Giornale di Critica dell'Architettura

3 commenti di Alberto Scarzella Mazzocchi

Commento 701 del 22/03/2004
relativo all'articolo Belli e/o brutti (milanesi)
di Maurizio De Caro


Belli e\o brutti (milanesi) 2
Ironizzare su Vittoriano Vigano è un gioco da fanciulli. Il taglio brutalista delle Sue opere l’ha portato ad arredare la mensa del Marchiondi con un selva di montanti delle acque nere che rallegravano, con il crepitio degli sciacquoni, il triste pasto dei reclusi, o , in mancanza di pennuti esotici da far svolazzare nella grande voliera, progettata per la rinata Triennale, a trasformare all’anilina degli scipiti piccioni padani in coloratissimi parrocchetti brasiliani.
Più impegnativo assumere il progetto del Parco Sempione a modello di un percorso che le amministrazioni comunali non devono assolutamente seguire; e quindi a perno del discorso che Maurizio De Caro ha affrontato con pertinenza di esempi.

E’ dal lontano 1954 che Viganò inizia ad elaborare proposte progettuali per la valorizzazione del Parco Sempione, concretizzate poi in otto lotti operativi. Gli elaborati restano però al chiuso dei cassetti dell’Amministrazione comunale sino al 1979 per essere approvati solo nel 1981. Secondo le previsioni di progetto, dopo lo smantellamento delle recinzioni, dovevano essere unificati i comparti che comprendono il Castello, l’Arena, l’Arco della Pace e la Torre del Parco, risanate le piantumazioni malate, sfoltendole dove si erano ingigantite e ripiantumandole nelle zone strappate all’asfalto e alla formula uno. Obiettivo, restituire il grande polmone verde di Milano al silenzio e alla sua monumentalità e ridare vita ad un vero parco come lo posseggono le grandi metropoli che amano il verde non solo a parole.
L’Amministrazione comunale rumina per 30 anni il progetto poi, in 24 ore, decide di dare il via ai lavori senza preavvisare abitanti, commercianti e automobilisti che una bella mattina si sono visti chiudere una serie di strade mentre le ruspe davano l’assalto ai chioschi di benzina. La protesta dei cittadini fu quindi repentina, quanto prevedibile.
Invece di porsi il problema di rivitalizzare l’area attorno all’arco della pace con bar, ristoranti, librerie e quant’altro potesse sostituirsi ai negozi di ricambio per auto, si dà inizio ad un braccio di ferro tra assessorato e Ministero ai beni ambientali, tra soprintendenza regionale e statale, con l’approvazione di delibere che si annullano a vicenda generando repentine interruzioni dei lavori. Risultato, la città si trova a gestire un opera incompiuta con evidenti segni di abbandono, resi ancor più evidenti da una pessima esecuzione dei lavori. Ed il progetto del Parco Sempione viene inserito d’ufficio nell’elenco delle grandi incompiute: Palazzo Reale, la Grande Brera, piazzale Dateo con il veto alla proposta di Magistretti, al recupero dei giardini del Piermarini ai Boschetti di via Marina, e a quello dei Navigli.
E noi invece di condannare il sistema delle lotte interne tra amministratori comunali regionali e statali, tra soprintendenze decentrate e dell’assenza di un responsabile che impediscono il concretizzarsi delle opere, disperdiamo le nostre energie nel dare spazio alle critiche innescate dalla calligrafia dei lampioni che, a mio avviso, hanno invece il pregio di evocare, con un segno attuale, l’atmosfera ottocentesca in felice connubio formale.
Se critica va fatta al progetto, nell’ambito caratterizzato dai lampioni, riguarda la sistemazione del tratto che fiancheggia i binari del tram. Ma quanto è da attribuirsi al progetto e quanto alle esigenze e ai vincoli dell’Azienda tranviaria?
Chiediamoci semmai perché Milano, pur avendo tra i suoi cittadini un folto gruppo di designers che il mondo ci invidia, si ritrovi con un’arredo urbano tra i più dequalificati. Individuiamo i laccioli che ne impediscono il risveglio e insieme cerchiamo di scioglierli.

[Torna su]

Commento 585 del 15/01/2004
relativo all'articolo Villa Colli - Lettera a Pio Baldi
di Mariopaolo Fadda


AntiTHeSi
Abbiamo letto con interesse la lettera di Mariopaolo Fadda a favore di Villa Colli in particolare e dell’architettura moderna in generale.
Ci piace ricordare come in occasione dell’elaborazione della Legge sulla qualità architettonica abbiamo incontrato il Dr. Squitieri, capo di Gabinetto del Ministero dei Beni Culturali, per offrire il contributo del mondo libero-professionale alla stesura del testo e soprattutto per ricordare come, ad oggi, la Legge, pur prevedendo l’inserimento delle architetture moderne nell’elenco dei beni vincolati a tutti gli effetti di legge, non ha ancora programmato regolamento, modalità e tempi.
La sottoscrizione a favore della Villa Colli, potrebbe favorire la sensibilizzazione degli estensori della Legge sulla qualità architettonica su questo tema, ricordando come solo dopo oltre quarant’anni si è avuto risposta positiva alla domanda di vincolare la casa progettata da Gardella a fronte del parco di Milano.
Cordialmente
Il Comitato Direttivo del Co.Di.Arch. Comitato per la Difesa degli interessi degli Architetti:
Tomaso Gray de Cristoforis, Giovanni Loy, Beniamino Rocca, Maristella Terzoli, Alberto Scarzella.

Originale lettera in formato pdf (~53Kb)


[Torna su]

Commento 71 del 13/03/2002
relativo all'articolo Mario Galvagni: la ricerca silente
di Beniamino Rocca


In risposta al commento 69
Afferma Arianna Sdei che il messaggio va comunicato ed è compito dell'artefice del messaggio il farlo passare.
Sono d'accordo ma non è il caso di Mario Galvagni, perché i suoi disegni sono stati contestati in quanto inusuali, all'epoca, in una rivista di architettura.
Galvagni, esprimendosi nelle tre dimensioni, elaborava i suoi progetti con il metodo delle sezioni sovrapposte, allora in uso per i disegni di aerei, navi o di componenti meccaniche dei motori.
Doveva quindi, lanciare il messaggio che un'architettura, che esce dal piano, deve essere disegnata con altre tecniche, per ottenere l'effetto voluto, e per verificare la validità e la forza dei volumi.
Disegnare i suoi progetti nelle due dimensioni significava tradirne lo spirito, appiattendole.
Galvagni non è stato, e non è, un artista incompreso, bensì un artista scomodo. Nel proporre le sue architetture, "osava" criticare i maestri, e i gruppi elitari che li osannavano ed imponevano i loro credo, nelle università e nell'editoria di settore.
Zevi, avrebbe potuto aiutarlo, perché come Ponti, era estraneo dal giro di questi gruppi. Purtroppo c'è stato scontro tra due personalità, ed il vivere in due città sufficientemente distanti tra loro, anche culturalmente, come Roma e Milano non ha certamente aiutato.
Poi Zevi, che avrà avuto un sacco di difetti ma che era costituzionalmente corretto e che amava profondamente l'architettura, ha avuto la forza di rompere il ghiaccio. E anche questo è un fatto importante, da ricordare.
Perché concede speranza.
Alberto Scarzella Mazzocchi

[Torna su]