Giornale di Critica dell'Architettura

3 commenti di Attilio Vannucci

Commento 940 del 18/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Cara Antithesi,
ma chi glielo fa fare a Mauro di occuparsi della difesa d'ufficio di Boeri? Non siamo certo in un processo per genocidio, l'idolo di Mauro si terrà i suoi galloni da generale conquistati sul campo grazie ad un'estrema abilità nell'inciucio: mica vogliamo crocifiggerlo per questo.
Il problema però rimane sempre lo stesso, irrisolto da questa appassionata "baruffa chiozzotta", cui forse sarà bene dare un taglio.
E' giusto usare una rivista soprattutto per far carriera ?
I fascisti hanno già risposto ME NE FREGO.
I democratici di centro più o meno lo stessa cosa.
Vabbè, non muore mica nessuno.
Si conferma solo che molti architetti italiani hanno parecchia fifa di chiunque ha un po' di potere. Perciò gli "leccano il culo" (consentitemi di parafrasare una garbata espressione di Fadda) ogni qual volta lo considerano utile, magari, chissà, in futuro.
Cari saluti

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Commento 935 del 15/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Cara Antithesi,
temo che la voglia di chiacchierare futilmente che distingue gli italiani non solo al telefono cellulare dilaghi ormai anche in luoghi e su argomenti che dovrebbero essere seri.
Ho sempre pensato che sulle pagine del vostro sito si potessero affrontare questioni importanti con la velocità e la leggerezza caratteristiche del Web, ma qui siamo arrivati alle battute da bar.
Con l'occasione dolorosa della scomparsa di uno degli ultimi maestri italiani in architettura qualcuno solleva la questione dell'obiettività dell'informazione su Domus? La critica diviene insulto (altro tipico tratto della propaganda berlusconiana), Boeri puo' fare quello che gli pare, chi non condivide la sua impostazione della rivista puo' benissimo non leggerla.
Non c'è bisogno di evocare il Signor Ockam o gli Anziani dei Protocolli di Sion: questo si chiama atteggiamento pilatesco. Ovvero, se mi si pone un problema, io me ne lavo le mani: che l'Innocente vada sulla croce o, più banalmente, usate pure Domus per i vostri interessi privati.
Ma lo sa la signora Torselli che, oltre a somministrare ai suoi lettori decine di pagine sull'architettura sgangherata di Koolhaas, Boeri progetta da tempo di far compilare al "Giordano Bruno vestito di Prada" (come osò scrivere una volta il povero Sudjic, poi fatto fuori dalla direzione della rivista per far posto allo stesso rampante Boeri) un intero numero di Domus? Se questo non è mettere a disposizione la rivista come "house organ" di OMA/AMO (lo studio di Koolhaas), vorrei sapere cos’è.
L’allegato con gli scritti di Giancarlo De Carlo potrà anche non essere stato così cinicamente pianificato come congettura Vallenzasca, ma altre, troppe coincidenze fanno pensare che davvero Boeri usi Domus soprattutto per aiutare sé stesso e i suoi amici: che come si sa, in Italia e non solo, è sempre un buon sistema per farsi strada nella vita, specialmente per chi scarseggia di vero talento.
Cari saluti

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Commento 933 del 13/07/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Caro Vallenzasca,
mi rivolgo a te che mi sembri il più lucido in questo divertente battitecco scatenato dalla tua legittima -mi pare- perplessità nei confronti dell'allegra gestione che a Domus Boeri fa di vivi e morti, a cominciare da De Carlo.
Ti inviterei però a non scaldarti tanto, in primo luogo con un interlocutore così povero di argomenti come il solito ignoto Mauro. Il suo è il tipico repertorio di chi è obnubilato dalla comunicazione tutta uguale che oggi fanno le riviste. Nomina testi come "Mutations" - che credo proprio non passerà alla storia dell'architettura -come chissà quale opera fondamentale. Compie un bel transfert freudiano tra il provincialismo suo e di Boeri -cioè quello tutto intento a fare da megafono proprio agli "olandesi" etc.- e il giusto desiderio di molti giovani architetti italiani di vedere riconosciuti i propri sforzi per realizzare un'architettura contemporanea in Italia: possibilmente prima di avere sessant'anni come Piano o Fuksas. Provinciale non è chi vive e lavora in provincia (era forse De Carlo provinciale?) ma chi crede che pubblicando solo -anzi diciamo al 90% - stranieri su Domus la si renda internazionale.
Gio Ponti, tanto per dire, ha fatto grande Domus parlando sicuramente più di architettura e design italiani, e comunque dosando attentamente la miscela italiani/stranieri.
Quanto poi al curioso argomento che il conflitto d'interessi sia un "luogo comune" dimostra solo fino a che punto la propaganda berlusconiana e lo stile di vita ribaldo si siano insinuati fin nel midollo degli italiani, disposti ad accettare qualsiasi livello di clientelismo nel loro quotidiano pur di continuare a godere di privilegi, anche i più miserabili.
Mi sembra però più utile mantenere un atteggiamento più sereno verso questa situazione di inciucio -per non dire conflitto d'interessi- anche a Domus: intanto come si sa i suoi direttori non durano più di qualche anno, la direzione di Boeri passerà e verrà ricordata più o meno alla stregua di quella di Lampugnani: cioè zero. Certo, quando questo succederà non lo sappiamo, ma la netta flessione subito dalle vendite della rivista, iniziata con Sudjic e diventata drammatica da quando Boeri fa finta di dirigerla, certo non depone a suo favore.
E poi gli architetti, specialmente i giovani, hanno da tempo imparato a seguire "Detail" o la meno crucca "The Plan", che pure si avvantaggia, come Abitare e perfino Casabella, dell'illeggibilità di Domus.
I veri architetti -un po' come diceva Che Guevara sui rivoluzionari che devono fare la rivoluzione -vogliono fare l'architettura: e non è escluso che possa servire loro più l'analisi -anche un po' pignola- di un progetto dal punto di vista tecnico, rispetto alla centesima intervista di Obrist all'ennesimo artista (straniero, guarda un po') o ai tromboni -come li chiami tu, Vallenzasca- Branzi, Mari, Mendini, etc.
Ma non era forse agghiacciante quella copertina di Domus con quattro o cinque designer, tutti rigorosamente milanesi e oltre i settanta, che si guardano con aria interdetta e un po'assonnata?
La fotografia della mummificazione del design italiano, altro che voglia di fare e proporre.
Concludo: la situazione, lo diceva Flaiano, è grave ma non seria.
Per provare ad uscirne basterebbe forse dare meno importanza al chiacchiericcio delle riviste e affrontare i veri nodi problematici - critica, formazione, mercato, professione, ricerca, industria e produzione edilizia, corruzione, influenze politiche, etc. - dell'architettura italiana (le "tendenze" lasciamole alle riviste per signore). Vorrei vedere -il giorno che questi temi diventassero di moda- se anche le riviste "alte", Domus compresa, non tonerebbero ad occuparsene.
In fondo, perfino i quotidiani hanno cominciato a farlo. E penso che anche a De Carlo non sarebbe dispiaciuto leggere anche di questo su Domus.
Cari saluti

PS
Però l'idea del punteggio pagine Koolhaas/altri architetti non è male.
Se trovo tempo in un week end provo a farlo, poi vi scrivo

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