle controtensioni e incrostazioni, animate solo nella viscosità della paura. Occore più che altro umiltà e volontà di affrontare in termini concreti il futuro...

Tutti i commenti di Renzo marrucci

24/11/2009 - Sandro Lazier risponde a Renzo marrucci

Marrucci, lei a volte è davvero criptico. Seguirla è davvero difficile. Ma ci provo:
“Quell' architettura è stata ritenuta da alcuni come un corpo estraneo perché troppo innovativa... Ci piace scrivere INNOVAZIONE sulle targhe e riempirci la bocca con questa parola... ma poi ci tiriamo indietro quando qualcuno affronta e propone il tema nella realtà... salvo poi fare tanti gridolini di falsa gioia su architetture delle archistar, concepite e realizzate a senso unico...”
Fin qui tutto bene, ma è una semplice lagnanza.
“Troppa saccenza e leggerezza nel gestire e nel voler intendere il nuovo che, quando viene in termini pensato, crea le vere ipotesi nonostante tutto!”
Chi sarebbe saccente e leggero, e nonostante cosa?
“Quell' architettura, Cara Torselli non ha esaurito proprio un bel niente... Se la si vede ora, la scuola, nello stato di abbandono in cui è stata premeditatamente lasciata... si può anche lasciarsi convincere, ma così non è.”
Convincere di cosa, che non è in stato pietoso? Oppure, questione sulla quale concordiamo, che non è da abbattere?
“Occorre metterci mano” … è quello che sosteniamo sia Torselli, che Cusano che il sottoscritto … “e venire incontro ai tradizionalisti in modo da farli lavorare con le loro idee” … ma non sono proprio questi che hanno avversato l’opera rinunciando alla manutenzione? Venir loro incontro vuol dire, quindi, demolire … “ma lasciar leggere l'idea di democrazia e di libertà che l'architettura contiene ed esprime” ...la scrittura, appunto … “in attesa che uomini dalla mentalità più aperta e creativa possano agire e ‘saper vedere’ la spazialità di un organismo e semmai utilizzarne lo spirito spaziale che l'architettura contiene” ... qualcuno che io ho individuato in Mario Galvagni.
“Tutto questo se vogliamo andare avanti davvero e non fermarsi nelle controtensioni e incrostazioni, animate solo nella viscosità della paura.“ la paura di chi?
“Occore più che altro umiltà e volontà di affrontare in termini concreti il futuro...” infatti! Più concreti, coraggiosi e umili di così?!

 

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Commento 7618 di giannino cusano del 24/11/2009


“La forma segue la funzione” voleva l'adagio razionalista. In realtà, come delucida Gadamer, è la funzione a consacrare la forma attraverso, sempre, una pubblica cerimonia.

Poi vennero espressionisti ed organici ad ampliare il campo delle funzioni e delle forme che ne sarebbero discese. Se le funzioni investono mille dimensioni imprevedibili, imponderabili e non preventivabili con algoritmi, la forma prismatica non è razionale. Ancora il rito della consacrazione, duro a morire, di rimando stabilì surrettiziamente che il significato di “quello” spazio è in un uso sociale che è “quello”, per cui mutando quest'ultimo il “significato” andrebbe perduto. Non si tratta di favorire vuoti formalismi e archetipici quanto inesistenti simbolismi formali e astratti. Si tratta di capire che i significati che possono traslare sul piano sottostante a quello dei significanti, fissandosi in nuovi rimandi, sono tanto più numerosi quanto meno siano ovvi i significanti: le forme-cavità-significanti, le radici "semantiche".

Pochi anni fa, circa 4, ero ad Ivry: il primo brano abitativo di Jean Renaudie era un manufatto in abbandono e in degrado; intonaci scrostati, copriferro saltati, infissi malconci. Sembra che a un certo punto nessuno abbia più voluto sentirne parlare e abitarci, nonostante l'entusiasmo dell'utenza iniziale, e sia stato man mano lasciato al suo destino di edificio vuoto. Da vari anni l'amministrazione parigina ha messo a punto per Ivry dei progetti di rinnovo ad ampio respiro e raggio, non a scala del singolo edificio.

Come sia, forse per eccessiva distanza da Parigi e dalle opportunità urbane sempre più centralizzate che la capitale offre, il primo intervento di Renaudie ad Ivry era, qualche anno fa, in serie difficoltà. Proprio per questo, forse, era coabitato da immigrati africani e cinesi. Si: non so oggi, ma allora convivevano mescolandosi nello stesso complesso, nei suoi ambienti collettivi e semipubblici, andavano e venivano per le rampe e i terrazzamenti antistanti i singoli alloggi.
Sul tratto a ponte che scavalca la strada campeggiava un'enorme insegna al neon con vistosi ideogrammi cinesi e traduzione francese: era un ristorante cinese.

Più nulla più dello “stimolare la creatività repressa della gente” attraverso forme che rifiutano il prisma chiuso, l'angolo retto e la ripetitività? Più nulla del "dare un giardino pensile a ogni abitante, anche al 12° piano? Certo: la rivoluzione dell'utenza e del suo senso spaziale iniziata a Ivry è durata poco. Ma cinesi e africani hanno fatto propri e reinventato quegli spazi mescolandosi tra loro, con tutti i loro background culturali. Forse hanno trovato una valida alternativa, caotica e rimaneggiabile quanto basta, alle bidonville? E' da verificare. Ma una cosa mi pare certa: il segno scritturale, la traccia affiorante, polimorfa e dalle mille valenze aperte funziona lo stesso, in modi del tutto o parzialmente difformi dal previsto, per giunta con persone non provenienti dalla nostra cultura. Lo spazio stimola comportamenti.

Recuperare la scuola di Pellegrin sarebbe un'operazione di pura e povera filologia, noiosissima e pigra: l'ennesima consacrazione rituale per cui un quadro dovrebbe somigliare a Napoleone e varrebbe proprio perché "significa" Napoleone. Ma chiedersi quanto si presti a essere reinventata la scuola in quanto valore spaziale, a me pare una domanda molto seria e di tutt'altra e stimolante natura.

G.C.

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Commento 7617 di Vilma Torselli del 24/11/2009


Renzo Marrucci,
mi pareva di aver capito che l'articolo di Lazier volesse affrontare il problema in termini più generali, ma posso aver sbagliato. Secondo me ciò su cui si dovrebbe discutere è la 'demolibilità' di strutture diventate estranee non solo al contesto, ma alle loro stesse intenzionalità. Questo non viene determinato da infiltrazioni d'acqua o da scrostameto di intonaci, ma dal fatto che l'edificio non serve più, essendo venute meno l'ispirazione sociale e la base ideologica che ne hanno informato il progetto.
Quindi, la manutenzione che lei auspica potrebbe certamente salvare la struttura, ma se "Il valore (dell'opera d'arte) non è più nella materia e nella forma che la costituiscono ma nel racconto che essa propone.", racconto esaurito e divenuto vuoto di significato, perché farlo?


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Commento 7616 di renzo marrucci del 23/11/2009


Risposta a Vilma Torselli…

Per quanto concerne la Concetto Marchesi di Pisa non è un problema di architettura asfittica e fuori contesto… da inquadrare come un serio problema di sperimentazione sbagliata... Entra il dovere di intervenire per renderla aderente alla realtà del contesto nel rispetto della stessa architettura e non esiste un dovere di demolizioneper dar credito al rifiuto bigotto di adeguare interni ed esterni e manutenzioni tali per rendere più fruibile quella realtà. Realtà architettonica che si è cercato di mandare in malora… evitandone la manutenzione che avrebbe dovuto ricevere. Ora esiste anche una cattiva intenzione da nascondere …
Nulla in contrario ad abbattere qualche architettura che ha esaurito la sua funzione oppure intralcia la democrazia e la vivibilità e crea problemi di degrado civile e umano... Casi che già ci sono in Italia e per i quali non si pensa nemmeno lontanamente all'abbattimento, né alla loro recuperabilità... Casi che ci saranno sempre di più negli anni a venire, per come le cose si vedono andare avanti. Le cose vanno... C'è un dibattito nella città di Pisa che è arrivato e si è aperto a tanti architetti in Italia, partito proprio dalla fondazione Zeviana e che ha inquadrato bene il problema... Non si tratta di un’ ostinata ottusa polemica, ma di una polemica civile che reagisce al fatto che non è concepibile e soprattutto non è ammissibile che si mandi in rovina un’ architettura e le sue valenze, solo perchè ci si rifiuta con ostinazione di apportare manutenzioni o modifiche idonee ad essere funzionali per una gestione di poca lungimiranza e visione. Il compito bisogna farlo in un bunker? Benissimo!
La scuola può essere ripresa e migliorata funzionalmente secondo i livelli funzionali necessari, rimettendo in gioco le varianti vitali dell'architettura di Pellegrin.
Questo ci si rifiuta di fare contro ad ogni logica umana, sociale, economica e architettonica. Non è facendo gli struzzi e rifiutando l'architettura che si risolvono i problemi... e questo accade anche nella vita, per questo il problema assume un forte significato e senso culturale .
Renzo Marrucci

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Commento 7613 di Vilma Torselli del 21/11/2009


Trovo che l’idea di un’architettura che, se non ha più “nulla da raccontare”, possa/debba essere demolita sia estremamente moderna, oggi, quando la rapidità del divenire spinge inesorabilmente ogni forma espressiva verso il provvisorio, il superamento di sé, secondo l’idea che architettura sia non solo il costruito e l’abitato, ma anche il temporaneo, il precario, l’instabile, l’effimero ‘eterno" direbbe Daniel Spoerri, artista concettuale del tableaux-piège.
La radicata opinione che l’architettura sia fatta per durare nei secoli, cosa che di fatto è spesso accaduta, si scontra oggi con l’idea che anch’essa debba avere un ciclo vitale, decada e si consumi.
“….ogni cosa dura il tempo che dura. Perché auspicare che un'architettura si conservi per l'eternità? (Massimiliano Fuksas, "Più emozioni in periferia", intervista di Leonardo Servadio, L'Avvenire on line, 02.02.05).
E’ forse ciò che intende Marc Augé in modo indubbiamente più articolato e sottile, quando scrive: “L’architettura contemporanea non mira all’eternità ma al presente: un presente, tuttavia, insuperabile. Essa non anela all’eternità di un sogno di pietra, ma a un presente “sostituibile” all’infinito….. “
Il che tuttavia, mi sembra contrasti, quantomeno in termini pratici, con la possibilità che la ‘scrittura’ abbia invece un suo valore atemporale e sia praticamente sempre attuale o attualizzabile e conservabile, con una prelazione di eternità. Voglio dire, come si fa a decidere quando si può demolire (perché un’architettura non è più in grado “di servire materialmente una funzione”) e quando invece valga la pena di conservare una testimonianza di ‘scrittura’ “anche quando il contenuto non ha più efficacia o interesse”?
Il colosseo non serve più da parecchi anni, ma si è deciso che la sua scrittura meritasse di sopravvivere alla sua funzionalità, a quanto pare, e stessa sorte potrebbe toccare alla la scrittura di Pellegrin. E’ però evidente che mancano criteri oggettivi per stabilire simili distinguo, specie se si parla di architettura recente, il che è abbastanza grave perché un’architettura demolita non si può riabilitare come si fa con una critica negativa, una demolizione è per sempre.
Nel dubbio, noi italiani abbiamo sempre optato preferibilmente per la conservazione, in nome della memoria o dell’indifferenza o della incapacità di operare scelte, non so, applicando ciò che Sandro propone, una riattualizzazione di strutture obsolete, ma di buona scrittura, talvolta con qualche evidente forzatura. Il che, sono certa, non sarebbe il caso della scuola di Pellegrin affidata a Galvagni.

Già che ci siamo, vorrei aggiungere che non darei proprio per scontato che l’arte concettuale, in mancanza di “interazione tra pensiero e cosa pensata” abbia rinunciato a considerare l’importanza della scrittura, anzi, l’arte concettuale nasce proprio come tentativo di far coincidere l'opera d’arte con l'analisi del linguaggio e del sistema in cui si colloca, con la scrittura, appunto, secondo un metodo non più intuitivo, ma analitico-scientifico attraverso il quale comunicare un concetto. Non a caso nel suo 'Art after Philosophy' Joseph Kosuth parte dal pensiero di Wittgenstein, filosofo del linguaggio, per affermare l’idea di un’arte in cui gli oggetti non hanno altro scopo che definire sé stessi, al di là di ogni pretesa soggettiva, estetica o contemplativa, per un’arte ‘senza cervello’, estranea alla fisicità della materia.
L'arte ha a che fare coi significati e non con la loro forma, quella concettuale ignora la grammatica e predilige la logica del linguaggio, è “come un gioco che costruisce se stesso”, la sua mancanza di referenzialismo non significa mancanza di scrittura, significa circolarità di un processo in cui il linguaggio diviene esso stesso arte.
In questo caso non c’è diversità tra pensiero e cosa pensata, la scrittura coincide con questa relazione di identità, ciò che l’artista concettuale vuol dire coincide con ciò che dice.

Be’, è cervellotico, ma affascinante!

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Commento 7612 di Renzo marrucci del 20/11/2009


Credo di no! credo che sia da mantenere in vita a maggior ragione per la cattiva volontà dimostrata dall' amministrazione nel non dare la cura e la manutenzione dovuta... invece di affrontare i problemi di gestione spaziale e funzionale interna ed esterna dello spazio architettonico. Cosa che non è stata fatta con una sorta di volontà e convincimento prederminato. Conosco quella realtà e non la si voleva proprio per ragioni tradizionaliste, cioè contro quella architettura. Ora il fenomeno culturale che sta dietro alla volontà di liberarsene è forte in senso etico e morale è inadeguato, caro Lazier. Quell'architettura è poi fondamentale in quello specifico contesto, in quanto portatrice di sfida mentale e funzionale e non vi è dubbio... non si demolisce un' architettura perchè non la si vuole... credo che il valore morale del fare architettura non debba avvalersi di cattive volontà. Per questo, in questo volere l'abbattimento ci vedo involuzione e arroganza verso all'intelligenza e per me diventa forte una ragione culturale e sociale .
Per cui credo che sia un dovere dell'intelligenza difendere quella architettura e intervenire nelle sue criticità!

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Commento 7610 di Renzo marrucci del 20/11/2009


Caro Lazier ,sulla Concetto Marchesi di Pisa il problema del conservare il moderno come l'antico non si pone. Il vero problema è non cancellare un'architettura moderna in un contesto povero di sollecitazioni vive e di volerla capire, superando un clima culturale piuttosto farraginoso e legato al tradizionalismo anzichenò. Una città rimasta un pò ferma sulla torre di Pisa e i suoi cm o mm di bella pendenza e al suo Camposanto e altro lì... in quella iperconnotata piazza.
Su quella scuola verte una problematica culturale profonda grazie alla interessante opera di un architetto vivo e stimolante come lo era Pellegrin. Ciò significa anche una possibilità di inserire, una volta tanto in questa città, una nota critica di vitalità e di cultura democratica senza se e senza ma, e che in fondo in fondo lo è assai poco se per tradizionalismo si torna indietro con la scusa di non saper capire e gestire una funzione per viscosità culturale, Caro Lazier.
La Concetto Marchesi non ha esaurito alcuna funzione architettonica e nulla che non possa essere normalmente riorganizzato e mantenuto con civile correttezza! Anzi è tutta da riscoprire e da rivestire la sua funzionalità, ammesso che sia stata mai usata nelle sue valenze innovative, ancorpiù attuali oggi in tutto il suo valore. Si spera solo che qualche mano e cervello un po' più aperti vi vorranno porre attenzione. Quindi la sua demolizione è da combattere culturalmente e in seconda istanza architettonicamente ! Questi sono temi veri per la cultura architettonica e di grande attualità che la politica viscosa e macchinosa e riverberante oggi le sue sonore incapacità, dimostrano con chiarezza la sua dissociazione dai temi della vita attuale.

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20/11/2009 - Sandro Lazier risponde a Renzo marrucci

Marrucci dice: “Quindi la sua demolizione è da combattere culturalmente e in seconda istanza architettonicamente!”
Assolutamente no!
Questa è una dottrina che non porta da nessuna parte. Se quest’opera vale tutt’ora, vale per la sua architettura. Solo ed esclusivamente per la sua scrittura architettonica.
Come si fa a dire che da allora nulla è cambiato? Basta vedere il contesto attuale: quest’opera è in totale sofferenza culturale e sociale, soffocata non solo dall’incuria e dall’analfabetismo dello scatolame edilizio che la circonda, ma soprattutto dal rifiuto ideologico di comprendere che può diventare altro da ciò che avrebbe dovuto essere e non è mai stato. Vederla in tale stato strappa il cuore a qualsiasi persona di buon senso. Quindi o si riesce a farla rivivere degnamente o la si sopprime per un puro sentimento di pietà. Occorre essere laici anche nel confronto con le idee, non solo con le persone.

 

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