Giornale di Critica dell'Architettura

2 commenti di Alberto Iacovoni.ma0

Commento 157 del 13/07/2002
relativo all'articolo Sette invarianti? Forse nessuna...
di Sandro Lazier


Incredibile, chi si aspettava di sollevare un vespaio simile.
Incredibile come l'ennesima ridda di scemenze e banalità che pubblica arch'it abbia sviluppato, ben oltre la questione se le 7 invarianti siano teoria o meno, strumento di lettura o scrittura, una serie di piccati e personalissimi palleggi tra i commentatori, gare tra cultori della materia, un fiorire di epiteti che in discussioni sull'architettura sembravano estinti....
L'impressione, sinceramente, e senza voler entrare nel merito delle numerose questioni sollevate dai commenti, è che la pietra dello scandalo, come spesso accade, sia stata semplicemente un pretesto per una zuffa accademica ben poco interessante.
D'altronde non ci spiegheremmo altrimenti la strana condizione di trovarci d'accordo su molti punti degli interventi, salvo poi gustare qui e lì, o tutta insieme in un bel finalino una palata di acidità -zeviane?- inaspettate.

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13/7/2002 - PaoloG.L.Ferrara risponde

Nessuna zuffa accademica.
Alla vostra opinione si risponde con la nostra e, per cercare di uscire proprio dal "fare accademia", vi si chiede di approfondire, se non altro per dare ai lettori che non conoscono l'argomento la possibilità di capire, ragionarci, nel caso intervenire. La scusa della zuffa accademica rischia di volere coprire la ritirata.
Da parte nostra nessuna gara con nessuno: non c'interessano. Forse davvero non si è capito lo spirito di antiTHeSI.
Prego specificare: gli epiteti sono di Enrico G.Botta, sono tali e, dunque, inutili. A lui potete rispondere. Noi lo abbiamo già fatto.
Abbiamo comunicato anche alla redazione di Arch'it quanto è stato commentato da Botta sul loro operato.
Ripropongo: lo farete il lavoro di rilettura del dibattito sulle sette invarianti?

Commento 150 del 08/07/2002
relativo all'articolo Sette invarianti? Forse nessuna...
di Sandro Lazier


L'osservazione sulle sette invarianti non è nostra, bensì di Franco Raggi (in "Templi e roulottes, Casabella 408/1975), mentre la frase sui pretesti dell'architettura è di Luigi Moretti ( "Ricerche d'architettura", in "Spazio", 4 gen/feb 1951), come specificato in nota all'articolo citato.
Il tutto è stato dichiaratamente mescolato in una gustosa marmellata, in cui la sommatoria è + importante degli ingredienti singoli: è un testo fatto per frammenti e campionature e in quanto tale pieno di appropriazioni indebite e forzature, è in effetti come una ricetta culinaria, il risultato dipende da accostamenti di ingredienti a volte azzardati, ma che vanno preparati in un certo ordine e con certi tempi... e vanno infine gustati -o dis-gustati- tutti insieme e non separatamente.
Detto questo condividiamo pienamente la critica di Raggi proprio perché rivolta verso un personaggio della statura di Zevi e la usiamo riattualizzata nei confronti di chi oggi si pone all'avanguardia, ma è ancora legato ad una concezione tutta compositiva e linguistica dell'architettura. Abbiamo trovato in quella critica, importante proprio perché rivolta verso un maestro dell'architettura moderna, un avvertimento estremamente lucido nei confronti di tanta architettura attuale.
Ricordiamo ancora con emozione un messaggio di Zevi, invitato a intervenire in Facoltà durante l'occupazione del '90, il quale preferiva esortarci da fuori a rompere "la scatola" vuota dell'architettura accademica. Tutto può divenire accademia, tutto può diventare una scatola vuota, indipendentemente dai codici che l'hanno prodotta, e di Zevi vogliamo conservare più che la teoria delle sette invarianti uno spirito critico che a volte, anche ingiustamente è vero, ci impone di fare tabula rasa per riscoprire i valori dell'architettura.

P.S. E siamo completamente d'accordo sul fatto che il rapporto tra percezione e uso è fondamentale nel cogliere il carattere democratico di un'architettura..., ma l'uso a volte contraddice la percezione -o la forma- e esistono architetture "classiche" che permettono un'infinità di gradi di libertà in più rispetto a tante altre "anticlassiche".
L'uso spesso è imprevedibile, fa parte del tempo e della storia che modificano e a volte cancellano le intenzioni del progetto e con esso il senso stesso dell'architettura... per questo ci piace insinuare il dubbio anche tra le affermazioni di un amato e stimato maestro.

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8/7/2002 - Sandro Lazier risponde

Mi spiace, ma devo dissentire profondamente.
Se la critica di Franco Raggi poteva avere qualche consistenza nel 1975, ai confini del nascente postmodern, oggi l’ha perduta decisamente. Purtroppo non c’è altro modo di concepire l’architettura – e l’arte, ovviamente - che in forma comunicativa e per comunicare abbiamo bisogno di formulare un linguaggio. Noi siamo i segni (parole, gesti, suoni) che facciamo e che lasciamo. Questi segni sono l’unico modo per avere coscienza della nostra esistenza e di quella di chi ci ha preceduto. Detto questo il problema non è la concezione linguistica dell’architettura, verso la quale anch’io auspico un certo “distacco” (l’architetto deve fare l’architetto, non il linguista), ma il modo con cui i segni che la definiscono stanno insieme e, insieme, danno luogo ad una sorta di sintassi che connette e dà significato alle parole dell’architettura.
Zevi, questo, l’aveva capito e intuito molto bene. Per questa ragione ha dedicato una vita per scoprire ed elaborare una “sintassi” massima dentro cui raccogliere i capolavori della modernità e dell’intera storia dell’architettura. Se vogliamo parlare di architettura, e vogliamo comprenderci, abbiamo bisogno di un criterio di lettura condiviso sul piano della ragione e del racconto. L’architettura, oltre a guardare, si può solo raccontare e interpretare.
Se non si ha chiaro questo limite, questa gabbia “ermeneutica” dentro cui siamo costretti, non comprenderemo la modernità, l’arte moderna e nemmeno la storia e il passato.
Zevi non va ricordato solo perché era uomo contro, critico implacabile e carattere vulcanico e tutte le altre storielle sul suo carattere grintoso e battagliero, ma per il suo enorme sforzo teorico e letterario mai disgiunto dall’impegno politico e civile.
Gli uomini passano ma restano le idee, le parole che, una volta scritte, vivono e parlano da sole. Come in architettura.