Giornale di Critica dell'Architettura

1 commenti di Enrico Boffa

Commento 492 del 12/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


In questi ultimi giorni ho seguito con attenzione ed interesse le polemiche e i commenti riguardo il tavolino “ erba voglio”. Devo ammettere che io questo oggetto lo avevo già visto, prima che fosse pubblicato sulle pagine di Antithesi, essendo Luca Toppino un caro amico ed avendo passato piacevolissime serate attorno all’erba voglio.
Osservando quali e quanti commenti ha suscitato l’articolo “Design inerba”, mi sono reso conto che l’idea che ha generato il tavolino erboso ha fatto centro: proverò a spiegarmi meglio. Fra i vari personaggi che sono intervenuti a commentare gli articoli, quello con cui paradossalmente mi sono trovato pienamente d’accordo è stato D’Ambrosio ( naturalmente tralasciando le affermazioni paternalistiche condotte sul piano personale, sintomo di una caduta di stile di un pur bravo ed affermato progettista). Giovanni d’Ambrosio afferma che ,”L'idea di necessità che è dietro tutte le grandi idee dei progettisti di design e dell'architettura degli inizi del " 900 è ciò a cui dovremmo fare riferimento.” Pienamente d’accordo, ma a questo punto la domanda è: le necessità , perlopiù in una società dell’immagine e della comunicazione, sono sempre le stesse, condivise e accettate da tutti e soprattutto cambiano i modi e i mezzi con cui queste vengono soddisfatte?
I tempi cambiano e con essi le aspirazioni e le necessità dell’individuo; c’è un episodio, riportato nel libro “This is Tomorrow“ di Luigi Prestilenza Puglisi, che secondo me può aiutarci a capire come ciò che un tempo era considerato indispensabile per un’organizzazione razionale della vita dell’uomo, in grado di soddisfarne i bisogni ora non lo è più e viceversa.
Nel 1994 viene affidato a Gaetano Pesce il compito di ristrutturare la sede di New York della Chiat/Day, nota agenzia pubblicitaria americana. Il progetto di Pesce si può considerare un’opera antifunzionalista, che non esita sacrificare l’utile all’inutile. Basti pensare alla scelta di alcuni materiali, videocassette usate che formano pareti, resine colorate per i pavimenti, materie plastiche che danno vita a figure antropomorfe, come bucature che ricordano le bocche delle bambole gonfiabili in vendita nei sexyshop. Chait, il proprietario dell’agenzia, in un’intervista rilasciata qualche tempo dopo la conclusione dell’opera, affermava che il progetto alla fine funzionava anche in termini economici, avendo l’agenzia incrementato i guadagni. Gli oggetti introdotti da Pesce a prima vista sono tutt’altro che funzionali per un’organizzazione tradizionale di un ufficio e non soddisfano le caratteristiche richieste da una postazione di lavoro, ma ad una più attenta analisi ci si accorge che invece diventano gli elementi fondamentali per una struttura produttiva che vende immagine e creatività. In questo caso gli oggetti hanno svolto al meglio la funzione per cui sono stati progettati, quella di essere funzionali all’azienda, anche se in modo diverso dai canoni tradizionali dell’organizzazione del lavoro d’ufficio.
Così anche il tavolino di Luca Toppino oltre a svolgere la sua funzione primaria, sorreggendo un portacenere o un buon bicchiere di vino, ha dato il là, nelle serate fra amici sopra citate, ad interessanti discussioni sugli anni ’60, la musica, il cinema e perché no anche agli sfottò dei più scettici. E’ diventato un elemento capace di aggregare e far discutere non solo in un luogo fisico, ma anche in un luogo virtuale come il web, e allora….. cosa volete di più da un oggetto nato per gioco e divertimento?

Enrico Boffa

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