Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Kairos e modernità

di Paolo G.L. Ferrara - 15/4/2010


Kairos è una parola che nell'antica Grecia significa "momento giusto o opportuno" o "tempo di Dio". Gli antichi greci avevano due parole per il tempo, kronos e kairos. Mentre la prima si riferisce al tempo logico e sequenziale la seconda significa "un tempo nel mezzo", un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale "qualcosa" di speciale accade. Ciò che è la cosa speciale dipende da chi usa la parola. Chi usa la parola definisce la cosa, l'essere della cosa. Chi definisce la cosa speciale definisce l'essere speciale della cosa. È quindi proprio la parola, la parola stessa, quella che definisce l'essere speciale. Mentre chronos è quantitativo, kairos ha una natura qualitativa. Nella lotta tra kairòs e chronos, kairòs è sempre perdente. È con questa perdita che la parola cessa.
Il tempo Kairos è spesso percepito come un periodo di crisi. I caratteri cinesi per "crisi" sono spesso una combinazione di caratteri per "pericolo" e "opportunità", sebbene questo non è del tutto vero. A tal fine, si ha una possibilità di partecipare "ad una nuova creazione". Si ha la scelta tra il pericolo e l'opportunità, una possibilità di costruire qualcosa di nuovo da qualcosa di vecchio. Il tempo Kairos colma lo strappo con "il vecchio modo" creando un "nuovo modo".
(tratto da Wikipedia)


“Architettura e modernità”, di Antonino Saggio, non è un lavoro che vuole essere un excursus storico né, tantomeno, una storia dell’architettura.
Ed infatti, il libro non ha un inizio e, soprattutto, non ha una fine:“Gli anni della macchina 1919-1929”, prima parte del libro, e “La rivoluzione informatica dell’architettura. Dopo il 2001”, ottava parte del libro, sono appunto “parti” della modernità, ciascuna mai slegata dall’altra.
Va da sè che, per il loro contenuto, le ultime pagine del libro non sono altro che il rimando a quelle iniziali.
In sintesi, ma solo in prima battuta, potrei dire che il testo di Saggio è “circolare”, ovvero senza un inizio e senza una fine, bensì un cerchio che non ha però diametro fisso: ogni nuovo fatto vi si potrà inserire aumentandolo.
Ma ciò è vero, come detto, solo in prima battuta poiché la vera sostanza che l’autore trasmette è la lucida capacità di liberare la storia dalla gabbia del kronos, del tempo sequenziale ove tutto si colloca secondo logica. In realtà anche la lettura attraverso il concetto di circolarità degli avvenimenti storici è da scartare poiché la sostanza del testo ci dice chiaramente che la circolarità del tempo non ammette la “modernità”.
Si parlava delle ultime pagine quali rimando al suo inizio. Nel momento stesso in cui Saggio ci parla di Mockbee -e lo fa appunto a chiusura del suo libro- ecco che ci dice chiaramente cosa è la modernità del XXI secolo: è niente altro che lo stato attuale di tutta la modernità nella storia.
Secondo questa ottica è assolutamente impossibile leggere il libro semplicemente quale mero apprendimento della storia della modernità, un atteggiamento che porterebbe a sottrargli valore e conferirgli una connotazione anacronistica.
Ma anacronismo non ci può essere: richiamare -come fa Sggio- i significati di ciò che l’architettura rappresenta per l’uomo è un forte monito a non intendere la materia esclusivamente in termini di rappresentazione di se stessa bensì basarla sul concetto di progresso umano = progresso architettonico, da sempre e in ogni luogo. E se è vero che il progresso umano s’identifica con la capacità di migliorare la vita risolvendone le problematiche con le giuste cure, altrettanto vero è che tali cure debbano avere sempre meno controindicazioni.
Re-iniziando con Mockbee, Saggio ci dice chiaramente che il progresso umano = progresso architettonico non è mai da intendere quale quello riferito alla tecnologia, all’elettronica, all’informatica ma -e soprattutto oggi- è soprattutto la capacità di comprendere i risvolti negativi del progresso stesso e trasformarli in nuove potenzialità.
Una frase di Saggio racchiude il concetto: “Forse, ma i miti antichi lo avevano profetizzato, è servito andare sulla luna per ritrovare il senno”.

Di fatto, se la circolarità del tempo kronos non ammette la modernità, ecco che il libro esclude a priori sia il fissare due estremi (Bauhaus/Rivoluzione Informatica) su di un asse rettilineo che, soprattutto, la circolarità stessa.
Piuttosto si hanno due polarità che trasformano la storia/circonferenza in oggetto tridimensionale, in una sfera/storia.
I poli -apparentemente opposti- della rivoluzione industriale e della rivoluzione informatica sono interconnessi da materia che sì li separa ma, allo stesso tempo, li congiunge.
Non basta. Eliminato il modus di lettura quale kronos, il libro va letto secondo il significato di ciò che è kairos, modus che ci permette di cogliere non solo la superficie della sfera ma anche tutti gli elementi che ne compongono il volume, ed in tutte le loro singole dimensioni:
la "sfera/storia" è adesso concettualmente quadridimensionale.
Il passo successivo ne è conseguenza: chi leggerà il libro non si aspetti di trovare la spiegazione codificata di ciò che oggi è “modernità” a dispetto di cosa lo era nel 1919-1929.
Chi lo leggerà con questa consapevolezza non resterà deluso nel non trovare alcuna netta presa di posizione, nessuna affermazione di codificazione, nessuna certezza.
Ma la domanda che ci si deve fare ancora prima di leggere il libro è semplicemente: “cos’è la modernità del XXI secolo?”.
Domanda da farsi relazionandosi al nostro modo di vivere contemporaneo che è un vero e proprio momento di passaggio di consegne tra l’ Era industriale e l’Era informatica, molto diverse nei mezzi che le (ed) esprimono ma entrambe preposte alla produzione di beni atti a migliorare la vita.
L’automobile serve da più di un secolo a farci muovere più velocemente e senza fatica, dunque il suo scopo è sempre lo stesso ma è mutato ciò che sta dietro alla sua produzione. La catena di montaggio degli inizi del XX secolo è anch’essa la medesima dal punto di vista della propedeuticità della lavorazione per l’assemblaggio del prodotto ma l’uomo è stato sostituito dal robot. Ora, il robot è la massima esternazione dell’informatica ma dietro il prodotto informatico vi è sempre e comunque la mente umana, lo studio, l’approfondimento, la sperimentazione, in sintesi tutto ciò che porta all'innovazione.
Dalla automobile-carrozza alle nostre automobili intelligenti non vi è un balzo in avanti ma semplicemente un cammino passo dopo passo. La modernità è prerogativa di entrambe ma la sua sostanza, il suo inverarsi è profondamente diverso: non più solo strumento di uso pratico per l’uomo ma strumento che ha il valore aggiunto di soddisfare i bisogni dell’uomo senza necessariamente creare controindicazioni deleterie per l’uomo stesso (inquinamento, sicurezza stradale, etc.).

Vale lo stesso discorso per l’architettura: la modernità degli anni ’20 del XX secolo poteva dirsi tale solo allorquando si riferiva alla risoluzione delle crisi indotte dall’era industriale, quella stessa da cui la nuova architettura era potuta nascere.
Oggi siamo allo stesso punto: cos’è modernità del XXI secolo? Semplicemente “coscienza della propria era”, a 360°, coscienza delle positività, delle negatività e soprattutto delle potenzialità, queste ultime intese quali la capacità di eliminare le negatività della stessa modernità.
In fondo la “modernità” è sempre stata la capacità dell’uomo di avere coscienza delle proprie potenzialità, sin dal primo uomo che, scoprendo la caverna, ne fece il proprio habitat spaziale.
Con la sua Torre dei Venti Toyo Ito rompe definitivamente il rapporto architettura = esclusivamente linguaggio. I passaggi sono certamente molto più complessi di come qui riassunti ma ciò che conta è che la sostanza sta nel nuovo rapporto tra elemento urbano e suo intorno, che non è più un “intorno” spaziale ed estetico scisso dal singolo fatto architettonico bensì un unicum con l’architettura.
Modernità, dunque.
Prendiamo la torre Eiffel, massima espressione della modernità del XIX secolo, oggetto rivoluzionario rispetto il significato che sino ad allora aveva l’architettura, oggetto scultoreo poiché non ha spazialità interna percorribile ma oggetto comunque architettonico poiché si pone spazialmente in relazione con il tessuto della città, lavorando in tridimensionalità (pur se prospettica).
La Torre dei venti, così come la Torre Eiffel, è certamente senza spazio interno ma non è né scultura e né architettura nel senso in cui lo è la Torre Eiffel.
Non è, e non può essere, oggetto urbano in relazione spaziale / volumetrica / estetica con altri edifici ma è elemento centrifugo di ogni altro elemento della città, e non più solo di quelli architettonici. Lo spazio non è più solo quello di relazione dimensionale, prospettica, dinamica dato dagli oggetti in relazione tra di loro ma è spazio immateriale che è generato dalla città viva.
Nelle grandi fabbriche erano le macchine a dettare l’acustica, i rumori, la vita. In Ito è l’oggetto silenzioso ad essere macchina che introietta, elabora e reimmette ciò che è la vita vissuta dall’uomo contemporaneo in rapporto anche con i fenomeni naturali.
La Torre Eiffel e la Torre dei venti vanno oltre qualsiasi riferimento temporale cronologico: sono kairos della modernità.
In tutto il libro di Saggio il riferimento temporale non è il kronos bensì il kairos, che è poi null’altro che il Ri-creare, l’esserci nel tempo opportuno.
Re-inizi / Ri-creare. Il succo sta tutto qui.
Re-iniziare significa Ri-creare ovvero vivere il proprio kairos, il tempo opportuno di cui Aristotele ci parlava, "tempo" che dà valore a ciò che accade, un valore che non si mummifica in una datazione ma che, seppur sottotraccia dalla superficie della sfera/storia, è sempre presente.
E se è vero che dal punto di vista etico Kairos è nella letteratura greca sinonimo di insicurezza, tutto è perfettamente chiaro: Ri-creare (Re-iniziare) significa avere assoluta consapevolezza etica dei cambiamenti. E la consapevolezza dei problemi pone sì tutti in una situazione di insicurezza ma, altresì, sprona alla risoluzione degli stessi. L’insicurezza è dunque "consapevolezza".

“Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica”: ci sarebbe da chiedersi il perché l’autore usi un edificio simbolo per identificare la rivoluzione industriale in architettura e non faccia altrettanto per la rivoluzione informatica, lasciando alla stessa definizione il ruolo di polo della modernità contemporanea. La domanda perde ogni significato una volta letto il libro: è impossibile identificare in un solo edificio simbolo ciò che significa “rivoluzione informatica” in quanto il farlo significherebbe dare all’architettura contemporanea un ruolo identico a quello che la Bauhaus esprimeva. Sarebbe un errore fondamentale perché si perderebbe il significato delle diversità di due epoche, certamente consequenziali ma altrettanto certamente assolutamente diverse nei contenuti che l’architettura ha il compito di esprimere. Ed allora, ecco che anche l'uso "Dal Bauhaus [...]" siamo certi che non si riferisca "solo"all'edificio, all'architettura, anzi. Bauhaus è sostanzialmente volano della modernità di quegli anni e lo è per le idee dei singoli, per gli intenti comuni, per le divergenze. Lo è perchè introietta la rivoluzione industriale quale semplice evoluzione, la centrifuga con l'etica e la rilancia nel futuro. Ecco perché il “Dalla Bauhaus alla rivoluzione informatica” non è un sottotitolo ma è l’epicentro del terremoto che scuote gli elementi della sfera/storia sino a configurarne nuove sinergie.

Saggio coglie i “momenti primi” del Re-iniziare/Ri-creare che hanno fatto la modernità e lo fa approfondendo le figure di alcuni architetti che hanno segnato profondamente il percorso del progresso in architettura, appunto Ri-creando/ Re-iniziando.
Ed allora, ecco che da questo punto di vista non vi è alcuna differenza tra Gropius e Le Corbusier, tra Wright e Mies, tra Aalto e Mendelsohn, tra Kahn e Rossi, tra Eisenman e Gehry.
Detto ciò, la lettura non deve assolutamente indirizzarsi a rintracciare nelle forme architettoniche il significato del loro essere nella storia. Saggio elimina il kronos che uccide i suoi figli e, così facendo, li riporta in vita quali kairos.
Approfondire alcuni architetti significa esclusivamente concentrarsi sui significati che hanno generato le opere, trasmetterci il loro kairos.
Se il lettore avrà consapevolezza di ciò che oggi è modernità potrebbe addirittura partire dalle pagine finali e leggere il libro a ritroso: coglierebbe comunque tutti i kairos che lo compongono.


(Paolo G.L. Ferrara - 15/4/2010)

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Commento 10454 di stefano panunzi del 15/07/2011


Ho vissuto l'esperienza del Dottorato inseme a Nino e mi fa molta impressione che alcuni architetti della nostra generazione abbiano una particolare sensibilità per quella che chiamerei una gestione speculativa del Tempo, intesa nel senso più profondo del termine. Ma credo che sia la chiave per capire molte cose ed ora siamo giunti sicuramente in momento speciale. Cacciari scrisse (Casabella n.705 - novembre 2002) un articolo criptico e difficile, Nomadi in Prigione, che andrebbe riletto oggi e che qualche anno fa mi fece scrivere quanto segue.

Palindroma: la Città degli Angeli

di Stefano Panunzi

su Metamorfosi n.55 - Quaderni di Architettura - Luglio/Agosto 2005

Stiamo giungendo alla fine del viaggio ma nessuno vuole più scendere, quasi ci fossimo dimenticati la destinazione. Siamo vicini alla fine del verso di lettura della nostra storia. Ormai quasi tutto il tempo si è riversato nello spazio ed è disponibile come luogo, non rimane che percorrerlo liberamente avanti e indietro. Nel tempo divenuto spazio, la telecontiguità ha portato a compimento la cronocontiguità in quanto l'attrito della distanza è ormai quasi nullo e non produce più tempo, quel tempo che separava e che consumava l'esistenza negli spazi. La fine di una storia palindroma è anche il suo inizio. Il problema è che la stringa della storia è palindroma solo in una parte del mondo, nell'altra parte non si è ancora giunti alla fine e non può essere svelata, altrimenti non si riuscirebbe a chiuderla. Non tutto il tempo si è riversato ovunque. Se il mondo andasse ormai letto così com'è, come una stringa palindroma, la nostra storia contemporanea sarebbe tutta compiuta nello spazio attuale, mentre le nostre storie passate servirebbero per capire le altre storie che si stanno compiendo nel resto dello spazio contemporaneo. Palindroma è una metropoli uguale a quelle che già conosciamo, dove lo spazio è riuscito a diventare paradossale e reversibile grazie a tre principi, noti da secoli a scienziati, filosofi e poeti ma, ormai in modo esponenziale, sempre più praticati nelle parti più elettrificate del mondo :

- la Telecontiguità : ritagli di realtà per collage di luoghi distanti

- la Macchina del Tempo : richiami evocativi dal passato e dal futuro per l'apparizione i architetture fantasma

- lo Specchio di Alice : zone di sospensione delle regole tettoniche e dimensionali




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Commento 10452 di Antonino Saggio del 15/07/2011


Un mio dottorando mi ha chiesto "perchè il libro finisce con Rural Studio". Ho detto di leggere questo articolo e l'ho riletto ancora oggi anche io, questo articolo, così denso e importante, pieno di idee e che soprattutto "visualizza la critica." L'idea della sfera, quella dei cerchi tutti diversi eccetera. Sono immagini potenti che interpretano il lavoro. Non è possibile, far un libro (o una dissertazione) pensando esplictamente a queste strutture, lo si fa il libro o il quadro o il progetto e basta, ma è sacrosanto interpretare e far capire agli altri alcune "strutture" interne al lavoro come fa Paolo Ferrara!. A me sembra di grande profondità e ricchezza questo suoscritto, un vero esempio. raro, di una lettura metodologica.




PS
Rispondendo alla questione sconto, segnalo che Amazon.it fa uno sconto
http://www.amazon.it/Architettura-modernità-Bauhaus-rivoluzione-informatica/dp/8843051644/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1310722377&sr=8-1

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Commento 8028 di Nicolò barbisotti del 09/05/2010


spero che il prof. Antonino Saggio conceda uno sconto studenti al suo libro. La cultura non ha prezzo ma il costo del libro vale quanto una spesa di una settimana.... Non vuole assolutamente essere una critica ( giustamente il saper scrivere una storia dell'arch deve avere il suo prezzo) ma aiutiamoci l'un l'altro....
Buonanotte

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Commento 8022 di Brunetto de Batté del 27/04/2010


complimenti a tutti gli amici di antiTHesSi... un bel dibattito...

Kronos & Kairos fanno parte della modernità ... come il progetto partecipato & democratico... lontano dai monumentalismi...
Riprendo il senso dell'amico Ferrara per rilanciare il valore del testo che ha un valore altamente educativo... in un momemto di confusione di forme che circolano nelle "scuole".

Così come il libro di A.S. ha fondamento didattico per un dibattito teorico.
Ringrazio la Redazione e Sandro Lazier per l'ospitalità

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Commento 8021 di Renzo marruci del 25/04/2010


Se la crisi è una condizione della crescita, allora è interessante capire quello che accade nella nostra società. Verificare e interrogarsi sul perchè i fenomeni che questa società produce sono svincolati dalle necessità dei cittadini e a quale realtà vanno incontro. Bisogna avere il coraggio e capire anzichè fare discorsi circolari o quadrature del cerchio per terra ...
Mi ha divertito e poi preoccupato molto per esempio, la circolarità delle sciocchezze che il figlio di Piero Angela in accordo con Renzo Piano, ha profuso ieri sera al popolo italiano con la sua leggerissima trasmissione sulla tipologia della casa arrivando ai grattacieli, assumendo un tono poetico e futuribile da" bullone incamiciato" per la vita in verticale, dove gli spostamenti oscillanti sono, dice lui o loro, di solo quindici cm... sotto l'azione del vento. Ma che bello, che bello, che bello!... Cerchiamo il brivido come al Luna Park ? Le concentrazioni di tecnologia a "perdere" che rappresenta il grattacielo possono anche impressionare per il dispiego di mezzi e di prospettive tecnologiche, ma verso quali contenuti umani ci porta questa autentica fagocitazione ?
Questa favola tecnologica distrae il cittadino ma anche la cultura, offrendo una prospettiva da cavia a perdere... e non un’organica ricerca per la cura e lo sviluppo sociale dell'uomo che perde la sua prospettiva naturale e sociale di vita.
Che funzione ha l'architetto in questa fagocitante rincorsa?
Le risposte date da Piano non convincono che la sua ambizione di corrispondere a commesse che vanno oltre la capacità e la qualità di un architetto. La materia è virtualizzata e rivolta sul piano del potenziale uso dei materiali e sulla base di una sperimentazione fondata sull’ ambizione di grandezza, una grandezza che smisura la dimensione umana della ricerca architettonica.
La funzione dell'architetto non è certo quella di correre sotto frusta di un sogno di nuova retorica… soltanto fondata sulla spinta acritica della tecnologia, a ricreare una sorta di nuovo genere di fascismo velenoso fondato sulla retorica dell'afferma
zione di una capitalismo divorante. Occorre equilibrio! Soltanto con il senso dell’e
quilibrio è possibile ripartire la sperimentazione verso la risoluzione dei bisogni... senza trascinare in un vortice acritico e devastante la società.
Più equilibrio significa più bellezza e più rispetto dell'uomo ed un’ azione sincera
mente rivolta al futuro.
La libertà è un valore che si basa sulla conquista dei bisogni e sulla rispondenza tra uomo e vita senza il sacrificio di nulla... soprattutto dell' ambiente in e su cui l'uomo vive. E qui non vi è circolarità, ma solo linearità consapevole che deve raccogliere le nostre energie.
Renzo M.

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Commento 8019 di Vilma Torselli del 20/04/2010


" ......Il nostro concetto di moderno è ATEMPORALE ed è così che si definisce un atteggiamento, un modo di porsi rispetto al mondo e pertanto in quanto tale non è definibile temporalmente. Altro concetto è quello di crisi. Nel cambiamento delle situazioni si operano grandi e potenti crisi di trasformazioni, sono crisi profondissime , sono crisi che rappresentano la grande difficolta' nel collocarsi.........CRISI e MODERNITA' SI LEGANO, perchè la definizione migliore di modernità è quella che suscita domande e risposte alle crisi..........": sono parole di Antonino Saggio, le ho lette tempo fa e confesso di non ricordarne l'esatta collocazione (magari ce la può indicare lui stesso).
Mi pare che ci sia una certa 'circolarità' con l'articolo di Paolo Ferrara.

Però sto leggendo il libro cercando di dimenticarmene, perché sono contraria al fatto di seguire, in qualsiasi lettura, le 'istruzioni per l'uso'. Saluti
Vilma

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Commento 8018 di maurizio zappalà del 20/04/2010


Certo io che sono un tale...veda lei e accoscato perchè faccio parte di una "famiglia" internauta di chiaccheroni a sproposito e che ha tentato ultimamente e inutilmente, almeno, di sostenere che i libri vanno letti prima di essere commentati e che non fa altro che insultare (e certo in buona compagnia!) senza argomentare (che gli altri invece alcuni si sentono Joyce, altri Eisenman!) improvvisamente per sostenere sempre la mia tesi, (leggere prima!), en passant vorrei dire la mia minchiata sul "Re"! Intuisco Saggio come un re-imagininger e non nel senso povero di remaker ma nell'accezione più contemporanea che come le aziende dovono oggi essere reingnerizzate, gli ecosistemi
rinaturati, le città ripianificate, le aree dimesse rivitalizzate,
i quartieri rigenerati, le piattaforme politiche
riscritte, gli interni ridecorati e i layout delle riviste ridisegnati ad esempio, il nostro, atemporalmente, da storiografo "cairologico\occasionale" (nel senso inteso da W.Benjamin con la nozione di "Jetztzeit"), propone una lettura del nuovo e il
miglior look o forma a qualcosa. E sceglie per l'appunto il periodo che va da Gropius a Koolhaas.Tutto ciò con gli strumenti di oggi e non con il compasso e la squadretta! Chi minimamente lo abbia seguito, anche solo a distanza, ritengo che Lui faccia benissimo questo! Il
dibattito relativo all’impatto dello sviluppo tecnologico sulla realtà storica e umana ha assunto oggi un’ampiezza notevole. C'è chi se n'è accorto e chi fa finta di non accorgersene perchè gli viene scomodo maneggiare strumenti più seducenti!

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Commento 8017 di Renzo marrucci del 19/04/2010


Libro circolare e articolo circolare ? Per me va benissimo, non ci sono problemi ma… che vuol dire ? Che lo giro e lo leggo, se leggo? Oppure se lo rivolto e lo inclino mi appare un ellisse? Oppure una delle trasformate del cerchio? Perfino una iperbole? Sempre ammesso che sia possibile leggere un libro partendo dalla fine, come si fa per una rivista femminile odi architettura oppure... lo si fa a volte per pezzi a risalire per individuare i punti chiave ecc... Ma il cerchio non cerchia ... Lo dico con rispetto evidentemente e non vorrei che si offendesse nessuno qui.
Molto rispetto per i greci antichi, ci mancherebbe ! Io sono più Etrusco semmai...
Mi piace pensare che la vita o il discorso non abbia mai un punto di ritorno e continui oltre come un viaggio… pensando che il corpo abbia cibo e altro Ma sono con Torselli per certe sue strette riflessioni sulla mano e sulla mente e sul programma e ripeto anche che la modernità non assomiglia che ad una idea di libertà molto parziale... e se ne parliamo osservando l'ombra proiettata dal cerchio, allora si ingarbugliano le idee e le parole tornano dove partono come un certo circolo... mi pare... chiuso! O come, se preferite, l’animaletto che si morde la coda…
addio libertà...
Tanzi però rientra sull'idea dello spazio virtuale ed è utile parlarne e comincia a interrogarsi... si vede che l'architettura non deve mai dimenticare l'uomo e le sue necessità di essere singolo e di essere sociale come nella città... e tutto viene da lì… e nel saper tenere il carro sulla strada oppure il timone sulla barca quando il mare … con molta umiltà ! In aderenza alle cose della città e dell'ambiente che ci ospita.
Giannino vola dalle sue radici radicate e radicali e trova che "catorcio" vuol dire chiave... ma che bello! Per essere una chiave la "cosa" di Bilbao ci inchiavarda il cervello o meglio il cittadino che entra e poi esce e rientra nella sua città... solo dopo una escursione? Non nascondo un certo fascino iniziale come tutte le cose superflue... ma dopo perdo anche la pazienza nel mio piccolo, camminando per la città, e mi pare… perchè sulla città non si dovrebbe più scherzare occorre cominciare a fare sul serio... Sì, caro Giannino, è proprio un "catorcio" ma questa volta usiamo il senso che passa nella vita corrente tra le mie vecchie vie di pietra... appunto di brutta serratura, che spesso non si apre e nemmeno si chiude ...
Renzo M.

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Commento 8014 di Antonino saggio del 18/04/2010


Ho letto più volte questo articolo che contiene un pensiero molto vivo e molto ricco di conseguenze. Non avevo mai pensato, scrivendo il libro, alla differenza dei due tempi. Una differenza posta da Paolo Ferrara all'attenzione e che apre una serie interessante di conseguenze. Questo di Ferrara e' dunque un vero pensiero che ci illumina tutti.

Naturalmente non solo
il mio volume e' circolare, ma lo e' altretta nto il suo articolo!. Per questa ragione, ad esempiola citazione iniziale (tradotta da Wikipedia da questo saggio in inglese di Mark Freier http://www.whatifenterprises.com/whatif/whatiskairos.pdf ) va assolutamente riletta alla fine dell'articolo di Ferrara e da li... ricominciare.

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Commento 8013 di giannino cusano del 15/04/2010


Scrive Ferrara:

«Bauhaus è sostanzialmente volano della modernità di quegli anni e lo è per le idee dei singoli, per gli intenti comuni, per le divergenze. Lo è perchè introietta la rivoluzione industriale quale semplice evoluzione, la centrifuga con l'etica e la rilancia nel futuro. Ecco perché il “Dalla Bauhaus alla rivoluzione informatica” non è un sottotitolo ma è l’epicentro del terremoto che scuote gli elementi della sfera/storia sino a configurarne nuove sinergie.»

Penso anch'io che la "rivoluzione informatica" non possa essere introiettata in un solo edificio perché, starei per dire "per definizione", è l'età dei "sistemi a intelligenza distribuita", prefigurata già negli anni '70 dall'opzione tra energie "dolci", flessibili e diffuse o energie "dure", rigide e centralizzate. Non c'è più l'idea fisico-geometrica di un centro circoscrivibile e controllabile e probabilmente questo incute un certo sgomento rispetto alle abitudini consolidate. Perché, come sempre, vedere non basta, ma occorre ogni volta re-insegnare alla vista e ri-apprendere a vedere. E questo è lavoro non meccanico, ma creativo che compete a ciascuno, non solo a chi è deputato a questo. Persino le più burocratiche normative vanno tendenzialmente attenuandosi e vanno aiutate a sparire per far posto a insiemi elastici, capaci di garantire "prestazioni" in luogo di "prescrizioni" e imposizioni.

Modernità coincide con libertà? Penso di si. E se è così, la modernità-libertà non dovrebbe essere pensata come uno status o come idea pura e perfetta. In quanto tale, sarebbe un fantasma proiettato dal nostro fantasticare, quindi non la incontreremmo mai nei fatti nemmeno se ci spingessimo indietro fino alla preistoria. Ma se per caso la modernità-libertà fosse categoria, sarebbe, in quanto tale inesauribile: mai astrattamente perfetta, ma volta per volta com'è e riesce ad essere concretamente.

Dunque (è faticoso) bisogna riconoscerla e accettarla nelle condizioni-occasioni date, a maggior ragione nel presente per il futuro: il nòcciolo, mi sa proprio, non è fisso né dato una volta per tutte. Si sposta, si contrae, si dilata, muta, si sfaccetta, va più a fondo. Questo sgomenta solo finché, nelle condizioni date, non si conquista nuova forza di creare ancora e rinnovata libertà-modernità. Come sempre.

G.C.


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