Giornale di Critica dell'Architettura
Opinioni

Luca Molinari e una Biennale né elegante, né agnostica

di Paolo G.L. Ferrara - 19/11/2009


Sembra tutto perfetto.
La Biennale di architettura di Venezia 2010 vedrà Luca Molinari quale curatore del Padiglione Italia.
Perché sembra tutto perfetto? Per due motivi. Il primo è che Molinari nasce e cresce con la nuova generazione dell’architettura italiana e, dunque, tra altre poche, può essere la persona giusta per darci il polso della situazione di ciò che è avvenuto in questo primo decennio del secolo.
Dieci anni non sono pochi e certamente sono sufficienti ad aiutarci a capire cosa c’era di buono nella ventata di innovazione che ha invaso riviste e siti web soprattutto nel primo quinquennio del XXI secolo. Cosa c’era di buono e cosa ci potrà essere, cosa fosse realmente di spessore e se (e come) tale spessore stia continuando a dare i frutti auspicati. Dunque, non un bilancio da potere poi catalogare temporalmente ma, piuttosto, una seria riflessione sulla reale portata del contributo delle nuove generazioni al processo di sviluppo della nostra cultura architettonica.
Il secondo è che Molinari è uno studioso e critico calatosi perfettamente nel ruolo di chi , per quanto pregiato, non vuole indossare abiti altrui:" La critica deve smettere di compiere esercizi di stile e minuetto, ma esprimere i quadri di fondo, gli scenari necessari per costruire futuro. La critica deve imparare ad essere generosa senza essere compiacente; deve ripensare le parole che usa e quello che oggi significano, in un mondo che sta cambiando completamente. La critica deve affiancarsi all’architettura e spronarla ad uscire dalle tane di un professionismo elegante e agnostico".
Riprendendo le parole che lo stesso Molinari scrisse lo scorso anno sulla PresS/Tletter, non ci possono essere dubbi sulla certezza dello stesso critico nel nutrire preoccupazione sullo stato della suddetta cultura: " Chi ricorda negli ultimi tempi numeri indimenticabili prodotti dalle riviste italiane? Chi ricorda un libro che abbia segnato il passo nella discussione attuale? Che opere costruite o progettate hanno spostato l’asse delle ricerche e degli interessi? Che scuola sta facendo veramente ricerca? Che istituzione sta portando avanti progetti culturali innovativi e mostre che svelino scenari inaspettati?".
Temi forti, giusti, anche se un po’ troppo categorici, non fosse altro per il lavoro infaticabile di altri critici e studiosi attuato durante i dieci anni suddetti, lavoro non certo finalizzato alla pubblicizzazione dell’architettura bensì alla ricerca dei contenuti posti in campo da molti giovani e alle potenzialità degli stessi per il futuro dell’architettura italiana.
Temi che, già affrontati nei suoi libri e articoli, Molinari dovrà ora affrontare in un contesto ben diverso, ove conterà mettere in pratica -come lo stesso Molinari scrive- il “prendere posizione con più forza facendo delle scelte” ovvero andando a “selezionare i lavori dei progettisti cercandoli, visitandoli e studiandoli veramente” ma, soprattutto, “cominciando a indicare anche le opere che non vanno, le alleanze scellerate, le giurie opache e le loro scelte poco chiare, recensendo le idee e i testi non graditi e opponendo a questi una idea personale e non la forza del proprio ruolo accademico o del proprio gusto.
Conoscendo la serietà e la preparazione di Molinari e legandole a quanto egli propugna da tempo, le premesse affinché il prossimo Padiglione Italia sia per davvero un volano culturale sono ottime: infatti, la posizione di Molinari è condivisibile in toto poiché lascia intendere che per sdoganare definitivamente l’architettura italiana non basta ciò che sino ad ora è stato fatto in questi dieci anni. Non basta poiché si rischia di porre attenzione solo a quelle architetture che tendono a seguire strade esterofile che, per quanto degnissime, potrebbero certamente essere meno originali rispetto a molte architetture italiane: "continuo a pensare -dice Molinari- che dove l'architettura italiana è riuscita a essere originale, interessante e degna anche di essere copiata è stato quando ha avuto la capacità problematica di lavorare sui processi, di affinare una lettura matura e sofisticata della realtà che si traducesse in teoria e linguaggio".
Molinari ha una certezza che non può essere presa leggermente, da nessuno: "Credo che molto di quello che avviene in Italia e che ha dignità d'attenzione internazionale venga pigramente snobbato, che probabilmente ponga problemi di lettura critica o che non ricada pienamente nel mainstream culturale che vorrebbe un unico, direi noioso filone di Neo-International Style rivisto a uso soprattutto delle riviste e di una lettura del mondo che si vorrebbe sgombra da architetture "sporche", problematiche ed eterodosse".

In sintesi, se la Biennale fosse manifestazione di intenti, Molinari ci avrebbe già indicato la strada da seguire: capire l’architettura attraverso ciò che architettura non può dirsi; permettere alla vera architettura di diventare protagonista oltre qualsivoglia inciucio o conoscenza di comodo che trasformi una non architettura in un best seller; proponendo una critica che sappia smontare tanti testi senza contenuto che però hanno la pretesa di averne.
La Biennale non è però manifestazione d’intenti e, proprio come accade in architettura, i contenuti devono poi concretizzarsi e devono parlarci. Personalmente non ho mai deposto tanta fiducia nelle manifestazioni quali la Biennale poiché le ho sempre intese quale momento in cui si concentra il già noto, il già visto, manifestazioni che centrifugano l’architettura e l’asciugano dei suoi contenuti. Stavolta la fiducia è tanta poiché il Padiglione Italia di Molinari avrà un ruolo che forse in nessun’altra edizione della Biennale ha avuto: infatti, se come dice Molinari "prendere posizione vuol dire esprimere una visione sulle cose, un orizzonte culturale in cui fare rientrare parole, idee, opere, scelte e su cui necessariamente confrontarsi ", ovvero fare una scelta che sia tale, senza alcun dubbio, senza alcuna remora, scelta consapevole di essere soggetta al turbinio di pressioni, conoscenze, egli ha un compito davvero oneroso e che dovrà sobbarcarsi senza alibi alcuno.
C’è una frase che -più di ogni altra- mi ha colpito tra quelle di Molinari allorquando, a proposito di eufemistiche classifiche sull’architettura quale “stile” o “forma” o linguaggio”, ci parla di “piazzisti dello stile”. Mi colpisce perché si potrebbe riassumere in essa lo stato attuale della diffusione culturale dell’architettura italiana: va bene tutto, e su tutto (riviste, web, magazine), purché se ne parli e affinché si diffonda l’architettura tra la gente. E qui sta un primo, fondamentale nesso da recidere: è certamente meritorio educare la gente all’architettura ma non attraverso la pochezza della catalogazione in stili modaioli. Il succo è la “ricerca di nuove energie per il progetto”, obiettivo di cui Molinari parlava già nel 2004 (vedasi mio articolo su antiTHeSi “Luigi, don’t worry,…be happy”) sollevando interrogativi di ammonimento sulle reali potenzialità di ciò che, in quegli anni, stava accadendo nel nostro Paese.
Interrogativi che non sono stati ancora fugati: "Che cosa vogliamo che diventi l’architettura italiana nei prossimi anni? Dove vogliamo che vada? Che scelte? Che orizzonti generali? Che Paese vogliamo contribuire ad avere?
In una fase di crisi paurosa (finanziaria, giudiziaria e culturale) credo sia il momento di confrontarsi apertamente e di fare delle scelte, indicando soluzioni possibili. Sono tempi pericolosi, in cui, chi non fa delle scelte e non si esprime rischia veramente di perdersi.
Ci stiamo giocando molto di più che una diatriba su cosa sia stile, spazio e linguaggio oggi; ci stiamo giocando il ruolo sociale e simbolico dell’architettura in un mondo che sta cambiando profondamente imponendo scelte e nuove ricerche. Credo sarebbe importante costruire momenti veri, attivi e liberi di confronto tra critica e architettura; credo che la critica debba tornare per strada, nei territori per capire e studiare e che l’architettura, contemporaneamente, debba esprimere idee e visioni che valga la pena di ricordare nei prossimi anni.
"
Interrogativi che, ne sono certo, avranno risposta.
In bocca al lupo, Luca.


(Paolo G.L. Ferrara - 19/11/2009)

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