Giornale di Critica dell'Architettura

147 commenti di Giannino Cusano

Commento 8563 del 04/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


E già: Bateson. Dai suoi seminari newyorkesi degli anni '50 del '900, ai quali parteciparono la moglie Margaret Mead e scienziati come Norbert Wiener, emerse una visione completamente nuova della psiche umana, destinata a rivoluzionare e rovesciare quella psicanalitica. La psiche è partecipe delle vicende sociali e, che lo voglia o no, vi è totalmente coinvolta. Senza il "double bind" di Bateson non avremmo avuto Ronald Laing, Gilles Deleuze e Felix Guattari col loro anti-Edipo, né Jacques Derrida.

"Ti ordino di disobbedirmi" è la forma tipica del "double bind". A quel punto il povero "Io" che deve fare, se non dividersi schizofrenicamente? Già Jung aveva intuito che la schizofrenia si può affrontare solo da un punto di vista ambientale e non isolando il soggetto dal suo contesto. E se tutta la cultura occidentale fosse affetta da questo dato di fondo del double bind? E' la domanda dell'anti-psichiatria e dei post-strutturalisti francesi.

Laing esemplifica così: una madre, per il compleanno del figlio, lo invita a cena e gli regala 2 cravatte, una rossa e una verde. Lo invita ad andare di sopra a cambiarsi e a indossare una delle cravatte che gli ha regalato. Il figlio si cambia e torna di sotto per cenare indossando la cravatta rossa. La madre gli dice :- Ecco: lo sapevo, io, che la cravatta verde non ti sarebbe piaciuta!- A quel punto il figlio cosa deve fare? Questo, dice Laing, è un tipico esempio di double bind, di comportamento schizogeno: che genera dissociazione.

E' proprio del nostro linguaggio e di tutta la nostra cultura occidentale, di essere così: linguaggio ipotecato dalla schizofrenia del potere, dall'illusione di sfuggire al paradosso (che essa stessa genera, in effetti) attraverso l'idealistica univocità del "senso", che sistematicamente mette e tiene in ombra i "doppi" illudendosi di controllarli e domarli. Ed è proprio del "logocentrismo" (Derrida). I "nodi" di Laing sono poesie scritte con la logica non concettuale degli schizofrenici: con i quali, peraltro, Laing riusciva perfettamente a comunicare. Tutto ciò che sfugge alla "classificabilità" del senso e della ragione va eliminato: non esiste.

E se l'inconscio, invece, non fosse nient'altro che un "effetto di superficie" (G.Deleuze)?

G.C.




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Commento 8561 del 03/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


to Torselli:

PS: per passare dalla poesia al linguaggio “d'uso”, insomma, ho l'impressione che dobbiamo operare (e di fatto operiamo sempre) un clivaggio, un cesoiamento, un taglio nel corpo vivo del poetico, che invece include reale e irreale e tutti i “doppi” che il linguaggio rompe, scinde, separa e distingue. Incorrendo in mille paradossi logici affini a quelli dello "split" psicoanalitico originario (Es-Io-SuperIo).

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Commento 8560 del 03/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Vilma Torselli ha scritto:

«In particolare mi pare assolutamente condivisibile la chiusa finale: "L'arte non ha, come si possiede un oggetto o un che di estraneo, "senso" perché l'arte è essa stessa (il) senso".»

sicuramente ha compreso benissimo, per quel poco che sono riuscito a spiegarmi. La domanda fondamentale, nel mio modo di vedere odierno, che non ho esplicitato abbastanza e che vado mettendo a fuoco, è : la logica "concettuale" precede quella "poetica" o non è, piuttosto, il contrario? E' il "Cogito" (peraltro vuoto di contenuto, così come lo aveva formulato Cartesio) o non è per caso l'intuizione poetica che fonda la realtà? Se ammettiamo l'ipotesi cartesiana, dobbiamo concludere che il senso fonda anche il poetico. Dunque, il linguaggio nel suo uno corrente, informa anche la poesia e l'arte. E se, invece, fosse il contrario? Se la conoscenza pre-logica del mondo fosse il presupposto per quella logica, non avrebbe gran senso interrogarsi sul senso nell'arte. Se è così, non dovremmo considerare i capolavori come "intensificazione" di un linguaggio corrente e già dato, quanto il contrario. La "designazione" (di un contenuto, di un concetto, di un "senso") sarebbe allora successiva: abbiamo di fronte, cioè, una "visione" poetica e solo allora mi pare che ci poniamo il problema:- e ora che ne faccio?-

I creatori di linguaggio sono i poeti, per me, perché non si pongono il problema "utilitaristico" di "significare" qualcosa: e quindi (aveva ragione Zevi) il linguaggio va desunto dai capolavori: il contrario non porta da nessuna parte. Non portano da nessuna parte le elaborazioni, per quanto concettualmente sofisticate, della linguistica e non porta, perciò, da nessuna parte l'idea di estrarre il linguaggio dalle opere "paradigmatiche". Cioè da prodotti correnti e mediocri.

Se riapriamo l'Ulisse di Joyce, per esempio, ci accorgiamo subito di quant'è banale, inconsistente, inesistente Molly Bloom-Penelope: tanto più che (particolare fondamentale, a mio parere, che istituisce un "vuoto" enorme) non ha nulla della dimensione eroica del personaggio omerico. Non esiste, come tutti i personaggi dell'Ulisse joyciano. Sono dei non-Io che agiscono, interagiscono, pensano, parlano. Eppure Molly è una creatura intensamente (e altrimenti) poetica. E non si esce dalla rete delle continue intersezioni di significanti di Joyce: non si è rimandati ad "altro", come a un significato o un "senso". .Altro che la "polisemia" dell'Opera Aperta su cui tanto insiste Eco: non mi pare affatto che ci sia proprio la "-semìa", nè mono- né poli-. O meglio: ci sono gli atomi, i "semi" di un nuovo linguaggio ma non il suo "uso" linguistico come lo intenderebbero Saussure o Jakobson. La polisemìa di Eco, in questa prospettiva, appartiene già al momento logico-concettuale, al successivo, al linguaggio divenuto lingua, non alla creazione poetica di Joyce: la cui immediatezza, che non pare certo il suo "senso", solo Joyce ci può dare.

Poi, certo, se ne può riprendere l'ingegneria, come magistralmente fa Nadine Gordimer già dalle prime pagine di "Jump" (Il salto), quando una sera in Sud Africa, durante scontri sanguinosi, sale in taxi e per darci l'idea della gran confusione, stanchezza, follia che sento intorno e dentro di sé, spezzetta e intreccia parole con la stessa tecnica linguistica: lo scopo è letterario. E' significare qualcosa; il senso è la sua spossatezza e la spossatezza di un popolo piegato e umiliato dall'apartheid. Ecco, dunque, come l'invenzione poetica di Joyce diviene funzionale, nella Gordimer, a un "senso" (anzi: a un poli-senso aperto, alla Umberto Eco) cui rinvia, ma non lo "costituisce" poeticamente. Possiamo "dire" il senso letterario della scrittura della grande scrittrice come un quid che riunisce 2 serie separate, quella di significati e quella di significanti (la parola monca, i pensieri monchi che s'intrecciano confusamente e si smembrano assistendo allo smembramento del il popolo sudafricano, alla sua dominazione e persino a quello dei singoli corpi uccisi e smembrati ,per le strade ecc.): un rinvio è possibile solo previa scissione delle 2 serie. E posso tentare di riscrivere a quel modo avendo in mente altri "sensi", altre situazioni da additare ed evocare.

Non così, a me pare, in Joyce: il vuoto joyciano nella Gordimer è il pieno dei suoi pensieri frammentati, significativi del suo animo “fatto a pezzi” dalle vicende tragiche cui assiste. Che si potevano “significare” in mille altri modi.

Questo non vuol dire, dal mio punto di vista, che il poeta sia avulso dal mondo, ma solo che non lo descrive, non lo "significa", non lo racconta e non rimanda ad esso ma fa un'altra operazione, più complessa e sintetica, differente rispetto a quella del "letterato": che ne ricostituisce e ne rifonda, ne rivoluziona i segni rendendoli disponibili per quanti poi intendono "dire", "significare", "designare" qualcosa. .

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Commento 8558 del 01/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


PS: x Torselli.

Nel commento precedente (8557) ho scritto "muore il mito della morte dell'arte" sottintendendo che muore, soprattutto, quello dell'Idea Assoluta, che ci ha regalato i lager. Mi pareva scontato, ma mi accorgo che va esplicitato :)))

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Commento 8557 del 01/06/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


Interessante e stimolante, come sempre, il commento della Torselli. Credo di dovere, a questo punto, fare attenzione alle parole, che sono trappole terribili soprattutto quando si parla "di" arte.

Non credo che l'arte sia più reale che irreale o viceversa: il problema di distinguere realtà da irrealtà mi pare compito della logica, non dell'arte o dell'estetica. Poi, certo, tutte le attività umane interagiscono e sono tra loro complementari, dato che noi esseri umani non siamo fatti a cassettini e compartimenti separati ognuno dei quali contiene un mondo a sé..

Quando si dice "arte senza senso" occorrerebbe, forse, anzitutto chiarirsi reciprocamente cosa intendiamo per senso e se, per es., identifichiamo o meno "significato" con "senso" ecc. E già questo porterebbe assai lontano.

"Senza senso" personalmente lo intendo, semplificando molto, in modo anti-idealistico (o non idealistico): l'arte, dal mio punto di vista o di osservazione, NON è manifestazione sensibile dell'Idea, come voleva l'hegelismo sulla scia del platonismo. Solo concependo l'arte come "manifestazione sensibile dell'Idea" si può arrivare alla conclusione del tutto paradossale della "morte dell'arte". Sulla quale, peraltro, va doverosamente detto che in Hegel non si torova né la sottoscrisse mai di suo pugno. Quello che sappiamo della "morte dell'arte", invece, lo sappiamo da appunti presi alle lezioni del grande filosofo da parte di un suo allievo, raccolti poi in una "Estetica" che Hegel non sottoscrisse. Cosa abbia realmente detto nelle sue lezioni e come l'abbia interpretato l'allievo, non lo sappiamo. Il dubbio resta, anche perché questa faccenda della "morte dell'arte", per quanto paradossale, è assolutamente compatibile e coerente col pensiero del filosofo tedesco. E tanto di cappello se, ammesso che la teroria sia sua, non ha avuto paura di andare fino in fondo e di tirare tutte le conseguenze del suo pensiero con tanto coraggio.
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Certo, se l'arte è definita come "manifestazione sensibile dell'Idea", conterà più l'idea dell'opera d'arte. E con questa premessa (a mio parere erronea), essendo la filosofia fatta di concetti privi di materia, colore, argilla ecc. , è chiaro che può innalzarsi a vette superiori a quelle dell'arte. Ma se concepiamo arte e filosofia come due momenti diversi e non disposti gerarchicamente una più in basso, l'altra più in alto nella scala che porta allì'Idea Assoluta, la prospettiva cambia totalmente. E muore anche il mito (o il timore) della morte dell'arte.

Il punto a me pare sia che l'artista, a differenza del logico e del filosofo, non è uno che crede o non crede in un'immagine: semplicemente, la produce. E in quel modo assai particolare per cui "contenuto" e "forma" sono talmente fusi e inscindibili nell'opera d'arte, che costituiscono un unico atto. Se fosse altrimenti, la poesia non sarebbe verità (sono convintissimo proprio che la poesia sia opera di verità) ma in veste allegorica, o metaforica piuttosto che metonimica, di verità: cioé, per questa via, tutto meno che poesia, nella quale invece la parola, la forma, il colore, lo spazio è inseparabile dal contenuto.

La parola è la poesia stessa. Tanto che quando ci si affanna a spiegarla, la sua magia è già sparita e per ricostruirla si può solo tornare a rileggerla (ripeterla) nell'unica sua forma posibile: .quella in cui è stata espressa. Quando facciamo opera critica noi non spieghiamo mai la poesia. Facciamo, credo, un'altra operazione: gettiamo luce sulle materie grezze elaborate dal poeta e da lui trasformate in questa "forma-contenuto", in questo "significante-significato". Qualsiasi commento e discorso sarà sempre estraneo alla poesia e quell'estraneità ci distoglie dal suo incanto estetico. E a volte ci infastidisce, perché quell'incanto è senza parole: ha già le sue parole, che sono quelle della poesia che ci ha guidato.

Qual è il "senso" di quella poesia? Non è permutabile con discorsi: è tutto intero e già dato lì, in quei versi. così come sono dati in quella particolare "visione".
Poi, certo, i discorsi "su" questa o quell'opera d'arte sono utilissimi: ma servono, appunto, a un fine pratico, non a fare luce sulla sua poeticità, sulla sua poesia e sulla sua arte, ma sui suoi motivi conduttori: le materie (passioni ecc.) di cui l'artista si è servito.

In una poesia ci si immerge e ci si lascia attraversare o non si entra in quel mondo poetico. E l'incanto è sempre quello di una sospensione della parola: cioé del "senso". Che è, del pari, "non-senso": senso e nonsenso sono inscindibili come reale e irreale. E' questo che il linguaggio corrente non vuole riconoscere: nella sua ansia di dare un senso a tutto, dimentica di essere al contempo nonsenso. Come la ragione cartesiana, nell'illusione di definire e tenere la follia fuori dal proprio recinto, dimentica che in questo modo la genera perché la Ragione è fondata esattamente sull

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Commento 8556 del 30/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


«prima di riflettere, gli specchi farebbero bene ... a riflettere»
Jean Cocteau

... e ci stiamo pure a riflettere ?

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Commento 8552 del 29/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


e non sono discorsi astratti o campati per aria. Guardiamoci intorno, è notizia di oggi: «ragazzo di 22 anni pestato a sangue a Roma al grido di "frocio frocio" rischia di perdere un occhio». Questo è l'Altro. E non c'è da imbastire discorsi, sull'Altro.

Poi, però, se guardiamo l'arte contemporanea, inorridiamo e ci ritraiamo nell'illusoria immaginazione di un passato, una perduta età del'oro mitica quanto inestistente: preferiamo non vedere che l'arte è anzitutto il nostro specchio più vero e profondo. E che non è obbligata ad avere un "senso", al pari della gratuità della violenza. Con la differenza, non da poco, che la prima ci stacca dalla seconda.

G.C.

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Commento 8201 del 24/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


PS: PRECISAZIONI CHE RITENGO UTILI

e spero alimentino altri commenti e approfondimenti.

Spesso l'idea di "assenza del senso", in arte e in architettura, si accompagna a sospetti di "autoreferenzialità". Non mi pare che sia così: è stato lo strutturalismo (S) a portare a una logica autoreferenziale. Per lo S conta anzitutto e solo il modo in cui si organizzano (fanno struttura) i significanti in questo soggetto o in quest'opera d'arte, perché solo così si riuscirebbe a far luce parziale sul significato profondo ed occulto che li genera anche su più stratificazioni diverse. Questo portava a una metafisica del significato: solo e tutte le sequenze, relazioni e strutture di segni ripetitive hanno valore in quanto gettano luce su un significato occulto che genera quelle "strutture". Inutile dunque illudersi di poter guidare il discorso, perché è guidato da forze inconsce, strutturali, archetipe. Così Aldo Rossi, per es.: e non a caso la metafisica del significato univoco, centrale e occulto della città si riflette nella metafisica dei suoi edifici.
Ne "L'architettura della città" afferma che non si sfugge alle "permanenze" della città antica. Se ne conclude che la libertà e responsabilità creativa è un'illusione e che non serve, per es., affannarsi a decentrare i ministeri romani nell'Asse Attrezzato, perché essi per lo più sorgono in luoghi a fortissima valenza simbolica come monasteri dismessi, a loro volta sorti su luoghi pagani già a intensa carica simbolica, e quindi aderiscono a una struttura profonda, consolidata nel tempo e indecifrabile di “permanenze” urbane. Qui sta la metafisica di un senso già dato a priori dal quale, in quest'ottica, non si può sfuggire. Ogni intervento innovativo sulla città verrà rigettato come un organo trapiantato. E qui, anche, l'equivoco storicista, contro ogni concreta lettura storica della città e delle sue trasformazioni. Che, nell'ottica dello S, sono come date a priori e trascendono ogni nostro contributo e sforzo. Così, per es., Palazzo della Ragione a Padova, la "struttura" è più forte di qualsiasi trasformazione e il suo significato centrale è tanto più potente quanto più è oscuro (inconscio). Allora quello che conta sono le relazioni strutturali tra le “parti” di città, immutabili in quanto determinae da un Ur-codice sottostante: ogni sforzo creativo è velleitario. Anzi: il soggetto e il soggettivo sono solo sovrastrutture destinate al fallimento, in quanto ciascuno di noi è il prodotto di forze trascendenti e obbedisce a leggi oggettive e fatali. Se contano le relazioni tra le parti, il discorso architettonico è autoreferenziale ed autonomistico: non ammette posto per il nostro essere “umani”.
La rivolta post-strutturalista, pur non rifiutando acquisizioni importanti dello S, nel negare il “senso” in realtà nega la "metafisica" del senso. La superficie non è il prodotto di una massa profonda di significato (contenuto) che, nella sua relazione col significante, sarebbe già dato una volta per tutte e inscalfibile, inesprimibile come un Dio nascosto, perché la superficie non è solo un risultato, ma ha una propria vita non ulteriormente trascendibile.
All'autoreferenzialità dello S ora succede una via nuova: quella dell'Altro: il suo riconoscimento. (Derrida: ogni filosofia inizia con una domanda, ma ogni domanda presuppone l'affermazione dell'Altro cui essa, implicitamente, si rivolge). Se il “gioco” dei significanti non è predeterminato da relazioni strutturali date, perché è oggetto di invenzione, non conta più nulla l'illusione linguistica del logocentrismo (parlo e non dico nulla perché i giochi sono già fatti sopra la mia testa) e soprattutto non ci sono concetti universalmente dati e validi per tutti (Foucault), come pretenderebbe lo S; non c'è necesstià universale (e astratta) che si potrebbero conoscere attraverso analisi, per quanto accurata, della realtà: non c'è fondamento ultimo alla realtà, né del soggetto né del mondo “oggettivo” (Nietzsche).
Infatti Baudrillard avverte che il discorso poetico non ha nulla da spartire non solo con l'economico, ma anche con la “critica dell'economia politica”. Il potere carcerario che l'anima detiene sul corpo è lo stesso che il linguaggio detiene sulla parola (Foucault) e proprio da questo giogo nasce l'illusorio concetto dell'Io. Rompere il giogo non è, come credeva l'Espressionismo, liberare sentimenti repressi del soggetto, ma affermare l'Altro: riuscire alla messa in contatto da interno a interno, da soggetto a soggetto. direttamente (Carmelo Bene e la macchina attoriale) attraverso l'emozione dell'inenarrabile e irripetibile (al contrario della perpetua ripetitività autoreferenziale dello S) e prima ancora di “essere detti” dal linguaggio, che bara sempre al gioco. Nemmeno il senso vuoto freudiano (Thanatos), per molti aspetti rivoluzionario, che sta al fondo della psicanalisi, basta: è il vuoto di senso (Deleuze) che mi consente di il contatto con l'Altro at

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Commento 8198 del 21/05/2010
relativo all'articolo Molinari: Biennale ailati ...ma de che?
di La redazione


Non ho visto la Biennale, ma se nell'assieme il taglio è esemplificato da :
«La volumetria si genera come estrusione di un profilo tipo che richiama la forma tradizionale dei tetti a falda.»
o da:
«un semplice contenitore rettangolare di 78 per 28 metri (...). (...) lo spazio risulta così illuminato e irradiato senza necessità di consumo di energia»
c'è da rimanere estasiati d'entusiasmo..
Digerito l'antipasto, arriva la mappazza del primo:
« costruzione è pensata per consentire la riconversione e il recupero dell’edificio, progettato per poter essere smontato e rimontato in altro luogo»
pure? Dopo aver catapultato lì quell'ovvietà, stanno per caso dicendo che domani potrà essere smontata e fiondata sul cranio di qualche ignaro passante, "somewhere in the city"? Poi dice che uno evade le tasse e col ricavato compera mescalina. Alla pietanza, è d'obligo un buon bicchiere, invecchiato in barrique, di Idraulico liquido o di Mr. Muscolo: :
« Le pareti esterne sono in struttura metallica, rivestite da pannelli in tessuto siliconico che trasformano la scatola edilizia in una superficie morbida e vibratile»
Efficace risposta ecosostenibile alla crisi economica e della chirurgia plasitca.
Ma di cosa si parla, di grazia? Di "reinterpretare" il tetto e "rivisitare" l'estrusione? Di un "semplice contenitore rettangolare" rigorosamente siliconato, per cui la cui superficie miracolosamente rinascerebbe a nuova vita "morbida e vibratile" come una Morosita? E' proprio vero, allora, che «il corpo implora il ritorno all’inorganico e nel frattempo non si nega nulla» (C. Bene)..Invece di cambiare i segni, li imbellettiamo? No, perché l'arte sarà pure senza senso (e concordo in pieno con quanti lo sostengono) ma si serve bene di materali che a qualcosa servono, per farli diventare altro.
Ma il tetto, l'estruso, il prisma, a che cavolo servono nell'epoca delle incertezze e della telematica? Ad essere "reinterpretati"? A dare "continuità nell'innovazione"? Ossimori e frasi senza piega e senza una piega.
Bisogna cambiare i segni, non riproporli riciambottando salsine strane: un segno non è una ricetta ma una cifra della mente. Mente. Non l'organo sopravvalutato che chiamiamo "cervello", con tutte le sue categorie cerebraloidi ma la mente dello Yogi, il cervello liquido diffuso per il corpo intero, quello tramite cui si de-pensa. Che non ammette schemi o meccaniche prefigurazioni.
Se questa è l'Italia architettonica di oggi e di domani ...
G.C.


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Commento 8032 del 14/05/2010
relativo all'articolo Arte senza senso
di Sandro Lazier


«Il cinema si ispira alla vita, solo che la vita si ispira alla tv»: folgorante Woody Allen.

Tutti i media a gran voce; tutti: «contro la crisi e le speculazioni l'UE stanzia 750 miliardi di euro!!!» Un vero trionfo. E le borse a far coro: tanto dura pochi giorni, Che sbornia. Che euforia. E con tanto di applausi a scroscio. Che c'è da applaudire? Stiamo finanziando il debito con altro debito. C'è da piangere: stiamo celebrando allegramente la craxizzazione dell'UE. Debito pubblico per avere consenso: e l'ultimo chiuda la porta e paghi. Applaudiamo a scroscio come va di moda ai funerali. Un orrore al uale manca solo chi chiede il bis al caro (e)stinto.
Vado alla posta: «signora, che fa? Stia in fila. Non ha visto la televisione? C'è stata la Rivoluzione. Abbiamo partecipato quasi tutti: i più dai sofà nei salotti, qualcuno in cucina. Ne abbiamo uccisi almeno tre a testa. Lei dov'era, nel frattempo?»
750 miliardi: Bush? Obama? Roba da dilettanti, quello che hanno dato a banche e assicurazioni in crisi. Noi siamo la grande Europa! Applausi al funerale. In cui, però, il cadavere è quello che ci portiamo addosso ancora vivo. Sottoscriviamo felici altri 20 anni di ulteriore schiavitù. Debito su debito: e chi paga? Ora l'UE, di fatto, può imporre tasse. E' un fatto: un arbitrio deciso in 2 giorni contro gli accordi di Lisbona. E invece, giù applausi! Abbiamo rinviato la Morte. Ci toccherà lavorare quasi gratis nei prossimi decenni e applaudiamo felici. Aveva ragione la Merkel, ma l'hanno piegata, alla fine. Ora ha ceduto: brindiamo all'inflazione che verrà e alla disoccupazione che si porterà inevitabilmente dietro!.

E' così che “s'informano i fatti” (Derrida, Bene).

La parola è stanca. Stanca di portare acqua al mulino di questo o di quello, di una tesi o di un'altra. Stanca di essere funzionale a qualcosa. Di dimostrare alcunché. Stanca del senso. La parola, la forma, il colore. Portatori d'acqua del senso preconfezionato. Di prendere parte al banchetto del discorso, perché ogni discorso postula un resto. E resto su resto (ri)produce accumulazione: il rinvio della Morte a data da destinarsi.
La poesia no. La poesia è la festa della parola o della forma che non dà resto: è un gioco a somma zero. La parola viola, così., le fondamentali leggi costitutive della parola e del linguaggio. E se questo insorge contro le sue stesse leggi (di accumulazione), mette in scacco il senso. Già: ma allora, non è proprio questo il suo senso? Nient'affatto, perché nel sottrarsi alla proliferazione del senso non si annichila. L'annichilimento è proprio il suo contrario: la proliferazione del senso. Il logocentrismo di Derrida. Il resto è economico: il suo utile è il senso. La poesia si sottrae all'economico, alla proliferazione vitalistica e fascistica del senso, alla sua accumulazione come (mitologia dell') immortalità: tema baudillardiano. Centrale ne “Lo scambio simbolico e la morte”: quello che meglio mi risuona, personalmente.
I significanti tornano ad essere liberi perché duplicabili e scambiabili solo tra loro: costituiscono "mondo" senza rinviare a un mondo, come gli Anagrammi di Saussure prima che si desse alla linguistica. Il linguaggio poetico, insisterò sempre, non è quello della linguistica, che quello mette regolarmente in scacco nonostante i tentativi di Restaurazione del senso degli Umberto Eco e Jacobson di turno. Linguaggio senza funzioni dettate dal modello del potere. E ognuno s'inventi le proprie.

Titoli a tutta pagina: «E' morto l'Immortale!» Smarrimento e crisi generale.

L'arte è la morte del mito dell'immortalità. Prima di dimostrare tesi, credo, Baudrillard è un linguaggio poetico: reclama poesia. Ha scritto il poeta, amico e concittadino Vito Riviello, recentemente scomparso:

“Tutto il tempo che ho perso
me lo ritrovo in versi”

Tutti i particolari in Youtube.

E grazie ancora a Lazier.

G.C.

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14/5/2010 - sandro lazier risponde

Grazie Giannino: puntale, preciso, profondo

Commento 8013 del 15/04/2010
relativo all'articolo Kairos e modernità
di Paolo G.L. Ferrara


Scrive Ferrara:

«Bauhaus è sostanzialmente volano della modernità di quegli anni e lo è per le idee dei singoli, per gli intenti comuni, per le divergenze. Lo è perchè introietta la rivoluzione industriale quale semplice evoluzione, la centrifuga con l'etica e la rilancia nel futuro. Ecco perché il “Dalla Bauhaus alla rivoluzione informatica” non è un sottotitolo ma è l’epicentro del terremoto che scuote gli elementi della sfera/storia sino a configurarne nuove sinergie.»

Penso anch'io che la "rivoluzione informatica" non possa essere introiettata in un solo edificio perché, starei per dire "per definizione", è l'età dei "sistemi a intelligenza distribuita", prefigurata già negli anni '70 dall'opzione tra energie "dolci", flessibili e diffuse o energie "dure", rigide e centralizzate. Non c'è più l'idea fisico-geometrica di un centro circoscrivibile e controllabile e probabilmente questo incute un certo sgomento rispetto alle abitudini consolidate. Perché, come sempre, vedere non basta, ma occorre ogni volta re-insegnare alla vista e ri-apprendere a vedere. E questo è lavoro non meccanico, ma creativo che compete a ciascuno, non solo a chi è deputato a questo. Persino le più burocratiche normative vanno tendenzialmente attenuandosi e vanno aiutate a sparire per far posto a insiemi elastici, capaci di garantire "prestazioni" in luogo di "prescrizioni" e imposizioni.

Modernità coincide con libertà? Penso di si. E se è così, la modernità-libertà non dovrebbe essere pensata come uno status o come idea pura e perfetta. In quanto tale, sarebbe un fantasma proiettato dal nostro fantasticare, quindi non la incontreremmo mai nei fatti nemmeno se ci spingessimo indietro fino alla preistoria. Ma se per caso la modernità-libertà fosse categoria, sarebbe, in quanto tale inesauribile: mai astrattamente perfetta, ma volta per volta com'è e riesce ad essere concretamente.

Dunque (è faticoso) bisogna riconoscerla e accettarla nelle condizioni-occasioni date, a maggior ragione nel presente per il futuro: il nòcciolo, mi sa proprio, non è fisso né dato una volta per tutte. Si sposta, si contrae, si dilata, muta, si sfaccetta, va più a fondo. Questo sgomenta solo finché, nelle condizioni date, non si conquista nuova forza di creare ancora e rinnovata libertà-modernità. Come sempre.

G.C.


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Commento 8012 del 14/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


To Vilma Torselli

grazie per il chiarimento. Ora il suo pensiero mi pare più chiaro: non del tutto condivisibile, per parte mia, ma più chiaro.

G.C:

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Commento 8005 del 13/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


To Renzo Marrucci

You wrote :"Pensa un pò credevo di aver scritto "cartoccetto" ... forse sarebbe piaciuto di più ?"

Considerato che catorcio vuol dire chiavistello, catenaccio per serare portoni e per estensione si è esteso alle auto malandate, in effetti prlare del Guggenheim come di un catorcio da sfasciacarrozze mi pareva più ovvio, come giudizio negativo: più avanspettacolo che dadaista. Dopo la rettifica, il cartoccetto fa pendere più la bilancia verso il dadaismo. Senza escludere l'avanspettacolo, naturalmente.

E' arcinoto, del resto, che anche un giudizio critico (negativo o no) può legittimamente esprimersi in forma artistica. Dalì disse, per es., che la Bardot aveva due labbra che gli parevano due grondaie :)

G.C.

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Commento 8004 del 13/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


To Vilma Torselli

Scusi, ma questa non l'ho capita: "Da casalinga di Voghera: se non ci fosse il computer e chi lo sa usare con consumata maestria, Gehry sarebbe un architetto (o un 'creatore di sogni', come da spot a firma di Sydney Pollack) o sarebbe destinato a fare il camionista?"

Vero: il medium è il messaggio. Ma allora, da casalingo di Viterbo (che è pure peggio dell'equivalente del gentil sesso di Voghera) forse c'è anche da chiedersi: senza la prospettiva lineare, l'Alberti sarebbe l'Alberti o sarebbe fuggito in Cina a tirare risciò ? E senza la possibilità di curvare industrialmente il ferro, Horta sarebbe Horta o avrebbe fatto il maniscalco? E senza la tecnica per incurvare il legno, Thonet sarebbe per caso andato a impagliare civette e barbagianni? E senza le macchine che possono modellare "cerchi, quadrati, triangoli" Wright sarebbe mica stato un invasato predicatore di periferia?

G.C.

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Commento 7997 del 12/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


To Marrucci

" catorcetto metallico di Bilbao": la trovo divertentissima. Non la condivido, ma è un'invenzione linguistica sospesa tra dadaidmo e avanspettacolo. Immagino, peraltro, che tu non ami il dadaismo, ma insomma: poco male :)

G.C.

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Commento 7992 del 11/04/2010
relativo all'articolo Architettura e modernità
di Brunetto De Batté


To Renzo Marrucci

scusa, Renzo, ma parli in linguaggio cifrato? Chi sono J.N., R.P., F.G.?

Non ho letto il libro di Saggio, quindi non ho titolo per parlare. Stimo moltissimo l'autore, quindi non mancherò certo di acquistarlo e di leggerlo attentamente, come sempre meritano le cose per nulla banali che l'autore propone. Come condizione al contorno, a me sembra -e l'ho sostenuto anche in questa sede, in tempi non sospetti- che sia quanto mai necessaria una lettura più di lungo periodo dell'esperienza moderna, dalla fase eroica dei pionieri ai giorni nostri. Poi, si può essere o meno d'accordo con questa o quela lettura o col percorso complessivo che ci viene proposto: mancherebbe. Ma penso pure che la misura della bontà di un libro stia anche nel dissenso che sa suscitare, non solo nei consensi.

Ciò detto, a me non sembra affatto che l'età dell'informatica possa, in sé, venire considerata come una jattura. Ho sempre sostenuto, anzi, che l'unica obiezione che mi sento di fare a Toffler, specie nel contesto europeo, è che dubito che la rivoluzione informatica possa maturare in tempi culturalmente e socialmente utili se non la si aiuta con scelte chiare e precise azioni di "governo" e di consapevolezza delle cose. Il che presuppone una chiara presa di coscienza dei mutamenti che essa induce e delle possibilità che offre. Che poi le si giudichi male, mi pare che non tolga che, proprio per questo, occorre farci i conti. Cosa per la quale i "vade retro!" e gli esorcismi non hanno mai funzionato. Basta rileggewre l'Inno a Satana di Carducci per capire che l'ottimo Giosué c'era arrivato un secolo e mezzo .fa, più o meno.

Il tema, poi, personalmente mi interessa molto. Anche perché dai tuoi interventi in modo particolare, Renzo, mi pare di essere tornato ai tempi delle polemiche di William Morris contro le macchine e l'età da esse innescata. Polemica sacrosanta, sia chiaro, per i punti fermi e gli interrogativi che ha posto in modo perentorio e che esigevano delle risposte altrettanto nette. Senza quei paletti e quegli interrogativi, non si sarebbe andati oltre Morris, probabilmente.

Ma la lezione avremmo dovuto impararla, da allora. E forse riproporre un dilemma morrisiano nel 2010 non aiuta molto. Non mi pare, cioé, che i termini della questione siano quelli della seconda metà dell'800; mi pare, anzi, che porli in quei termini sia fare un grosso salto indietro senza alcuna seria ragione. Specie dopo "the Art & Craft of the Machine" del 1910: cento anni or sono. In questa sede torno anche dire, e chiudo, che forse "The Art & Craft of the (Virtual) Machine" attende ancora essere compiutamente scritta. E probabilmente (lo leggerò anche per questo) il libro di Saggio delle risposte e degli interrogativi li pone anche in questa direzione.

G.C.

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Commento 7980 del 04/04/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


Zappalà, ma lei, col mondo che corre, Celli che dice quel che dice ecc. ecc. ha tutto 'sto tempo da perdere dietro alla banda bassotti di turno, che a stento è passata dalla lettera 22 al foglio elettronco? Il mondo sta andando ad una velocità che non sosteniamo? E corra, corra anche lei, Zappalà: vedrà che trova da lavorare pure lei. E chi la trattiene?

G.C.

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Commento 7977 del 03/04/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


Ha scritto Zappalà:

«Mah! Vi siete mai chiesti come un architetto (libero professionista) in Italia possa trovare lavoro? ...»

Proprio questo è il punto: nessuno se la piglia col professionista, mi pare. Ma se le condizioni al contorno sono queste e sono così riduttive, forse occorre averlo ben chiaro, denunciarlo senza mezzi termini e porsi il problema anche di come e cosa fare per modificarle. Altrimenti, tutto si spiega, tutto si giustifica e a tutto acriticamente ci si abitua. Poi, ciascuno si regoli e prenda il posto di combattimento che crede: ci mancherebbe.

G.C.

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Commento 7970 del 02/04/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Ferrara, ancora una volta un articolo in larghissima misura condivisibile. Mi soffermerei su un passaggio iniziale e assai importante: "il potere è si necessario ma non lo è il rubare", Mi sembra una chiave importante di tutto lo scritto.
Mi chiedo, anzitutto, perché, specialmente in Italia, avere a che fare con il potere comporta sempre più il ladrocinio? La risposta appare ovvia: perché .si tratta di poteri non soggetti ad alcun controllo. E in modo particolarmente acuto quelli generatisi attorno alla Protezione Civile, che per by-passare un potere corporativo e incontrollato ha dovuto e voluto configurarsi come un potere ancora peggiore. Un po' come ricorrere a un capo mafia per sistemare il ras del quartiere e tantare, così, di sottrarsi alle sue angherie. Ma c'è un'altra conseguenza, in tutto ciò, assai più grave, frutto del combinato disposto di efficientismo e consumismo..Se si vuole, dell'efficientismo nella sua più recente versione: quella del marketimg, del paghi 2 e compri 3, dell'usa e getta, del "tutto a portata di mano" come negli scaffali di un supermercato.
Così è stato per le case de "L'Aquila", così + stato per la Maddalena. "Problem solbving": la formuletta magica della società manageriale e finanziarizzata, che ha ormai soppiantato quella industriale classica che aveva i suoi tempi di latenza e di attesa, le sue messe a regime, i suoi margini di previsione e prefigurazione e in questo una forte connessione con la tempistica della società agricola da cui pur discendeva.
Oggi non è più così. E gli incazzati sono quelli che si sentono tagliati fuori dalla possibilità di allungare un braccio e servirsi da un espositore, qualsiasi cosa acquistino: uno stereo, un pc, una confezione di DVD, una casa in sostituzione di quella terremotata, un centro nautico e congressi alla Maddalena.
Occorre far presto, perché altrimenti la concorrenza ci batte. E occorre anche riconoscere che in questa managerialità Berlusconi è bravissimo: sa intercettare la rabbia e lo scontento, da un lato, dall'altro bisogni immediati, non più differiti o differibili, al di là o al di qua delle conseguenze. Degli "usa e getta".
A questo non si sa dare delle risposte più efficaci e serie. Allora la cultura non serve più, al ciclo perverso del "tutto è a portata di mano: prendi e passa alla cassa". Non serve farsi domande: l'importante è "fare". Fare purché sia. E in questa lofica si finisce trascinati fatalmente anche se si è "all'opposizione", se non si vuol restare indietro e scoperti rispetto alla concorrenza. Il prestigio è un orpello inutile e progetto e progettista degli optional.

Fare a qualsiasi costo: anche a quello di rubare o di inserire dei ladroni nel circuito. L'importante è che "facciano" e faccciano in fretta. E credo che Boeri sia in qualche modo rimasto preso in questo ingranaggio del fare e dei suoi inevitabili costi: al di là del fatto che sono convintissimo che nel gioco di ruberie non c'entri proprio nulla. Ma in quello dell'efficientismo consumistico, ultima versione di quello industriale e ormai obsoleto, si: c'entra eccome. Lui dice "la politica, l'impegno politico" ma non si è, forse, mai dato il tempo di riflettere su un dato: che la politica non esiste più, nelle sue forme codificate. Che non è più un linguaggio, che è ormai priva di messaggi, di emittenti e riceventi. Che è un'altra cosa: è tecnostruttura del "fare" che esonera da qualsiasi giudizio o riflessione responsabile. E' questa la "Banalità del male" in versione odierna, tanto cara ad Hannah Arendt? Mi sorge il sospetto di si: prendi, usa, getta, qualsiasi cosa sia. Non chiederti altro, perché l'automatismo e la rapidità dei gesti esonerano dalla capacità stessa di formulare un giudizio morale e critico. Boeri ha sentito la necessità di interrogarsi sull'intero percorso della vicenda della Maddalena, sul sito di Abitare. Senza centrare, a mio avviso, il tema, ha oscuramente avvertito di essere dentro ingranaggi che vanno quasi in automatico.

Il progetto quasi non esiste più, se non come garante dello statu quo. Ma il progetto come alternativa allo statu quo non si concepisce nemmeno. Salvo, poi, meravigliarsi se per uniche apparenti alternative, che non lo sono affatto, si scambiano impossibili ritorni al bel tempo che fu, che a ben guardare non fu mai se non nella nostra astratta fantasia. I futuri e quali futuri? Non è problema, non esiste: l'essenziale è non essere tagliati fuori dal ciclo del consumo. Produrre per consumare: anche edifici. L'importante è il presente: un presente senza conseguenze e senza prospettive. Che proprio per questo, nei suoitecnicismi, sembra esonerarci da ogni responsabilità. Ma è una tragica illusione: e infatti spesso le responsabilità ci ripiombano addosso senza che ci fossimo accorti di averle assunte. Lasciandoci di stucco e un po' smarriti: com'è possibile? Io, proprio io ho contribuito a tutto questo?.


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Commento 7816 del 01/03/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


X Renzo

Parlare e scrivere, "fare cultura", a me non basta. Dal mio punto di vista riflettere assiame serve ad agire mettendo a fuoco linee d'azione efficaci: non sempre ci si riesce ed occorre esserne umilmente consapevoli. Decenni di pagine, spesso di altissimo livello, per trattare per esempio la "Questione meridionale" sono state utili e importantissime, da Giustino Fortunato ad Antonio Gramsci a Manlio Rossi Doria, Francesco Saverio Nitti e all'ottimo Francesco Compagna, per citarne pochissimi. Ma qual è il punto in cui il pensiero diventa azione? Come lo si innesca? Molti, specie liberali eretici, hanno riflettuto sui rapporti fra politica è cultura. Ma è ora di dire che la politica (nel senso nobile, non quella partitica) E' cultura e viceversa, o finiremo sommersi dalle idee e scollati dal mondo.

Carlo Rosselli, avendo compreso che occorreva combattere Franco per indebolire Hitler e Mussolini, e dopo aver fatto opera di persuasione, partì per la Spagna con la Colonna Italiana di Giustizia e Libertà. Non attese certo il placet da Mosca, come invece decero i partiti repubblicano, socialista, comunista. Cosa che avvenne molto tempo dopo e secondo le convenienze del Cremlino. Partì e basta..

Benedetto Croce ha scritto un bellissimo libro: "La storia come pensiero e come azione". Andrebbe studiato fin dalle scuole medie. Quando pensiero e azione giungono a coincidere pienamente, il che è raro, storia e poesia combaciano. E questo è particolarmente vero per la cosiddetta "urbatettura".

Ma a mio avviso in Italia siamo ormai a mezza via tra la Repubblica di Weimar e qualcosa d'altro che non (o)so immaginare.

"Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta" disse, appena eletto Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

E oggi?

Ciao,
G.C.



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Commento 7815 del 01/03/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Pagliardini ha scritto:
"ieri ho dato la mia firma alla Lista Bonino-Pannella, come ho fatto tante altre volte, non perché poi li voterò (neanche a parlarne oggi, anche se l'ho fatto in passato) ma perché la chance va comunque garantita, non dico a tutti (per motivi pratici) ma in base a regole uguali per tutti."

ed è, volrairianamente, lo spirito giusto: si consente ad altri di concorrere e a ciascuno di avere una possibilità di scelta in più. Si può firmare una lista anche solo per votarle contro: è più che legittimo. Ma, appunto, per votarle contro bisogna che si presenti.

Il solito, annoso problema degli autenticatori: attualmente oltre 200000 + 100000 persone autorizzabili dai Sindaci = 300000 (trecentomila). Eppure spesso si sono dichiarati non disponibili, magari perché aderenti ad altri partiti.

Come sia, negli anni '90' in Basilicata offrii pubblicamente e molto volentieri tavolo e autenticatore, di cui disponevo, a tutte le liste che avevano problemi di Cancelliere. Qualcuno se ne avvalse. E non immaginavo che la cosa rimbalzasse fin sui TG nazionali, ma andò proprio così.

A curare il proprio orticello minando nottetempo quello del proprio vicino c'è il rischio, una mattina o l'altra, di saltare tutti per aria ... :)

La ringrazio,
G.C.


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Commento 7803 del 16/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Bene, Giusti: le sono assai grato di questo suo intervento.

A ottobre del 1995 firmai come "direttore responsabile non iscritto all'albo dei giornalisti" un numero ad hoc di "Rivoluzione Liberale", un foglio A3 che, predenunciandomi asssieme a data, ora e luogo, iniziai a distribuire a Trastevere. Dopo un po' si presenta un signore e senza dire una parola tenta di prendermi tutti i giornali. Gli dico "Uno, se lo vuole: non tutti" e quello urlando e cercando di strapparmi tutto di mano:"MI DIA QUEI GIORNALI!". Gli urlo "COSA VUOLE, LEI? NE PRENDA UNO E BASTA!" e allora quello caccia un tesserino della Digos. Sono stato denunciato per diffusione di stampa clandestina e altre amenità del genere. Con me, anche il prof. Romano Scozzafava, docente di Statistica e Calcolo delle Probabilità all'Università di Roma e uno dei massimi matematici italiani: anche lui aveva firmato il suo numero di Rivoluzione Liberale. Sto ancora aspettando il processo. Vorrei tanto che un Giudice mi levasse una curiosità: come mai la Costituzione garantisce a tutti i cittadini la libera espressione del pensiero attraverso la parola e lo scritto, e poi bisogna sottostare all'Albo dei Giornalisti persino per fare un giornalino di quartiere col ciclostile. Norma fascista, come l'Albo dei Giornalisti e gli Ordini, utile solo a controllare chi e cosa scrive, dato che anche un giornalino deve avere già l'autorizzazione della Questura e chi scrive è personalmente responsabile penalmente e civilmente di ciò che scrive, indipendentemente dalla sua isrcizione all'Albo. Ma non ho avuto ancora l'onore e il piacere di un processo e temo che mai lo li avrò.

Le dico questo per dirle che fu un buco nell'acqua e che si, va benissimo, sono pronto pure a finire dentro, ma bisogna fare in modo che la cosa colpisca nel segno e non venga sommersa dalla bambagia di regime Soprattutto, che faccia saltare contraddizioni dentro gli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri. Ci penso spesso e faccio il possibile perché la cosa maturi nel migliore dei modi.

La ringrazio ancora :)
G.C.
.

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Commento 7801 del 16/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


PS: tornando all'architettura, intendo solo dire che da noi non fa eccezione dall'andazzo generale. Chi conta si dà delle regole ben sapendo che non potrà o vorrà rispettarle. Esattamente come quella delle firme per le liste elettorali.

Per fare un solo esempio, le regole della deontologia professionale dell'Ordine. Che imporrebbero, a tutela degli iscritti, la sospensione di persone come Casamonti indipendentemente dall'esito delle azioni giudiziarie. Perché? Semplice: perché c'è più di una sua chiara ed esplicita ammissione, conosciuta via intercettazioni telefoniche, di aver contribuito a falsare concorsi: violando cioè il principio di libera concorrenza delle idee. E l'esito giudiziario della sua vicenda, come il giustizialismo, non c'entra nulla. C'entra un organo di garanzia che quando è necessario non garantisce nulla e nessuno, in barba ai suoi stessi statuti che viola sistematicamente. Specie nei confronti di chi verosimilmente, paga bene perché lavora tanto: con i sistemi che sappiamo!
Ottima occasione, dunque, perché gli iscritti onesti e corretti si autosospendano, in mancanza del rispetto delle regole che l'Ordine (di Stato!) a chiacchiere si è dato. Qualcuno, in quasi un anno e mezzo l'ha fatto ? O almeno ci ha pensato? Nessuno! Io non posso, perché con questa Corporazione non ho né voglio aver nulla da spartire. E prima o poi, previa autodenuncia all'autorità giudiziaria, inizierò a firmare progetti a chiunque, con la dicitura in bella vista "GIANNINO CUSANO, NON ISCRITTO ALL'ORDINE DEGLI ARCHITETTI" , se piò avere efficacia: non ho la vocazione di Giordano Bruno o di Savonarola.

Ma di cosa ci si lamenta, se non ci si ribella con i fatti, invece che con lamenti e mugugni? Continuiamo ad andare ai sabati fascisti in camicia nera, giudicandoli delle buffonate e mugugnando malumori, solo perché non si campa senza? E con chi ce la pigliamo, poi, se non anzitutto con noi stessi?

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Commento 7798 del 16/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Non so se i designer italiani di successo sono corrotti, come suggerisce Giusti, o no. So che ogni giorno che passa le leggi in Italia sono sempre più un optional, anche (non solo) perché troppe e confuse. E parto da cose piccole: queste elezioni regionali prossime venture, all'insegna della più totale illegalit6à e spregio delle regole. A sinistra come a destra, nel PD come nel PdL. Le firme, per es.: per presentare liste, se non si è già in parlamento regionale, occorre raccogliere firme autenticate e certificate da pubblici ufficiali che siano sul posto. Il PD deve presentarle, perché 5 anni fa non c'era. Vi pare che abbia difficoltà? Nessuna: piglia un po' di elenchi vari e "firma" a filo dritto in nome e per conto di ... poi firma anche per eventuali liste civiche e liste civetta. A volte, si fanno le candidature DOPO aver raccolto le firme: cosa illegale, perché i cittadini per legge devono sottoscrivere liste già formate. Per Forza Italia e AN, quando c'erano, era lo stesso. E sarà lo stesso per il PdL. Intanto, chi rispetta le leggi non ha nemmeno il supporto della pubblica (dis)informazione e deve spendere, oltre tutto, un mucchio di tempo per spiegare ai cittadini come mai sta chiedendo loro una firma.
A qualcuno viene in mente di cancellare questa legge inutile e infame? No: perché fa conodo eliminare sulla linea di partenza dei potenziali concorrenti scomodi attraverso l'illegalità e la concorrenza sleale. Ecco un esempio piccolo ma assai significativo: le leggi si fanno per fottere i più deboli e "i fessi" che le rispettano. Il che significa: caro cittadino onesto, vuoi cavartela anche tu? Impara anche tu a non rispettare le leggi, allora: ecco come la corruzione dilaga. E questo discorso vale per l'abusivismo, i concorsi di idee e di architettura che non si fanno e se si fanno è solo per fottere le idee, e così via.

E non è per parlare di politica: è che ovunque ti giri trovi situazioni analoghe. Una ricerca condotta in sede UE ha documentato che tra i paesi europei l'Italia è, nella percezione dei suoi cittadini, il paese più corrotto d'Europa dopo la Grecia.

Ma allora: è un miracolo che persone come Stefano Boeri, ottimo professionista a mio modo di vedere, riescano ancora a mettere ancora a segno qualche risultato, fino a priva contraria.

La situazione è pericolosissima e noi viviamo e discetiamo tranquilli della crisi, di come ne usciremo ecc. , ma siamo ridotti peggio di Weimar. Quando dici cose del genere, ti danno della Cassandra, dell'esagerato. Salvo poi che subire tutto questo non tocchi proprio a quelli che fino al giorno prima ti accisavano di disfattismo e di pessimismo. E ne ho viste mica poche, di situazioni del genere, nella mia vita. Durante l'assedio del ghetto di Varsavia i più colpevoli, a mio avviso, non furono tanto i nazisti, ma quelli che ai tavoli dei caffè nelle piazze poco distanti continuavano indifferenti a ordinare ostriche e a brindare a chanmpagne, come se nulla stesse accadendo. Come se, una volta eliminate certe anomalie (=persone) la vita potesse tornare bella e felpata e da godere come prima. E lasciamo pure che crepino quegli altri, allora. Purché serva a tornare quanto prima alla normalità, a caviale, pellicce e champagne e purché non tocchi a noi. Salvo poi che il destino dei pochi non fa che prefigurare quello di tutti.

Sono anni che dico che l'aria in Italia è mefitica. E in cambio, il rompicoglioni sei tu, non chi viola le leggi in modo sistematicxo. E sono anni che dico che prima o poi finirò per chiedere ASILO POLITICO a un altro paese UE e che bisognerebbe essere in tanti. Non è una boutade o un'esagerazione: in questo paese la democrazia è commissariata da oltre mezzo secolo: è un fatto non più solo formale, ma ridotto ad apparenza. E oggi che sente la stessa necessità di asilo politico all'estero anche il mio amico Pannella con altri che se ne stanno convincendo, spero che si sarà in molti e che la cosa abbia un qualche effetto su questo paese dormiente. Male che vada, si starà in buona compagnia. Il Fascismo non è mai morto, in Italia, e non necessariamente si chiama destra o va identificato con Berlusconi.

L'ignoto non deve far paura: deve spaventare il già noto e l'abitudinario, specie quando le abitudini sono quelle, pessime, che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi.E non si fa assolutamente nulla!

G.

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Commento 7793 del 14/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Pagliardini, certo che sono d'accordo. Il problema non è "cambiare la natura umana": il punto è conoscerla e tenerne conto attraverso poche leggi e chiare. Soprattutto, facendole rispettare: ognuno di noi è onesto fino a quando non si comporta disonestamente e il platonismo per cui gli onesti devono governare non ha senso, dal mio punto di vista. Ha senso prevenire il più possibile le occasioni di poteri non controllabili, dunque corruttibili.

Nemmeno io leggo la storia sotto il profilo della corruzione, ma le Corporazioni (e gli Ordini ne sono parte) sono poteri incontrollabili e incontrollati. Quando si formano le terne tra le quali scegliere poi chi deve andare in commissioni edilizie per pilotare appalti in cambio di incarichi, è il diritto che va in crisi: non è tutto così, sia chiaro. Ma i punti caldi sono stati gestiti spesso in modo fraudolento. Lei provi a suggerire il sorteggio, e poi mi dica se viene adottato. Era così persino per gli scrutatori elettorali. E allora: questi Ordini prenderanno provvedimenti? Si, se conviene loro dissociarsi da chi delinque, isolarlo per proteggere il sistema.

Denunciare la corruzione non è moralismo pericoloso: è indispensabile per capire le storture del paese. E purtroppo dai tempi di Bonomi e di Federconsorzi, per fare un solo esempio, le cose sono andate così. Regole sbagliate fatte ad uso e consumo di un sistema corporativo che inevitabilmente si corormpe e corrompe. Queste cose le scrisse e denunciò puntualmente uno dei miei maestri, Ernesto Rossi, che dopo il confino a Ventotene con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, anche dopo il fascismo continuò a fare entra ed esci in galera per averle denunciate. Tanto da scrivere un corposo e interessantissimo "Elogio della galera" edito da Laterza. Non è leggere la storia sotto il profilo della corruzione: ma se il sistema è tarato su questo uno che fa? Non lo dice?

Poche leggi e chiare: ma intanto, più si invoca questo slogan sacrosanto, più nei fatti si va nella direzione contraria. C'è da chiedersi "come mai?", no?

Quando gli rimproveravano di essere pessimista, Leonardo Sciascia rispondeva "Non sono io pessimista: è la realtà, che è pessima!" Chi riformerà questo paese nei pochi punti caldi in cui ne ha bisogno, se più quanto più si parla di riforme tanto più nei fatti si fanno controriforme?

La saluto
G.C:

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Commento 7787 del 13/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Gli Ordini? Ma se lì ha sede la Cupola , cosa ci si aspetta che facciano? Che sconfessino i propri affiliati tradendo sé stessi? Sia chiaro: quando dico "affiliati" non mi rifersico indiscriminatamente a chi è iscritto; dico solo che la Cupola ha il suo nocciolo infetto in una polpa viva che ne viene pian piano fagocitata. Gli Ordini vanno abrogati dal basso: con la scure, se è necessario. Ma la vedo difficile. Il livello di corruzione e di degrado civile del paese è ormai al di là di ogni immaginabile soglia. Il che significa che siamo pronti ad accettare supinamente qualsiasi avventura cieca e illusoriamente salvifica.

G.C:

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Commento 7789 del 13/02/2010
relativo all'articolo Regalo di Natale 2008. A Marco Casamonti
di Paolo G.L. Ferrara


Renzo, sono convinto da tempo che gli Ordini vadano abrogati. La vedo dura, ma ne sono convinto. Il resto di quelllo che hai scritto, benché vi colga come un flash, un barlume di vita, francamente non l'ho compreso nemmeno affidandomi ai lati più captanti del mio pur pullulante inconscio :)

Ciao
G

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Commento 7775 del 31/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


Caro Pagliardini,
comunicare non è così semplice, nella vita: In genere bisogna replicare e controreplicare più volte per comprendere i reciproci messaggi, se ce n'è la violontà, reiterandoli.

Non credo di averle mai attribuito una sporta di difesa d'ufficio dei condoni. Lei scrive :" un edificio condonato per legge è un edificio regolarmente autorizzato: può non piacere ma è così." Ecco: è così ma. piaccia o no, questo è un gravissimo buco legislativo: un errore. E in un sistema civile gli errori legislativi vanno corretti. Tutto qui, il mio pensiero. E il suo mi è, ora, più chiaro: il che non è che un bene.

Mi permetto un'ultima serie di considerazioni, dato che questa non è una conversazione privata ma pubblica, credo che serva ricordare alcune cose.

Se guardiamo i dati, sono davvero sconfortanti: nei 2 anni che precedettero la legge 45/87, per il solo fatto che se ne attendeva il varo annunciato "urbi et orbi", gli abusi (in 2 anni!) in Italia furono 230000 (duecentorentamila!). A Ischia gli edifici abusivi, integralmente o no, sono stati 60000 (sessantamila) negli ultimi 10 anni, per lo più gestiti da 64 clan camorristici che hanno trovato la California nei condoni. Non è che un esempio.

Non è per autocitarmi, ma solo per narrare un'esperienza diretta tra tante. Negli anni '80, anche in concomitanza della Mostra-Convegno all'In/Arch "La città vuota", che contribuii ad organizzar e nella quale esposi con altri 31 giovani, feci una durissima battaglia a Roma al fianco dei giovani imprenditori. Erano figli e nipoti dei palazzinari romani, ma segnarono un cambio generazionale di rilievo perché non si trattava più di persone che al massimo avevano la terza elementare. erano tuitti ingegneri e architetti con una cultura ben diversa. L'immobilismo ambientalista, in quegli anni, chiedeva il blocco totale delle licenze edilizie. I giovani imprenditori chiedevano, invece, a gran voce l'atttuazione e il rispetto del PRG del 62, quelo di Piccinato, per capirci. Era una posizione assai responsabile, ma il clima di paralisi era tale che la malavita organizzata (e non dei semplici poveracci bisognosi) gestiva l'abusivismo persino nelle borgate. 500000 (cinquecentomila) vani abusivi solo a Roma. E lo dissi senza mezzi termini a un noto esponente di Italia Nostra in un dibattito pubblico: voi siete responsabili del clima che ha portato a 500000 vani abusivi a Roma, nonché alla devastazione dell'Agro e dei Comuni limirtofi, a scopo preventivo da parte di chi non trova casa nella Capitale e si riversa a frotte a Monte Porzio piuttosto che a Morlupo o a Mentana. Le lascio immaginare cosa successe alla mia uscita. A ogni buon conto, quegli imprenditori che chiedevano semplicemente il rispetto e l'attuazione del PRG, si sono visti spesso e volentieri anche incendiare le auto.

Allora: tutto giusto, tutto fila, nel suo discorso, a patto di integrarlo con alcune cose. In questo clima, che è pure peggiorato di molto da quegli anni, io non me la sento di sostenere che un abuso sanato riporta chi lo ha commesso e l'edificio nelle stesse condizioni di chi ha costruito con regolare permesso. In USA chi riporta capitali dall'estero esportati clandestinamente, paga non il 5 ma il 40% e viene iscritto in un apposito registro e tenuto d'occhio a fucili spianati. Ma se non fa rientrare i soldi e lo beccano, sono guai molto più seri. Parliamo di un paese che considero assai libero e democratico, personalmente: non certo di Cuba, della Cina o del Vietnam.

Credo che il danno che l'abusivismo comporta su un bene scarso, e a pubblica tutela come il suolo, vada ben al di là degli oneri concessori e poco altro, di scarsa entità: tanto che l'abuso conviene e paga. Se conviene, non è questione di inasprimento della pena ma di inadeguatezza sanzionatoria. Trovo auspicabile, allora, che l'istituzione di pubblici registri, consultabili anche in Internet, degli immobili abusivi, nonché un registro di chi li commette, come misura transitoria per passare a un regime di prevenzione e repressione vera degli abusi. Nonché andrebbe introdotta l'impossibilità ( non retroattiva, ovvio) di accedere ad altri benefici, per quell'edificio, come ampliamenti di cubatura concessi per legge (non per variante di piano)..Credo che la commerciabilità degli edifici abusivi, benché sanati, subirebbe un colpo notevole. Certamente, in via formale, lei ha ragione. Ma l'efficacia e l'effettività delle leggi è tutto, o quasi: quale che sia il colore delle regioni in questione. .

L'affermazione di Janni forse è stata un po' troppo succinta, ne convengo, ma il tema era altro e complesso. A ogni modo, la ringrazio per l'attenzione e la pazienza: credo che essersi soffermati su questi temi, benché collaterali ma pertinenti e non trascurabili, sia servito e serva. Mi fermo anch'io, anche perché non avrei molto da aggiungere.

Cordialmente,
G.C.

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Commento 7772 del 30/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


Caro Pagliardini, lei mi attribuisce affermazioni non mie. Mai invocate leggi e pene più severe in vita mia. Sto solo parlando di certezza del diritto e della sanzione. Non mi interessa se a praticare condoni "integrali" è la destra o la sinistra. Mi interessa che è dall'85 che andiamo avanti a condoni: sono 25 anni. Con la legge '47/85 si disse che si faceva un grande condono che avrebbe messo fine agli abusi. Infatti si è visto.
Lei fa il garantista all'incontrario: parte dalla coda ma non si interroga sui presupposti.
Le ho citato l'esempio della 765/'67 . per chiarire come in Italia sia passato il "principio" della più totale discrezionalità. Che è la negazione del diritto. Non mi dica che non sa come vanno certe cose: si lasciò alla totale mercé di ras e potentucci locali la gestione degli abusi edilizi. Ed è chiaro che a quel punto chi ha i propri clientes-elettori tra i cittadini che lo votano, mai e poi mai reprimerà i condoni.

Lei invoca il Fascismo, la pretesa di perfezione e altri discorsi del genere.
Salvo presumere un'umanità perfetta quando si tratta di giudicare gli esiti dei concorsi di architettura: allora non ci sarebbe miglior giudice, a sentire lei. Strana contraddizione, le pare? .

Evidentemente, dunque, per lei in Inghilterra, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, Olanda vivono uomini quasi perfetti, dato che l'abusivismo edilizio è un fenomento di proporzioni assai modeste rispetta all'Italia. Io non penso che lì vivano uomini quasi perfetti: penso,. laicamente, che qui in Italia, specie in campo edilizio e urbanistico, si legiferi male. E quando in un paese si legifera male, invocare le leggi dello Stato quasi fossero il Vangelo senza chiedersi come funzionano, da quale logica perversa scaturiscano e che meccanismi perversi instaurino significa bendarsi gli occhi. Il problema non è equiparare il condonante a tutti gli altri (e anche se lo fa una regione rossa, sono contrario lo stesso): il problema è applicare le leggi. E se non funzionano, cambiarle.

Oltre 20 anni fa il mio amico Marco Pannella era consigliere circoscrizionale a Ostia. Riuscì a far abbattere un edificio abusivo: fu, se non il primo caso in Italia, quasi. Apriti cielo: si scatenò il finimondo. I giornali dissero che era povera gente bisognosa, e non era bero; che era un atto autoritario, ecc. ecc. Tutto il solito repertorio al'italiana del garantismo all'amatriciana, alla Alberto Sordi.

Caro Pagliardini: le leggi si rispettano, non si aggirano con escamotage ministeriali pur di non perdere clientele. E se le leggi alimentano le clientele, le si cambia. Questo mi dice il mio essere laico, liberale e garantista. Qui vogliamo garantire i condonati: ma quelli .che si comportano correttamente come li tuteliamo? Dicendo loro che sono dei poveri fessi che rispettano le leggi?

Basta condoni, Pagliardini. Le leggi non valgono per tutti tranne che per noi, all'italiana: valgono anzitutto per noi.

G.C:





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Commento 7773 del 30/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


ERRATA CORRIGE

nel commento n. 7772, l'ultima frase alle righe 10-11 è:
ERRATA
"Ed è chiaro che a quel punto chi ha i propri clientes-elettori tra i cittadini che lo votano, mai e poi mai reprimerà i condoni"

doveva essere:
" Ed è chiaro che a quel punto chi ha i propri clientes-elettori tra i cittadini che lo votano, mai e poi mai reprimerà gli abusi"

Sorry,
G.C.

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Commento 7769 del 29/01/2010
relativo all'articolo Il Piano Casa in Sicilia e il Ponte di Messina
di Leandro Janni


Caro Pagliardini, può anche darsi che un condono (che è cosa diversa da una sanatoria, peraltro) ponga in condizione di piena legittimità un edificio abusivo, ma è questione ancora tutta da assodare e discutere.
In generale nel nostro ordinamento esistono i casellari giudiziari e i precedenti e il fatto che un cittadino abbia scontato la pena non significa che il reato non sia stato commesso: fa precedente e se ne tiene conto in un ulteriore processo per successivi reati. Esiste, inoltre, la possibilità di sospensione temporanea o in perpetuo dai pubblici uffici, o la perdita dell'elettorato passivo, in alcuni casi, e possono evidentemente prolungarsi ben oltre la fine della pena.
E, a propostio di laicità, trovo per nulla laico il principio della normativa autosconfessante, tutto italiano e pesante eredità della Controriforma e delle leggi ecclesiastiche dell'Inquisizione.
Ne vuole un esempio? L'art. 6 della legge 765/1967 prevede la demolizione di edifici abusivi o di loro parti abusive: e fin qui mi pare tutto chiaro. Dov'è l'autosconfessione? Nella Circ. Min. Ll.Pp. 3210/67 intitolata "Istruzioni per l'applicazione della L.765/67", se ben ricordo, (la 765 si chiamava anche "legge ponte" perché doveva essere il tramite tra la vecchia 1150 e un'organica riforma urbanistica che non ci fu mai, con le conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi). Cosa dice la Circolare esplicativa 3210? Che nei casi in cui non si può provvedere alla demolizione, si procede condonando. Quali sono i casi in cui non si può procedere alla demolizione, la Circolare si guarda bene dal dirlo, behché escluda esplicitamente ragioni tecniche.

Ma allora:
1. l'abuso, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. La norma si sconfessa da sola: primo punto tutt'altro che "laico" e "liberale"; piuttosto, da Sant'Uffizio;
2.. una Cricolare finisce, di fatto, per prevalere sulla Legge, secondo punto tutt'altro che "laico" e "liberale";
3. questo spesso è possibile perché le leggi, specie in materia edilizia e urbanistica, sono farraginose e poco chiare, e quindi necessitano di "interpretazioni" da parte di sacerdoti addetti ai lavori e di circolari ministeriali che, a posteriori, di fatto fanno esse la "legge", in barba al Parlamento, alla sovranità popolare ecc. : altro modo di procedere fortemente illiberale e anti liberale;
4. passato surrettiziamente il principio di eccezione, ora il passo verso la sua acquisizione di legittimità è breve: e infatti la legislazione successiva sarà un fiorire di condoni, con le conseguenze che ben sappiamo.
In qualsiasi paese civile e liberale il diritto di proprietà è soggetta a limitazioni di legge. Non fa eccezione la Costituzione italiana, che agli artt. 41 e 42 stabilisce lo stesso principio, al quale tutta la proprietà è soggetta: quella pubblica quanto quella privata.

Detto questo, le pare che si possa chiamare laico e liberale un paese che legifera in questo modo? In modo criminogeno? E in modo da sollevare in perpetuo paralizzanti confliti di competenze tra organi dello Stato? A me, francamente, pare proprio di no. Intanto, condoniamo allegramente. E chi ha condonato, cioé ha fatto il furbo, dovrebbe godere degli stessi diritti di chi ha rispettato le regole? Mi permetto, da liberale, di dubitare: e con forza.

G.C.

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Commento 7759 del 14/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Ha scritto Lazier:

" fa riflettere sulla situazione attuale, nella quale la chiarezza dei pensieri (e della scrittura) sembra aver lasciato il posto ad una foschia concettuale dove tutto è consentito, digeribile o indigesto che sia, purché abbia rilevanza mediatica e convenga un poco a tutti."

e riprendo alcuni passaggi che cita da Zevi:

- "un riesame degli slogan, delle frasi fatte, dei pregiudizi diffusi, della pedonalizzazione indiscriminata dei centri storici all'esclusione di interventi moderni nei loro tessuti."
- "…il valore del disordine e dell'imperfetto è stato costantemente censurato nell'edilizia ufficiale, per essere riscoperto solo alla fine degli anni Ottanta, quando ¡ decostruttivisti rivendicarono il diritto degli architetti di non aspirare più al puro, all'immacolato, al perfetto, per cercare la creatività nel disagio, nell'incertezza, nel disturbato. Un valore linguistico rinato, di straordinaria portata. "
- "Se indugiamo su temi estetici, linguistici, espressivi è perché l'arte anticipa e prefigura il panorama sociale, e noi dobbiamo essere culturalmente ferratissimi per lottare efficacemente sul terreno politico..Su questo terreno, in Italia siamo davvero non al grado ma all'anno zero..."

Qualche minuto da Youtube: un video (Carmelo Bene e Bruno Zevi) su cui vale la pena soffermarsi

http://www.youtube.com/watch?v=CLiQ6E1-A-Y

Importa poco, qui, se Bene sia stato un genio o no, ma pare inevitabile che il suo Grado Zero, la sua carica distruttrice di qualsiasi "rappresentazione " spacciata per "la cosa" e di qualsivoglia "formula", in ogni ordine e grado, fossero agevolmente captati da Zevi.. Contano il ruolo critico dell'azione creativa e quello creativo del giudizio critico.

Capovolgere il tradizionale rapporto tra urbanistica e architettura: "....finora, per convenzione ..., l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto."

Cammino impervio, difficile, rischioso. Se la "parole" s'impoverisce in nome di slogan e frasi fatte, s'impoverisce la nostra stessa capacità di pensare e prefigurare scenari. E questa mi pare la base della crisi italiana attuale: trasformarla in valore presuppone fiducia nella non ripetitività del già visto. Improbabile? Forse, ma non per questo impossibile. Confondere il "possibile" col "probabile" mi pare il grosso equivoco da combattere e dissolvere. .

G.C.

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Commento 7757 del 13/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Pagliardini, nient' affatto: non voglio tutto scodellato e pronto. Cerco solo di capire e focalizzare, e se lei stesso dice di avere solo gli ingredienti, penso converrà che pensare le ricette si può solo col contradditorio.

Non vorrei, intanto, dimenticare che l'articolo in questione è "Zevi 2 lustri dopo". Il che non toglie che si possa continuare "anche" con i Concorsi. Che, però, non vorrei che monopolizzassero il discorso. Ci rifletto. comunque.

Cordialmente,
G.C.


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Commento 7754 del 12/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Pagliardini,

anche per me sarebbe un gran bene se gli architetti presentassero i loro progetti ai cittadini, li discutessero con loro e quant'altro. Naturalmente, non in 15 minuti a testa :)

L'idea, però, che possano addirittura ribaltare il verdetto della giuria mi suona un po' strana: sia in sede giudiziaria che in sede architettonica. Nel primo caso, infatti, è vero che in Italia sono previste giurie popolari, ma è anche vero che ci sono 3 gradi di giudizio e che le giurie popolari limitatato alla Corte d'Assise e alla Corte d'Appello, non in Casasazione, e solo per alcuni reati e non i più gravi. Quelli più gravi sono comunque esclusi e affidati ai Tribunali, non alle Corti di Assise. Il lavoro dei giurati ha solo un ruolo consultivo e sempre sotto la guida del Collegio dei Giudici, che controllano che la discussione e le considerazioni della giuria siano attinenti alle leggi in vigore; ma è ai Giudici che spetta l'ultima parola e la decisione conclusiva. Tanto che alle giurie vengono forniiti dei riassunti degli elementi di prova e di giudizio, non per intero le prove a carico.

In USA, dove peraltro non ci sono leggi scritte, le giurie popolari sono formate, se ricordo bene, da 16 persone e annoverano comunque degli uomini di legge tra i propri membri. Le giurie, è vero, decidono a maggioranza (anche 9/7) per l'innocenza dell'imputato o per la sua colpevolezzza, a patto che di ciò vi sia la certezza inequivocabile, il che discende dal fatto che il dibattimento in aula resta alquanto diverso, tra USA e Italia, nonostante la riforma del C.P.P. curata a suo tempo da Giulianio Vassalli. Cmq in USA le giurie non comminano pene: cosa che spetta solo e sempre ai Giudici togati. Si tratta cmq di contesti assai differenti.

Naturalmente, non sono un esperto in materia, quindi ho chiesto lumi sia a un'amica avvocato, peraltro molto in gamba, sia a un altro amico che insegna e pratica diritto internazionale e opera in Italia e in USA.

C'è, poi, una proposta di legge a prima firma l'On.Pecorella, avvocato, che vorrebbe modificare ed estendere i poteri delle giurie popolari, ma è ancora una proposta in quanto divide molto il suo stesso schieramento politico, a partire dall'On. Mantovano, ex magistrato e contrarissimo alla proposta Pecorella.
In sede giudiziaria, inoltre, per le giurie, quando decidono come in USA, non si tratta di decidere tra più scenari, ma solo di decidere in una logica binaria tra due possibilità: colpevole o innocente → SI / NO.

Affatto diversa mi pare la situazione dei concorsi di architettura 1. perché non obbediscono a una logica di tipo binario 2. perché se il verdetto della giuria popolare può capovolgere quello della commissione giudicatrice, quest'ultima a che serve, se può fare solo le scelte poi ratificate, a posteriori, da una giuria popolare? Non si capisce che senso avrebbe uno scenario del genere, che di fatto equivarrebbe a dare a quest'ultima solo un potere di veto. E i poteri di veto sono, a mio modesto aviso, la cosa più antidemocratica della terra. Oltre allo spreco evidente di tempo, risorse, energie da parte della Commissione.

Torno, allora, a dire: non avrebbe assai più senso e pregnanza coinvolgere i cittadini nel momento in cui si formano e si prendono le decisioni e si indiconom, eventualmente i bandi? E, perché no, magari anche coinvolgere rappresentanze dei cittadini nelle commissioni giudicatrici, in linea di massima? Cosa, peraltro, che talvolta avviene.

Infine: da noi, in Corte d' Assise e di Appello i membri della giuria, dove previsti (e sono casi di reati non particolarmente gravi: cmq fino a 10 anni, se ben ricordo) devono avere determinati requisiti minimi di istruzione: terza media in Assise, diploma o laurea in Appello.

E per i concorsi di architettura?

Cordialmente
G.C.

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Commento 7752 del 11/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Pagliardini,
sul resto rispondo dopo per non mettere troppa carne al fuoco.
Per ora , solo una domanda:

concorsi? Certo: tanti. Trasparenti e con pubblica discussione. Con i cittadini, anche, a dare indicazioni e suggerimenti. Ma, mi chiedo, perché non coinvolgerli e ascoltarli anzitutto in sede di scelte, di premesse nonché di formulazione e stesura dei bandi, di espressione di indirizzi ed esigenze, invece che a cose fatte?

Cordialità,
G.C.

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Commento 7748 del 10/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


PS: dimenticavo (X Pagliardini)
- l'Olanda è uno strano paese, capace del meglio e del peggio di sé, quasi senza mezzi toni, un po' come USA e India. Pensi che tuttora nei Paesi Bassi per un'interruzione di gravidanza occorre salire su una nave-ospedale e andare in acque internazionali (12 miglia lontano dalla costa; 1 miglio marino = 1.853 km), quindi prenderei con spirito più critico ancora, rispetto ad altri paesi, ciò che l'Olanda propone ;

- a Viterbo, dove vivo attualmente, in pochi anni tutta la parte Nord della Cassia è diventata un megacentro commerciale, dai margini della città per km, in direzione Montefiascone-lago di Bolsena. Il tutto su una stradina a 2 corsie che non regge il traffico generato e che intasa fino alle mura della città e fino a Porta fiorentina e oltre. Credo proprio che se si fosse prefigurata per tempo questa situazione ai cittadini, l'avrebbero rifiutata. Chi l'ha decisa? Alcuni capannoni artigiani riciclati, forse abusivamente e poi condonati, a vendita all'ingrosso e poi al dettaglio, ai quali, visti i precedenti se ne sono aggiunti altri, inclusi supermercati, outlet ecc. E' chiaro che questo incremento edilizio a un certo punto è diventato una scelta che le amministrazioni hanno fatta priorpia, acriticamente e senza un minimo di previsione in prospettiva. Credo che siano queste le prefigurazioni che occorre preventivamente simulare, con le conseguenze che avranno sulla città intera, o quasi, e sul suo hinterland. Ed approvate o bocciate dai cittadini, se divenissero una buona volta parte chiara ed esplicita dei programmi elettorali delle forze in campo.
Ma se per caso, in quella cornice di decisioni già prese in deroga a qualsiasi PRG (è la situazione che si va generalizzando ovunque, in Italia) e poi ratificata di fatto, si fossero indetti concorsi di progettazione pubblici su alcuni interventi, forse i cittadini avrebbero potuto decidere (sulla carta) se preferivano un edificio così o cosà, disegnato da Odil Decq o da Mario Botta, non molto di più. Per carità, anche questo conta, ma lo stravolgimento urbano, intanto, Botta o Decq o chi per lei, conocorso o meno, sarebbe prosequito tale e quale, come la metastasi deflagrante che oggi sta progredendo a dismisura e divorando l'agro senza una valida ragione. Temo, ahimè, che siano anzitutto (non esclusivamente) queste le decisioni devastanti che si prendono nei corridoi, senza controllo di sorta da parte dei cittadini. Pensiamo un po' all'Expo futuro di Milano ... "e ho detto tutto" , come diceva Totò :)

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Commento 7745 del 10/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


X Marrucci
Caro Renzo,
c'è un punto sul quale la pensiamo diversamente.
Non mi convince molto l'idea che la democrazia sia partecpazione; piuttosto penso che sia indispensabile alla democrazia il controllo, che è una cosa affatto diversa e ben più efficace e ricca di garanzie.
Dal mio punto di vista il senso della Rivoluzione Francese si può sintetizzare in una sola frase; fu prononciata da Lafayette agli Stati Generali, in seduta permanente da giorni e notti a discutere su progetti alquanto utopici di organizzazione dello Stato e della società, quando Lafayette intervenne e disse:-Signori, a me basta controllare i conti del Re!-
il problema era/è proprio tutto lì: nulla più, nulla meno di quello lapidariamente indicato da Lafayette :)

Cao,
G.

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Commento 7746 del 10/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Caro Pagliardini,
cerco, se possibile, di ridurre un po' all'osso.
Lei cita Adolfo Natalini. E' lo stesso che fu tra i fondatori del Superstudio?
Come sia, vediamo di andare per punti:

1. PD - non mi riferivo alle primarie, ma ai Congressi riservati agli inscritti, cioé alla fase precedente rispetto alle primarie. Ed avendo io sostenuto la mozione e la candidatura di Ignazio Marino (lo stimo molto e non avrei mai ripreso un minimo di attività in prima persona, altrimenti) e fatto parte del Comitato che lo appoggiava nella Tuscia -c'è sempre spazio per la follia, nella vita- ho visto le cose molto dall'interno. Tanto che mi sono assai meravigliato, e l'ho sempre detto anche in pubblico, che la sconfitta del PD alle ultime elezioni non avesse raggiunto le proporzioni di una vera e propria disfatta. I Congressi, riservati agli iscritti, sono stati spesso il luogo della disinformazione, della scarsa o nulla discussione, dei tesserati cammellati e quant'altro, dei ricatti di potere di assessorucci e ras locali. Non è un mistero, del resto. Questo per dire che la "partecipazione" può essere sempre tranquillamente pilotata.

2- referendum. La Costituzione italiana stabilisce 2 voti: quello elettorale e quello referendario. I Costituenti furono saggi e lungimiranti: avendo posto il parlamentarismo alla base del nostro sistema, posero anche, come contrappeso dell'eventuale strapotere parlamentare e partitico, il voto referendario. Anche qui, il problema non era la partecipazione ma il controllo. Tanto più che la fisionomia giuridica dei partiti italiani è un po' come il sesso degli angeli: non si sa bene cosa siano, se non la gemmazione del vecchio istituto gentiliano del partito unico statale (PNF) moltiplicato per "n". Gentile recuperato contro Croce per meglio esorcizzarlo anche a sinistra. Dunque: referendum come contrappeso e controllo, non come strumento sostitutivo di sedi decisionali. Siccome il Palazzo (come diceva Pasolini) è sempre a rischio di scollamento dal paese reale, il voto referendario serve a ridurre le distanze;

3. neanche io credo nei metodi politicamente perfetti. Churchilll diceva "la democrazia ha mille difetti, ma trovatemi un sistema miigliore";

4. il sistema USA: è, come quello inglese, a common-law; diverso da quelli europei continentali. In USA e in UK (quest'ultima ha messo per la prima volta per iscritto, dopo secoli, la sua Costituzione solo nel 2000) non c'è distinzione tra legge e giurisprudenza "praticata", come da noi. Una sentenza è legge e, una volta emessa, verrà applicata da tutti i giudici: non ci sono problemi di interpretazione, perché legge (per lo più non scritta) e sua applicazione concreta coincidono assai più che da noi. Un giudice può non applicare una legge se la trova anticostituzionale (non esiste qualcosa come la Corte Costituzionale: la Corte Suprema ha compiti assai diversi) purché motivi giuridicamente la sua decisione. Quella sentenza sarà legge in tutto il paese e la norma sarà anticostituzionale. Tutto questo consente e rende indispensabile l'elettività di molte figure dell'esecutivo USA. . Per inciso: il principio su cui si basa il legislatore anglosassone è semplice: ogni legge è considerata, quasi per definizione, una restrizione della libertà, per cui la discussione parlamentare obbedisce a un criterio guida prioritario: qual è il modo migliore per risolvere questo problema col minimo di limitazione della libertà dei cittadini? (non è altro che il'antico principio dell'habeas corpus)

Veniamo all'architettura. Quello che mi lascia dei dubbi è: ciò che la gente vuole per sè è sempre, anche la cosa migliore che possa augurarsi? Se uno dice ai cittadini -aboliamo le tasse- nessuno si tirerà indietro (non a caso, la nostra Costituzione esclude la possibilità di tenere referendum su 3 materie e una è quella fiscale).
Vale anche per gli architetti, sia chiaro: a volte c'è da rabbrividire. Ma il discorso riguarda anzittutto, credo, il modo in cui si prendono decisioni e si compiono scelte che porteranno poi a intervenire sul territorio ben prima che i progetti siano redatti.

Dice bene Lazier: se si fossero fatti referendum su van Gogh (ma la lista sarebbe lunghissima) probabilmente i suoi quadri sarebbero stati gettati in qualche scantinato. Stesso destino avrebbero subito Giorgione e Borromini, Picasso, probabilmente. Salvo che oggi basta fare una mostra su uno qualsiasi di loro per vedere code interminabili di persone affollarsi all'ingresso: la visione non è qualcosa di naturale e innato, ma va educata.

Allora: lei soleva un problema che a mio modo di vedere non è di poco conto. Ma intanto forse faremmo bene a guardarci un po' in giro per capire come funziona altrove. Mi chiedo, insomma: se Natalini avesse vinto per nomina della giuria e si fosse visto ribaltare il risultato dal voto popolare, sarebbe tanto entusiasta di quel metodo?


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Commento 7742 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Pacciani, io non sto ogni giorno e 24 ore su 24 appiccicato a Internet: qualche volta mi distraggo :)

Ha scritto:
«La società autolesionista proposta da Cusano in cui "la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili" non mi trova invece d'accordo o non l'ho capita.»

CITAZIONE:
«La seconda che hai detto» (Quelo → Corrado Guzzanti)

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Commento 7741 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Scrive Pietro Pagliardini:

«A Giannino Cusano dico che non deve aspettare la cicogna per "l'urbanistica partecipata" dato che è arrivata da tempo, almeno in Toscana, con Legge urbanistica regionale.
Solo che è una partecipazione istituzionalizzata e guidata dall'alto (...)

Per fortuna che c'è una legge nazionale che ancora prevede le "osservazioni" (...) al piano.
Per i concorsi d' architettura l'unico modo per ridare dignità e autorevolezza alla professione e alla progettazione (...) non c'è che il referendum, dopo che una giuria tecnica ha espresso il suo giudizio. Così si evita lo scandaloso fenomeno dello scambio di figurine perpetrato tra architetti giurati e architetti partecipanti, prassi che tutti conosciamo bene ma che pochi denunciano, e si può far decidere coloro che hanno titolarità a farlo, cioè i cittadini.
Chi ha paura del giudizio popolare?
Quanto mi piacerebbe una risposta a questa domanda!
Cordiali saluti »

Caro Pagliardini,

non ho mai creduto in vita mia nel metodo Ogino-Knauss, si figuri se posso iniziare a credere, e proprio ora, nella cicogna.

Capisco il suo ottimismo, ma mi lasci per favore un po' del mio scetticismo (per carità: alla Bertrand Russell, sia chiaro).

Perfettamente d'accordo: la "partecipazione" (che non propugno, in sé) il più delle volte è pilotata. Il passo di Yona Friedman non l'ho citato a caso, nel mio commento precedente (n.7739): in Toscana o in Siciia, rossi o azzurri, fa poca differenza, per me. A mio avviso, pochissimi casi hanno funzionato davvero: quello di Lucien Kroll ai Dormitori studenteschi dell'Università di Louvan-La-Neuve e quello di Ralph Erskine a Byker, per es. Il primo ci ha rimesso la cattedra universitaria, al secondo i compassati e democratici politici inglesi di New Castle hanno fatto una lotta, è il caso di dire, senza quartiere. Ci sono altri esempi sparsi, ma si tratta evidentemente di eccezioni.

Osservazioni ai PRG: nel 1995 ne ho presentate ben 21 alla Variante Generale del PRG della mia città. Approvate tutte. Ero lì, con le persone dei vari quartieri , con i cittadini: si discutevano i problemi, si esaminava il piano fino a tarda notte, si tiravano giù le proposte. Nessuno mi pagava né mi sono mai una volta presentato ad elezioni amministrative, prima o dopo: non era "elettoralistico" il mio scopo, ma contribuire a migliorare, per quanto possibile, la mia città e CON il contributo dei miei concittadini. Dunque sfonda una porta aperta, in questo senso.

Ho delle perplessità, però, sulla proposta sua e di Pacciani e le ho enunciate spero chiaramente. Lo dico in modo assolutamente leale ed interlocutorio: vorrei capire di più e vederci più chiaro.

Referenum sui concorsi? Sono un incallito referendario, ho speso quasi 30 anni della mia vita (non esclusivamente, per fortuna) a raccogliere firme per strada e : spesso mettendo mano al mio portagogli, s'immagini se in linea di principio posso essere contrario. Ma perplessità analoghe ne ho avute anche nei confronti di alcuni radicali, finché ho fatto anche politica attiva e sono stato con loro; non è questione di partiti presi - o lasciati :)

Le posso solo dire, per esperienza personale e non, 2 cose:

1. i referendum senza informazione capillare, senza adeguata preparazione e possibilità dei cittadini di prendere davvero coscienza dei problemi sul tappeto, possono essere l'ennesimo alibi decisionale per il potere, al pari delle elezioni (gli iraniani ne sanno qualcosa, direi) e quant'altro. E non è questione di "consenso": anche Baffetto-Hitler, Mussolini e Baffone-Stalin mietevano consensi. Come sia, e non a caso, le battaglie più dure, sistematicamente, in occasione di referendum sono state quelle per guadagnare adeguati spazi di informazione: non per i promotori, ma per il diritto stesso dei cittadini di "conoscere per poter decidere"( il virgolettato è di Luigi Einaudi). Insomma: sono felicissimo se mi bocciano, ma con piena cognizione di causa. Per inciso, ho colezionato in quasi 30 anni più denunce (e autodenunce) io, sul tema dell'informazione, di Lucky Luciano o di un brigatista rosso: e questo a riprova di quanto sia difficile innescare momenti di vero e cosciente dibattito, tra "denti bianchi che più bianchi non si può" e "accattatevill";

2. esempio recente: i Congressi del PD per l'elezione dei Segretari nazionale, regionali e compagnia cantante. "Momento di grande democrazia". Davvero? E come si sono svolti? 15 minuti ciascuna per presentare le 3 mozioni in gara, un po' di dibattito, voto. Quanto si siano approfonditi i temi, peraltro rilevanti, che erano sul tavolo, forse non lo sa nemmeno Lui. E nel PdL le cose non stanno affatto meglio.
Le forme democratiche svuotate di pregnanza e di contenuto sono, appunto, forme vuote, "Democrazie senza democrazia", come s'intitola l'ultimo libro di Massimo L. Salvadori.

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Commento 7739 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Penso, Pacciani, che, enunciata come lei la enuncia, la "proposta" di giurie popolari per i concorsi di architettura suoni come una demagogica e semplicistica corbelleria Che facciamo? Chiediamo a gente nuda, cruda e digiuna di qualsiasi nozione elementare su cos'è uno spazio architettonico o urbano :preferite questo o quell'altro?". Bene, io non ci credo, per la semplice ragione che occorre un minimo di preparazione per affrontare certi temi. Tanto da parte dei cittadini quanto da parte dei progettisti, sia chiaro.

E cmq, almeno si spieghi e ci illumini meglio.

Per quale ragione, poi, "la gente" dovrebbe essere in grado di giudicare progetti, quando il più delle volte non sa nemmeno leggerli? Ma soprattutto, lei pensa davvero che chiedendo plebiscitariamente l'opinione del popolo si evitino errori? I popoli sbagliano tanto quanto i singoli. Il democratismo che lei sbandiera non ha nulla a che vedere con la democrazia, ma ammettiamo pure che lei stia proponendo un metodo democratico, pensa davvero che la democrazia sia il modo per garantirci da errori? Padronissimo. Io la penso diversamente: per me la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili. Non sempre, dunque.

Se permette, naturalmente, è più che legittimo il mio dubbio: e cioè che le cose siano un tantino più complesse di quanto non si possa pensare di mettere in gioco semplicemente chiedendo al "popolo": vuoi il progetto A, B o C? Manco si trattasse di comperare una sciarpa o un paio di pantaloni. A Bologna, per esempio, sono in funzione da anni i Laboratori di Urbanistica Partecipata: architetti e cittadini compiono assieme il complesso percorso delle scelte, dei limiti, delle alternative progettuali e i cittadini dell'area interessata scelgono, ma solo dopo aver preso piena consapevolezza e coscienza dei problemi in gioco. L'esperimento fu fatto per la riqualificazione di un'ampia area, pare abbia funzionato e ora viene riproposto in altre occasioni. Si può pensarne bene o male, si può buttarla in politica e dire che non va bene perché è un comune rosso. A me, francamente, interessa poco il colore della giunta: mi interessa di più capire se e quanto funziona davvero il sistema adottato. Può darsi che gli abitanti siano più soddisfatti: sarebbe già un buon risultato.

Infine: non "auspico" proprio nulla, con o senza virgolette. Ho citato Yona Friedman e il suo ultimo (per pubblicazione, perché in realtà è un libro scritto 25 anni fa) "L'architettura di sopravvivenza" per le ragionevoli perplessità che l'autore solleva sui metodi "partecipativi", propugnando invece l'autoprogettazione e l'autopianificazione. Vale la pena leggere direttamente da Friedman:

«A chi spetta il diritto di decidere in materia di architettura? Come assicurare questo diritto alle persone cui esso spetta? (...) L'autopianificaszione si fonda ... SULLA CONOSCENZA DI UN LINGUAGGIO ... Una volta acquisita questa conoscenza, spetta all'abitante condurre il dialogo... Un linguaggio di cui si conoscano il vocabolario e la grammatica può essere insegnato, a condizione che si trovino delle persone pronte a insegnarlo ... un linguaggio "che si parla" (...) Tengo a precisare, prima di tutto, che per me non può trattarsi della "partecipazione dell'abitante" così come oggi è intesa e decantata dagli avventati. Cerco piuttosto di capire se da qualche parte la "partecipazione dell'architetto" possa essere utile. Al momento la partecipazione dell'abitante è solo di facciata.: i pianificatori fanno delle indagini, poi dichiarano che l'abitante, rispondendo in questo o in quel modo alle loro domande, ha dimostrato questa o quella volontà. tale o talaltra preferenza. Con questa cosiddetta partecipazione, l'abitante non decide nulla, ma aiuta i pianificatori a decidere per lui.»

Detto da Yona Friedman, posso pure provare ad approfondire. Tanto più che l'ha fatto per decenni: con l'Unesco, con le Nazioni Unite e soprattutto con popolazioni in India, America Latina, Europa.

E', cmq, un volumetto assai interessante, sicuramente da leggere e finora, sempre col suo permesso, assai più stimolante delle sue "giurie popolari ai concorsi di progettazione", fino a prova del contrario: che, per carità, da lei attendo con ansia :)))

Saluti,
G.C.

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Commento 7735 del 08/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Un bel po' di anni fa, ormai, Kyusaku Ogino ed Hermann Knauss hanno avuto un merito storico straordinario: se qualcuno ancora credeva nella cicogna, ha dovuto definitivamente ricredersi. Diciamo che, rapportando a 100 questo insieme, si sono sicuramente ricreduti i 50 nati grazie a Ogino e i 50 nati grazie a Knauss.

E in architettura? Persino dopo le ricerche psicologiche di James Gibson, e acqua sotto i ponti ne è passata, ce n''è ancora tanti disposti a credere, per es.,che la prospettiva sia una rappresentazione "oggettiva" della realtà. O che la voce del popolo e quella del Padre Eterno siano la stessa cosa. A me, però, risulta che, mentre e più il primo schiamazza, il Secondo se ne sta in silenzio quanto meno dai tempi di Auschwitz. In attesa che dica qualcosa, si riesumano i peggiori ideologismi eluoghi comuni che infesta(ro)no l'architettura.

Zevi li stanò uno per uno considerando chi vive l'architettura e il "con chi" si progetta. Il che non vuol dire "partecipazione". In merito, caldeggio l'istruttiva lettura di "Achitetture di sopravvivenza" di Yona Friedmann.

Insomma, a volte mi viene un dubbio: non sarà più proficuo tornare a credere nella cicogna? Poi mi dico: ma no, basta attendere. Prima o poi avremo una legge anche su questo :)))

G.C.

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Commento 7730 del 07/01/2010
relativo all'articolo Zevi, Craxi, prestigio, potere
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Marrucci,
la VIS polemica che ti contraddistingue inizia a farmi apprezzare l'AVIS ;)))
Con simpatia,
G.C.

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Commento 7724 del 06/01/2010
relativo all'articolo La farsa del ponte (sullo Stretto)
di Leandro Janni


Il concorso di idee (del 1969) per l'atraversamento dello stretto di Messina fu un po' come chiedere a Giulio Verne quale fosse il modo migliore per andare su Marte. Nel caso specifico, se per via alvea, subalvea o aerea. Non a caso, con la solita onestà intellettuale che lo contraddistingueva, il vincitore, Sergio Musmeci, alla fine della sua relazione avvertiva che l'attraversamento dello stretto sarebbe stato possibile senza particolari problemi il giorno in cui materiali come le fibre in carbonio fossero entrati a far parte della quotidianità dell'attività edificatoria. E quel giorno non è ancora venuto.

Sulla questione (che non può banalmnete ridursi a uno scontro tra chi vuole e chi non vuole il ponte) va citato, in particolare, l'assai interessante articolo del prof. Antonio Maria Michetti e dell'ing. Andrea Cinuzzi aparso su "L'architetto Italiano" n. 5 di Gennaio 2005.

Personalmente credo, poi, (sarebbe da verificare in modo puntuale) che un'interpretazione esageratamente elastica delle leggi in vigore sugli appalti approvate tra fine anni '90 e primi anni 2000 (su 2 piedi non ricordo gli estremi) abbia finito per ingarbugliare i fili di una vicenda pluridecennale già di per sé aggrovigliata: e mi riferisco alla Ente Stretto di Messina s.p.a. & s.c. (successivi carrozzoni), nonostante, all'epoca, la presenza dell'ottimo Riccardo Morandi.

Il fatto che la Impregilo s.p.a. sia divenuta ente appaltante senza un esecutivo deriva dal fatto che in Italia sono ormai da anni consentiti appalti pubblici anche senza progetto esecutivo. Valutazioni che ovviamente spettano all'impresa, e (in quest'ottica) cavoli suoi. Leggi che, ovviamente, possono anche andar bene nel caso di un capannone o un qualsiasi scatolone, prefabbricato o meno, del quale si conoscono perfettamente le problematiche tecnologiche ecc.

Ovvio che nel caso del ponte le cose sono a dir poco meno semplici.

Bye,
G.C.

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Commento 7718 del 05/01/2010
relativo all'articolo Zevi, Craxi, prestigio, potere
di Paolo G.L. Ferrara


Ottimo commento, quello di Saggio; come il meritorio pezzo di Ferrara. Sul primo, mi sembra opportuna una piccolissima integrazione. E non per amore di filologia.

Scrive Saggio:
«Credo che la relazione interessante che Zevi ebbe con la politica fosse, naturalmente di natura culturale. (se non direttamente "estetica"). Bisogna cercare di esprimersi anche in quel campo, in particolare nei momenti di crisi.Una lezione che lui aveva appreso durante la guerra.»

Giustissimo. Non vorrei sbagliare, però, ma mi pare di ricordare che Zevi ascrivesse l'insorgere della formazione antifascista, già nella primissima ora, segnatamente allo studio dell'Estetica crociana, quando in "Zevi su Zevi" risponde ad Alicata, suo ex compagno di Liceo, contestandogli che la lettura delle due storie (d'Italia e d'Europa) e di altri scritti politici del filosofo italiano incentivassero quella presa di coscienza. Aggiunge, "perché molti ancora non lo capiscono", che rivendicare l'arte per l'arte comportava già di suo la lotta contro la pseudo-cultura fascista., sempre pronta a strumentalizzare la creatività a fini retorici. E prosegue (ho appena riaperto "Zevi su Zevi") "sganciare l'arte dal contesto della dittatura significava passare a una posizione critica destinata a estendersi anche sul terreno civile. La lettura delle due "storie" fu una conseguenza, non la causa della nostra rivolta, che si manifestò inizialmente proprio a livello letterario e figurativo".

Lo sfondo dell'opposizione, intendo dire, era in gran fermento culturale e specialmente est-etico già da quando era uscito non solo (1925: Zevi aveva 7 anni) il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce e prosperarono anche durante tutto il Regime i suoi scritti polemici su "La Critica", per es., contro la figura dell'artista "puro" e avulso dal mondo, ridotto così a caricatura, ma anche quelli di Venturi, Argan, Piero Maria Bardi, Edoardo Persico...

Forse Zevi maturò la lezione durante la guerra, ma certo rimeditando quella temperie che richiamare mi pareva importante. E attuale, perché anche oggi dovremmo saper riconoscere le forti alternative est-etiche e non dovremmo mai perderle di vista, per non distrarci o dimenticare più di tanto :)

G.C.

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Commento 7714 del 05/01/2010
relativo all'articolo Zevi, Craxi, prestigio, potere
di Paolo G.L. Ferrara


L'è dura, caro Fferrara: l'è dura! I nodi lucidamente additati da Zevi sono ancora lì, tali e quali. Ingigantiti, spesso incancreniti da far paura e da richiedere, se ancora basta, la scure (altro che politica "riformista" del carciofo di rutelliana memoria!) o le radiazioni al plutonio.

Scuola, università e università televisiva decentrata; pianificazione creativa di città e territori -e spero non mi si venga di nuovo, da parte di qualche zelante commentatore, ad attribuire ascendenti non miei, come Lenin e Stalin, salvo poi lamentarsi se declino la mia vera genealogia :)))- ; responsabilità e coinvolgimento delle cariche più alte della vita repubblicana, a partire dal Presidente del Consiglio, contro ogni agnosticismo evasivo e contro il perenne emergenzialismo; soprattutto, "critica operativa": «Una politica urbanistica ? Una politica per il piano regolatore di Roma ? Una politica universitaria ? Una politica per le televisioni provate ? Nulla. Ottimi discorsi, ottimi ordini del giorno, zero di fatto.»

A che punto siamo? I problemi vanno risolvendosi o è semplicemente che semplificandoli nelle nostre teste ci pare che si vadano sciogliendo, mentre in realtà abbiamo solo abbassato terribilmente la guardia e il tiro, ci accontentiamo e tutto pare andar bene? Ci adattiamo e sopravviviamo. E se uno rilancia, volentieri lo si passa per pazzo visionario.

Credo che siamo talmente condizionati da millenni di forsennato pro-creazionismo, per evidenti ed inerti ragioni di sopravvivenza della specie, che anche oggi che occorrerebbe il contrario l'idea dei grandi numeri continua ad affascinarci come una chimera suicida: non far parte di una "massa" o di una qualsiasi tifoseria ci terrorizza tuttora. Ancor più forsennato chi osa avere idee proprie: il riflesso che scatta è quello dello sganciato dai grandi numeri; del disadatto che non sopravviverà. Mentre è l'unico adattamento possibile, oggi come oggi.

Ma, appunto, idee, non personali idiosincrasie spacciate per tali. Idee che affrontino nodi reali e additino vie d'uscita rischiose e di persona.

Zevi rischiava ogni giorno. E oggi? Tutti "in massa", in cerca di facili polizze contro le incertezze della vita, meritoriamente sputtanate dalla crisi finanziaria. Così. all'ammasso, quanta voglia di rischiare per le poche cose che contano resta in giro?

G.C.


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Commento 7698 del 31/12/2009
relativo all'articolo L'arte facile
di Sandro Lazier


Non c'entra nulla con l'articolo, ma colgo l'occasione per salutare una mia conoscenza "virtuale": Luigi Nucita.

Ciao, Luigi: piacere di vederti qui :)

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Commento 7687 del 28/12/2009
relativo all'articolo L'arte facile
di Sandro Lazier


Auguri a Lazier, a Ferrara e ad Antithesi tutta, commentatori inclusi.:

BUON 2010 (avevo erroneamente scritto 2910, ma, ripensandoci, l'errore era meglio della data corretta)

Ci stiamo precludendo persino la tragica grandiosità del nichilismo. Cosa seria, il nichilismo: qualcosa da distruggere l'additava. Non è solo il trionfo dell'effimero; non è solo la drammatica, progressiva sottrazione di valenza fino a sentire il respiro assurdo della vita senza aggettivi; non è il consumo, che è pur sempre conoscenza. Esserci sembra l'ultima parola d'ordine del non essere eletto a condizione generale: esserci ad ogni costo. A un evento come a un cocktail: c'ero anch'io! E dopo? Dopo il diluvio; venga pure il diluvio, io c'ero comunque, anche se non resterà traccia di ciò che è stato.

Non è l'artigianato, la questione, concordo con Lazier .Anche perché di artisti-faber è pieno il mondo, checché ne pensino e dicano Beatrice e Sennet. Non è più neanche questione di sopravvivenza al disastro, perché nemmeno questo è più concepito come evento. Siamo al dopo_il_nulla, al dopo lo strizzaggio della parola magistralmente incarnato da Beckett. Arte facile = assenza di futuro. Non più "dopo di noi il nulla", ma "noi dopo il nulla". Se tutto è già stato, nulla può più accadere/accaderci.

Si;: bisogna reagire. Pensarci e reagire mentre un nuovo anno arriva...

Buon 2910 :)))

G.C.

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Commento 7669 del 21/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


Ne va della nostra civiltà: bisogna tenerlo ben fermo. L'arte è indagine e conoscenza che riguarda i nostri stati d'animo e che non vanno confusi con le pure passioni. E' nella natura stessa dell'arte, che non è eticità ma da questa non può prescindere, di riconquistarci all'espressione. Per eticità dell'arte non dobbiamo intendere un insieme di norme e dottrine, ma un più profondo senso di unità psicologica della coscienza.

"Filosofia del linguaggio e scienza dell'espressione" aveva sottotitolato Croce la sua prima Estetica. Il linguaggio, qui, non è quello di De Saussure, dei semiologi e dei linguisti, ma il linguaggio creativo. E non è insieme di norme, Grammatiche e classi grammaticali ma, semplicemente, ciò che le ignora e, quando se le trova contro, le distrugge. Né può fare altrimenti, per liberare nuovamente la propria stessa natura e la nostra capacità espressiva dall'afasia e dalla laconicità e povertà percettiva e concettuale.

Non c'è logico o filologo, per quanto freddo e pedante, che anche nel più astratto ragionamento possa prescindere dall'espressione, perché non esiste concetto vuoto, ma solo espresso in forme. Chiunque voglia esprimere un qualsiasi concetto, per quanto arido, non può fare a meno di avvalersi di parole, suoni forme e particolari simbolismi.

Non c'è aspetto della vita in quanto espressione che non sia in qualche modo legato all'arte, se la vita stessa non vuole ridursi ad atto muto o peggio a meccanica ripetizione all'infinito di ciò che è giunto a noi già confezionato e ripetuto fino alla noia. E' un altro aspetto della funzione liberatrice dell'arte: attraverso l'attività creativa, di scacciare la passività e l'inerzia. Guardiamoci intorno: quanti edifici, quartieri, città si salvano dall'inerte, acritica, fatalistica accettazione dello "statu quo ante"?

G.C.

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Commento 7618 del 24/11/2009
relativo all'articolo Conservatori del moderno e moderni conservatori
di Sandro Lazier


“La forma segue la funzione” voleva l'adagio razionalista. In realtà, come delucida Gadamer, è la funzione a consacrare la forma attraverso, sempre, una pubblica cerimonia.

Poi vennero espressionisti ed organici ad ampliare il campo delle funzioni e delle forme che ne sarebbero discese. Se le funzioni investono mille dimensioni imprevedibili, imponderabili e non preventivabili con algoritmi, la forma prismatica non è razionale. Ancora il rito della consacrazione, duro a morire, di rimando stabilì surrettiziamente che il significato di “quello” spazio è in un uso sociale che è “quello”, per cui mutando quest'ultimo il “significato” andrebbe perduto. Non si tratta di favorire vuoti formalismi e archetipici quanto inesistenti simbolismi formali e astratti. Si tratta di capire che i significati che possono traslare sul piano sottostante a quello dei significanti, fissandosi in nuovi rimandi, sono tanto più numerosi quanto meno siano ovvi i significanti: le forme-cavità-significanti, le radici "semantiche".

Pochi anni fa, circa 4, ero ad Ivry: il primo brano abitativo di Jean Renaudie era un manufatto in abbandono e in degrado; intonaci scrostati, copriferro saltati, infissi malconci. Sembra che a un certo punto nessuno abbia più voluto sentirne parlare e abitarci, nonostante l'entusiasmo dell'utenza iniziale, e sia stato man mano lasciato al suo destino di edificio vuoto. Da vari anni l'amministrazione parigina ha messo a punto per Ivry dei progetti di rinnovo ad ampio respiro e raggio, non a scala del singolo edificio.

Come sia, forse per eccessiva distanza da Parigi e dalle opportunità urbane sempre più centralizzate che la capitale offre, il primo intervento di Renaudie ad Ivry era, qualche anno fa, in serie difficoltà. Proprio per questo, forse, era coabitato da immigrati africani e cinesi. Si: non so oggi, ma allora convivevano mescolandosi nello stesso complesso, nei suoi ambienti collettivi e semipubblici, andavano e venivano per le rampe e i terrazzamenti antistanti i singoli alloggi.
Sul tratto a ponte che scavalca la strada campeggiava un'enorme insegna al neon con vistosi ideogrammi cinesi e traduzione francese: era un ristorante cinese.

Più nulla più dello “stimolare la creatività repressa della gente” attraverso forme che rifiutano il prisma chiuso, l'angolo retto e la ripetitività? Più nulla del "dare un giardino pensile a ogni abitante, anche al 12° piano? Certo: la rivoluzione dell'utenza e del suo senso spaziale iniziata a Ivry è durata poco. Ma cinesi e africani hanno fatto propri e reinventato quegli spazi mescolandosi tra loro, con tutti i loro background culturali. Forse hanno trovato una valida alternativa, caotica e rimaneggiabile quanto basta, alle bidonville? E' da verificare. Ma una cosa mi pare certa: il segno scritturale, la traccia affiorante, polimorfa e dalle mille valenze aperte funziona lo stesso, in modi del tutto o parzialmente difformi dal previsto, per giunta con persone non provenienti dalla nostra cultura. Lo spazio stimola comportamenti.

Recuperare la scuola di Pellegrin sarebbe un'operazione di pura e povera filologia, noiosissima e pigra: l'ennesima consacrazione rituale per cui un quadro dovrebbe somigliare a Napoleone e varrebbe proprio perché "significa" Napoleone. Ma chiedersi quanto si presti a essere reinventata la scuola in quanto valore spaziale, a me pare una domanda molto seria e di tutt'altra e stimolante natura.

G.C.

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Commento 7573 del 02/11/2009
relativo all'articolo IN/ARCH compie 50 anni
di Sandro Lazier


Importantissime e sintetiche, le osservazioni di Lazier. Personalmente non so cos'è l'impegno etico, se non perché più se ne parla, più se ne dichiara la crescente lontananza. Perfettamente d'accordo: via gli ordini in un quadro di nessun valore legale dei titoli di studio. Che peraltro ne sono già sprovvisti in via di fatto.

Caro Lazier, condivido in toto l'articolo, quanto meno come impianto su cui innestare qualcosa. Si sono spostate le basi stesse della nostra cultura, credo. Con gli choc petroliferi degli anni '70 entriamo in quella che Angus Maddison definì "età delle incertezze negli obiettivi" e dalla quale non siamo per nuulla usciti, anzi: ci siamo sempre più infossati.
Anche il mondo dell'economia, con cui occorre fare i conti, necessita di profondi cambiamenti, legato com'è alla vecchia modellistica matematica della fisica classica. E i risultati si sono visti con la crisi mondiale recente, apoteosi del matematismo finanziario.
Noi esseri umani trasformiamo energia, territorio ed ecosistema quanto altri mai. Mi pare che abbiamo dato la nostra impronta a qualcosa come il 30 o il 40 % delle terre emerse; accresciuto di circa 1/3 la concentrazione di CO2 dall'inizio della rivoluzione industriale; utilizziamo metà delle risorse idriche del pianeta; abbiamo in pochi decenni .raddoppiato la quantità di azoto fissato derivante da fertilizzanti: l'elenco sarebbe assai lungo.
Non esiste scelta tecnica neutra, cioé che non sia culturale. Lo sappiamo, come sappiamo che non esiste economia al di fuori di scelte e responsabilità culturali precise Dunque ci tocca fare responsabilmente delle scelte e pretendere che si scelga tra alternative. Che si esca dal limbo suicida di processi dati per automatici e acquisiti ai quali si sommerebbe solo come optional il valore aggiunto della cultura architettonica: questo equivale, in realtà, solo a una sua re-stilzzazione, cioé riduzione a orpello.
Età informatica: giusto, è un'aggiunta ineludibile al discorso di Zevi. Le promesse e possibilità della "terza ondata" sono davvero incredibili. In merito, ho sempre fatto un solo appunto alle illuminanti osservazioni di Alvin Toffler ed è questo: se non scegliamo questa opportunità offerta dall'era elettronica e non spingiamo perché le sue promessse si traducano in realtà sufficientemente generalizzate, temo che l'avvento della società dei "prosumer" e delle "ad-hoc-crazie" possa avvenire tra secoli. E non ce lo possiamo permettere.
Dobbiamo scegliere, nonostante le incertezze che sembrano paralizzare anche la vita culturale ogni giorno di più, e spingere in avanti. E in questo, l'architettura moderna, segnatamente organica, ha moltissimo da dire, incitare, spronare. Anche, specialmente nei suoi rapporti con democrazie sempre più "senza democrazia", con assetti di vasti territori sempre più decisi da pochi tecnocrati che solo apparentemente demandano ad eserciti di delegati col voto nazionale e soprattutto europeo.
Quello che è in pericolo oggi, in questo clima di demoralizzazione, è la produzione e ricchezza di idee che servano a centrare i problemi e gli obiettivi di oggi per andare oltre e non rimanerne succubi o laconicamente invischiati nell'immutabile reale..
E' in pericolo l'idea stessa di progetto, cioé di progresso, e l'unica fonte realmente inesauribile di risorse: le idee che contano e servono a prefigurare futuro. Il resto è solo architettese e piacevole trastullo da salotto o da tavolo da disegno.

Un cordiale saluto,
G.C.

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Commento 7317 del 22/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Caro Renzo, scrivi :

«... (snip) ... L'arte è vita e per questo è sincera e profonda, quando è seria... non tende trappole logorroiche o pseudo-accademiche o ortodonzie professorali, però liberi di fare quello che si vuole!»

dunque, distingui tra arte "seria" e arte poco seria. Ma quand'è che l'arte è seria? Quali opere concrete fai coincidere con l'arte "seria"? L'arte è vita, certo, ma è vita anche la giustizia, la logica, la matematica, il lavoro, un panettiere che impasta il pane, un taxista che porta la gente in giro, una squadra di operai in una fabbrica. Cosa distingue tra loro queste varie forme di vita ? Non si capisce, da ciò che scrivi.

Prosegui:

«Siccome l'arte è vita, è spiritualità, è poesia e anche amore... »
anche la religione è spiritualità e anche lo sguardo e il canto di una madre per il suo neonato può essere amore pieno di poesia, ma di qui a farne un'antologia ce ne corre. Qual è la differenza? Quando quello sguardo e quel canto diventano espressione artistica?

La gara a chi fa pipì + lontano, ovviamente, non l'hai vissuta come fatto artstico, ma quando diventa, nel ricordo, nostalgia dell'infanzia e dell'innocenza e di un mondo di cose "semplici" andate perdute, quell'evocazione confina con una dimensione artistica, dal mio punto di vista. Non lo è ancora, ma le somiglia. L'arte non predica valori: è valore in sé. Ma che genere di valore, distinto da altri come i valori morali o quelli di sana e buona convivenza o quelli di operosità o di equità?

La parte sul futurismo, Mirò ecc. confesso di non averla capita molto.

Salvatore Di Giacomo, per me uno dei massimi poeti italiani il cui solo torto fu di aver scritto in napoletanom, per cui non tutti lo comprendono, qui ci mette di fronte a una scena banalisima, che a tutti può esser capitato di vivere. Ma come ce la fa vivere ed osservare?
*********************************
PIANEFFORTE 'E NOTTE

Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.

E' ll'una: dorme 'o vico
ncopp' a sta nonna nonna
'e nu mutivo antico
ìe tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle 'ncielo!
Che luna! E c' aria doce!
Quanto 'na bella voce
vurria sentì cantà!

Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint' a ll'oscurità.

Ll' anema mia surtanto
rummane a 'sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta
ncantannose a penzà

***************************
per chi non capisce il napoletano, in italiano sarebbe all'incirca (ma già l'incanto si perde):

PIANOFORTE DI NOTTE

Un pianoforte di notte / suona lontanamente / e la musica si sente / per l'aria sospirar. // E' l'una, dorme il vico / su questa ninna nanna / d'un motivo antico / di tanto tempo fa. // Dio, quante stelle in cielo! / Che luna! E che aria dolce! / Quanto una bella voce / vorrei sentir cantare! // Ma solitario e lento / muore il motivo antico: / si fa più cupo il vico / dentro l'oscurità. // L'anima mia soltanto / rimane a 'sta finestra. / Aspetta ancora. E resta / incantandosi a pensare.

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Commento 7320 del 22/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Giusti scrive:

"Signor Cusano, io non aborro proprio niente,ho solo osato dire, velatamente, che, essendo lei uomo e come tale avendo lei delle debolezze, la sensazione è che, oltre all' innegabile opera di onesta e interessantissima informazione e stimolo alla ricerca e approfondimento, lei inceda ben volentieri nel mettersi in mostra e nel porsi in cattedra.
Ma va questa presa come un offesa? e perchè mai?
continui dicuramente nelle citazioni. io personalmente le apprezzo molto. "

e chi le ha detto che io la reputi un'offesa? E' evidentemente una sua presunzione ( nel senso che lei lo presume) a farglielo pensare.
Lei, dal primo momento che è intervenuto in questo discorso, non sembra aver avuto nulla di meglio da fare e da dire se non sottolineare la sua "irritazione" e spostare il discorso su un piano personale che è marginale rispetto a temi ben più importanti e interessanti che non le persone che li portano avanti.
E infatti parla di umane debolezze, che ovviamente non risparmiano nessuno. Se è sui difetti umani, che intende spostare l'attenzione per distoglierla da argomenti ben più seri, tenga però presente che le umane debolezze non risparmiano nemmeno lei.
Non ultimo un suo certo attegiamento che trovo "arrogante" (da ad-rogare: chiedere per sé ciò che non si è poi disposti a concedere ad altri), termine che denota proprio l'atteggiamento (e badi bene: parlo dell'atteggiamento, non della persona) di chi ad ogni costo rivendica per sé più meriti di quanti gliene spettino: nel suo caso, appunto, quello di scendere pretenziosamente sul terreno personale senza accettare, però, che gli altri poi facciano lo stesso con lei.
Se il termine le da fastidio mi spiace molto, ma è lei che ha scelto questo terreno. Di che si lamenta, ora? Se ha un termine ugualmente significativo che la irrita meno, lo adotterò volentieri. Insomma, in nome di cosa lei può giudicare l'altrui "mettersi in mostra e in cattedra", se non del goffo e preventivo tentativo di mettersi al riparo dall'altrui giudizio sulle sue debolezze umane? Se l'è cercata scegliendo un piano ben misero di discussione, mi pare.
E la disinvoltura con cui insiste mi sembra pari solo all'inconsistente contributo sule cose che finora ha portato. Ma di che parliamo? Di che desidera che si parli? Difetta forse di argomenti? Se è così, la capisco: fa parte delle umane debolezze. Se così non è, ragioni e argomenti delle cose, da persona seria, che ama le cose, non delle persone, che nulla interessano e contano.

La saluto,
G.C.

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Commento 7318 del 22/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


segue (X MARRUCCI)

quell'incanto (aura) sta nel fatto che quei versi non possono essere espressi in altro modo e in altre parole: non si può fare altro che ripeterli così come sono. Non c'è nessuna finalità e nessun contenuto "esterno": forma e contenuto non sono due entità ma una sola: la forma crea il contenuto e viceversa, allo stesso istante in cui sorge l'espressione.
Ma se voglio dimostrare una tesi o deliberatamente indurre delle reazioni, la cosa cambia. Faccio prosa, letteratura, ("Non più poesia dopo Auschwitz!") ma sempre di arte si tratta. E l'arte delle avanguardie ha puntato anzitutto a indurre reazioni nel pubblico e studiarle per sollecitare l'azione. "Amo il suono che non parla ma agisce" (Cage). Rifiutando di essere acritica e avalutativa, vuole fondare mezzi espressivi (linguaggio) che siano prima di tutto valutazione critica della realtà: nuovi linguaggi, perché i vecchi -aulici, accademici, classicisti, ideologici- sono obsoleti e spesso si sono levati a celebrare orrori.

Se ne può pensare bene o male, ma di questo si tratta, mi pare: di spostare le basi stesse della nostra cultura per farle calzare il più possibile alla vita e svincolarle il più possibile da celebrazioni ideologiche. Non ti piace? Non ti piace: è legittimo. Ma decenni di storia dell'espressione (arte) sono lì a testimoniare che le cose sono andate a grandi linee così. . Ci sarà un perchè, se quasi tutti gli artisti hanno iniziato a "sentire" e cercare di rappresentare diversamente la realtà, senza abbellirla "ad arte", o no ?

Eraclito-G.

PS: ora, però, basta: temo che il discorso stia diventando ripetitivo, cioè noioso.

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Commento 7306 del 19/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Marrucci, tu e qualcun altro qui aborrite le citazioni e trovate irritanti certi toni. Se avete la pelle delicata, non strofinatevi sugli alberi, allora. Ma ci si guarda un po' allo specchio? Ci si chiede, per caso, con che toni si esordisce, prima di additare quelli di chi ci replica? Una volta questa si chiamava arroganza, ancorché sotto le mentite spoglie del comune e sano buon senso. Non so se si chiama ancora così: forse hanno fatto un lodo apposta, un ddl approvato in fretta e furia ricorrendo alla fiducia. Ma allora dtelo: non ne sapevo nulla.
Ora, visto che siamio in tema di aborrimenti, dal canto mio si sappia che aborro invece i facili sarcasmi con i quali esordisce chi non vuole alcun confronto ma finge di cercarlo solo per mettersi preventivamente al riparo, fuori e al di sopra, dalla parte di chi giudica e pretende di non esserlo a sua volta, salvo poi additare negli altri esattamente questo atteggiamento nel goffo tentativo di mascherare il proprio.

Qual è il confine tra arte e vita? Tu, Marrucci, lo sai individuare con precisione e certezza? Il dadaismo, il ready-made, Duchampo, Fontaine (l'orinatioio) ci hanno lavorato molto tendendo ad annullarlo o a sondarne gli incertio confini. Non sono solo questo, evidentemente, e non solo il dadasismo. Si sono scritti tomi sull'argomento e francamente non mi va di sprecarci altro fiato né di menzionarli, per ovvie ragioni.
Dettto questo. se l'arte è uscita dai musei, se ha investito i paesaggi diventando land-art, se è tornata tra la gente con gli happening e le performance, questo lo si deve anche al dadaismo e a un generale rifiuto di ogni visione edonistica, legata a equivoche e vecchie estetiche fondate sul piacere. Anche l'arte concettuale, a mio parere, mira a far riflettere e rifiuta questa dimensione di puro abbandono, salve restando le centratissime -a mio parere- osservazioni di Vilma Torselli. Basta andare a guardare le opere di Joseph Konuth, che coniò il termine, per capirlo: non ci vuole certo la zingara. E poi dice che uno cita: ma di che parliamo, altrimenti? Di aria fritta?.

Lazier ha centrato benisimo altri aspetti della questione: lo spiazzamento derivante dal fatto che un oggetto di uso comune, messo tra parentesi da un artista e collocato in un contesto per definizione "artistico" (l'orinatoio in un museo, per es., o la foto di un orinatoio con mini-campo di calcio su una rivista di arte e architettura) scatena le reazioni più disparate perché induce e frustra il tentativo di leggerlo con la stessa aura sacrale e metafisica dell'opera tradizionale. Non è poco, scatenare queste reazioni: concordo con Lazier. E' l'ironia, l'arte come gioco e dimensione che rifiuta il dramma. E l'utilità dell'arte per la vita. Cosa che attiene molto all'architettura: e Duchamp, ne sono convinto, era un architetto. Può piacere o no, ma questo è.
I musei nascono in circostanze storiche precise per denotare la terrificante potenza militare e di saccheggio dei grandi Imperi a cavallo tra '700 e '800. E per esibirne la munificenza, anche. Non è un marxista-leninista a sostenerlo e dimostrarlo, ma non dico chi per non urtare suscettibilità alcuna.
Nel fare questo, i musei hanno messo l'arte tra parentesi alienandola dalla vita quotidiana, dov'era sempre stata. Altro che amore per l'arte: amore per il dominio e l'eccidio. Con le conseguenze che tutti possono vedere.
Quanto alle preoccupazioni di chi paventa performance a base di pubblici sfoghi intestinali e svuotamenti di vesciche al cospetto del pubblico, quando si verificheranno ne riparleremo. Ma parlare di cose mai accadute, mi pare francamente ridicolo. I "passaggi al limite", per cui, con gli orinatoi "al limite" si legittimerebbe di tutto, anche pipì e feci in pubblico, denotano solo una mentalità autoritaria che non considera e valuta il fatto in sé ma suoi paventati sviluppidel tutto immaginari. per cui dovremmo star qui a rassicurare e sedare le paure preventive di chi ipotizza pure irrealtà.
Padronissimo chi vuole di credere ancora nell'arte dotata di aura sacrale, messa fuori dalla vita in appositi templi: per carità, ci mancherebbe. Ma c'è anche altro.
E allora stiamo ai fatti, invece di agitare i nostri fantasmi di comodo spacciati per verità: i fatti sono fatti, i fantasmi sono fantasmi.

Serena giornata, Marrucci.
Eraclito-GianNino


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Commento 7309 del 19/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Signor Giusti, la ringrazio per la stima, che ricambierò al 100% assai volentieri quando vorrà portare un contributo più sostanzioso alla discussione, pro o contro: cosa di cui sono certo che lei è capacissimo. Non siamo in un'arena: credo sia bene precisarlo non per lei o per me, ma per chi legge. Quindi, onoriamo il confronto e le idee, quali che siano, purché idee. Il resto, sono solo piccoli inciampi su strade a volte necessariamente accidentate.

Con cordialità,
GianNino- Eraclito

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Commento 7303 del 18/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Signor Giusti, visto che del Mr. s'è appropriato lei, preciso che non sto al di sopra o al di sotto: in questo mondaccio ci sono calato fino al collo tanto quanto lei. Ognuno ci sta in un modo, evidentemente. Io con le mie letture, che mi aiutano a cercare di capire di che mondo si tratta e in che modo posso, nel mio piccolo, coontribuire a cambiare qualcosa.
Mi rendo conto che tra veline e Grandi Fratelli non si riesce più a vedere in prima serata, che so, Eduardo De Filippo e non si sa più cosa farsene, delle letture, ma rappresentano il mio sistema di coordinate. Antiquato, lo so: vintage, demodèe, ma è il solo modo che ho per supplire a una tv largammente inguardabile: un ripiego; faccio di necessità virtù: ognuno si diverte come può.

Citazioni non per sfoggio o amore manieristico della citazione ma come rinvii a concetti e discorsi già espressi e sviluppati da altri; quindi: 1. chi legge stia tranquillo che non li ho inventati o espressi io, e quindi mi pare giusto dare quei concetti ai loro legittimi proprietari; 2. perché chi vuole può prendersi la briga di controllare e approfondire di persona; 3. perché tutto questo mi pare onesto.

Del resto, mi passi anche questa, chè una più una meno non cambia molto, Flaiano diceva che "leggere è facile. Il difficile è dimenticare ciò che si è letto". E mi riesce proprio difficile, perché a me -che non sono nato "imparato"- leggere serve. A lei no? Se è così, si reputi fortunato. :)

Cordialmente,
G.C.-Eraclito

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Commento 7302 del 18/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Caro Renzo,mi hai invitato tu (7287) a parlare un po' del pisciatoio.
Ora che ho risposto alla tua sollecitazione (7299) mi scrivi che non te ne frega nulla. Magnifico. Dico davvero :)

E hai aggiunto:
«.. penso sempre più spesso a quando s'era ragazzi e si faceva a gara a chi la faceva più lontano... »
E dunque, ci voleva Duchamp. Vedi che anche fare pipì può essere arte?

Poi scrivi:
«Bisogna riportar le cose alla propria natura per non smarrirsi troppo nella selva contorta dell'inutile... Tirare o spingere l'utile? che cosa è meglio? Stare dietro il carro o avanti? Ma non mi dire che preferisci starci sopra al carro per piacere! »
Mi piace andare a piedi e senza carri.
L'ho capito perfettamente, che ami e cerchi il semplice e naturale: non parlerei nemmeno con te, se tu non esprimessi una passione.

In nome del comune amore per il "naturale" (il "semplice" te lo lascio) ti invio un articolo sul Pacific Trash Vortex:

http://www.inerba.org/Salute-e-Ambiente/Pacific-Trash-Vortex-|-Cinque-milioni-di-chilometri-quadrati-di-rifiuti-nell-oceano-pacifico.html

Nessuno se ne occupa, ovviamente, essendo in acque internazionali: dunque, non di responsabilità e competenza specifica di uno stato o dell'altro; tutto sommato, è del tutto "semplice e naturale" che le cose vadano così :).

Un saluto cordialissimo
Eraclito-Giannino

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Commento 7298 del 18/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Infine, To(o) Giusti e Marrucci (&Torselli):

il brano di Croce che ho postato (comm. n.7285) mi è tornato alla mente proprio dopo aver letto il n. 7279 nel quale Giusti, dopo essersi chiesto se fare pipì e cacca può considerarsi opera d'arte (e direi proprio di si) si rivolge a Lazier concludendo: "mi scuserà, ho letto l'articolo, ma mi sono fatto prendere dall'immagine, che vuole farci, sono un lobotomizzato figlio di questi tempi di feci". Centratissimo! Anche se al suo posto avrei scritto, omettendo la foglia di fico, "figlio di questi tempi di merda".
Anche Marrucci coglie un dato importante, quando (n. 7291) risponde alla sempre pimpante Torselli "direi che oggi è il contesto economico che si serve dell'arte in un modo che definire vergognoso mi sembra anche un eufemismo." Se li rileggete e poi tornate al brano da me postato (n.7285) vi accorgerete che dite esattamente quello che sosteneva Croce già nel 1913, sia pure con molto maggiore articolazione.

Ma insomma, cosa ci si aspetta da un artista? Che salvi il mondo? Illusione romantica! Che si occupi di temi "edificanti"? Illusione moraleggiante! Ambedue nulla ha a che vedere con l'arte. Sempre Benedetto Croce scriveva, nello stesso saggio, a pag. 69: "L'artista è sempre, moralmente incolpevole e filosoficamente incensurabile, se anche la sua arte abbia per materia una morale e una folosofia inferiori: in quanto artista, egli non opera e non ragiona, ma poeteggia, dipinge, canta, e, insomma, si esprime; se altro criterio si adottasse, si tornerebbe a condannare la poesia omerica, come facevano i critici italiani del '600 e quelli francesi del tempo del XIV Luigi, arricciando il naso innanzi a ciò che essi chiamavano il «costume», agli eroi litiganti, chiacchieroni, violenti, crudeli, mal educati. "

Il tema proposto da Lazier ci rimanda a una polemica interna al romanticismo, per nulla sopita perché attualissima: quella della concezione dell'«arte per l'arte» opposta al'altra dell'«arte per la vita». Dissidio dal quale l'architettura, essendo "della" vita, è in larga misura immune, ma di questo ci sarà occasione di riparlare, spero.

Cosa fa un artista? Esprime "sentimenti": passioni, modi di sentire. La Torselli mi corregga se sbaglio, ma penso che Dino Formaggio avrebbe detto "emozioni", indicando con ciò la stessa cosa dei "sentimenti" crociani. Non sentimenti al naturale, per cui se mi pestano un piede e faccio "ohi" quell'espressione immediata non è, con ciò, opera d'arte. Lo diventa se in qualche modo osservo quei sentimenti e, inizialmente avvolto nel loro turbine, a un certo punto me ne distacco e ne estraggo un'immagine. La materia prima con cui lavora l'artista, quindi, è comune a tutti gli esseri umani. Il modo in cui la trasfigura in opera, però, è un'altra questione.

Ora, sappiamo tutti che "dolore", "nostalgia", "gioia" (pensiamo a certe poesie di Baudelaire) , "rabbia" (penso ad alcuni versi "politici" di Carducci, per es.), "pessimismo" (Leopardi) e così via appartengono a buon diritto alle passioni o emozioni o sentimenti. Ma "crudeltà" (Artaud, Bene), "freddezza", "indifferenza", "prepotenza", avvertire la vita "senza fede in Dio e nel pensiero" (Maupassant, grande esempio di poeta, fu maestro in questo) non sono forse e a buon diritto "sentimenti" ? Dunque, se parliamo dell'indifferenza dello scolabottiglie di Duchamp o della freddezza della musica delle scuole di Vienna e poi di Darmstad, stiamo ancora parlando di modi dell'espressione: di arte, a tutti gli effetti. Arte "indipendente" (per l'arte) e insieme "per la vita", che incita all'azione per mutare e riconsiderare la vita perché altro non trova, a sua disposizione, in una realtà, appunto, "di feci" . E' colpa dell'arte? Evidentemente no.

Mediterei su alcune piccole lezioni:
ancora Duchamp:
http://www.youtube.com/watch?v=xIbye75demM

John Cage:
http://www.youtube.com/watch?v=2aYT1Pwp30M
http://www.youtube.com/watch?v=q2tNeoMKyq8

Perché l'arte si trova costretta, oggi, e non da ieri mattina, a sottrarsi alla propria tradizionale "aura&q

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Commento 7292 del 17/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Caro Renzo, hai scritto:

"Verrebbe qualche battuta sarcastica di fronte alla difesa dell'arte contem
poranea di Giannino detto Eraclito. Può essere che sia proprio un pisciatoio a salvare il mondo? Non me la sentirei di poterlo escludere... "

e per forza: con le stronzate ogni giorno più copiose che si sentono in giro :)

Ciao,
Giannino-Eraclito



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Commento 7295 del 17/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


PS: x Mr. Giusti

ho voluto citare da un testo di Croce di 96 anni fa per 2 ragioni:

1. Croce aveva già allora, 96 years ago, perfettamente inquadrato, mi pare, natura e linee di tendenza dell'arte e delle avanguardie contemporanee: la sollecitazione all'azione più che alla contemplazione ecc. Nel 1913 le piantine (cubismo, futurismo, dadaismo ecc.) erano già cresciutelle e i giochi di fondo erano tutti sostanzialmente fatti. Il che non significa che dopo non è accaduto più nulla: al contrario. Significa solo che il cambio radicale di prospettiva era avvenuto;
2. a quasi un sec. di distanza c'è chi ancora non ha compreso criticamente (il che non implica approvazione piuttosto che riprovazione, ma consapevolezza in ambo i casi) ciò che un composto signore, che peraltro di arte si occupava solo di striscio, aveva già compreso un sec. fa. Qualcosa non mi torna ... :)

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Commento 7294 del 17/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


PS. X Renzo Marrucci

ORINATOI: fossi in te non mi fossilizzerei ancora sui cataloghi Ideal-Standard, che conosciamo a memoria: tenterei un passettino ulteriore.

Col tuo permesso, vorrei consigliarti, di Rosalind Krauss, "Passaggi. Storia della scultura da Rodin alla Land Art" edito da Bruno Mondadori nel 1998 in edizione italiana. Un po' datato, lo so, non è proprio il massimo della novità o del "nuovismo", ma almeno, ormai è diventato un classico: nulla di terrificante. Del resto, puoi consolarti: negli USA è molto + vecchio, dato che è uscito nel 1976. Un ritardo non sempre è uno svantaggio :)

Per inciso, giova notare alcune affinità tematiche tra il libro della Krauss e quello coevo (1976, ed. italiana del 1979: con la Francia abbiamo fatto più in fretta) di Jean Baudrillard, "Lo scambio simbolico e la morte": affinità davvero sorprendenti.

Infine, ti regalo questa intervista a Marcel Duchamp:

http://www.youtube.com/watch?v=E0D1Q2NUQGU

che trovo molto istruttiva e interessante.

Ciao,
Eraclito-Giannino

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Commento 7293 del 17/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Mr. Giusti, ha scritto:

"Signor Cusano,
questo lo scriveva Croce nella XX edizione.
Lei ne riporta il testo per intero, ma ne condivide anche il contenuto o, visto che sono passati cinquanta e più anni dalla formulazione di tal pensiero crociano, avrebbe da dire di suo, espresso con parole sue? "

Per la verità questo lo scriveva Croce già dalla prima edizione, del 1913. Dunque sono passati non 50 ma 96 anni, ma quel testo mi pare quanto mai lungimirante e attuale nelle linee di fondo. Non ho riportato il testo per intero, ma solo un piccolo periodo. E' evidente, infine, che ho fatto mie quelle parole. Il che significa ... già: chissà cosa significa (?) :)

Smile, Mr. Giusti: smile :)

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Commento 7285 del 16/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


IN DIFESA DELL'ARTE CONTEMPORANEA

«L'arte contemporanea, sensuale, insaziabile nella brama dei godimenti, solcata da torbidi conati verso una malintesa aristocrazia che si svela ideale voluttuario o di prepotenza e crudeltà; sospirando talora verso un misticismo che è altresì egoistico e voluttuario; senza fede in Dio e senza fede nel pensiero, incredula e pessimistica, -e spesso potentissima nel rendere tali stati d'animo,- quest'arte, che i moralisti vanamente condannano, quando sia poi intesa nei suoi profondi motivi e nella sua genesi, sollecita l'azione, la quale non volgerà certo a condannare, reprimere o raddrizzare l'arte, ma a indirizzare più energicamente la vita verso una più sana e profonda moralità, che sarà madre di un'arte più nobile di contenuto e, direi anche, di una più nobile filosofia. Più nobile di quella dell'età nostra, incapace di rendere conto non solo della religione, della scienza e di sé medesima, ma dell'arte stessa, la quale è ridiventata profondo mistero, o piuttosto tema di orrendi spropositi pei positivisti, neo-critici, psicologi e prammatisti, che finora hanno rappresentato quasi soli la filosofia contemporanea, e che sono ridiscesi (per riacquistare, certo, nove forze e maturare nuovi problemi!) alle forme più bambinesche e più rozze dei concetti sull'arte.»
Benedetto Croce: Breviario di Estetica (Laterza, Bari, XX edizione,1982 - Piccola biblioteca filosofica, pag. 76)

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Commento 7267 del 04/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Scrive Lazier che gli interventi di Pagliardini su Antithesi "sono uno stimolo e una risorsa."

Nel mio dissenso da moltissime delle cose che scrive Pagliardini, la considerazione fatta da Lazier mi trova d'accordo. Guai se ci si appassionasse tutti allo stesso modo e delle stesse cose.

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Commento 7263 del 03/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


In riferimento all'ultimo commento di Pagliardini, non riuscirò a essere breve: i temi in gioco sono molti e complessi. Io la vedo così:

1. Freud era un neurofisiologo. Inizialmente parlò di istinti (istinkt) alla base del comportamento umano, ma presto rivide la questione introducendo il concetto di pulsione (trieb). La differenza è che mentre l'istinto è deterministico e negli animali induce comportamenti definibili e prevedibili, la pulsione è plastica: non dà luogo ad alcun meccanicismo perché ogni pulsione può avere esiti assai differenti, dipendenti da fattori imponderabili come la cultura del soggetto e non, atti di invenzione e di fantasia ecc.. Lacan, freudiano eretico al punto di essere espulso dalla Società Psicoanalitica Francese per aver tenuto una serie di seminari commissionatigli dalla stessa SPF, chiarì molto bene questo punto. Ciò che distingue l'essere umano dall'animale, in questa prospettiva, è esattamente la differenza tra pulsione (eminentemente umana) e istinto. Sempre Lacan, e non a caso, fece la sua tesi di laurea sulla paranoia, perché a tutt'oggi -che io sappia- si ignora qualsiasi corrispondenza neurofisiologica con la paranoia: in soldoni, non c'è psicofarmaco adatto al caso . E' tuttora un fenomeno eminentemente psicologico.
Nemmeno io mi intendo di neuroscienze, ma il fatto che esista una base neurofisiologica al nostro comportamento non mi pare che debba necessariamente riportarci indietro di oltre un secolo al positivismo ottocentesco. Se i ferormoni, insomma, non determinano meccanicamente l'innamoramento, credo che abbiano una parte in questo processo assai complesso e ricco di fattori anche culturali disparatissimi.

2. percezione: mi pare che già la Torselli abbia avvertito chiaramente, forse in un commento precedente forse nello stesso articolo su Piazza del campo, non ricordo, che la percezione non è un fenomeno passivo.
Il punto è fondamentale. La percezione è un fenomeno attivo ed è già giudizio sulla realtà. Sono in una stanza, sto scrivendo, percepisco questo fatto e percepisco me stesso in mezzo a una serie di arredi, libri, oggetti, rumori, odori, coluri ecc. In questa percezione ho già selezionato una serie di elementi che ai miei occhi la caratterizzano: ho emesso un “implicito” giudizio sul mio essere seduto qui e sugli oggetti che mi circondano. Non c'è nulla di oggettivo, in tutto questo, perché non è detto che un altro al mio posto produca la stessa fantasia o, se lo fa, non è affatto detto che la fondi sugli stessi elementi su cui si fonda la mia ecc. ecc. Non c'è nulla, peraltro, che possa impedirmi di immaginarmi a New York, in un grattacielo di Manhattan, o in un monastero sulle rive del Gange. Queste trasposizioni forse ammettono delle spiegazioni, peraltro non semplici e che quasi certamente variano da persona, ma certo non sono deterministiche o meccanicistiche. Questa indistinzione tra reale e irreale, che mi consente di vedermi dall'esterno, o addirittura di immaginarmi altrove, è un atto conoscitivo alogico di “fantasia” o “intuizione”, o meglio di intuizione-espressione, perché i due termini sono la stessa cosa: non esiste intuizione “vuota” o inespressa in parole, colori, forme ecc. che rompe un ordine presente per un'alterità non prevedibile che rilegge in modo inusuale la mia situazione e gli oggetti che ho intorno. Questo non fa ancora arte, ma con essa ha una forte attinenza. E' certamente un'esperienza. Che esistano “leggi” della percezione è cosa assai dubbia, almeno da quando, negli anni '60, un nutrito gruppo di psicologi statunitensi guidato da Franklin Kilpatrick, sulla scia del pensiero di John Dewey, in particolare estetico (v. L'arte come esperienza, ed. La Nuova Italia) si propose di capire meglio come si formi un'esperienza. Invece di partire da oggetti e di studiare la loro percezione in vari soggetti, si partì dalle percezioni e si comprese che le stesse percezioni possono essere determinate da oggetti reali molto diversi tra loro e che non hanno nulla a che vedere con ciò che veniva percepito. Gli esperimenti andarono da semplici oggetti a studi sulla dinamica del movimento degli oggetti, dei soggetti e di ambedue simultaneamente e sono raccolti in un interessantissimo libro edito da Bompiani, La psicologia transazionale, dove il titolo allude al fatto che in ogni percezione noi compiamo una serie di azioni mentali per nulla passive: mercanteggiamo, anzi, con la nostra esperienza precedente, con il nostro sistema di aspettative, col nostro stato emotivo ecc. per tentare di ricondurre il fatto nuovo di fronte al quale siamo messi a fatti desumibili dal nostro vissuto pregresso: operiamo, insomma, delle “transazioni”. Ciò mise abbondantemente in crisi le psicologie tradizionali e oggettive della percezione, a partire proprio dalla Gestalt Theory. Non mi pare affatto trascurabile che quando Galvagni parla di Gestalt ecologica assuma che la nostra percezione dell'ambiente vari c

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Commento 7261 del 01/06/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Mi rendo conto che la storia oggi non è più molto di moda, tra approcci fenomenologici che pure hanno la loro importanza, e recuperi (a mio parere eccessivamente generalizzanti) di temi cari a Georges Bataille piuttosto che a Walter Benjamin o a Friederich Nietzsche, volti a screditare qualsiasi approccio storico in nome dell'eterno ritorno e della preminenza dell'immagine come "traccia" inconscia e sempre riemergente del rimosso, ma non per questo trovo lecito buttare al macero tout-court qualsiasi chiave di lettura di matrice storica.

Se "ogni poesia è d'occasione", come ripeteva Sartre, credo quindi che la questione di Siena e di Piazza del Campo vada anzitutto inquadrata nel concreto del suo divenire storico. La piazza è parte anzitutto del sistema ternario Duomo-foro Boario (poi piazza Mercato)-Campo. Sono i tre caratteristici poli (religioso, commerciale e civico) che vertebrano tutte le città medievali. Sappiamo anche che queste seguivano schemi o “tipi” ben identificabili : lineare, fusiforme, radioconcentrico (vera “invenzione” tipica dell'epoca), a lisca, a scacchiera ecc. applicati caso per caso in modo assai duttile in rapporto alla conformazione del suolo e a un abbozzo di vita comunitaria che evolveva sulla base di ben definiti canovacci.

Nessuna assiomaticità urbanistica, ma parlare di “regole” a me sembra che possa risultare ambiguo, per noi che veniamo dopo il Rinascimento. Piuttosto, parlerei di un metodo flessibile assai più razionale di qualsiasi rigido ordine geometrico; un linguaggio della continuità capace di amalgamare nell'assieme ogni singolo episodio. E che può e deve essere letto, almeno in via di tentativo, assumendosene tutti i rischi.

Osservava giustamente Ranuccio Bianchi Bandinelli che il peculiare senso spaziale senese nasce dalla particolarità di un sistema di strade il cui impianto base è quello delle “Siene” dei borghi e castellari più o meno chiusi ciascuno in sé dei sec. XII e XIII, che poi verranno reintegrati nella Siena dei mercanti e degli artigiani. Ma non fino a cancellare il carattere di strade a “elementi chiusi” che, invece, il Rinascimento e l'età barocca tenderà ovunque a trasformare con aperture verso punti focali prospettici.
Dunque, a Siena si parla un linguaggio che non prevede edifici messi in mostra come fondali o terminali a strade né strade realizzate a bella posta in funzione di singoli edifici. C'è, piuttosto, un sistema ininterrotto di circuiti e superfici stradali che si sviluppano per fluenze capaci di interrelare cammino umano e curve di livello. E che non va minimamente confuso con quello delle quinte ondulate del Barocco, perché queste configurano, anche in relazione alla difusione delle carrozze, sistemi di direttrici esplodenti in fuochi, secondo la logica della "sorpresa" e spesso della persuasione occulta, del tutto ignoto alle aggregazioni descrittive, rapsodicche e narrative del mondo medievale e senese.

Le tre piazze di Siena, di cui il Campo fa parte, nascono da un preciso programma di decentramento urbano e di apertura del mercato sull'hinterland e di una razionale connessione della città con la via Francigena. Anche il programma di “urban redevelopment” da cui nasce il decentramento non segue alcun rigido disegno aprioristico ma una metodologia duttile e, insieme, assai rigorosa. La nuova pianificazione prese l'avvio, che io sappia, nel sec. XIII per interrompersi solo con la peste del 1348.
Il polo civico del Campo intensifica questo discorso di superfici avvolgenti facendole confluire e intersecandole nel più importante spazio comunitario della città. Anche la torre del Mangia non sembra configurarsi come fulcro o coagulo visivo, focale, quanto come episodio pragmaticamente assunto per puro gusto della verticalità. A questa logica descrittiva di superfici appartiene anche la pavimentazione cava della piazza, su cui si lascia semplicemente affiorare l'andamento stesso del terreno. Dunque, doppio cavo (invaso + pavimentazione della piazza) pulsante a valenza fortemente temporale e del tutto avulso dalla più tarda dinamica barocca.

Questo procedere per fasce e superfici continue che gradualmente, inglobando edifici ed episodi di ogni genere, dalle vie compresse sfociano nella bolla dilatata della piazza mi pare un carattere distintivo di Siena e della forte intensificazione della sua vita civica nella piazza del Campo.

Non so e non mi sento di decidere se si tratta della “più bella piazza del mondo”, perché le piazze di Spagna o del Quirinale, gli invasi di Pienza, piazza delle Erbe e della frutta a Padova o piazza dei Miracoli a Pisa sono altrettanti episodi poetici (più che di edilizia/architettura , parlerei di prosa/poesia) e dove c'è poesia non c'è quantità ma solo diverso e forte “carattere”. Tentare di captare l'individualità di ciascuno di questi episodi, ciò che fa di ciascuno un “unicum” distinto da ogni altro, non ci gara

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Commento 7258 del 29/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


giusto porsi domande ... quante domande (!?)

... ascoltare sentire ascoltare sentire ascoltare sentire ...

Daniel Variations, My name is Daniel Pearl di Steve Reich
http://www.youtube.com/watch?v=7Z7U-R3kYbk

bye
Eraclito

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Commento 7251 del 27/05/2009
relativo all'articolo Utilità e inutilità dell'arte
di Sandro Lazier


Caro Renzo, quando si parla di "inutilità" dell'arte credo che si intenda che l'arte non svolga una funzione eminentemente "utilitaristica".
Ciò non toglie che l'arte abbia un ufficio nelle attività umane, tanto che non si conosce civiltà o età della storia priva di espressioni artistiche come non se ne conosce una che non abbia i propri modi di organizzarsi per il sostentamento (atività utilitarie).
Non a caso l'articolo di Lazier conclude:

"Ma in generale concordo con Vilma Torselli e con l’esigenza capitale di un’arte inutile.
Più inutile e sregolata è, tanto più ci è necessaria."

il che mi pare perfettamente logico e condivisibile.

Ciao,
Eraclito

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Commento 7232 del 22/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Caro Renzo, hai scritto

"Elucubrazioni caro Giannino, elucubrazioni... solo elucubrazioni poco chiare e molto ombrose. Ombrose appunto perchè poco chiare... "

con questo caldo, un po' d'ombra non guasta :)
A ogni buon conto, d'ora in avanti mi firmerò Eraclito (detto "l'oscuro")

Ciao,
Eraclito - Giannino

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Commento 7230 del 21/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Caro Zappalà, mi pare perfettamente legittimo il suo entusiasmo per Fuksas. Mi pare altrettanto legittimo che ci sia chi non lo condivide. Personalmente, penso che Fuksas non abbia senso della "forma" e che la "nuvola " sia un pasticcio, da questo punto di vista. E', del resto, legittimo che un sindaco lo chiami come consulente per la ricostruzione (e non certo del solo centro storico, dal momento che sono state colpite zone periferiche e che il tema de L'Aquila a me pare più vasto di quello del solo centro storico) ma è altrettanto legittimo essere critici per questa scelta, se non la si condivide. E senza dover per questo sentirsi dare degli imbecilli.
Il punto non è questo, a mio parere, ma coinvolge quella che qualcuno ha chiamato "l'altra tradizione". (quella organica, nell'accezione più ampia del termine), ormai quasi totalmente negletta e rinossa nel contesto odierno. E' in nome di questo, mi pare, che alcuni criticano la scelta del sindaco de L'Aquila: in nome di un amore diverso: con una scelta oggettuale differente.
Non c'è dubbio, dal mio punto di vista, che nel contesto globale attuale si sia creata una situazione per cui alcuni architetti (detti "archistar", termine che non mi piace e tendenzialmente non uso) vivono ormai di rendita, di una spinta inerziale sulle cose fatte, monopolizzando di fatto (o costituendo in oligopolio) la domanda e l'offerta mondiali di architettura e di fatto il concetto stesso di "modernità". Non c'è dubbio, però, sempre dal mio punto di vista, che architetti validissimi e creativi come, ad esempio, Lucien Kroll siano totalmente emarginati. E' un fatto; come è un fatto che Kroll non è così fotogenico. Ed è un fatto che l'immagine stia surrogando l'architettura: intendo "vissuta" e fruita "in diretta".
Allora, sempre per me: benissimo Hadid e quant'altro, ma se la massima parte degli interventi di una certa importanza sono ormai galvanizzati dalla produzione serializzata di immagini patinate, da architetture "da bere" prima che "da vivere", forse qualcosa non funziona e forse qualcosa si è inceppato nella pluralità di possiblità e scelte che siamo in grado di mettere in campo. E questo, a mio modo di vedere, è sempre un segnale preoccupante. Ed è bene, per me, che ci sia chi è preoccupato, si chiede perché e confuta quelle scelte.
Non ho mai ragionato in termini di "buona-" o "malafede": non m'interessa. Da laico, si tratta di categorie che volentieri lascio ai gesuiti e alle loro (immoralissime) "direzioni di intenzione". Dunque non mi interessa discutere in termini di frustrazione o di invidia. Benissimo la faziosità, se sa riconoscere e onorare quelle altrui. Sminuire, per quanto con i più nobili intenti, con simili argomenti i propri avversari non migliora certo le motivazioni di chi lo fa. Abbassa solo il livello del confronto e deteriora e svaluta anzitutto le ragioni di chi mette in campo simili discorsi.
Il problema non è "vincere" con argomenti purché siano: difatti, ci sono sconfitte onorevolissime e vittorie e successi che non lo sono affatto. Il problema, a mio avviso, è cercare di capire in che realtà viviamo. Perché l'arte (architettura inclusa) è insieme percezione della realtà e immagine del possibile. E se le opzioni si riducono a una o a un paio, e a formule bell'e pronte, il dubbio che qualcosa di fondo non quadri a me viene. A lei no?

Cordialmente,
G.C.

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Commento 7223 del 20/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Pagliardini, lei sta certo argomentando in risposta a qualcuno, ma non si capisce a chi. di sicuro, non a me.
Ho spiegato e rispiegato il mio punto di vista, ora basta: penso che chi ci legge abbia compreso benissimo. Poi, si può essere d'accordo o meno; ci mancherebbe. Mi preoccuperei del contrario :)

Saluti,
G.C.

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Commento 7215 del 19/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


PS - to Pagliardini

ripeto per l'ennesima volta : NON SONO UN AMMIRATOREN DI FUKSAS. Come devo dirlo? In aramaico ? Il planning c'entra eccome: si può prefigurare "per induzione" , con progetti (urbatetture) che abbiano un campo di elaborazione sufficientemente ampio e comprensivo. Il che non implica necessariamente megastrutture o cose del genere. E mi pareva di aver fatto un esempio comprensibile, sulla Lucania post-terremoto. Ma Byker (anche se solo di 9000 abitanti) è un esempio metodologicamente altrettanto incisivo. Se vuole una lista di esempi, gliela mando volentieri con la bibliografia su New Deal & affini :)

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Commento 7213 del 19/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Caro Renzo, credo che il sindaco de L'Aquila abbia chiamato Fuksas come consulente, o come coadiutore nel coordinare interventi e azioni, non come progettista unico e totalizzante. Fuksas ha indubbia esperienza di interventi a scale non proprio minute. Poi, certo: se ne può discutere.
Uno come Piano, a mio parere, avrebbe offerto maggiore duttilità e inventiva di strumentazione, e certo questo di mettere insieme energie plurali (locali e non) per focalizzare obiettivi e metodiche è un ruolo nel quale Bruno Zevi sarebbe stato imbattibile, ma le sedute spiritiche raramente danno esiti..
Se, poi, in Italia avessimo istituito o ci decidessimo una buona volta ad istituire delle "Agencies" governative ad hoc per il "planning" (non uso il termine, del tutto equivalente, di "pianificazione", altrimenti i soliti male informati di cui pullula il Paese mi danno dello stalinista) sarebbe l'optimum. E forse a L'Aquila si è ancora in tempo.
Ma è, tutto sommato, quelllo che il Sindaco tenta di fare, credo. Almeno, con una certa approssimazione: vedremo.
Il planning si può incardinare anche partendo dall'architettura e dal basso, non necessariamente da grandi disegni onnicomprensivi che quasi mai funzionano. Un po' a spizzico , insomma, o per "trial and error", come sosteneva quel maoista integralista e fanatico di Karl Popper ;)

Un caro saluto,
G.C.

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Commento 7214 del 19/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Pagliardini scrive:

""Turisti dal palato facile": evidentemente Giannino Cusano preferisce architetti dal palato fine tutti in visita osannanti e plaudenti alla nuova L'Aquila di Fuksas!"

e su questo punto prendo atto di non essermi, forse, spiegato bene: in queste guerriglie ideologiche e sostanzialmente fessoidi, ma proprio abbondantemente fessoidi, scattano riflessi pavloviani terribili e non intendo lasciarmici coinvolgere. . Ma proprio per questo, vediamo di chiarire: quando parlo di "turisti dal palato facile" intendo persone alle quali viene venduto per "storia" un mix ributtante di luoghi comuni e semileggende "fantasy" spacciate per documenti di cultura. E' quello che rischia di accadere, per es., ad Acerenza, dove si tenta di accoppiare innaturalmente alla storia della locale Cattedrale romanica il mito dei Templari (dei quali non c'è traccia alcuna né documento storico in tutta la regione) spacciando il tutto per "verità storica" e facendo di tutto ciò un polpettone ributtante e avvelenato per mungere finanziamenti pubblici (complice, probabilmente, qualche capetto politico della Regione) o quello di un non meglio identificato "Leonardo" che sarebbe stato rinvenuto in cirostanze non meglio chiare in loco e sul quale non si riesce a sapere nulla di più, benché sbandierato ai 4 venti come il ritrovamento del secolo. Voyager ci andrebbe sen'altro più cauto.
Voglio dire, caro Pagliardini, che quando della storia e della cultura si fa un uso tanto disinvolto e buffonesco, fino a svilirle e a svenderne l'aroma artificiale e fino a rasentare operazioni di recupero in centro storico di dubbia correttezza persino filologica, si rende un pessimo servizio alla collettività (ai contribuenti) e per giunta col loro danaro.
Ora, Pagliardini, per puro caso a me interessano i contenuti, non chi li propone. E infatti la giunta regionale lucana, parzialmente coinvolta nell'operazione mistificatrice, è di centro sinistra: eppure, a suo dire, sarei un "comunista" . E non a caso, la mia amica "A." (che non nomino perché non gradisce) è una valente (e nota in campo europeo) storica medievalista lucana, con centinaia di pubblicazioni serie e documentate, politicamente di area di centro destra (guarda un po'!) incazzatissima e impegnata a smascherare l'operazione non per ragioni politiche ma perché, nota e stimatissima anche negli ambienti degli Annales francesi, non ne può più di andare per Convegni europei e sentirsi ogni volta sfottere con risolini ironici "be'? che avete scoperto di nuovo, 'stavolta, sui Templari in Basilicata?"
Ecco l'uso distorto del passato al quale mi riferivo parlando di "recuperi" per turisti dal palato facile: scadono nel brand anch'essi, se non inquadrati in una solida prospettiva.
Se lei sta ancora all'equazione "pianificazione (o planning ovvero programmazione) = comunismo (o NEP staliniana)", la informo che è rimasto indietro di almeno 80 anni. Se è tanto digiuno di, si informi. Se vuokle le mando un'ampia bibliografia. Nel frattempo, sulla netta distinzione e disgiunzione "liberismo/liberalismo" e non pregiudizialmente a sfavore dell'intervento pubblico in economia, può leggere alle pagg. 263-267 il saggio "Etica e politica" (ed. Laterza, Ba). Il saggio è di quel noto leninista e mangiatore di bambini noto come Benedetto Croce, mio principale maestro e riferimento dall'età di 16 anni assieme a Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi e Piero Gobetti. Tutti pericolosi leninisti. .
E gioverà certo rammentarle la frase: "il mercato non soddisfa bisogni ma solo domande" di quell'altro Che Guevara di Luigi Einaudi.

Sul resto del suo commento, stendo un velo pietoso: se lei non arriva nemmeno a capire che politiche di planning e riequilibrio territoriale sono politiche produttive e largamente adottate da decenni in paesi a democrazia liberale e parlamentare come USA, UK, Francia, paesi scandinavi, Germania occidentale, Olanda ecc. e che queste servono a creare sviluppo sociale ed economico, se la prenda solo con Pagliardini.
Ma sono fiducioso che prima o poi lo capirà, con un po' di applicazione. Nelle more, intanto SI INFORMI ! come diceva Totò :).

Un saluto,
G.C.

Non solo, ma crede ancora alla "pianificazione", proprio quella vera, con le decisioni del piano quinquennale e con tanto di soldi veri! Quella, la informo, è rimasta solo in Cina, dove vanno alla grande con l'economia ma con i diritti civili e sindacali non stanno messi troppo bene.
E così, con la pianificazione, invece del dov'era com'era, la Lucania sarebbe risorta!
Però, per fare la Cina non bastano mica i comunisti al potere, ci vogliono anche i cinesi. Quindi non mi sembra esportabile la pianificazione in Lucania e, per questa volta, il comunismo dovrà restare in un solo paese, al massimo due.
Scusi Cusano, ma cosa c'entra il dov'era com'era con l'emigrazione?
Mi sembra ch

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Commento 7208 del 18/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


PS: x Marrucci
dovrei, ovviamente, dilungarmi di più sulla questione "ricostruzxione lucana post 1980".. Città di una certa dimensione, come Potenza (capoluogo regionale) avrebbero dovuto fortemente decentrare i servizi a scala teritoriale verso la superstrada basentana, drenando i flussi dall'esterno e interfacciandosi in tempi rapidi con gli altri nuclei di servizi lungo la stessa fondovalle. Comuni interni come Muro Lucano, Savoia, Brienza, Marsico Tito, Acerenza, Vaglio, Vietri di Potenza ecc. avrebbero formato altrettanti poli reintegrati di riequilibrio.
I problemi a L'Aquila, a grandissime linee, non mi paiono qualitativamente molto diversi. Più circoscritti dimensionalmente, questo si: ed è un vantaggio. Questa può essere un'occasione: e non per archistar ma per l'Abruzzo. Altro che elucubrazioni :)

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Commento 7207 del 18/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Caro Renzo Marrucci, temo che ti sia sfuggito un passaggio. Scrivi, infatti:

«Si dovrebbero risparmiare elugubrazioni pseudointellettualoidi di fronte alla chiarezza del sindaco dell'Aquila. Ancora una volta un sindaco che ha capito tutto, speriamo che chi ha fatto promesse abbia il coraggio di mantenerne almeno un pò. Fate ricostruire ad architetti locali, fate con corsi seri semmai... ma tenete fuori per cortesia pseudo cervelloni spottizzati... fate della vostra terra orgoglio per ricostruire e ridare dignità ai suoi abitanti e non altari pubblicitari di sacrificio per la vostra vanità.
Abbiate fiducia nei vostri concittadini e dategli la voglia di rifare con le loro mani. »

Non so se ti è chiaro, forse andavi di fretta, ma il sindaco de L'Aquila non si chiama Vito Corte (autore dell'articolo "L'Aquila non è roba da Archistar") ma Massimo Cialente e ha appena invitato Fuksas a collaborare per ricostruire la città. Ora, non mi pare un'idea da cestinare a priori, benché io non sia tra gli estimatori di Fuksas.

In mancanza di un serio inquadramento territoriale, procedere prefigurando urba-tetture a me pare una soluzione interessante perché consente di operare a scala più ampia "induttivamente", di fare il piccolo pensando al grande. Non illudiamoci che col rinnovo urbano e con la crescita "zero" sia morta la pianificazione: tutt'altro. E' un errore che la cultura architettonica ha commesso a partire dagli anni '70 e che sta pagando carissimo ancora oggi. Modifichiamo pure il metodo, ma non perdiamo di vista gli obiettivi.

So bene cosa vuol dire "ricostruire" senza porsi altri problemi (quelli che chiami con disrezzo "elucubrazioni") e ti assicuro che la resa allo statu quo non è una soluzione ma l'autocelebrazione della sconfitta. La mia regione, la Lucania (o Basilicata) nel solo anno passato ha perso 9000 abitanti per emigrazione, passando da 600.000: a 591.000 a fronte di una spesa complessiva per tutto il bacino irpino-lucano di 50.000 miliardi di lire per inutili infrastrutture e zone "industriali" fantasma per ladrocinio manifesto di soldi e contributi.
50.000 mld di lire: quanto l'Europa dette pochissimi anni dopo alla Russia per aiutarla a rilanciare la sua economia. Questi sono i risultati del "dov'era e com'era" invece del coraggio di elaborare un rilancio dei comuni terremotati. E ora si brandizzano i centri storici residui, ridotti a simulacri di una vita che non c'è quasi più, vendendo bufale in luogo di storia e cultura, a turisti dal palato facile. Sono le conseguenze dell'incapacità politica di pensare con un po' di lungimiranza e di inventiva. Non c'era, infatti, alcun bisogno di alterare alcunché: si poteva persino ricostruire "con le proprie mani" paesi di 2-3000 abitanti.
Ma in 15 minuti, dai cocuzzoli su cui stanno tuttora arroccati e agonizzanti quei paesini, si giunge alle fondo valle: e lì occorreva lo scatto per immaginare dei nuovi centri comunitari e di servizi che servissero più comuni e li organizzassero in sistema, li ricomprendessero in una cornice nuova virtualmente accorpandoli in comunità di 10-15.000 abitanti e più, capaci di nuova vita che poteva rivitalizzare anche colture locali e campagne e senza rinunciare a uno solo di quei centri storici. Questa fu sempre la mia ipotesi (e non solo mia). E invece nulla: niente di niente. Tutto dov'era e com'era, per il consenso del giorno dopo. E il territorio s'impoverisce e si spopola.

Semplifichiamo, caro Renzo, semplifichiamo per non avere noiose "elucubrazioni": stiamo morendo di semplicità e semplicismo e nemmeno ce ne rendiamo più conto.

Un caro saluto,
G.C.

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Commento 7203 del 17/05/2009
relativo all'articolo La ricostruzione a L'Aquila non è roba da Archista
di Vito Corte


Egregio Sindaco, parto dalla fine. Scrive:

«La ricostruzione e la riparazione dai danni del terremoto, la prevenzione e la gestione del patrimonio edilizio italiano (e in questo una grande porzione è patrimonio artistico e monumentale) non ha bisogno di alcune star che stupiscano con effetti speciali.» e sono perfettamente d'accordo, anche se ritengo la questione ben più .complessa di come solitamente tendiamo ad affrontarla.

E a metà del suo articolo aveva scritto, infatti: «Oggi tutti gli architetti sono cinici attuatori di subliminali strategie di potere attuate da altri? Oggi tutti gli architetti sono grevi ed incolti tecnici allo sbaraglio che, brandendo una abilitazione professionale dalle incerte origini, occupano quelle posizioni che il mercato dell’edilizia e dell’urbanistica ancora lascia per le loro attività?
Voglio pensare che non sia così, solo così.»

Voglio pensarlo anch'io e voglio includere in questo pensiero, a titolo quanto meno cautelativo, anche le "archistar". Cautelativo in senso, per così dire, "garantista", anche se non siamo in un,aula di tribunale.

Se, poi, alla parola "architetti" dell'ultimo periodo citato sostituiamo "politici" (e restando al di qua di ogni facile populismo o qualunquismo, come si diceva una volta) mutando pochi titoli accessori, potremmo riscriverlo senza che la domanda perda minimamente senso:
« Oggi tutti i politici sono cinici attuatori di subliminali strategie di potere attuate da altri? Oggi tutti i politici sono grevi ed incolti professionisti (della politica) allo sbaraglio che, brandendo una abilitazione elettorale dalle incerte origini, occupano quelle posizioni che il mercato (del voto), dell’edilizia e dell’urbanistica ancora lascia per le loro attività?
Voglio pensare che non sia così, solo così.»

Mi sembra, insomma, che le generali responsabilità del malaffare e del cattivo evolversi dei territori italiani siano ben altrimenti diffuse e che centrare tutto il discorso suill'architettura e gli architetti, archistar o meno, possa essere terribilmente riduttivo. E' un discorso lungo, lo so, ma proprio per questo prima si (ri) comincia e meglio è. Mi pare che lei sia sindaco ed architetto: ottima premessa, al di là di ogni illusione neo-platonica su chi debba governare la polis.

C'è un punto, insomma, che mi preme fissare preliminarmente: un punto per me irrinunciabile. Un terremoto non è, in sé, una disgrazia o una causa di guasti da riparare. Un terremoto è anzitutto l'evidenziatore estremo (spesso, purtroppo, dagli esiti tragici) di mali consolidati e incancreniti ben prima, molto in anticipo sul sisma, e spesso e volentieri da decenni. Mali che affliggono città e territori, in parte preventivabili. Credo che se dimentichiamo questo e ci poniamo solo nell'ottica di ricostruire, incappiamo davvero in una forbice tremenda: dov'era e com'era o archistar? Isozaki e Hadid o Sgarbi e Toscani? Milano o Salemi? E se, invece di "brand" contro "tradizione", si trattasse di guerra tra opposti brand, in cui anche "storicità" e "identità" altro non fossero che "da bere" anch'esse? E' un dubbio, ovviamente.

Un terremoto come quello de L'Aquila, infatti, ha evidenziato ancora una volta ciò che tutti, in Italia, sappiamo perfettamente: non c'è una cornice programmatica e territoriale in cui inserire la ricostruzione dopo il sisma perché non c'era nemmeno prima. Il sisma non ha interrotto il processo attuativo di un futuro comunitario: ne ha semplicemente, tragicamente evidenziato il vuoto pregresso. Forse per quello ci turba tanto non solo la notizia dei morti e feriti e senza tetto, com'è giusto, ma in modo tanto coinvolgente anche la questione della "ricostruzione". Che rimarrà sempre avviluppata tra fautori dell'effetto speciale (quanto inutile, evidentemente) e comprensibili fautori del "no, grazie: mi tengo tutto com'era!".

Tertium non datur, senza una strategia che non abbia finalmente bisogno di sbattere la faccia contro la catastrofe per capire che nodi antichi sono venuti al pettine. Per riecheggiare Vittorini, temo che non ci serva a molto una cultura che curi i mali senza prima averne messa a punto una in grado seriamente di prevenirli. E che sia l'ora, in Italia, di cominciare seriamente a rifletterci sopra.

Grazie per la pazienza,
G.C.

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Commento 7174 del 28/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


PS: X Renzo

il "tempo che viviamo", qualsiasi tempo, non è un fiume con un alveo e una corrente predeterminati. Ogni tempo è ricco di rigurgi ti retrogradi ma è anche, e ben di più, gravido di ferrmenti positivi, contrastanti, ricchi di potenziale e spesso trascurati e tacitati. Si può e si deve andare controcorrente, se si comprende che nella società ci sono valenze censurate e vitali: dar loro forma e voce è doveroso.


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Commento 7173 del 28/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


X Renzo

Caro renzo, le parole a volte ingannano, sono scivolose. "Continuità", poi, è una vera saponetta sciolta in acqua sul pavimento. Se intendi "continuum spaziale", ti seguo bene. E alcuni tuoi disegni pubblicati su "archiportale" lo chiariscono meglio di mille discorsi. "Continuum" non indica un fatto gformale ma di contenuti: di forma-(in quanto)-contenuto.

Più in generale, ripensando, nel cinquantenario della scomparsa del genio di Taliesin, allo splendido "Frank Lloyd Wright. A study in architectural content" (studio sui contenuti architettonici), di Norris Kelly Smith, non posso fare a meno di considerare una cosa: è vero che Wright compie fin dalle "Prairie" una serie di operazioni in apparenza "formali", ma in realtà -e lo dice più volte esplicitamente- si tratta di scelte di contenuto, prima di tutto.
Riprende le case dei pionieri in quanto, sì, rappresentative di un "costume". Ma è un costume che rappresenta anzitutto il momento più coraggioso e genuino, lo stato nascente della democrazia statunitense. Scelta dichiaratamente controcorrente rispetto alla società "affluente", richiamo alla sorgente delle frontiere della nuova libertà, allo spirito della Dichiarazione d'Indipendenza e della Costituzione. Richiamo tuttora efficacissimo, quando in USA si dimentica questo carattere innovatrivo dell'Unione, agganciato saldamente a una matrice biblica e liberale.
Naturalmente, Wright modifica profondamente gli shemi tipici delle case pionieristiche: unifica i camini in un unico camino-fulcro, che è anche il cuore della vita comunitaria, e di lì fa scaturire dinamicamente tutti gli spazi della casa. Reinventa il tetto come "riparo", come richioamo alla terra e, prolungandolo oltre i "confini" della casa, lo imparenta indissolubilmente all'orizzonte: dall'interno verso l'esterno. Come la libertà, che deve nascere sempre dall'interno e mai può essere elargita dall'esterno. Tutte queste operazioni e invenzioni (lo sottolineo con forza) architettoniche hanno, al contempo, intense valenze formali, di vita, di spazi e di contenuti.

Allora mi chiedo (pubblicamente): come mai oggi sembra o è divenuto tanto difficile occuparsi di "contenuti" in architettura, se non in termini così generici da risultare, il più delle volte, all'atto pratico, astratti, vuoti, e praticamente assenti? .

Bye,
G.C.



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Commento 7171 del 27/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


X il sig. Pacciani
grazie per la precisazione. Fuksas non è nelle mie corde. Personalmente non vedo nella chiesa di Foligno una sorta di eclettismo storicistico, ma poco male. Forse calza molto meglio la chiave della rilettura pop del razionalismo additata dalla Torselli, ma questa mi sembra una cosa affatto diversa da un'opzione eclettica.
Probabilmente intuisco meglio da dove nasce certa diffusa avversione per la cosiddetta modernità: da alcune sue versioni per me non particolarmente significative. Ma la modernità, al pari dell'architettura, non è una bella signora. Forse per alcuni è una velina, ma anche questo non centra la realtà di itinerari plurali, polidirezionati e senza denominatori comuni.

Bye,
G.C.

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Commento 7166 del 25/04/2009
relativo all'articolo Un’idea per la Ricostruzione: proposte per l’e
di La Redazione


Scrive Antonino Saggio, che saluto:
"L'InArch una volta aveva la forza di chiamare il Ministero o la Protezione civile e obbligare loro a fare un concorso ed assumersi delle responsabilità. Oggi mette duemila euro con altri per avere questa medaglietta di latta (.. snip ...). "

questa mi sembra un'osservazione giustissima.
L'In/arch nacque e operò sempre con lo scopo di contribuire a chiudere il (wrightiano) triangolo architetti-imprese-committenti per spingerlo a divenire sempre più un circolo virtuoso. Oggi opera ancora così? La domanda non è retorica: se dico che non conosco la ripsosta, dico la pura verità.

Buon 25 Aprile

G.C.

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Commento 7158 del 24/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Caro Renzo, scrivi:

«Oggi sentirsi terrone è una sorta di non senso... anzi perfino un po snob... Ma uno si sente come desidera in fondo...»

ma andiamo, su: era solo una battuta. Tanto sul serio, ormai, i tempi ci hanno abituato a prenderci? Un po di humour, per favore :)


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Commento 7160 del 24/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Non sarò breve!

Mi pare che la discussione, a parte eccezioni, rischi di introvertirsi sullo specifico, per non dire su una sorta di inesistente autonomia, dell'architettura. E semplicficandosi eccessivamente.

Pacciani ha ragione quando parla di tematiche ecologiche ma a mio avviso sbaglia quando confonde la modernità, e segnatamente la "cultura" della modernità, con l'efficientismo del capitalismo industriale e finanziario e con il vortice consumistico che certo mettono in serio pericolo l'ambiente.

Forse c'è bisogno che ricordi che Norberto Bobbio ha lavorato una vita sulla felice intuizione che il capitalismo ha, per la prima volta nella storia umana, scisso economia da politica (in senso lato) ponendo così il termine "società" in una nuova dialettica interna, ptrima del tutto ignota. Dunque, democrazia e capitalismo, e più in generale cultura e capitalismo (o, oggi, consumismo) sono due corni di una dialettica complessa e conflittuale, in senso generalmente positivo. Basta rileggere Wright, del resto, per capire che aveva compreso perfettamente la questione. Che non è di efficientismo ,acchinistico o economicistico-finanziario ma di prospettive politiche, culturali, spirituali. La stessa dialettica, del resto, non è sfuggita agli economisti e uomini di cultura più attenti, meno "settoriali" e certo più moderni del XX sec. (alcuni anche del XXI) come, per es., Paolo Sylos Labini o Giorgio Ruffolo.

Dagli anni '80 in qua, a mio parere, e questo mi pare un nodo forte del problema, mentre il mondo dell'industria e della tecnologia andava avanti, il mondo della politica e della cultura non riusciva a tenere il passo con nuove politiche di riequilibrio sociale e ambientale. Con Reagan si disse che il mondo aveva inesorabilmente virato a destra. Non credo sia così, ma si è detto. Il corno politico, culturale, progettuale della società si è indebolito, mentre capitalismo e società dei consumi e dello spreco hanno continuato imperterriti a "crescere" senza forma e senza delimitazioni di sorta. Il nostro stesso io si è indebolito e rintanato in prospettive sempre più minimaliste e laconiche: dopo i rischi della guerra nucleare, tuttora non sopiti, anche se meno acuti di un tempo nella percezione comune,. dopo le delusioni seguite alla "belle èpoque" degli anni 1945-1973/76 (prima crisi petrolifera) in effetti pian piano la svolta a destra c'è stata. Nel senso di un calo di fiducia generalizzato, in Occidente, verso la possibilità di riformare i nostri sistemi nel senso di una società più a misura d'uomo.

"Psicanalisi della situazione atomica" di Franco Fornari è del 1970. ma già nei primi anni '80 si scrivono libri di taglio totalmente diverso, come la cultura del narcisismo" (1\981) di Christopher Lasch. Che aveva lucidamente compreso che la partita si iniziava ormai a giocare nel senso della sopravvivenza psichologica, prima ancora che materiale. E sempre lasch, nel 1984, propone una lettura della situazione che mi pare estremamente significativa ne "L'Io minimo: la mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti". C'è una diffusa mentalità del "si salvi chi può" -alimentata anche da molto terrorismo psicologico di certo catastrofismo ecologista- che rende sempre più scettici nei confronti di progetti sociali comuni.
Tutto sommato la "belle èpoque" 1950-'73 aveva retto, è vero, sull'illusione dell'inesauribilità delle risorse (e già Peccei e il Club di Roma avvertivano di fare attenzione), cioé sul volano del petrolchimico, ma questo non basta. C'era anche una sorta di equilibrio o compromesso tra capitalismo manageriale e umanesimo socialdemocratico, in senso lato, o umanistico-rifornatiore che negli anni '80, per ragioni che sarebbe lungo analizzare, si ruppe a livello mondiale. Quello che da tempo sta prendendo piede in occidente è una mentalità da assediati: specie dopo l'11 settembre, ma non solo.

E se il Moloch della crescita illimitata (Moloch contro cui si è sempre scagliata tutta la cultura urbatettonica moderna: altro che storie!) negli anni del tramonto delle ideologie è rimasto l'unico vero residuo ideologico perfettamente integro e trasversale a destra come a sinistra, proprio continuare a credere più o meno inconsapevolmente in questo Moloch porta poi alle crisi di sconforto e di pessimismo generalizzato quando le cose non vanno come previsto. Ma da chi? Da quelli che in generale potremmo chiamare "futurologi", in realtà gli arùspici del tempo presente. Che siano economisti, sociologi, architetti, urbanisti, tecnologi, poco cambia.
Come sempre, anche gli arùspici di oggi si dividono nelle due eterne categorie dei catastrofisti e degli iperottimisti. E regolarmente toppano previsioni: perché non c'è nulla da prevedere. Perché dietro l'angolo non c'è nulla e nel "corso degli eventi" non c'è alcun senso inscritto se non quello che sappiamo e osiamo metterci noi oggi oggi.


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Commento 7153 del 23/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


X Renzo: PS

col termine "passato" intendo qui un patrimonio di soluzioni e forme avulse dai loro contenuti, impunemente prese alla lettera e in prestito per operazioni "friggi e mangia", acrtitcamente catapultate nel contesto attuale, senza minimamente comprendere la situazione odierna. Questo saccheggio formalistico della storia è un'operazione consumistica ben peggiore del male che dichiara di voler combattere.


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Commento 7152 del 23/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Caro Renzo, ti sei spiegato benissimo.

Due soli appunti (o dis-appunti):

1. scrivi: "Più che terrone sei passionale, ma questo è un pregio!"; grazie; solo che per me il pregio maggiore è essere "terrone" :)

2. il nuovo: la vita va avanti e pone problemi che il giorno prime non immaginavamo nemmeno. Affrontarli con strumenti obsoleti significa solo non centrare i nuovi problemi e stravolgere anche vecchi equilibri: è un discorso del tutto generale, peraltro. Non solo architettonico o urbanistico.

Qual è stata la novità dell'architettura e dell'urbanistica organica, tra le altre? L'impegno sociale. E hai ragione quando rivendichi un'architettura e una città fatte "per l'uomo" (sottintendo "di oggi", perché quello ottocentesco o feudale possiamo solo sforzarci di immaginarlo). Penso che abbia ragione persino Eusebio d'Inghilterra, in alcune motivazioni e moventi (poi, direi proprio che con questa storia delle città violente, voraci e disumane .secondo me si esagera).

Ma può, la terapia, saltare a pie' pari la complessità dei problemi come oggi si presentano e, rifugiandosi nel bel tempo che fu, sperare di essere efficace? Io penso decisamente di no. I fenomeni, peraltro, non sono ingovernabili perché sono complessi -assunto che spesso induce nell'illusione che semplificando l'immagine della realtà semplifichiamo anche la realtà, a tutto vantaggio del demagogo di turno-: sono ingovernabili per anomia e per carenza di vera tensione progettuale. Che è come dire tensione morale.

Dunque il "nuovo" significa capire che siamo entrati, da qualche decennio, in una dimensione in grandissima parte sconosciuta ai nostri avi. Se il futuro non è più quello di una volta , nemmeno il passato lo è: e non può, in quanto tale, aiutarci. Può solo essere (ri)assunto in una cornice inedita. O gireremo a vuoto. E' in parte vero, secondo me, che le archistar si aggirano in una dimensione narcisistica. Ma chi ripropone un banale ritorno alle cose buone e genuine del villaggetto sereno di un tempo non mi pare, francamente, da meno: anzi! Credo che si tratti di due chiavi altrettanto inutili: perché destinate a porte che o non ci sono o non menano da nessuna parte.

Cordialità,
G.C.

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Commento 7149 del 23/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Caro Lazier, grazie dei chiarimenti. Pienamente d'accordo che "Siamo come gli antichi perché, come loro, si vuole essere moderni. La modernità, quindi, appartiene a tutti i tempi."


"Non è temporizzabile perché non la si può appiccicare ad un perdiodo storico definito."

D'accordo anche su questo. Solo, ho il sospetto che ci sia anche l'altra metà: cioé che i suoi problemi e contenuti-forme mutino e siano, perciò, in sé temporalizzati. Per es., nulla di più borrominiano della Palazzina di Passarelli in via Campania o dell'Habitat di Safdie a Montreal (e pensare che c'è ancora chi parla di astoricità del Movimento moderno!) ma quel riportare Borromini all'attualità credo sarebbe stato completamente diverso 50 anni prima o dopo quelle due opere.
Bye,
G.C.

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23/4/2009 - Sandro Lazier risponde

Sì. Credo anch'io che l'esito dell'architettura non possa appartenere a nessun tempo. Credo altresì che, per primo, Zevi abbia compreso come, senza un buon motore, nessuna architettura può dirsi tale solo per la sua forma. Il motore dell'architettura è una costante (quindi senza variabile temporale) tensione morale verso il rinnovamento, che appartiene ai protagonisti di ogni momento della storia. Questo credo sia il succo della frase.
PS: abbiamo inserito la carta del Machu Picchu del '78

Commento 7138 del 22/04/2009
relativo all'articolo Un' idea per la Ricostruzione: proposte per l’em
di La Redazione


Finalmente si respira un po' d'aria buona: ottima iniziaiva!

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Commento 7140 del 22/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Caro Renzo, mi sa che tenterò di fare il disegnino e,ad Antthesi piacendo -che ancora una volta ringrazio per lo spazio che mette a disposizione di tutti- credo che prenderò ad esempio Roma dopo il 1870. Devo acquistare un nuovo scanner, perché il mio glorioso hp, nonostante il vetro invece della plasticaccia e nonostante lenti e prismi di tutto rispetto, fa i capricci. Cosa ovvia, visto che lavora indefesso ormai dal lontano 1992, ma insomma: tant'è. Un po' di pazienza, per favore :).
Come sia, anticipo, a grandi linee, cosa intendo con "solo creando il nuovo si può preservare l'antico". Le vicende di Roma sono, come per gran parte delle città italiane -con pochissime eccezioni- emblematiche e contrassegnate, a grandi linee, da un errore di fondo enorme. Che è questo: di fronte ai nuovi problemi posti dal drastico cambiamento di dimensione e di organizzazione della città nuova, si interviene non inventando un organismo di tipo inedito e consono ai problemi dei tempi, ma "espandendo" il centro storico. Illudendosi, cioè, che la città potesse configurarsi "per parti" (ricorderai certo le inani teorizzazione di Aldo Rossi sulla città "per parti") appoggiando le esigenze della nuova vita urbana sostanzialmente sulla vecchia struttura. E, sostanzialmente, andando a rimorchio del mercato edilizio con piani per lo più di ordinaria amministrazione, invece di indirizzarne gli esiti verso un organismo consono alle mutate condizioni di vita.
Il primo risultato è stato di soffocare il centro storico entro cinture concentriche di raggio sempre più ampio, invece di capire che Roma si espandeva "naturalmente" verso Est. Il secondo e conseguente risultato, è stata l'impossibilità di ogni decentramento di funzioni incompatibili con la città storica; il terzo è la necessità (del tutto gratuita) di procedere a sventramenti sempre più massicci del centro storico. Perché? Ovvio: perché espandendo la città tutt'attorno al centro, nasce il problema di consentire al traffico veicolare di attraversare il centro stesso per connettere tra loro le nuove espansioni.
Iniziamo subito con gli sventramenti ottocenteschi e si prosegue, poi, con quelli sempre più invasivi del primo '900 e del fascismo. Si dice che quegli sventramenti avessero una logica: è verissimo, a partire dalle premesse che ho rapidamente delineato. Il punto è che le premesse erano sbagliate. E quali erano? Forzare l'antico a farsi carico dei nuovi aspetti della vita moderna, stravolgendolo, invece di "inventare" il nuovo organismo facendo sì che il vecchio centro rimanesse un quartiere dell'intera ciittà, questa sì investita delle nuove dinamiche, invece di farsi carico di problemi che non poteva affrontare e risolvere. E' semplice, mi pare. le ripercussioni sono enormi: si guardi l'Oratorio dei Filippini, per es. Lo sventramento di corso Vittorio ha totalmente alterato la lettura della sua facciata e reso incomprensibile il celebre angolo con via dei Filippini. Quella facciata e quell'angolo erano stati pensati per una visione ravvicinata e di scorcio, mentre ora risultano sfocati e appiattiti dall'ampio invaso antistante. E' solo un piccolo esempio. Perché si arriva a questo? Per creare una via a scorrimento veloce che attraversasse il centro connettendo il quartiere Rinascimento ai nuovi nodi di largo Argentina e al sistema viario di piazza Venezia e, di qui, via dei Fori Imperiali-Colosseo-Circo Massimo-EUR, da un lato, via Nazionele-terme di Diocleziano-Termini dall'altro. Non era affatto necessario arrivare a questo. Si pensi, ancora, alle enormi manomissioni del quartiere di Tor di Nona o a corso Rinascimento. Si era giunti persino a pensare di distruggere le testate di piazza Navona -crimine riuscito solo in parte- per farne un'altra arteria a scorrimento veloce. Tentativo, per fortuna, fermato sul nascere.
Gran parte della storia urbana della capitale post-1870 è costellata da una selva di progetti per l'ammodernamento e il rifacimento del centro storico, che erano nient'altro che suoi stravolgimenti. Era necessario? Per nulla: bastava pensare seriamente la città nuova. Si pensi che entro questa cornice il Brasini immaginò persino di collocare in centro storico la nuova sede del palazzo Littorio: una piramide tronca gigantesca che avrebbe dovuto superare quasi del doppio l'altezza di San Pietro. E si pensi, ancora, alle zone archeologiche e al parco dell'Appia antica. L'equivoco romantico di restituirle alle letture del Gregorovius o di Stendhal era perdente e impraticabile, perché comunque vi arrivavano i fischi dei treni, i rumori del traffico e vi si vedevano sull'orizzonte i profili della città post-unitaria. Cosa si fece? galvanizzati dal mito di riportare il parco dell'Appia ai tempi romantici, non si sa perché, e stante l'impossibilità del sogno, non si procedette, per es., a una sistemazione adeguata del verde che il più possibile prendesse atto delle nuove condizioni e dei nuovi problemi venutisi a profilare. Si

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Commento 7147 del 22/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Scrive Lazier:

Nino Saggio in un intervento al Convegno di Zevi sulla paesaggistica (Modena 19/09/1997)

« (snip) Ma io l'ho capito una volta [cos'è la modernità] , veramente, quando con le sue domande a trabocchetto, mi disse "Ma insomma, che è questa modernità? ...". E io: "Certo non è temporalizzabile" e lui: "... la modernità è quella che trasforma la crisi in valore".
Zevi interviene. "Ma non è mia!".»

Ho bisogno di un supplemento d'informazione: non ho capito a cosa si riferisce quel "ma non è mia!": alla frase? alla modernità, in quanto magari trasforma la crisi in valore? Non ho compreso proprio lessicalmente.

Come sia, trovo vero che «Siamo antichi perché abbiamo il problema della modernità.» (ma questo non vale, penso, solo per l'Italia): cioé della flagrante e perenne realtà dei problemi che abbiamo davanti, oggi e per il futuro, come ce l'aveva Borromini all'Oratorio dei Filippini o a Sant'Ivo, lo scavatore dei sassi, l'abitatore e affrescatore delle caverne o dei nuraghe o Arthur Dyson. E dunque, nemmeno x me si pone il problema di sapere se è + moderno Wright o Arnolfo di Cambio.

Penso, poi, che la cultura non serve a nulla, se non ci aiuta a centrare gli ostacoli che abbiamo davanti e ad abbattere i concetti morti.

La modernità non è temporalizzabile perché, a mio parere, non ha bisogno che qualcuno la temporalizzi: è intrinsecamente temporalizzata o non è. Non le si può, credo, imprimere la variabile "tempo "dall'esterno come si applica una crema rassodante.

Bye,
G.C.

PS - sommessa domanda: su Antithesi non riesco a trovare la carta del Machu Picchu. O non è ben visibile, o non c'è. Nella seconda ipotesi, non sarebbe utile pubblicarla anche qui, benché la si trovi anche in altri siti?

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22/4/2009 - Sandro Lazier risponde

"Ma non è mia!" è riferita alla frase. Infatti è di Baudrillard.
Siamo come gli antichi perché, come loro, si vuole essere moderni. La modernità, quindi, appartiene a tutti i tempi. Non è temporizzabile perché non la si può appiccicare ad un perdiodo storico definito.
Per quanto riguarda il concetto di crisi, mi pare oggi accettato generalmente. Nei processi ripetitivi (tautologici) della natura (biologia) o dell'uomo (comportamenti sociali) solo le differenze (anche piccole) producono cambiamenti (anche grandi). Differenze dovute ad errori di riproduzione. Errore, quindi, crisi che si trasforma in valore.
La carta del Machu Picchu, in effetti, non l'abbiamo mai pubblicata. Provvederemo al più presto. Grazie

Commento 7148 del 22/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Renzo, sono un passionale terrone d.o.c. e me ne vanto. Ogni tanto, pur senza incazzarmi, mi accaloro non poco se cose che a me sembrano naturalissime, quasi scontate, mi pare siano recepite un po' distrattamente. Ma è una mia impressione. E' che .vorrei più contraddittorio, argomenti e calore per poter andare oltre. E vorrei che anzitutto le contraddizioni interne ai discorsi di cisacuno venissero evidenziate e minate senza pietà: solo così, credo, si cresce tutti.

Cmq non importa: abbiamo tempo..

Una cosa devo chiedertela: dici che il problema non è il "nuovo" ma quello di saper leggere la città. Mi spieghi la differenza? Io non riesco a vederne.

Grazie,
G.C.

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Commento 7143 del 22/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Caro Renzo, scrivi:

"Oggi così la nostra città cresce… "

e per molto tempo è cresciuta vorticosamente. Questo, da un secolo e mezzo in Italia, è un fatto nuovo. Non lo si affronta con metodi calibrati su una città che cresceva poco e lentamente.

prosegui:
" Lasciamo perdere luoghi comuni caro Giannino… Non è una questione di veline"

chissà perché i luoghi comuni sono per lo più quelli degli interlocutori, quasi mai i nostri. Ho portato fatti e mi aspettavo altrettanti fatti a smentirmi, non astratte e preconfezionate enunciazioni teoretiche.

Quanto agli "slogan", dipende: se sintetizzano un pensiero, servono eccome.
Ma ti ringrazio per il tuo intervento: tutto sommato mi fa venire il dubbio che il famoso "disegnino" sarebbe con ogni probabilità fatica e fiato sprecati, tanto è miope, degradato e ridotto ai minimi termini il dibattito .nel nostro Paese. Cioé depresso, in tutti i sensi: morale, ideale e dei contenuti.

Non mi sorprende che siamo agli esibizionismi da archistar, se non siamo stati capaci di po' più alto il livello e il costume generale. Quegli esibizionismi sono una conseguenza, non una causa. E ci accaniamo a combattere il sintomo senza cercare di guardare oltre.

Cmq, caro Renzo : amministriamo l'esistente! Tiriamo a campare! Sull'incarico e il consenso del giorno dopo, magari conditi di facili e incolti populismi, brindando alla sconsolata e desolante celebrazione dell'ideologia della sconfitta e dello sfascio alla tavola imbandita dal marchesino Eufemio. A me pare un banchetto funebere. Lascio volentieri ad altri i Krier e mi tengo altrettanto volentieri il buon, "vecchio" Piccinato, ancorchè riattualizzato. Purtroppo, sono inguaribilmente astemio, da questo punto di vista :)

Chi vivrà vedrà :)

Un caro saluto,
G.C.

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Commento 7137 del 21/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


X Pacciani.

Ha scritto:
« ... 1) per modernisti intendo ... gli architetti che dal primo movimento moderno fino agli ultimi eclettismi storicistico-moderni, o agli ultimi sperimentalismi, credono ancora nel potere salvifico del nuovo e nella tabula rasa rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio come si è fatto per secoli nella storia»

Che gran confusione.

1. “modernismo" è un movimento cattolico, dissidente ed “eretico”, che alla fine dell'800 tentò di aprire la chiesa ai problemi che i nuovi tempi ponevano, invece di rimanere illusoriamente trincerata nei tabù della Controriforma. Successivamente, il M. divenne anche un movimento letterario e architettonico formalistico ed eclettico, visto che si occupò di stili e non di contenuti. Indubbiamente, il M. interseca l'Art Nouveau e predispone un formidabile congegno pop che influenza, in qualche modo, anche la ricerca di Gaudì: quanto meno, gli consente di intrecciare diversi in una fortissima visione unitaria e per nulla eclettica. Ma la statura creativa di Gaudì è certo debordante rispetto ai miscugli stilistici del M. e di Domenech y Montaner. Ora: io non sono cattolico e nemmeno cristiano, quindi non posso essere “modernista”; ergo: il discorso non mi riguarda. Moderno si, invece: e questo lo rivendico senza mezzi termini.

Eclettismi storicistico-moderni? E che roba è? Me lo spieghi, per favore: sicuramente è un mio limite, ma non ne ho mai sentito parlare. Perdoni l'ignoranza, sa com'è: lei è così tollerante :)

“Potere salvifico del nuovo”? Il nuovo non è un capriccio, non è “nuovismo”: credo che le sfugga che dalla prima rivoluzione industriale in poi si è più volte spostato il cuore stesso dei nostri problemi sociali e questo, assieme a un'accelerazione mai vista prima, ha imposto la ricerca di risposte efficaci alle quali la riduzione a “stile” dell'architettura e della città non poteva fornire risposte adeguate. Sto parlando di contenuti. Quanto alla “tabula rasa rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio come si è fatto per secoli nella storia”, anche questa è una frase a dir poco criptica, oltre che astorica e fuori tema. Penso che lei sappia che Richard Rogers o renzo Piano sono impegnati in prima fila sul tema della sostenibilità. E penso che lei dovrebbe sapere che questo è uno dei cardini centrali della modernità, in particolare del movimento organico.

Detto questo, vengo alle insulse imbecillità di Carlo e di Krier, che è cosa affatto diversa dal chiamarli imbecilli. Se dicono sciocchezze, dicono sciocchezze: c'è poco da fare. Magari sono le persone più intelligenti del mondo, ma in quel momento dicono corbelleria. Altro è giudicare un concetto, altro è giudicare le persone. Se insistono, però, farebbero meglio ad occuparsi d'altro.

Ora, in termini demografici lo sa quante Poundbury ci vogliono per coprire il fabbisogno urbano di Londra? Circa 1500. Per Tokyo, da 1600 a Poundbury a 2000, secondo che il calcolo si faccia sulla popolazione notturna o diurna; più o meno lo stesso per New York o Città del Messico e così via. E pensiamo, con Poundbury, di affrontare i problemi della dimensione e della crescita urbana? Poundburyu è più o meno grande come Vignanello, delizioso paesino della Tuscia. Che bisogno c'è di farne altre? Se uno desidera, si trasferisce in paesini come Vignanello: ce n'è a iosa, in Italia. Ma davvero i problemi di Roma, Milano, Napoli, Genova pensiamo di affrontarli a colpi di Poundbury o questo è solo un modo evasivo e narcotizzante di far finta di aver risolto che quei problemi o che non esistano?

Mi creda: la città-giardino, con tutti i suoi limiti, è una risposta molto più efficace, nonostante tutto. E se il marchesino Eufemio d'Inghilterra, che evidentemente vive fuori dal mondo della gente comune , di quelli che tutti i giorni vanno in fabbrica o in ufficio a guadagnarsi il pane, avesse lontanamente immaginato che il Movimento moderno annovera Howard tra i suoi maestri, forse avrebbe fatto miglior figura come urbanista e peggiore come comico. Su Krier stendo un velo pietoso: non è colpa sua, temo: proprio non ci arriva. Solo che a un architetto -o sedicente tale- non si può certo perdonare di ignorare cosa sia la polemica anti-urbana di Lewis Mumford, di Frank Lloyd Wright o di Jane Jacobs e di che portata e spessore siano i temi delle risposte da loro elaborate e le battaglie che hanno innescato sulla città-territorio. Per tacere di Garnier, L.C., Erskine, Safdie, Renaudie.

La verità, caro Pacciani, è che qui c'è chi, col Movimento moderno, si batte giorno per giorno nel vivo dei problemi, rischiando di persona sconfitte e centri, e chi invece si trastulla con paesini-outlet spacciati per soluzioni al nulla. Perché si tratta, per lo più, di evasive fughe dalla realtà.

Auguri,
G.C.

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Commento 7135 del 21/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Permetta, Pacciani: lei si rivolge a Lazier, cui certo non voglio fare da difensore (non ne ha bisogno e risponderà lui stesso, se lo riterrà) ma la faccenda non riguarda solo Lazier, evidentemente.

Lei scrive:
«... Carlo mi sembra proprio che proponga e non neghi come fanno i modernisti....

Sue posizioni previlegiate in ambito della cultura architettonica dominante tra le Lobby immobiliariste, accademiche e editoriali non vedo poi dove siano, anzi....

Tolleranza rispetto alle differenze mi sembra che manchi da parte dei modernisti verso chi sostiene l'architettura tradizionale...»

Viene spontaneto chiedere:

1. che intende con "modernisti"?
2. tolleranza per lei significa tollerare qualsiasi imbacillità venga in mente a un signore, per definizione "d'alto ingegno " solo perché "d'alto lignaggio" o è diritto di critica, di dissenso e persino di satira e di sarcasmo?

Mi passi il parallelo, le assicuro privo di qualsiasi ironia: è che le assonanze, a volte, riecheggiano con prepotenza. Anni fa, durante il noto processo e non credendo alla versione ufficiale, indossai a lungo una t-shirt con su scritto in bella mostra "I love Pacciani!". Ricorderà la storiaccia toscana dei "compagni di merende", no?.
Ora, non posso certo indossarla di nuovo per lei: primo perché non è imputato di alcun delitto, e nessuno per fortuna le imputa alcunché, secondo perché la trita e frusta faccenda di "modernisti" vs. "tradizionalisti" mi suona come una pessima imitazione di una pappina Mellin buona per tutte le occasioni. Che è come dire per nessuna; e solo con i poppanti, naturalmente.

Ripeto: «solo creando il nuovo si può tutelare l'antico». Si spiega, si capisce abbastanza da sé, o devo fare un disegnino?

Con totale dissenso,
G.C.

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Commento 7133 del 21/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Carlo: il marchesino Eufemio del XX sec.

Questo non ha nulla di Carletto e manco di Pierino: dice di quelle cretinate da far rabbrividire. Anni fa scrisse un saggio, "Good and Bad Manners in Architecture", che ebbe il merito certo di ridare attualità ai celebri, sferzanti versi di Giuseppe Gioacchino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino,
d'alto ingegno perché d'alto lignaggio,
diè nel castello avito il suo gran saggio
di toscan, di francese e di latino.

Ritto all'ombra feudal d'un baldacchino,
con ferma voce e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrivonsi con due g come cugino.

Quinci passando al gallico idioma
fe' noto che jambon vuol dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.

E finalmente il marchesino Eufemio,
latinizzando esercito distrutto,
disse exercitus lardi ed ebbe il premio.

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Commento 7132 del 21/04/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già
di Teresa Cannarozzo


X Zappalà

Non si capisce perché e con chi tu ce l'abbia, ma non mi pare ci sia alcun obolo da pagare.
Chi crede, racconta o ha raccontato la propria esperienza. Io ho osservato per lo più due tipi prevalenti di reazione: 1. negazione dell'accaduto continuando imperterriti a fare ciò che si stava facendo un attimo prima del sisma, come se nulla fosse accaduto; 2. senso di terremoto e sgretolamento interiore, di fallimento totale della propria esistenza.

Quanto ai dati sul sisma di Santa Lucia, o di Carlentini, del 13 Dicembre '90, per averli basta andare sul sito di un qualsiasi osservatorio sismologico straniero, se non ci si fida di quelli italiani. Dubito, però, seriamente che tutti gli osservatori del mondo si mettano d'accordo all'istante per alterare i dati e minimizzare i danni.

Fisheries & Oceanis Canada riporta questi dati (rilevati dall'USGS -U.S. Geological Survey) relativi ala stima degli "Tsunami Hazards" (http://www.pac.dfo-mpo.gc.ca/sci/osap/projects/tsunami/js/decades.pdf):

«1990, December 13. A 5.3 Ms (5.5 Mb) (USGS) earthquake at 00:24 UT near Sicily, Italy, caused at least 18 fatalities and 300 injuries. The most damaged cities were Augusta, Carlentini, Lentini, Melilli, Militello, and Priolo Gargallo. At Augusta, sailors observed an anomalous wave offshore. In the Augusta district called Contrada Granatello the road along the coast was flooded by a wave. At Catania small submarine landslides were reported, and, at Agnone Bagni, close to Augusta, bathymetric changes as large as 50 meters were reported. Lo Guidice and Rasa, 1990; De Rubeis et al. 1991; PDE.
Validity 4. »

dove Ms=Magnitudo di superficie, Mb= Magnitudo di volume.

So benissimo che il sisma fu minimizzato, dimenticato e sostanzialmente i danni non furono mai finanziati. Qui serve, credo, una precisazione: la scala MCS (Mercalli) è fenomenica: misura gli effetti di un sisma (=intensità), non la sua energia effettiva (Magnitudo), per cui la stessa Ml (Magnitudo Richter) può produrre effetti molto diversi da zona a zona, in funzione della natura e dello stato dei manufatti e della natura del sottosuolo.
Mi risulta pure che Augusta è sede di insediamenti petroliferi sui quali occorrerebbe riflettere seriamente (insisto: in un quadro di seria pianificazione territoriale, una buona volta in Italia!). Pochi anni fa feci il giro dell'isola partendo da Palermo e passando per Trapani, tappa alle Egadi, poi di nuovo Trapani-Sciacca, sosta di 10 giorni a Noto, poi -grosso modo- Caltagirone-Siracusa-Catania-Palermo. Di Sciacca, per inciso, sulla splendida spiaggia ricordo un ristorante sul mare dove, dopo un lungo bagno in mare, ho mangiato delle sarde a beccafico davvero indimenticabili. E' di un bergamasco, mi pare, con moglie del posto, ma non ricordo il nome del ristorante. E' abbastanza famoso, cmq.

Come sia, venendo al discorso "architettura": sono dell'avviso che SOLO CREANDO IL NUOVO SI PUO' TUTELARE L'ANTICO. Spero, con l'aiuto delle maiuscole, di aver chiarito una volta per tutte il mio pensiero. Ma questo per me non vuol dire buttar via i "presepi" e restare sordi alla loro lezione storica. Se il nuovo è irrinunciabile, dal mio punto di vista il "nuovismo" è sempre un grosso rischio.

A presto,
G.C.

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Commento 7127 del 19/04/2009
relativo all'articolo Rapporto da una periferia territoriale:
la Val

di Teresa Cannarozzo


Ho trovato ottimo e assai ben documentato questo rapporto. L'ho riletto atentamente, più volte. Come più volte ho visitato la meravigliosa terra di Sicilia, ma selettivamente, come mio solito, per cui quasi niente Belice, niente Gibellina. Poco male: ci sono concetti che si possono comprendere bene anche senza specifiche conmoscenze di merito. A patto, naturalmente, di leggerne i grandi tratti e le strategie che prefigurano, Non c'è futuro possibile se si pretende di saltare a pie' pari il passato: occorre anzituto leggerlo con grande attenzione per capire cosa è tuttora vivo. Tra by-passare in toto il passato in nome di una malintesa modernità e scimmiottarlo saccheggiandone a piene mani stili e non digerite forme, come fa Portoghesi a Poggioreale, non c'è differenza alcuna, perché il passato in ambo i casi è trattato da questione definitivamente chiusa, dunque priva di continuità col presente e col futuro e di qualsiasi possibile, vera innovazione.

Credo che uno dei passaggi chiave cui dedicare molta atenzione sia

«Forse bisognerebbe riflettere di più sul fatto che la somma di tanti edifici anche interessanti non produce automaticamente la città, che è il frutto di un processo di stratificazioni culturali, appropriazioni identitarie, relazioni sociali, scambi, economie, appartenenze. »

Ecco: non s'impianta "città" con la bacchetta magica. Questo delirio di onnipotenza ha ben poco a che vedere con l'architettura. E forse ha contribuito assai a posizioni retrograde successivamente risorte nell'Italia intera, per la sfiducia che ha indotto negli animi tanto velleitario "disegno" avulso da qualsiasi riflessione creativa sulla storia viva. Ed è di storia che abbiamo bisogno: di cognizione di causa della situazione presente, d come si sia venuta formando, se vogliamo spingerci costruttivamente, cioé creativamente, oltre.

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Commento 7123 del 19/04/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già
di Teresa Cannarozzo


Non sarò breve.

Gli argomenti, giustamente, s'incrociano. Non conosco Gibellina, conosco un po' l'Aquila e il suo territorio. So che è una città di fondazione della metà del XIII sec. nata come conurbazione di oltre 80 borghi o Castelli per ferma volontà della popolazione, stanca delle angherie di feudatari di pochi scrupoli morali e ratificata abbastanza presto dalla monarchia sveva. Per inciso, la fine del regno normanno-svevo ha coinciso, per me, con l'inizio della fine del mezzogiorno d'Italia, da quel momento monco della Sicilia, data per ragioni strategiche agli Aragona, mentre per le stesse ragioni la parte peninsulare andava agli Angiò. Questo nuovo doppio regno, nato monco e smembrato, resterà per secoli sospeso tra Mediterraneo ed Europa senza poter compiere vere scelte strategiche efficaci e di lungo respiro. Ma chiudo la parentesi: porterebbe troppo lontano.
Le vicende de L'Aquila sono state tutt'altro che pacifiche, nel corso dei secoli. Lotte esterne ed intestine, aggressioni militari ora dei Durazzo ora del papato ne scandiscono frequenti momenti tragici. Il senso di identità di questi borghi, passati nel tempo a 99, è rimasto molto forte fino a tempi recenti, ma ignoro se lo sia tuttora.
Ha ragione Lazier, a mio parere, quando afferma che il futuro è quello che conta di più. Sono un terremotato del 23 Novemvre 1980: so bene cosa vuol dire trovarsi in una manciata di secondi improvvisamente privi di qualsiasi prospettiva di vita. Come terremotato, sono un fortunato. Non solo perché nato in una famiglia benestante, ma perché la mia vita si era ormai trapiantata da Potenza a Roma. Come sia, la notte tra il 24 e il 25 viaggiavo con una enorme Peugeot presa in prestito in cambio della mia minuscola A112 per portare giù un carico di plaid e pane fresco raccolto in gran fretta con l'aiuto di amici pittori e scultori con i quali avevo improvvisato un centro di raccolta nella piccola galleria d'arte di fronte a casa mia.Era il loro ritrovo abituale e lo frequentavo spesso e volentieri. L'auto era zeppa e continuava ad arrivare roba che non sapevo più dove mettere. Viaggiai di notte ma la speranza di trovare poco traffico fu sconfessata già sulla A1 da interminabili colonne di mezzi militari e civili. Questi ultimi con le targhe più disparate: Bologna, Firenze, Milano, Torino, Trento. E dimentico tantissime sigle non meno presenti.
Pensavo, guidando, a quanto è strana l'Italia: anarcoide e individualista fino al menefreghismo più esasperante, all'imprevidenza più incosciente e allo scarso senso delle conseguenze organiche delle proprie individualistiche spavalderie, ma generosa nelle tragedie e grande nei funerali, specie collettivi. Quasi solo in quelli, per la verità. Pensai che tra le due cose ci fosse un nesso diretto e inscindibile di causa ed effetto. Non sono riuscito a cambiare idea. Anzi: me ne convinco ogni giorno di più. Come sia, non immaginavo che quel viaggio si sarebbe tradotto in 18 anni di esperienza lavorativa maturata in zona sismica di prima categoria.
Dai sopralluoghi ingrati e frettolosi nelle case del centro storico a quelle nuove in cls. armato, a caccia di lesioni sospette, che dovevano concludersi in un "SI" o un "NO" ("agibile" o "bìnon agibile") pitturato sul portone d'ingresso con vernici per strisce stradali messe a disposizione dall'ANAS, ingrate perché molti supplicavano, alcuni piangendo :-Scriva agibile. per carità di Dio, altrimenti dove andiamo a dormire stanotte?" fino ai pochi lavori svolti di ristrutturazione e adeguamento sismico. Passando per i 2 Convegni "Dal design all'habitat" organizzati nell'81 e nell'82 dall'In/Arch a Bari, nell'area della Fiera del Levante, regista l'instancabile Bruno Zevi, per focalizzare nuove idee per il rilancio del Mezzogiorno attraverso la ricostruzione. C'erano nomi come Luigi Pellegrin e Leonardo Ricci, per citarne solo due. Ma i politici erano, al solito, alquanto distratti. Mi feci un'idea che, anch'essa, doveva rimanere nella mia testa, per quanto in ogni occasione rivendicata con forza. E già i sindaci degli oltre 280 comuni coinvolti precisavano a gran voce di volere la ricostruzione "com'era e dov'era".
Ecco: "adeguamento". Perché la L.219/81, poi Testo Unico del '90, imponeva l'adeguamento sismico e funzionale degli edifici, non solo la riparazione o ricostruzione di quelli danneggiati o crollati. E questo è un primo punto da fissare bene in mente. Non significa nulla, infatti, dire che le case danneggiate sono il 30 o il 50 %. Bisogna anche prevenire, una buona volta, in una zona come quella aquilana ancora catalogata come sismica di seconda categoria quando, con ogni probabilità, è più realistico che passi alla prima.

Il florilegio immondo della stampa e dell'informazione nostrana ha, in questi giorni, raggiunto livelli sciacalleschi mai visti. Noi abbiamo un giornalismo che nel suo complesso è, tecnicamente, fascista nell'anima: e sia detto senz

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Commento 7011 del 02/04/2009
relativo all'articolo Galvagni all'università di Genova
di Sandro Lazier


Visto che nessuno fiata, vediamo di rompere un po' il ghiaccio.
Non credo e non ho mai creduto negli artisti "incompresi". A ben guardare, i cosiddetti "geni incompresi" sono immediatamente capiti. E più a fondo. di quanto non si sia disposti a lasciar trapelare. La ragione è semplicissima: ammettere di aver compreso vuol dire riconoscere di dover cambiare qualcosa nei nostri comportamenti, nelle abitudini, negli atteggiamenti e orientamenti mentali di ogni giorno. Vogliamo capire di far parte di un tutto di cui la Gestalt Ecology è una chiave di lettura/scrittura? Che non siamo noi, il/al centro dell'universo? Che questo ha proprie leggi che non possono essere by-passate o stravolte a nostro piacimento? E vogliamo capire, altresì, che la "comprensione" di quelle leggi ci colloca in una posizione non più centrale, certo, ma di staordinario e nuovo interesse, in cui l'invenzione è la nostra vera attitudine "naturale" ?
Non so se sono centrate o meno, quanto a interpretazione. Ma mi paiono domande importanti che il lavoro di Galvagni ripropone (o suggerisce) sistematicamente in ogni sua manifestazione. Domande perfettamente comprese e comprensibili da chiunque: tanto da venir censurate con l'alibi della "incomprensibilità".
Il lavoro di Galvagni, peraltro, dimostra ciò che tutti sanno almeno per vaga nozione intuitiva: che tra arte, scienza, filosofia, religione non ci sono né mai ci sono state barriere che non fossero forzose, artificiali.
Non sorprende che i giovani vi prestino tanta attenzione, perché suona davvero un'altra musica rispetto al fatto che la realtà di ogni giorno non sembra mai stata disorganica quanto oggi.

C'è non poca materia su cui ragionare. E credo che sia ora di scrollarsi di dosso un bel po' di accumuli di pigrizia e di pessimismo.
Grazie ancora, Galvagni!
G.C.

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Commento 7009 del 01/04/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Va bene, Maurizio: non avevo afferrato l'humour. Capita, in Rete :)
Grazie per la segnalazione, ma "Adesso l'architettura!" non l'ho letto. Credo che per scrivere, per es., "Theodor Adorno e l'architettura" non serva tanto prendere alcuni scritti in cui lui parla delle Filarnonica berlinese o del razionalismo ma che sia più interessante e aiuti molto di più cercare di capire il suo pensiero complessivo, specie in relazione alla musica.

Dire "...l'uomo non è la misura di questa struttura architettonica.." mi pare assai differente da "...l'uomo non è più al centro dell'architettura...".

Certo che sono per la libertà architettonica. E penso che le invarianti di Zevi siano la "struttura" stessa di questa libertà e del mutamento, perché sono un anti-codice. Costrinogno a non cullarsi sul già acquisito ma a porsi ogni volta i problemi da capo, a ripensare sempre tutto alla radice.

Non mi è ben chiaro a chi ti rifersici con «liquidazione ad un "fossile" che certa "Nuova critica architettonica " per me, "I Saranno Famosi", fa dell'architettura contemporanea e per esempio di Berlino,dopo la caduta del muro!». Il movimento moderno è vivo, vegeto, plurale e addita mille itinerari possibili.

Gira gira, torno sempre in compagnia di autori come Carlo Ludovico Ragghianti, Cesare Brandi, Lionello Venturi, Hans Sedlmayr, Alois Riegl, Luigi Picinato ... E, ovviamente, Zevi. Sono un accanito riletore. Questo non significa che non leggo autori più vicini a noi (doveroso precisarlo, altrimenti mi tacciano di retrodatato) ma ho sempre l'impressione che si siano persi qualche pezzo per strada. Intendo i vari Frampton, Muchamp, Urussov. Trovo Koolhaas un ottimo crtitco, peraltro: molto intelligente e incisivo.

Berlino mi pare molto interessante. Ha ripreso vita dopo una lunga e terribile stagione. Alla fine degli anni '80 sono stato in molte città della Germania, in Danimarca e Svezia, ma non ho mai visitato Berlino, quindi la conosco poco, a parte quello che scrivono le riviste. Vorrei andarci quanto prima.

A presto,
G.C.


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Commento 7006 del 30/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Caro Zappalà, guardi che "cazz(uol)eggio" anch'io. Specie con la filosofia, la decostruzione e Derrida, che certo mastico un po' da selvaggio.

Credo che sia sulla parola "struttura" che occorre intendersi. Se analizzo una (tra infinite) possibile "strutturazione" dell'opera e del modo di pensare gli spazi del Borromini non faccio certo dello strutturalismo; cerco solo di afferrare ed evidenziare cosa individua e differenzia il suo lavoro da quello di chiunque altro. Formulo un'ipotesi di lavoro e dichiaro preventivamente le condizioni alle quali l'ipotesi decade.

Il problema, mi sa, nasce quando si tenta di congelare qualsiasi mutamento col pretesto di aver individuato la "struttura" immutabile, eterna e intangibile di una città. Lo dico meglio: al di là dei linguaggi che volta a volta la investono, lo strutturalismo metafisico sosterrebbe che esiste sempre un "linguaggio dei linguaggi" che sottende la struttura urbana. Quindi, adeguandoci ad esso saremmo in sintonia col contesto. E' vero? Penso, col post-strutturalismo e contro Aldo Rossi e Krier, che sia profondamente falso.

Allora, forse, la domanda di Derrida è: quale struttura individua possibili campi di aperture, rotture e mutazioni anche rispetto al passato, invece delle statiche regole del mimetismo col presunto contesto? Infatti pare anche a me che la città altro non sia che questa cronica e dinamica trasformazione. Che non può essere congelata in una visione statica, .perenne e metafisicamente strutturalista (le fissioni semantiche di Levy-Strauss, l'eterno ritorno per es. di piramidi, sfere, prismi ecc.)

Nè mi pare di aver impostato il discorso su "mi piace" o "non mi piace" la decostruzione, ma di aver cercato di intendere meglio che lezioni, sempre cazz(uol)eggiando, se ne possano ricavare. E ritengo che siano molte. Non ultima, l'insistenza sulla coincidenza di attività creativa con attività critica.

Sull'affermazione per cui "l'uomo non è più al centro dell'architettura" non so cosa dire, perché non l'ho incontrata in Derrida: è un mio limite, sia chiaro.

Ma se partiamo da un punto di vista un po' più laterale, a me pare di intuire qualcosa di importante. E, credo, una sua conversazione, sottotitolata in italiano, chiarisca abbastanza bene il tema dell'Altro e dell'Alterità come l'affermazione di fondo che precede qualsiasi domanda (in filosofia e non solo) e che fonda la domanda e con essa la "traccia". Questo credo collimi col tema della "non presenza", dell'uomo non più al centro dell'architettura ecc., ammesso che lo sia mai stato.

La conversazione è all'URL:
http://www.youtube.com/watch?v=zxMHXST56Pw

Cordialmente,
G.C.

PS: il Guggenheim di Bilbao a mio avviso è un capolavoro. Ma trovo che Gehry sia una figura esorbitante rispetto al decostruttivismo, pur assorbendone temi e tensioni. Come l'impressionista Cezanne era molto più articolato, complesso e debordante rispetto al puro e semplice impressionismo.

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Commento 6991 del 28/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già
di Teresa Cannarozzo


X Pagliardini
direi che l'In/Arch è possibilista, più che favorevole in toto. Vede (e sono d'accordo) nello snellimento delle procedure burocratiche un elemento positivo e "guarda con grande interesse ad alcuni aspetti del cosiddetto piano casa che il Governo intende proporre nei prossimi giorni" ma avverte anche che "la città non è una sommatoria di edifici che hanno rispettato le norme. Resta quindi il nodo della qualità dell'ambiente, del paesaggio, dello spazio urbano. Delle dotazioni di spazi urbani di qualità, della congruenza con attrezzature e servizi. Dell'opportunità di introdurre anche squilibri nei processi di trasformazione se accendono processi successivi. In altre parole di come la collettività riesca ad assicurare un interesse generale in singoli interventi."

E conclude la nota che "L'INARCH promuoverà con immediatezza dei confronti aperti per affrontare questi nodi irrisolti."

E' una posizione, quella dell'In/arch, che mi pare in linea di massima condivisibile.

G.C..


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Commento 6989 del 28/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


x Renzo Marrucci
Caro Renzo, quali che siano le ragioni, ho l'impressione che si sia tentato di fondare il quotidiano su un'avanguardia. Col risultato di corrompere l'avanguardia e di straniarsi dal quotidiano al solo scopo di esorcizzarlo.
Colpa dell'avanguardia? O, piutosto, di una sorta di incoscienza epidemica e collettiva per cui (hai perfettamente ragione) si può impunemente sciupare perché tanto, poi, ci pensa il mondo dei consumi, dello spreco e delle risorse illusoriamente illimitate, a riallineare le cose? Ognuno per sè, Peppe per tutti.

Morire a 74 anni? Che muori a fare, se poi 'sto mondaccio non cambia un po'?

A presto,
G.C.

PS: chi è Peppe non lo so, ma ho il sospetto che possa far comodo immaginare che ci sia e provveda a dare un senso alle nostre cose. Ah, povero Spinoza ...

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Commento 6988 del 28/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


X Matteo Seraceni
Sono d'accordo su tutta la linea. Credo che, ovunque e comunque si operi, da qualunque punto di osservazione e operativo, occorra attrezzarsi per un nuovo rilancio del movimento moderno. Pochi e chiari punti.
Ce la farem(m)o? Non lo so: lo sapremmo solo tentando

Cordiali saluti,
G.C.

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Commento 6981 del 26/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


X Matteo Seraceni
Buon per lei che ha capito benissimo il commento della Torselli (6961). Io - e con mia buona pace ugualmente- non ho compreso i richiami al corpo fatti dalla Torselli, o almeno la loro necessità nell'economia del discorso, per la semplice ragione che ho sempre sostenuto l'ineliminabilità dell'esperienza "fisica" dello spazio.

Per mia didascalica comodità, peraltro, ho sempre distinto gli architetti in "corporei" e "concettuali", pur senza confini nettissimi, all'atto pratico. Ma non è importante e non mi dilungherò su questo.

Sulla “presenza” ho sempre detto, e lo ripeto ora, che in quanto esperienza dello spazio è ineliminabile anch'essa, ma quando la decostruzione ci parla di elisione della presenza siamo certi che è questo che intende? O, almeno, che pur intendendo questo, in realtà non prenda un abbaglio e non additi invece, volutamente o no, un problema meno superficiale? Io non sono affatto sicuro che intenda questo. E, anzi, direi che sono ormai certo del contrario: per mie deduzioni, sia chiaro. Fallaci, ovviamente, fino a prova contraria. Le cose sono anche quel che ci leggiamo dentro.

E' che bisogna intendersi: se ci si riferisce all'architettura come metafora del corpo, il suo articolo (http://arching.wordpress.com/2009/03/13/il-sonno-della-ragione-genera-mostri/) può anche trovarmi a grandi linee d'accordo, salvo alcuni passaggi peraltro non central.

Ma converrà che l'esperienza spaziale non è metafora del corpo né ad essa può ridursi. E' un ineludibile "essere lì": entrare, attraversare, percorrere, uscire, guardare, udire, annusare, piegarsi, salire, a volte comodamente a volte no, ora con passo regolare e cadenzato, ora senza ritmo o metro predefinito, come in tante irregolari rampe gradonate o scalinate medievali. Nulla che possa esaurirsi nei termini metaforici dell'Einfuhlung. Alla quale teoria, peraltro, non è utile rinunciare, purché se ne colgano confini e limiti. Può, anzi, essere un utile strumento di lettura a patto che il sostantivo resti lo spazio vissuto di persona, non in fotografia o in immagine. E il rischio, in questa apoteosi dell'immagine patinata, è che anche la critica finisca per esercitarsi allo stesso modo, sia pure per stroncare. E su questo punto dell'esperienza spaziale lei, nell'articolo sul suo blog, avverte molto chiaramente i suoi lettori.
In immagine, infatti, non possiamo far altro che leggere un edificio come un quadro o la traccia di un'intenzione programmatica realizzata. Nulla di male, ma finché non lo visitiamo l'essenza di un edificio ci sfuggirà sempre. Nulla di male, ma la “spazialità” pittorica è altra cosa dallo spazio architettonico. E nulla di male se poi la pura visibilità è già stata ampiamente e magistralmente collaudata, in architettura, da un maestro come Giulio Carlo Argan. Letture non del tutto convincenti, a mio parere, le sue, ma spesso illuminanti, se colte nei loro limiti puro-visibilisti.

Metafore di lamiere attorte, di corpi senza pelle, di separazioni esterno-interno violentate e squassate? Certo: è una chiave di lettura possibile. E condivisibile, in parte, perché alcuni sentono di vivere in un'epoca di questo genere. Forse è un tentativo di liberarsi da un Super-Io troppo esigente, ma di questa lettura in chiave francofortese-adorniana non sarei tanto sicuro. Il punto su cui vorrei attirare l0'attenzione è: quelle lamiere attorte, quei pavimenti che si fanno pareti e di qui soffitti, che aprono visuali insospettate, hanno o possono avere valenze spaziali? E quando? O sono solo e sempre metafore della condizione di alienazione contemporanea, cui si tenta di sfuggire bevendo la bottiglia d'un fiato e fino in fondo?

Insomma: cercherei di non cadere nella trappola della lettura dell' “operazione” progettuale prima di sperimentare di presenza gli spazi di un edificio. Ho visitato attentamente Gaudì, vari anni fa; il Guggenheim di Bilbao, più di recente e, ancor più recentemente ville Savoye e i brani urbani di Renaudie a Ivry: le esperienze di quegli spazi-segni possono solo essere inalate di persona. E il più delle volte sono sorprendentemente spiazzanti rispetto a qualsiasi discorso “su” di essi e sulle loro recensioni e immagini stampate. Com'è giusto che sia.

Allora: forse quella del crollo è un'immagine ricorrente, al giorno d'oggi. Crollo e dis-facimento del corpo, o crollo imminente dell'edificio in bilico perché siamo in un'epoca decadente o percepita come tale da alcuni di noi. Ciò non toglie che, al pari della cosiddetta “sala dei paradossi statici” di villa Adriana a Tivoli o di San Carlino, della cripta di Santa Coloma de cervellò o di Ronchamp, anche tuffarsi nella crisi senza farsi illusioni può produrre autentici capolavori o schifezze, secondo i casi.

Forse alcuni approcci sono nichilistici, e ben venga una loro critica ideologica o in nome di “valori” che personalmente riteniamo

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Commento 6972 del 25/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


X Vilma Torselli

Sono tranquillissimo, grazie. Anche per carattere. E anche, dicono, persona di spirito e spiccato sense of humour: cosa che, naturalmente, a volte passando da parlato a scritto può anche non trapelare.

Non ho idiosincrasie per la parola "forse". Su particolari argomenti e figure che tuttora mi appassionano particolarmente, forse con i dubbi ho iniziato tanti anni fa. Lei che ne dice? Su questo mi concederà il beneficio del dubbio?
dicevo: dubbi ritestati e reiterati fino al punto da portarmi a pochissime e pure conclusioni. Personali, ovvio. Capita anche questo, per via. Per cambiare le quali, occorre convincermi: a volte succede, altre no.

E comunque una cosa è certa: non mi è ben chiaro il suo punto di vista sulla decostruzione. Forse non ho ben compreso il suo commento (6961), forse per una volta lei non si è spiegata nel modo migliore. Che ne dice? Un fifty / fifty potrebbe andar bene?

A ogni buon conto, se vortrà essere così cortese, un supplemento d'informazione da parte sua mi sembra auspicabile.

Cordialmente,
G.C.

PS: ha visto quanti "forse"?

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Commento 6966 del 24/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


PER AVINO, LAZIER, TORSELLI

Mi unisco a Lazier nel ringraziare Avino per aver scatenato questo meraviglioso putiferio :)

Lazier scrive (n. 6965) “Dico a Giannino Cusano che ho molto apprezzato il suo riferimento a Carmelo Bene ... Il mio intervento non intendeva essere sfavorevolmente critico...” ecc. ecc. Grazie: non è importante, credo, se il tuo intervento volesse o meno essere critico. E' importante che induca, come ha fatto, approfondimento e riflessione.

Occorre, invece, tornare più puntualmente sul commento 6961 di Vilma Torselli.
Non metto in dubbio la correttezza filologica dei riferimenti di cui si serve per commentare il lavoro di Carmelo Bene. Solo, però, che se ci si limita a smontare una personalità creativa nelle sue componenti base, ci resta il vuoto e non si distingue più Bene dalle sue eventuali componenti, peraltro tutte da provare.
Posso ben leggere Borromini come uno che smonta e riassembla ordini giganti, riseghe da cupole del Pantheon, cornici ondulate, ecc., ma con questo non avrò chiarito né la peculiarità delle sue invenzioni né la differenza, se c'è, per grado e qualità di Borromini dai suoi meri ingredienti costitutivi.
L'eventicità di Bene è affatto diversa dall'happening, dalla performance, dalla body art e dallo stesso Cage, che peraltro amo molto. E sopra ogni altra cosa tutto è fuorché non programmabile, perché Carmelo Bene progettava meticolosamente e nei minimi dettagli i suoi spettacoli. E fu accusato persino di essere ripetitivo, da serata a serata: come se la ripetizione fosse un delitto e non, invece, la vera trasgressione.
Perché solo una cosa che non può essere “detta” altrimenti, deve solo essere ripetuta.
Spettacoli, cmq, che erano la sistematica e più radicale sottrazione alla “tirannia della struttura” che io abbia avuto modo di conoscere. E il punto non mi pare nemmeno di “'interdisciplinarietà”: semplicemente, la convergenza di tutti i fattori nel farsi della scena è una brillante reinvenzione del teatro della crudeltà di Artaud, che mi pare altra faccenda.

Ho già detto mesi fa, qui in Antithesi, che la “presenza” in architettura a rigore è ineliminabile e l'ho ripetuto di recente, aggiungendovi tutte le arti figurative e teatrali. Dunque, quando la Torselli scrive «L’uomo, sempre l’uomo, artefice e fruitore, onnipresente ed ineliminabile.Impossibile quindi ogni “esclusione dell’utente”» mi pare si rivolga a terzi, non a me.
E' un'ovvietà, dire che ogni esclusione dell'utente è impossibile. E chi ha mai detto il contrario? Ed è un'altra ovvietà dire «che, per quanto si faccia, il corpo, in quanto presenza fisica umana, non può essere escluso dal pensare, fare e fruire l’architettura, attività eminentemente umana, fatta dall’uomo per l’uomo, quindi doppiamente ed inevitabilmente autoreferenziale. Impossibile quindi ogni “elisione della presenza”»

Certo: anche qui, ho mai sostenuto il contrario? E dove? Se si pensa di confutare la decostruzione così, credo che non si va molto lontano.

Può darsi che “forse” Derrida non fosse troppo convinto della validità della decostruzione in architettura, può ben darsi che i tanti “sospetti” che la Torselli dissemina (non derridianamente) nel suo commento siano fondati, ma fino a prova contraria restano dei “forse” e dei “sospetti” che , per ora, a mio parere non assurgono a rango non di prove, ma nemmeno di indizi. Impressioni rispettabilissime, per carità, ma impressioni. E poi, chissenefrega di Derrida, se non era convinto! Mica sono un suo esegeta: di Derrida faccio quello che mi pare creativamente giusto fare, non ciò che la filologia mi comanda di fare.

Allora riepiloghiamo: ho sempre detto, e lo ripeto, che a mio parere la decostruzione non è una semplice operazione di smontaggio e rimontaggio di testi. Se così fosse, non ci sarebbe stato bisogno di incomodare tanto lavorio quanto ne ha smosso lo stesso Derrida. Qualsiasi autore di parodie smonta a rimonta testi senza bisogno di essere pensatore o filosofo.

La questione del logocentrismo riguarda, dal mio punto di vista, il fatto che la scrittura si stacca dal parlante e vive di vita propria, sottraendosi al dominio e al controllo del parlante, anzitutto. Si costituisce così in segno. E questo, mutatis mutandis, vale in letteratura, in architettura e nelle arti tutte. Ne “La disseminazione” (Derrida) c'è una lunghissima sezione -la farmacia di Platone- dedicata al Fedro che chiarisce molto bene la questione. Anche un messaggio scritto presuppone che qualcuno lo legga e, mentre viene letto, che qualcuno lo abbia scritto. La differenza rispetto al logos detto e parlato sta nel fatto che destinatario e parlante non sono presenti: chi ha scritto il messaggio poteva voler dire tutt'altro, può essere un mentitore o essere morto nel momento in cui io leggo e magari il messaggio è una richiesta di soccorso di un naufrago da un'isola desert

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Commento 6963 del 23/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Ottimo e sostanzioso intervento di Vilma Torselli, che ringrazio.
Si, penso che l'assenza del "parlante" abbia attinenza anche col "farsi" dell'esperienza sotto i nostri occhi e in modo non predeterminato. Trovo interessanti, per esempio, certi spazi di Koolhaas, in cui non distingue tra percorsi e luoghi di arrivo e nei quali le strutture non seguono alcuna maglia regolare, in modo che ciascuno, muovendosi, possa farne un'esperienza personalissima tracciando volta a volta i suoi personali percorsi "nomadi" -anche interiori - dipendenti solo da ciò che sul momento attrae ciascuno di noi. Magari la prossima volta sarà tutto molto differente.
Più in generale, credo che l'esperienza piena di libere "derive" nello spazio, del lasciarsi andare ala sua magia, sia possibile a partire da una frattura fondamentale col senso univoco dell'opera, da cui nasce un tipo di abbandono attivo all'esperienza.
Sono ovviamente incentivi, suggerimenti a immaginare che ho ricavato. Anche leggendo Derrida, o guardando certo teatro e non altro. Non sono, ovviamente, un filosofo o un critico, quindi ho un vantaggio notevole sui pensatori di professione, perché tutto quello che aiuta la mia immaginazione a me va bene.
Penso anch'io che la decostruzione non sia un supporto sufficiente per "costruire" di per sé, dalle fondamenta e di sana pianta un'architettura.
Come la rottura della scatola neoplasticista può essere un incentivo enorme a immaginare in modo "altro" dal solito, anche la decostruziione secondo me può esserlo. In modo forse meno diretto, architettonicamente, più complesso e anche molto “mentale”, ma stimolante.
Gli esempi più validi, a mio giudizio, sono quelli di chi, a suo modo, ha assorbito tensioni decostruttiviste in ambiti operativi del tutto differenti, come arricchimento espressivo. Ho citato il generosissimo Behnisch e il suo approccio fondamentalmente "funzionalista", potrei citare Biagio Marcello Guido: un organico, senza ombra di dubbio, che però con la decostruzione ha aggiunto attrezzi assai interessanti alla sua già nutrita cassetta dei ferri.
Almeno, io così vedo la questione. Apertissima, ovviamente, a mille altre soluzioni :)

G.C.

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Commento 6962 del 23/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l’ha già
di Teresa Cannarozzo


L'articolo mi trova d'accordo. Merita riflessioni supplementari.
Una costante della vita pubblica italiana da più di 50 anni -a essere buoni- è la dannazione dell'emergenza: alibi permanente per eludere i problemi strutturali del Paese. Urbanistica, territori, edilizia non fanno eccezione.
Pochi esempi: emergenzialista fu, di fatto, la Legge per i Piani di Ricostruzione postbellica, alias Legge Ruini (1 marzo 1945, n. 154) che, di portata limitata ai primi interventi, escluse ogni possibilità di guardare i problemi in termini generali e sistemici, risolvendosi in un danno diffuso. Gli strumenti ordinari per la pianificazione (all'epoca, la legge per la tutela delle bellezze naturali del 1939 e la 1150 del 1942, in sé buone leggi se prodromiche ad altro, e varate in notevole ritardo ) erano già largamente insufficienti. La Ruini, infatti, fu l'esplicita ammissione di questa carenza. Mai colmata nei decenni successivi, sempre in nome della cronica emergenza che tale resterà anche per i posteri dei posteri se mai si metterà mano a una riforma degna di questo nome. Non così accadeva nella grandissima maggioranza degli altri paesi europei, che si posero il problema della ricostruzione e globalmente della congruità e revisione degli strumenti disponibili già dal '42-'43, a conflitto in corso. Oggi in Italia siamo a formule stravaganti, come il “pianificar facendo” dell'ultimo P.R.G. di Roma: a testimonianza non dell'insipienza dei suoi progettisti, persone di valore e che certo sprovvedute non sono, ma delle condizioni sempre più vischiose in cui si opera qui.

Non sono urbanista, ma per il pochissimo che mi tocca occuparmene resto dell'avviso che Luigi Piccinato costituisca tuttora un validissimo e sicuro (e, ahimé, trascurato) ancoraggio. Una delle sue lezioni fondamentali è che in urbanistica, a differenza che in aritmetica, cambiando l'ordine dei fattori (= delle priorità) il prodotto cambia. E di brutto.

C'è chi, per esempio, con la solita logica a “spizzichi e bocconi”, afferma che i centri storici non saranno minimamente danneggiati dal decreto in via di approvazione. Non è vero. E non perché costoro mentano, ma perché non si rendono conto -ed è assai peggio di una menzogna- delle interazioni sistemiche che faranno sì che aumenti indiscriminati di cubatura nelle aree non centrali abbiano pesantissime ripercussioni proprio sui centri storici, indipendentemente dal fatto che siano o no direttamente coinvolti nei nuovi aumenti volumetrici.

Credo non ci sia bisogno di dilungarsi, salvo sottolineare un altro problema che non mi pare sia stato evidenziato abbastanza. Sentivo qualche sera fa il Ministro Matteoli dire che le soprelevazioni sarebbero comunque soggette a calcoli statici. Ovvio, in teoria. In pratica, per nulla: perché, solo per fare un esempio, rapportare a quelle odierne le resistenze caratteristiche dei calcestruzzi confezionati qualche decennio fa, segnatamente prima del 1970-'71, è operazione quanto mai dubbia e problematica, tanto sono mutati i criteri di campionatura dei provini in cls.a. E' solo un esempio: ce ne sarebbero un'infinità, a testimonianza del pressappochismo cronico della nostra classe politica. Anni fa, dopo il terremoto umbro, il notissimo Antonio Di Pietro disse in TV che la soluzione era semplicissima: bastava fare una legge per la quale gli edifici dovessero resistere “al nono grado della scala Mercalli”. Roba da sganasciarsi dal ridere, se non ci fosse stato da piangere a un litro a lacrima.

Allora: oltre ad opporsi giustamente -ma, temo, senza esiti significativi- a questo ddl, che è che in piena continuità col cronico emergenzialismo nazionale e che l'unica speranza che lascia è che le persone con soldi bastanti per produrre gli incrementi di cubatura previsti siano davvero pochissime, non si può pensare di integrarne gli esiti con provvedimenti che pongano, in prospettiva, un argine all'emergenzialismo?

Credo che se con questa operazione si gettassero le basi per una seria e pubblica informatizzazione del patrimonio edilizio esistente, un grosso passo avanti si farebbe. Una sorta di Pubblica Anagrafe dell'edilizia e dell'urbanistica italiane dovrebbe prevedere una reale cartolarizzazione informatica, consultabile on line da chiunque, delle infrastrutture, delle urbanizzazioni, degli edifici, della loro cubatura, delle destinazioni d'uso, delle condizioni energetiche, statiche e manutentive degli immobili. In modo puntuale. E si potrebbe cogliere l'occasione per partire esattamente dalle asseverazioni previste per gli interventi cosiddetti anti-crisi. Avremmo, così, il vantaggio di poter proiettare negli anni venturi il quadro che ne verrà fuori. Preventivamente, perché l'iscrizione in questa anagrafe informatizzata sarebbe contestuale alla presentazione delle prossime D.I.A. nonché delle future richieste di nuovi permessi di costruire.

Si potrebbe poi gradualmente, ma con prec

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Commento 6949 del 22/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


CHIARISCO (x Sandro Lazier)

Caro Lazier, siamo sostanzialmente d'accordo, sia pure con alcuni miei dubbi del tutto generali. La mia sulla “presenza” voleva essere una provocazione, spero utile, non contro la decostruzione ma contro alcuni suoi facili epigoni.
Decostruzione che in architettura non è, a mio avviso, lontanamente paragonabile a un movimento come quello organico o razionalista, inclusivi di densi progetti sociali ampi, globali. Piuttosto, va commisurato ad avanguardie come De Stijl o il Costruttivismo russo in quanto pone l'accento su problematiche assai puntuali e specifiche, ma non per questo trasxcurabili.
E la riprova, secondo me, la fornisce Behnisch, l'unico architetto che credo potrebbe restare decostruttivista per i prossimi 100 anni senza fare una grinza, come Mendelsohn rimase espressionista tutta la vita di contro alla precaria durata del movimento. Behnisch può permetterselo, a mio avviso, in quanto la sua matrice fortemente “funzionale”, nell'accezione più ampia e rigorosa del termine, glielo consente senza mai venir meno, senza cedimenti di sorta. Semplificando molto, direi che Benisch sta alla decostruzione = Mendelsohn sta all'espressionismo.
Non c'è dubbio che la prassi di arti come il teatro, le arti figurative e l'architettura presuppone un pubblico e delle presenze. Quello che intendevo sottolineare con un paradosso (felice o meno, ciascuno lo valuti come crede) è, appunto, la differenza tra “testo” e “scrittura”.
E un esempio semplice mi pare che renda bene: se, scrivendo, recito mentalmente un testo come se lo stessi dicendo ad altri, è evidente che quasi sempre ne scaturirà una scrittura concepita come trascrizione di un discorso “detto”. Scrittura che, dunque, dissimulerà il proprio carattere di scrittura dietro l'apparenza di “testo” raccontato. Con tutto ciò che ne segue in termini di ermeneutica, perché per quanto si voglia, quel carattere di scrittura come costitutiva del segno non sarà mai del tutto eludibile. Dov'è la novità, allora? Tutto sommato non c'è, perché si tratta di una questione ben nota da tempo. Solo che -secondo me- prima appariva frammischiata ad altre, mentre con la decostruzione a me pare che venga evidenziata direi quasi chirurgicamente. Già con Flaubert, alla metà del XIX sec., si fa evidente la rottura della falsa unità del linguaggio letterario, per esempio, ideologicamente assunto come “uguale per tutti”, mentre è solo quello dell'aristocrazia e della Corona francese che tenta di imporsi come unica e indiscussa verità. E con l'Ulisse di Joyce arriviamo, a mio avviso, al clou di un processo di rottura della falsa monoliticità della lingua, non immune dal passaggio attraverso le parolibere futuriste. Non mi soffermo sulla scrittura joyciana, che tutto è meno che “testo”.
Torno all'architettura: ho sempre detto che la decostruzione è un sintomo per me positivo, ma un sintomo. E qualche dubbio sull'operare architettonico così come ci è stato tramandato dai “pionieri” e dai “maestri” me lo insinua. Ed è chiaro, concordo: non si può cavarsela con meccaniche operazioni di smontaggio e rimontaggio degli edifici, per quanto interessanti, perché restano esteriori, applicate. Cos'è il nuovo mi riesce difficile definire, perché l'architettura può egregiamente parlare sulle proprie forme senza rifare il verso a sé stessa e senza manierismi. Borromini e Gaudì sono lì a dimostrarlo: e certo furono nuovi, ma tutti calati uno nel linguaggio genericamente detto rinascimentale, l'altro in quel capitolo dell'Art Nouveau detto Modernismo catalano, con le sue combinatorie e contaminazioni. Delle quali gaudì non si accontenta minimamente, sia chiaro.
Posto che la questione del parlante e della presenza in architettura non può, a mio avviso, porsi in termini di esclusione dell'utente e di edifici fini a sé stessi, è anche vero che a mio parere c'è e non è solo di mera prassi operativa. Riguarda, piuttosto, 3 assenze proprie della scrittura: del parlante, del destinatario e del referente, che non sono propriamente empiriche ma riguardano, per esempio, una certa pretesa di sentenziosità del messaggio dell'architetto, che può essere frainteso e stravolto. “Scrivo” un edificio che affido a destinatari che non conosco: posso continuamente preoccuparmi della sua “corretta” interpretazione o fermerò il procedimento prima che un simile problema si ponga? E', mi pare, un'accezione in parte inedita del non-finito e tutta da sondare e inventare. E certo non può essere fatta di segni "deboli" o manieristici, perché la scrittura costituisce il segno o scade in "testo": perfettamente d'accordo.
Ora, e non a caso, nel 1989 dopo una conferenza di Libeskind all'In/Arch , Zevi affermò che la decostruzione individua l'ottava invariante dell'architettura moderna: quella della “vulnerabilità”. Certo, tutti possono sbagliare e Zevi non fa eccezione. Certo, la decostruzione a mio avviso è finita o degenera in moda, senza suppo

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Commento 6938 del 20/03/2009
relativo all'articolo Muore il filosofo della decostruzione
di Sandro Lazier


Commento di Avino (n.6922) confuso e, per fortuna, succinto: sfida a trovare in Derrida un solo “testo” in difesa del logocentrismo come riprova del fatto che il filosofo non avrebbe mai sostenuto la superiorità della parola scritta su quella parlata. Ma non avrebbe dovuto, Avino, ricavarne esattamente il contrario?

E poi, superiorità in cosa ? A me è parso sempre chiaro, anche negli articoli apparsi su Antithesi, che per Derrida la superiorità della scrittura consiste nella possibilità che essa dà di conoscere ed esperire il linguaggio in quanto tale assai meglio della “parola detta”, con i suoi continui inciampi nella metafisica della presenza. Tema eminentemente heideggeriano. E vasto, perché questa della presenza è questione da meditare attentamente.

Va comunque colta l'occasione per confondere un po' le acque. E mi pare il caso di rammentare l'immenso e geniale lavoro di Carmelo Bene, che proprio derridiano non era ma certo col post-strutturalismo andava a braccetto 25 ore su 24. Strana circostanza, scaturisce dal “paradosso di Carmelo Bene”. Perché lui, con la sua “macchina attoriale”, fa un teatro dell'indicibile e inenarrabile, del non raccontabile, dell'accadimento, dell'attimo presente nel quale il testo conta nulla. Contano, piuttosto, le crepe, le derive, le “pieghe” del linguaggio nelle quali si annida la lingua non ancora occupata dal potere. Precluso ogni approdo diretto e univoco all'evento teatrale, ad esso ci si può accostare solo zigzagando su rapidissime, brevi e labirintiche spezzate.

Già: no al teatro di testo, si al teatro di scena. Ma questo non implica proprio la svalutazione dello scritto? Non reclama la “presenza” incessante dell'attore-autore-tramite di eventi? Conoscendo il suo lavoro, la risposta può essere solo un secco: “no!”. E Bene non perdeva occasione per parlare di “de-pensamento” teatrale, per dire “ho passato la vita a prendere a calci in culo me stesso”, “teatro è togliere di scena”. E infatti aveva ideato “un Amleto di meno”, ma tutto sommato ogni suo lavoro era un “di meno”, un che di "tolto a …" , un sottrarre e sottrarsi alla tirannia della struttura.
Approccio deleuziano più che derridiano, ma, a me pare, inclusivo di una forte carica decostruzionista: e non solo perché Bene citava spesso, e mai a sproposito, Derrida.
Dunque, no al testo in quanto il teatro (e fortemente artaudiano) è scrittura (della crudeltà: musica, parola, scene, rumore, suono concorrono senza distinzione) “che si fa” - “mentre si fa” - sotto gli occhi degli astanti: in-scrizione nel non ordine di una lingua “autre”, scrittura di intoppo, scrivere come inceppamento. E in una dimensione differente dall'autofarsi espressionistico, animato da immanente energia e quindi sospettabile di essere ancora tutto preso in una forma di “presenza”. La morte di Dio, infatti, è pensabile ancora nella dimensione creazionista, mentre di un Dio immanente nessuno che lo volesse potrebbe mai liberarsi.
Bene era il teatro come eventicità, sempre presente sulla scena in quanto producibile solo per auto-elisione del testo, della trama. Questa mi pare la dimensione centrale della decostruzione anti-logocentrica. Niente Logos o demiurgica mediazione col senso “vero” dell'opera.
E allora, ri-de-pensando Carmelo Bene: in architettura basta o centra il problema dire che la fine della "metafisica della presenza" significa che l'essere umano non è più la prima istanza di cui preoccuparsi pensando lo spazio? La fine del logocentrismo è davvero la fine di un'architettura centrata sulla presenza umana in nome di una scaturita da dati oggettivi, scritturali, legati all'ecosistema anche nl deserto e in assenza di persone? (Come) si dice in spazi questa “elisione della presenza”?

G.C.


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Commento 6814 del 03/02/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


Toscanacci d'un Marrucci: se nun dici l'ultima miha se hontento, eh? :)

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Commento 6806 del 02/02/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


Renzo Marrucci, sai giocare a tresette? Se ci sai giocare, spiegami tu come mai se io busso a coppe tu rispondi a denari. Forse perchè a cope sei "fagliante", come si dice dalle mie parti per dire "sfornito"?
Ho semplicemente detto, a chi lamentava che le chiacchiere non servono, che anche queste discussioni -e anche qui, su antithesi- servono e sono utili: meglio farne che non farne per nulla. Punto. Il resto delle tue obiezioni francamente mi pare che c'entri come il cavolo a merenda :)

G.C.

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Commento 6785 del 28/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


@ Zappalà:

scrivi: ".. sono un pò più "talebano" di te ed innamorato fradicio dell'architettura. Ed è per questo motivo che non sopporto star male nella casa degli avi! Che, come dici tu, non erano e non sono belle belle!
Allora, ho da lungo tempo abbandonato la speranza di trovare "piani" (...) d'intesa con i passatisti! E' semplicemente anacronistica la difesa storicistica dell'habitat! Cosa da Italia Nostra con la "puzzetta"sotto il naso! Insomma, Cusano, con gli sconclusionati (per dirla buona, sic!)non ci si può discutere! Non ci si deve perdere tempo !"

Perfettamente d'accordo: nemmeno io cerco intese, smussi ecc. E non ho alcuna velleità di convincere i miei contraddittori-passatisti o di trovare punti comuni con loro.
Siamo in uno spazio pubblico, discuto e rispondo in pubblico. Dove, credo, ci sono più persone con idee differenti, a leggere. E se a qualcuno che ha avuto la lodevole pazienza di leggere ho non dico chiarito ma almeno insinuato qualche dubbio, penso che non sarà stato tempo sprecato.
Forse non è abbastanza per l'architettura moderna, ma a me pare comunque meglio del nulla o del silenzio :)

Cordialmente,
G.C.

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Commento 6777 del 26/01/2009
relativo all'articolo Auguri 2009
di Sandro Lazier


Scrive Pagliardini:

" ... mi sembra che vi sia da parte sua una sorta di pregiudizio ideologico che fa perdere il buon senso: paragonare uno stile architettonico alla schiavitù! Non le sembra un pò grossa?"

No

"Lei mi conferma con le sue iperboli che ho colpito alcuni nervi scoperti."

if You like :)


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Commento 6775 del 26/01/2009
relativo all'articolo Auguri 2009
di Sandro Lazier


Scrive Pagliardini"... l’uomo di oggi non è biologicamente diverso da quello di ieri e anche dal punto di vista antropologico non credo si possa parlare di una mutazione improvvisa; per questo il costringere lo stesso uomo di sempre in ambienti e spazi che creano disagio psicologico sarà anche in linea con la moda e la cultura dell’immagine del tempo (occidentale)ma non con la sua immutata condizione di uomo."
Dunque saremmo fatti di impulsi biologici ... Peccato che, per esempio, negli animali l'istinto materno dura il tempo dello svezzamento del cucciolo, negli esseri umani no. Strano, vero? Ovvio: gli "istinti" e la biologia (o, come usa oggi, la "psicobiologia") non bastano a spiegare il comportamento umano e la vita sociale, a diferenza degli animali. Certo, ci sono predisposizioni e condizionamenti biologici: ma da qui al comportamento reale il passo non è breve né scontato.
Tanto che lo stesso Freud abbandonò presto l'ambiguo termine "Istinkt" per introdurre quello più articolato e complesso di "pulsione" ("Trieb"). La differenza è fondamentale: la pulsione è una forza propulsiva che non implica risposte predeterminate alle sollecitazioni dell'ambiente ma risposte flessibili, relativamente poco scontate, elaborate con l'inventiva e la cultura. Perché nella risposta pulsionale entrano in gioco proprio fattori culturali e storici.

Non mitizziamo, per favore: è tutto da dimostrare che i centri storici fossero pensati per gli esseri umani. Sono pensati per ammassare gente (plebe, non popolo) in poco spazio e spostarla quasi di peso quando faceva comodo ai nobili detentori del potere, che talvolta avevano su di loro quasi diritto di vita o di morte. Basta andare in un qualsiasi Archivio di Stato per rendersi conto, da documenti dell'epoca, delle condizioni vessatorie in cui vi erano tenuti quelli che erano non cittadini ma sudditi. E talvolta la morosità delle esose pigioni, che tenevano la gente in stato di pura sopravvivenza, veniva punita con la morte: così nella Roma papalina del 1500, per es. E nei casi peggiori, accompagnate dall'accusa di eresia, le teste dei morosi mozzate venivano appese e messe in bella mostra su picche disposte in fila sui parapetti di Ponte Sant'Angelo. Forse le abitazioni di oggi sono bruttine, ma abbiamo degli standard ignoti nei tanto lodati centri storici. Basta andare nell'archivio storico del notariato di una città (per la mia, Potenza, l'ho fatto, a suo tempo) per capire cos'erano i "bassi" e come viveva davvero la gente. Ne ho, del resto, ancora ricordi indiretti -per mia fortuna- che risalgono alla mia infanzia: c'erano, a un passo da casa mia, persone che vivevano non nella povertà ma nella miseria. Ammassate padre, madre e 8 figli in una stanza seminterrata, umida e buia adiacente, per esempio, a quella del carbone che vendevano per vivere. Del resto, l'affollamento a Testaccio -dove la tubercolosi era endemica- poteva raggiungere non di rado 8 persone a stanza in condizioni di promiscuità davvero bestiali. Siamo ai primi del '900. E le case del Testaccio sono internamente davvero bruttine, a essere buoni.
Se si considera storicamente la questione, si vede che i tanto vituperati standard razionalisti -luce, aria, ventilazione, igiene, dimensioni minime tollerabili degli spazi ecc.- sono stati un enorme e serio avanzamento di civiltà. Mille volte meglio le case popolari dell'IACP di quelle dei centri storici, spesso buie e malsane e fatte per tutto tranne che per "l'uomo". Altro che la speculazione edilizia di oggi!.

Si domanda, poi, Pagliardini come mai " in questo mondo dichiaratamente tollerante e relativista dove sono accolte tutte le espressioni umane e tutte le diversità possibili, guarda caso non hanno diritto di asilo idee e progetti come quelli di Lèon Krier (sempre per esempio) che deve trovare un Principe (ironia della sorte) per poter vedere realizzati, con discreto successo, gli esiti di quelle idee e di quei progetti."
Eh già: in questo mondo tollerante e "relativista" (cioè anti-assolutista) tutte le costituzioni dei paesi democratici vietano espressamente di darsi in schiavitù. Che scandalo! Quale grave limitazione alla libertà!
Ricordo un giornalaio fascistissimo. Brava persona. Ogni volta che mi incontrava, mi obiettava:- Tu sei democratico e devi difendere il mio sacrosanto diritto di avversare la libertà. Io, invece, che democratico non sono, ho tutto il diritto di combattere la democrazia con ogni mezzo per poter instaurare una dittatura e vietare a quelli come te di parlare- Regolarmente gli rispondevo sorridendo: - Vitto', cca' nisciun' è fess': democratico si, masochista no! :) -
Il punto è che le democrazie non devono e non possono sottoscrivere, in nome di una male intesa libertà, il proprio suicidio. La tolleranza non è una mole e vile virtù: la tolleranza è combattiva. E le democrazie aborrono e combattono per principio costitutivo le dittature e gli assoluti. Si

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Commento 6773 del 25/01/2009
relativo all'articolo Auguri 2009
di Sandro Lazier


WARNING: intervento LUNGO

Scusi, Pagliardini, ma il suo ragionamento non mi torna.
Se il passato, anche di 50 anni fa, si studia per coazione a ripetere, lei ha perfettamente ragione. Ma se lo si studia criticamente per discernere “ciò che è vivo” da “ciò che è morto” oggi, le sue valenze attuali -spesso trascurate e represse- da quelle divenute abitudini e frasi fatte, le cose sono differenti e siamo in totale disaccordo.

Lei scrive:

“Direi che il tarlo sta proprio in quegli anni da cui lei vuol ripartire, l'idea di dover cancellare e rifare, l'assurda pretesa di cancellare la storia, l'automatica trasposizione della modernità della macchina nell'architettura, scelta più da avanguardia artistica che non da metodo adatto all'architettura, all'edilizia, all'ambiente di vita dell'uomo.”

Detto così, sembra che la storia sia un fiume con un suo corso naturale prestabilito che la modernità ha improvvisamente deviato. Non si spiega, allora, come mai si sia tanto diffusa la modernità. Il movimento moderno, invece, ha una sua chiara storicità e necessità: ha radici antiche, come dimostra assai bene il saggio di Zevi “Architettura e storiografia” già nel 1950, anno della sua prima edizione.

Né si può ridurre la questione della “macchina” a questione ideologica o di gusto da avanguardie senza comprendere la necessità storica del problema.
Affrontarlo significò e significa esattamente poter ricominciare a costruire per “l'uomo”. Espressione, per inciso, che detesto per almeno 2 ragioni: 1. la donna, i gay non sono forse persone?; 2. il concetto di persona non è sovrastorico.

Detto questo, l'architettura moderna nasce perché è centrale e drammatico il confronto col problema e l'età della macchina, anche: della produzione di massa, delle condizioni di lavoro -creativo e non- che poneva, delle modalità di produzione e della conseguente “alienazione” del lavoro meccanizzato nell'era della rivoluzione industriale e dell'esplosione urbana e demografica. Non si comprendono l'urlo d'angoscia dell'espressionismo, altrimenti, o il “gioco” dadaista o il “macchinismo” futurista volto a rompere il feticismo del passato, vero ostacolo a una comprensione del passato più profonda perché attuale.
Si trattava e si tratta anzitutto di capire a quali condizioni è possibile la “qualità” nella società “di massa”, con città che raggiungono in poco tempo dimensioni spaventose, mai viste prima e che non accennano a fermarsi sfuggendoci, il più delle volte, di mano. E non si tratta di qualche palazzotto o grattacielo malriuscito.

Ma la modernità nasce ben prima del '900, con un signore che coglie la straordinaria modernità di alcuni assunti del medio evo: William Morris, Non era un neomedievalista, ma uno che cerca nella storia problemi analoghi ai nostri per estrarne indicazioni di pregnante attualità e di contenuto.
Non fu un caso se il socialismo inglese delle origini - ma non solo- si pose in quest'ottica. Dal lato la “cooperazione al consumo” del socialismo fabiano dei coniugi Webb, dall'altro quello della “cooperazione di produzione” del gildismo di D.H.Cole cui, tardi, approderà anche Morris. Le gilde sono la rilettura in chiave (allora) contemporanea delle arti e mestieri medievali. Incarnano un programma sociale e produttivo prima che artistico e trovano formidabili correlativi nelle Arts & Crafts e nella “Morris, Marshall, Faulkner & co,” l'impresa ideata da Morris per produrre parati e oggetti di design e dimostrare che la sua alternativa era possibile. Non fu un caso isolato in Inghilterra e non a caso quelle idee si diffusero immediatamente in tutto l'occidente.

Morris pone anzitutto questioni di sostanza, di contenuto: dell'architettura come “oggetto” non gliene frega nulla, se non come prodotto-strumento per vivere. E se i modi di produzione sono la serializzazione meccanizzata dell'ovvio, avremo ambienti e città invivibili. Dall'impulso di Morris non nasce solo la Red House: nasce la città giardino di Howard, per es., progenitrice delle New Towns.
Lui contrappone alla produzione industriale l'artigianato, e in questo è soccombente, ma la gamma di problemi che Morris mette sul tappeto è, tutta intera, il background programmatico e di contenuti con cui l'architettura moderna dovrà fare i conti se non vorrà ridursi ad astratta questione di preferenze estetiche e di gusti.
E così sarà: l'Art Nouveau ricorrerà alla linea come strumento per piegare i trafilati tipici del modo di produrre "odierno" a un volere artistico, o (Jugendstil e Hoffnmann) per forgiare un'arte "per tutti" sinceramente borghese, scevra da nostalgie, travestimenti e complessi verso il mondo artistico aristocratico.

E così sarà per “The Art & Craft of the Machine” di Wright del 1909, documento che di fatto impronterà tutta la sua attività; così sarà per la Maison Dom-Ino o la Citrohan di L.C., risposta di

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Commento 6761 del 23/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


Per Marrucci e Zappalà

Non sia mai, Zappalà: nemmeno io sono filosofo e non ci penso proprio. Ci manca solo la filosofia, per potersi occupare di architettura, poi stiamo davvero freschi :)

Capisco meglio, ora, il senso del precedente intervento di Zappalà sulla decostruzione: la fine del logocentrismo equivale alla fine dell'idea che il mondo stia lì solo per noi. L'essere umano non è al centro dell'ecosistema, di cui l'architettura è parte (e quindi non è al centro nemmeno dell'architettura). Ecosistema che ha propri vincoli evolutivi che vanno rispettati. A partire di qui, si può realizzare un habitat nel quale gli esseri umani hanno certo una parte importante se riconoscono di avere enormi responsabilità. Almeno, se non ho frainteso il discorso.

Io intendevo diversamente la questione del logocentrismo, avendo vissuto -anche se a posteriori, a cose avvenute anni prima- in modo alquanto traumatico la desertificazione dei Sassi di Matera, nella mia regione, in virtù di una legge demagogica e sbagliata. Una comunità che da millenni viveva la sua storia parallela a quella ufficiale nel momento in cui la incrocia viene letteralmente spazzata via e assimilata, omologata nella logica delle case popolari.
I Sassi li ho sempre interpretati come un “logos” comprensibile solo attraverso la presenza viva degli abitanti, dell'uso reale e creativo, delle trasformazioni che vi apportavano, di una società “altra” da quella ufficiale strutturata in vicinati e così via. Un insieme organico di persone e spazi il cui svuotamento è stato come congelarne l'evoluzione in un'istantanea da consegnare alla storia mimmificata: un logos trasformato di colpo in scrittura. Un messaggio in bottiglia. E non ci sarà recupero e riuso che riesca a riprendere le fila di quella evoluzione parallela alla storia ufficiale, perché un costume è stato cancellato d'ufficio, non lasciato libero di elaborare il suo peculiare impatto con la “civiltà”. Comunque, ci penserò.

E' questo, Marrucci, che intendo per stato laico o liberale: non l'ennesima etichetta ma una concezione non ideologica e non confessionale. Una concezione “metapolitica”. E' solo grazie ad essa che tutte le singole visioni ideologiche, confessionali ecc. possono coesistere ed affermare ciascuna le proprie istanze. Questo intendo con “amore” per le cose e per i cittadini. Se, poi, non vogliamo chiamarlo “laico” o “liberale” chiamiamolo pure “Carolina”, non è un problema. E' la sostanza che conta.

Penso anch'io, con Zappalà, che la qualità della vita o l'infelicità non dipendano dall'architettura. Poi, però, scopro che nel 2007 si è celebrata la festa dei 40 anni dell'habitat di Montreal: l'hanno voluta gli abitanti. Ci vivono bene e sono contenti di stare lì, alla faccia dei La Cecla di turno.Allora penso pure che l'architettura può contribuire, come tante altre cose, a migliorare la vita e forse la nostra stessa comprensione del mondo. Poi, certo: tutto può essere tradito, strumentalizzato, svilito.

Infine, certo: meglio fare architettura che parlarne, se questo è compensatorio. Ma può essere utile : - a capirci qualcosa di più, pubblico compreso - a combattere pregiudizi e luoghi comuni - a mettere a fuoco problemi, urgenze, obiettivi, - a incentivare ad andare avanti.
Zevi parlava tantissimo, alle sue lezioni: credo che mi abbia insegnato a pensare architettura. E con la mia testa. E' cultura anche parlarne, se aiuta a comprendere meglio :)

G.C.

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Commento 6757 del 22/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


Sono sostanzialmente d'accordo con Janni.
Ho solo un dubbio, una perplessità di fondo: i principi (i valori, come Janni preferisce dire) ci sono. Il punto è, a mio avviso, che in Italia principiano poco o nulla. E non da ieri: almeno dal 1948!
E i cosiddetti "valori condivisi", espressione spesso di comodo per far passare invece l'annacquamento dei principi, ci sono anche quelli. Sono forti e altissimi: stanno lì, scritti ben chiari, una volta tanto, nella nostra Costituzione. Che da troppo tempo non si studia più nemmeno nelle scuole.
E sui principi non si mercanteggia, non si contratta, non si patteggia: ci si scontra, se è il caso. Senza timori di "dividere l'Italia": perché gli scontri di idee non hanno mai diviso nessuino: sono l'essenza della democrazia. Sono sempre nobili scontri, quelli ideali: tutt'altro dalle risse squallide da mercato boario per le questioni meschine e di piccolo cabotaggio cui quotidianamente ci tocca assistere da 50 anni.
Ma allora come si fa? Nei paesi civili si legifera in modo che ciascuno possa liberamente e responsabilmente seguire i propri convincimenti: quelli dettati dalla propria coscienza, non quelli imposti per decreto.
E' semplice; ma in questo cavolo di Paese sembra la cosa più difficile da far entrare nella quotidianità.

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Commento 6751 del 21/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


Devo dire che Marrucci e Pacciani hanno il dono della sintesi: capita raramente, infatti, di leggere tanti luoghi comuni concentrati in così poche righe :)

Si preoccupano, per esempio, dell'approvazione del "pubblico" trascurando il fatto elementare che i concetti di "pubblico" e di "pubblica opinione" sono di formazione moderna. Risalgono all'ascesa della borghesia e trovano origine nei Circoli dei privati Letterati e negli omonimi "Giornali". Salingaros ha un solo e grande merito: è una cartina di tornasole. Voglio che ci sia, per una semplicissima ragione: tutto quello che non va bene a Salingaros va benissimo per definizione. Chiuso il capitolo.
Mi spiega l'amico Marrucci cosa intende quando parla di "continuità"? Continuità con cosa? Con un mitico quanto inesistente passato "unitario" e privo di conflitti dell'umanità?
Hanno mai riflettuto seriamente sulla storicità del movimento moderno, tutto e senza eccezioni? La continuità è sempre continuità con gli atti di rottura del passato: gli atti autenticamente creativi.
Sperimentare non è cosa fine a sé stessa: la vita va avanti. Sono i nostri strumenti ed istituti che restano indietro e occorre sistematicamente rivederli, falsificarli, ricontrollarli per abbattere la morta gora dei rami secchi, ideologici e stantii ed estrarne parole vere.
I rischi delle mode ci sono sempre: e se la decostruzione scade in moda, è il suo maldigerito consumo che occorre combattere, non la decostruzione in quanto tale. Senza esame critico volta per volta, opera per opera, edificio per edificio, si butta via l'acqua sporca dimenticando di togliere il bebè.
Infine, il pubblico, come certa critica assetata più dell'approvazione plebiscitaria di un fantomatico "pubblico", sempre boccia le innovazioni salvo, poi, accettarle con decenni di ritardo.
E' accaduto a Borromini e al Gotico, alle Certose, a Gaudì e all'Impressionismo, alla Tempesta del Giorgione, a Beethoven, a Bach, a Gesualdio da Venosa, ad Arnolfo di Cambio, a Caravaggio, agli affreschi della Sistina ... : la storia è intrisa di simili "scandali" e va avanti proprio grazien ad essi. Non si vede per quale motivo non dovrebbe essere così anche ora.

Chi è depresso e, anteponendo a tutto la propria personale salute perché non regge l'impatto con una certa momentanea impopolarità, non è obbligato: si astenga da ogni attività creativa (anche in sede critica): pensi pure alla salute e si dedichi alla macrobiotica, ai fiori di Bach, alle tisane e all'Ayurvedica. Nessuno gliene farà un torto: siamo liberi e ottimisti. O no?)
Cordialmente (?)
G.C.

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Commento 6749 del 20/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


***WARNING: testo ALQUANTO LUNGO***

Il commento di Zappalà esige approfondimenti.
Anzitutto la questione della "presenza": tutta l'architettura, in particolare quella delle avanguardie contemporanee, ha per lo meno un aspetto, per nulla secondario, che riguarda l'oggetto architettonico e il suo trattamento "in sé".
Prendiamo De Stijl: la rottura della scatola ha una propria operatività tipicamente “scritturale”, oggettuale: è effettuabile, cioè, in modo del tutto indipendente dalla considerazione della presenza o meno di utenti. Prendo un prisma, lo disassemblo in modo da scardinare le giunture della scatola e lo riassemblo in modo da evitare il riformarsi di angoli pieni. Mies insegnava così ai suoi studenti. Dava loro una lastra di copertura su una serie di elegantissimi pilastri in acciaio, poi diceva: «Tranquilli: questo si regge. Ora ricavatene un'abitazione composta di soggiorno, cucina, “x” camere, “y” bagni ecc. facendo attenzione a un'unica cosa: i piani delle pareti non devono mai incrociarsi a formare degli angoli chiusi e devono sempre prolungarsi all'esterno, andando oltre i confini degli spazi e degli ambienti interni». Era un modo di studiare la specificità e le caratteristiche di una “scrittura”, le modulazioni della luce, la mutevole compenetrazione all'intorno, il dosaggio le fluenze spaziali ecc.
La questione non riguarda esclusivamente le avanguardie. Gli “-ismi” hanno evidenziato in sommo grado questa ricerca “scritturale” non logocentrica. Ma non solo: Frank Lloyd Wright insiste sempre sul suo modo tecnico-creativo di trattare l'organismo costruito per estrarne valenze inedite. Nelle “Prairie houses” elimina il trave interposto tra tetto e muri perimetrali in modo da poter prolungare i vetri fino all'intradosso stesso del tetto senza l'interruzione visiva del trave; ribassa progressivamente gli spioventi in modo da poter assimilare sempre più il tetto a una lastra piana e nel ciclo delle “Usonian” passa alle lastre piane di copertura. Sotto le vetrate, quando non giungono fino a terra, dispone muri-davanzali che man mano si libereranno dai loro piani di giacitura prolungandosi nella natura circostante a organizzare i giardini che circondano la casa e protendendosi lungo le linee-forza del paesaggio per inglobarlo negli spazi interni dell'abitazione. Oppure svetra nodi tradizionalmente destinati ai cornicioni (Johnson Waw Building) o angoli solitamente pieni della casa (Bear Run).
Se è vero che una città si comprende a partire dal suo hinterland, una casa prende vita a partire dal suo orizzonte urbano o naturale che sia.
Come esempi possono bastare, ma il discorso potrebbe proseguire a lungo passando per l'espressionismo, il costruttivismo, il futurismo, specie nella versione boccioniana. Il caso di Wright dimostra che l'architettura sganciata dall'operatività tipica delle avanguardie è cosa povera e regressiva. Non a caso il nutrimento degli “-ismi” è un fattore genetico dell'architettura moderna, senza eccezioni.
A questo punto mi pare legittimo chiedersi: è pensabile un'architettura che esclude la presenza umana? A rigore, no. E non perché la “conquista dello spazio vissuto” operata da Wright, anzitutto, e dall'architettura organica è un fenomeno radicalmente nuovo, nel panorama storico complessivo dell'evoluzione dello spazio. Se, infatti, la rinuncia allo “spazio vissuto” ci facesse davvero compiere un passo in avanti, sarei il primo a dire “chi se ne frega dello spazio vissuto!”.
La ragione è un'altra: se l'architettura è “scrittura” e non “logos” che presuppone una presenza viva e costante, bisogna pure che qualcuno decifri questa scrittura. Possiamo persino assimilarla al messaggio in bottiglia del naufrago, ma resta sempre la speranza affidata a quel messaggio scritto: che qualcuno, “somewhere” nello spazio e/o nel tempo, lo raccolga e tenti di decifrarlo.
Si può benissimo assimilare l'architettura all'ambiente come a qualcosa che la assorbe totalmente e dal quale essa, semplicemente, derivi come una qualsiasi formazione rocciosa o una parte dell'Universo del tutto indipendente da noi. A parte la facile obiezione che nell'eliminare una metafisica incorreremmo in un'altra metafisica, resta il fatto che il monito a non distruggere l'ambiente in nome di malintese “esigenze” umane occorre pur sempre che siano degli umani a recepirlo.
Dunque, se questo “straniamento” dalla condizione umana ha un senso, ce l'ha proprio sullo sfondo di una condizione umana: la presuppone e non può prescinderne. E' questo, allora, che ci dice la decostruzione? Forse, ma incidentalmente.
Ci dice anzitutto, secondo me, che qualsiasi fenomeno “linguistico”, o espressivo o formale che dir si voglia, presuppone e sconta uno scarto interno al codice, un disturbo senza il quale non sarebbe possibile. Qualsiasi fenomeno: anche quelli della classicità, del classicismo e della forma apparentemente pura. E bisognerà bene che

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Commento 6746 del 19/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


Ha scritto Andrea Pacciani:

"Non vedo francamente cosa ci sia da essere fedeli al secolo appena passato considerando il bilancio generale dell'architettura prodotta (...snap...) mi sembra del tutto legittimo il rifiuto locale a cedere ala tentazione ad un possibilismo modernista.
Credo che bisogna prendere atto che la modernità stia vivendo un periodo eclettico e storicistico di sè stessa e la frattura con l'utente finale è ormai uno iato incolmabile..... un po' come a fine ottocento primi novecento..."

Infatti non si tratta di essere fedeli ad alcun passato: nè al secolo scorso, meno che mai a due, tre, quattro, cinque (e chi più ne ha ... ) secoli fa. Non si tratta di essere fedeli ad alcun passato: si tratta di andare avanti. Frattura con l'utente finale? E perché, l'architettura romana, bizantina o barocca è (o era) in sintonia con "l'utente finale"? Ma quando mai ...?

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Commento 6741 del 14/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


L'architettura dice cose che non possono essere dette in altra sede (poesia, teatro, cinema letteratura, scienze, retorica ecc.). Certo, infinite intersezioni sono pensabili. Mi pare chiaro, altresì, che se Salingaros o chi per lui cerca nell'architettura ciò che invece può trovare solo nella matematica, ovvio che i presupposti per cui ne resterà deluso ci sono proprio tutti. Perché l'architettura bisogna anzitutto saperla leggere.
Non c'è dubbio: l'unica cosa certa che Gaudì e Galvagni hanno in comune è l'iniziale del cognome. Il resto è quanto meno da valutare.
Non c'è dubbio, d'altro canto, che forse nessun architetto quanto Gaudì si può dimostrare con altrettanto rigore, chiarezza e conseguenzialità di un teorema. Don Antoni, del resto, tutto fu tranne che l'architetto del "las curvas de sentimiento", come lui stesso diceva sarcasticamente dei vacui formalismi che anche ai suoi tempi si sprecavano. Gaudì si dimostra come pochissimi altri e senza mutuare alcunché dal mondo scientifico. E si dimostra partendo proprio dai fondamenti stessi dell'architetturai: dalla comprensione degli spazi. Il resto è corollario.

Osservo, per inciso, che il genio catalano è fotogenico quanto pochi. Di pubblicazioni in carta patinata sulla sua architettura ce n'è a iosa, per sua e nostra disgrazia. Perché questa fotogenicità è spesso la fetta di prosciutto sugli occhi che mette in ombra un'appassionata e sostanziosa lettura dei suoi edifici.

Con ciò, sia chiaro, non intendo screditare ricerche che affondano radici nella biologia, nella fisica, nella scienza come quelle di Galvagni: tutt'altro. Dico solo che la prima condizione è saper leggere gli spazi. E se Salingaros cerca in Eisenman un emulo di Goedel, ovvio che può solo restare deluso. La colpa è solo di Salingaros, però.

Il punto è che Salingaros pontifica "urbi et orbi". Questo è un po' come prendersela con Levi-Civita o Riemann solo perché gli spazi a "n" dimensioni (n>3) non si possono rappresentare graficamente o involucrare con calce e mattoni. In realtà Salingaros in architettura ripropone uno strutturalismo all'acqua di rose, di terza mano. E anche stantio, ammuffito. E' in ottima compagnia, naturalmente: Aldo Rossi in testa. Uno strutturalismo d'accatto che, ben al di sotto delle "fissioni" semantiche care a Levi-Strauss (grandissimo studioso persino quando si occupa discutibilmente di architettura): qui siamo alle "persistenze", ai "valori eterni" perché mai digeriti, ai rigurgiti del Partenone. E non c'è Maalox che tenga!

E' qui, a mio parere, l'importanza della decostruzione derridiana e di tutto il post-strutturalismo: nell'aver deautomatizzato l'universo significante dell'architettura. Che, non a caso, era regredito nel postmoderno. E nell'averlo svincolato dalle "leggi assolute" quanto inesistenti della storia, nell'aver compreso che anche dove c'è crisi, cioé una scrittura architettonica che va oltre la capacità d'uso dello spazio "qui ed ora", l'unica cosa tentazione da evitare è quella di rifugiarsi nel passato.
La decostruzione, e per altre vie il pensiero non decostruzionista di Foucault e Deleuze, hanno contribuito enormemente a liberare i segni architettonici dai loro tabù archetipici.
E' certamente riduttivo, ma mi pare didascalicamente efficace dire che la decostruzione e il post-strutturalismo hanno posto senza mezzi termini il problema di nuove catene significanti dalle inedite modalità.
In un certo senso, paradossalmente sembrano mancare o essere deficitari i comportamenti umani che diano pienezza di senso a quelle forme. Il senso: uno dei paradossi più acutamente indagati da Gilles Deleuze (Logica del senso, U.E. Feltrinelli, 1975). Su questi temi è necessario discutere e indagare più a fondo, specie nella prospettiva di una revisione della storia dell'architettura italiana dal 2° dopoguerra a oggi che sappia inquadrarsi in quella europea e mondiale. La decostruzione ha rappresentato anche un fenomeno linguistico di dimensione sovranazionale: salutare per il provincialismo cronico del nostro paese.

Un sintomo, ho detto altrove: lo confermo. La "cattiva socializzazione" in atto coincide esattamente con la mancanza di senso sociale degli spazi. Possiamo attendere che nuovi comportamenti sociali fioriscano? Evidentemente no: occorre mettere in moto stimoli-significanti problematici, se si vuol contribuire a incentivarli. E' questa, a mio parere, una delle ragioni, e forse la meno trascurabile, per cui le ricerche e l'impegno sulla socialità dell'habitat (da Safdie a Erskine, passando per Renaudie, Blom, Kroll) si sono improvvisamente interrotte: non c'è quasi più materia grezza su cui lavorare.

Ciò detto, sono convinto anch'io che il futuro inizi da subito, nell'impegno organico di architetti come Galvagni. Ma la strada è davvero molto difficile. E se la prima via (decostruzione e post-strutturalismo), benché venata di un po' di pessimi

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Commento 6721 del 09/01/2009
relativo all'articolo La qualità architettonica non è solo cultura. È mo
di Renzo Marrucci


Francamente, Carta, ho qualche difficoltà a seguire il suo ragionamento: probabilmente è un mio limite.
Lei scrive: "...C'e' una norma da seguire, ma talvolta tale norma puo' essere interpretata, gli avvocati stanno li per questo (... ) La gente in termini generali non dovrebbe intimare punizioni corporali ad altra gente prima di tale giudizi." Non c'è dubbio: infatti non credo che discutere certi argomenti equivalga a volersi sostituire ai tribunali né che qui si tenti di intimare qualcosa a qualcuno. E con quali poteri, poi? Credo, appunto, che i giudizi della "gente" siano cosa ben diversa da quelli dei giudici e investano problemi di altra natura.
Per stare al suo esempio, se si scopre che c'è un giro di frodi ed errori sugli esami non è più che logica una diffusa indignazione in chi quegli esami ha sostenuto senza barare? Mi preoccuperei moltissimo del contrario: ovvero dell'indifferenza "civile". E badi che nell'esempio non sto parlando di una sentenza del tribunale che abbia accertato i reati: lo sdegno potrebbe scattare anche solo di fronte al fatto che qualcuno attesti pubblicamente che è così o, per es., venga a proporci di comperare degli esami. Voglio dire che per valutare la realtà in cui viviamo non serve disporre preventivamente di sentenze definitive emesse da tribunali. Per fortuna.

In termini evangelici, lo confesso, non sono molto ferrato, ma considero i "Dialoghi" di Sant'Agostino responsabili di avermi procurato la sensazione che il famoso episodio del "chi è senza peccato..." abbia una lettura un po' più complessa e sofisticata di quella che lei propone e che, francamente, scomodarlo in un contesto del genere mi pare sproporzionato.

Ad ogni buon conto, l'episodio si conclude con un "...va’, e d’ora in poi non peccare più" : epilogo che, in genere, si preferisce trascurare o dimenticare.
Non c'è dubbio che sul piano puramente utilitario "condanna" e "perdono" sono termini antitetici. Ma in campo morale i termini non sono due ma uno solo. Infatti (e lasciando fuori dal discorso i tribunali) ogni condanna è un perdono, cioé un invito alla "redenzione". E ogni perdono una condanna: sono due momenti indivisibili come l'affermazione e la negazione. Tanto che non ci piacciono gli implacabili, che condannano moralmente e non sanno perdonare nemmeno dopo la morte, e nemmeno i tolleranti al punto da non condannare mai: a ben guardare, non per bontà d'animo ma per personale comodità e quieto vivere. Insomma, sdegna trovarsi accanto a persone che non sentono ferito il senso del bene: non è possibile perdonare senza prima "sentire le offese"
Allora, se su 27200 (per stare al suo esempio) uno solo ha superato gli esami onestamente, credo che sia umano e giusto che quello s'indigni pubblicamente. Analogo e legittimo senso di indignazione suscita l'ammissione esplicita che una gara è stata truccata. A maggior ragione se chi ammette il fatto dovrebbe/vorrebbe rappresentare cultura e arte: libero confronto di idee, dunque. Che, per definizione, aborre carte truccate.

G.C.


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Commento 6714 del 08/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


Gentile Bernini, se qualcosa non funziona nel sistema di regole e leggi che ci si è dato, si contestano apertamente quelle regole e leggi in modo da poterle cambiare.
Si chiama "disobbedienza civile" e consiste, essenzialmente, nel violare quelle regole ingiuste previa autodenuncia all'autorità giudiziaria e finendo volontariamente sotto processo per poter spiegare ai giudici che si è fatto ciò che si è fatto per sottoporre all'attenzione della pubblica opinione e delle istituzioni qualcosa che non va proprio e che dev'essere modificato. Questo impone "l'amore per le cose" di crociana memoria; questo impone la coscienza civile a chi complice di un sistema iniquo si rifiuta di essere.

Si fa, cioé, rischiando e pagando di persona, non violando le regole di soppiatto e sperando che nessuno se ne accorga, salvo invocare nobili ragioni se si viene colti in fallo. Non adattandosi, cioé, a un sistema ingiusto e sbagliato, salvo venire beccati e invocare motivazioni per nobili o meno che possano essere.
Perché è chiaro che se uno sconvolge le regole di un'asta pubblica al solo scopo di tutelare l'integrità del proprio progetto, qualche grave disfunzione c'è, nel sistema. ma - all'italiana- nessuno fa nulla in quanto ciascuno spera di trarne vantaggio: e intanto la legalità degrada ogni giorno di più.
Lei chiede "voi cosa avreste fatto al suo posto" ? Come dire "mettetevi nei suoi panni". Bene: mi ci metto e mi sono messo spesso, nella vita, nei panni di persone che si adattano a regole criminogene. Anche in questo caso, avrei fatto ciò che ho sempre fatto, in questo paese che se ne fotte di ogni legalità.
Vista la difficoltà o l'impossibilità a far rispettare il progetto in sede realizzativa, mi sarei denunciato prima di commettere la violazione, non -furbescamente- ricorrendo al solito "se va, va". Dopo, cioè, essere stato trovato con le mani nella marmellata e avendo sperato che non accadesse. Questa è la differenza.
E siccome, con ampia facoltà di prova, mi sono sempre comportato esattamente così, per es. -ma non solo- per l'abolizione dell'Ordine dei Giornalisti o contro le norme da monarchia assoluta di oltraggio al Capo dello Stato, le dico che avrei fatto così anche in questo caso. Siccome non ho altra strada per tutelare i valori figurativi del mio lavoro, vado dai carabinieri e denunciio me stesso per iscritto dichiarando che sto per violare norme che regolano il regolare svolgimento di aste e concorsi in quanto producono evidenti storture e quindi sono profondamente criminogene: così, forse, c'è qualche speranza di poter cambiare qualcosa. L'altra via, invece, quella cioé del'adattamento opportunista e un po' furbesco allo statu quo, è il modo migliore per lasciare tutto come sta, ad uso e consumo di quanti se ne avvantaggiano. Pochi, ovviamente, e tutti appartententi al Circolo del "sarò mica fesso, vero?"

Con tutte le nobili motivazioni che lei vuole, combattere una giusta causa con metodi quanto meno discutibili non è lodevole. Sono, invece, i mezzi che usiamo, a prefigurare i fini: mai il contrario. Chiedere un minimo di coraggio e di dignità civile a dei professionisti è, forse, troppo? Se lo è, allora di che si lamenta? Tiri le somme da solo, no? :)

G.C.

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Commento 6688 del 06/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


BUON 2009 A TUTTI !
Torno da una lunga assenza e trovo una comprensibile pirotecnia di opinioni sull'affaire Casamonti.
Mi pare inevitabile rammentare che un tempo le archistar si chiamavano Portoghesi, Purini, Aldo Rossi, Gregotti - con i dovuti e distanti distinguo a favore di quest'ultimo.
Molto meglio sarebbe stato, neglli ultimi 20 anni, riuscire a superare il sistema delle "archistar", ma se esse oggi si chiamano Gehry, Hadid, Koolhaas, Piano, Eisenman mi pare che ci sia comunque solo da rallegrarsi.
Credo, anzi, che questa possa essere un'ottima occasione per riflettere seriamente sulle vicende architettoniche degli ultimi due decenni. A partire, cioè, da quando si manifestò quel sintomo molto positivo, a mio parere, noto come "decostruzione". Un sintomo, non di più.
Ma non è questa dei commenti, mi pare, la sede più adatta per una riflessione di più ampio respiro. Anche perché Franco La Cecla e Vittorio Gregotti hanno sentito l'esigenza di scrivere due libelli di oltre 100 pagine ciascuno sul tema (rispettivamente: "Contro l'architettura" e "Contro la fine dell'archiettura") e francamente un commento sarebbe di fatto inadeguato in termini di spazio.
Credo anch'io che Marco Casamonti vada processato, se va processato, nelle sedi adeguate. E che non gli si possa augurare altro che di riuscire a dimostrare la propria innocenza: un processo non è un'infamia ma serve esattamente a questo. E indipendentemente dalle sue capacità professionali. Personalmente penso che non siamo di fronte a un esempio di eccelsa architettura o di impostazione critica e culturale di chissà quale piglio smagliante, ma che comunque c'è qualità nelle cose che fa.
Credo, però, che le intercettazioni -che, giova rammentarlo, ai sensi del nostro C.P.P. sono (a mio parere più che giustamente) pubblicabili anche a indagini in corso, purché non secretate dal GIP e purché la persona indagata sia in grado di esserne messa ufficialmente a conoscenza- evidenzino un quadro allarmante. Si, certo: lo sapevamo. Si sapeva -per sentito dire- che in molti Concorsi il mazzo di carte è truccato grazie a giochi non proprio limpidissimi consumati anche in ambienti "deviati" di sedi istituzionali. Ma era "vox populi". Ora, invece, si ha , e per ammissione della persona coinvolta, la conferma che quelle voci non sono del tutto campate in aria.
Le vicende in cui è coinvolto Casamonti forse nascono solo da amore per l'architettura misto, magari, a imprudenza: nessuno può inquisire i sentimenti e la buona o malafede di chicchessia.
Ma i sentimenti come puro stato emozionale, i sentimenti che non siano anche azione, si traducono in puro consumo di sé: e un amore impotente, per quanto amore, resta impotente ad amare. Sul che , nessun problema: ognuno, di sé e della sua libertà , fa ciò che meglio crede. L'aspetto devastante è, invece, l'effetto di combustione anche sugli altrui amori e passioni e per assunti non loro. E' che la libertà/responsabilità di consumare sé stessi è, in questo caso, inevitabilmente responsabilità verso terzi. Perché coinvolge questioni culturali. E solo un cinico può pensare che la cultura sia una dotazione personale, atta magari a far meglio carriera, e non anzitutto una questione di patrimonio sociale, collettivo..
Allora, e a maggior ragione se le vicende in questione nascono da une brutta piega del sistema dei cui ingranaggi Casamonti è caduto vittima, l'amore per l'architettura che non voglia ridursi a mero consumo di un sentimento introvertito dovrebbe esattamente esigere questo: che Casamonti non aiuti solo sé stesso a venir fuori al più presto dalle sue vicende giudiziarie. Che, invece, aiuti soprattutto il sistema a far luce sule proprie ombre e, per quanto possibile, a prendere coscienza di sé, a riformarsi seriamente. Il problema non è giudiziario: è culturale. Sono perfettamente d'accordo con Ferrara e Lazier che solo su questo terreno l'amore può, da rappresentazione mentale e impotente di sentimenti, tradursi in cosa operativa e concreta, in "continuità dell'attenzione", come lo definì Simone Weil.

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Commento 6489 del 22/10/2008
relativo all'articolo Saudade
di Sandro Lazier


A Renzo, cordialmente:
mi rendo conto delle sue perplessità. Per fortuna, siamo qui per non essere tutti d'accordo. Il solo pensiero, anzi, mi farebbe venire la pelle d'oca..
Fino al terzo liceo classico volevo fare il medico. A metà anno cambiai idea leggendo quasi per caso "Testamento" di F.L. Wright e "Saper vedere l'architettura" di Bruno Zevi. E c'è ancora chi sostiene che leggere non cambia la vita! Non saprò mai se in meglio o in peggio, naturalmente, ma tant'è. Sta di fatto che mi considero tuttora un medico, se penso alle nostre città malate :)
Come sia, quei libri mi fecero immediatamente toccare con mano cosa significa ragionare in termini di spazi. "Saper vedere", poi, tratteggiava la storia dell'avventura, della scoperta e dell'esplorazione dello spazio come creazione umana: una faccenda entusiasmante. Il luogo del vivere assieme, del sociale, dell'intimità personale. L'umanità si esprime e si rappresenta così. Si può anche pensare legittimamente che questo rispecchiarsi negli edifici, più in generale nella storia, sia una cosa da Narcisi. E' che anche il mito di Narciso va riletto a fondo e per intero. E' una faccenda drammatica; è il mito della ricerca della nostra identità: col narcisismo non ha nulla da spartire.
Trovai, l'anno dopo, un testo altrettanto limpido, di quelli che non si dimenticano: "Architettura e Società'", di Erwin Anton Gutkind.
Se non si è presi dal feticismo delle "cose", degli "oggetti", della "buona composizione", ma anzitutto dalla vita che consente loro di esistere, ci vuole davvero passione, per mettersi davanti a un tavolo e studiare un modello o un disegno, modificarlo, ripensarlo da cima a fondo o reimpostare tutto da capo, perché nel frattempo la vita passa e non sappiamo mai se stiamo spendendo bene il nostro tempo.
La società, la vita, sono quello che sono. Non ci si può limitare a rispecchiarle fotografandole, come farebbe un reporter di guerra, ma nemmeno si può rifarle da capo a nostro piacimento. Non si può, insoma, progettare senza qualche forma di simpatia per i nostri simili. Anche se ci sembrano totalmente calati nella follia, nell'incoscienza, nello sperpero più totale, c'è sempre una buona possibilità, un raggio di umanità che splende dietro a tutto questo: e non viene da noi, ma dal mondo. Non sarebbe nemmeno possibile tentare di lavorare, se così non fosse.
Ho visto, in dei filmati, Gehry al lavoro e ne ho tratto la netta conferma che è animato da uno spirito simile. Che non è il mio, sia chiaro, ma secondo me è quello di qualsiasi vero architetto.
Sono certo che, come ha anticipato, saprà spiegare meglio alcune sue convinzioni. Abbiamo tutto il tempo: chi ci corre dietro?
Ho letto con attenzione il suo articolo su Ronchamp. Viviamo forse in tempi difficili, ma come umanità ne abbiamo passate di peggiori: non c'è da disperare. Lo stesso Le Corbusier fu incalzato più di noi da eventi drammatici e persino tragici. Ma i principi (o, come lei preferisce chiamarli, i valori) non muoiono per per questo :)
Un cordiale saluto,

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Commento 6482 del 21/10/2008
relativo all'articolo Saudade
di Sandro Lazier


Ha scritto Renzo Marruccci:
"Il futuro non è nel potere della tecnologia ma nella qualità dell’uomo"
Non mi pare che in questa sede, e in particolare nell'articolo di Lazier intitolato "Saudade" e nei commenti che ne sono seguiti, ci sia stato una sola persona che ha voluto identificare "futuro" con "potere della tecnologia".
La qualità umana -già cara ad Aurelio Peccei- è certo il punto focale, ma a patto di precisare cosa sia oggi la qualità umana, e più in generale la "qualità". Che, altrimenti, rischia di scadere a formula vuota buona per ogni salsa.

Vorrei, peraltro, ricordare che nel 1957, 6 righe dopo essersi dichiarato "Romantico", a definire il suo lungo iter creativo "Un'architettura che è spesso definita «tecnologica». Di fronte all'aspra accusa, mi dichiaro colpevole" fu Frank Lloyd Wright (Testamento, ed. Einaudi, TO 1963). Qualcosa non torna? Temo che sia così.

Prosegue Marrucci :" Non è del pensabile che abbiamo bisogno ma di qualità! Abbiamo bisogno di chi voglia misurarsi con i problemi reali senza evaderli schierandosi piattamente con la tecnologia e i mass media dell’informazione. Abbiamo bisogno di chi non sostituisce la ricerca della misura umana con settanta ferracci e tiranti che ti segano la voglia di pensare e di vivere nella città..." ecc.ecc. Mi permetto di insistere: è proprio del pensabile, dell'immaginabile che abbiamo un gran bisogno. Di un'immaginazione che vada oltre la miopia e le conseguenze contingenti e immediate.
Torniamo al dunque: Borromini e i borrominiani di oggi. Con Borromini non è possibile compromesso di sorta: pone degli aut-aut che non ammettono mezze misure. Traccia senza mezzi termini le alternative possibili ("pensabili") al torpore del suo tempo senza mai tirarsi indietro. E, benché gli incarichi che gli vengono affidati siano oltremodo modesti, non rinuncia ad additare strade "altre" da quelle.

Scrive ancora Marrucci:"Borromini agiva con gli strumenti consolidati del tempo marcando il tempo con la sua ardente genialità e non inseguiva tecnologie e false sperimentazioni…" è vero, ma solo a metà. Manca l'altra metà: Borromini denuncia con decisione l'usura di quegli strumenti, li scardina, li corrode dall'interno. E quali erano gli strumenti del suo tempo? La suadente deformazione barocca dei canoni classici, il manierismo nevrotico, elitario e teatralmente dubbioso anche quando non c'è nulla di cui essere dubbiosi, infine il codice rinascimentale: l'unico dal quale Borromini parte convinta, nella efferata versione michelangiolesca, estraendone valenze inedite per procedere oltre. E riesce in pieno a bruciare qualsiasi connotato classicistico proprio in un'epoca in cui intervenire sui contenuti sociali dell'architettura è precluso dalla Controriforma.
Ma -questo è il punto, a mio avviso- si può sempre agire sulle forme-significanti per svincolarle dalla strumentalizzazione tridentina e rendere quegli stimoli-significanti aderenti a nuovi contenuti tutti da concepire e inventare. Anche così si addita e si incentiva il nuovo in quanto "pensabile" e fattibile.
Non solo, in un edificio minuscolo come San Carlino, brucia qualsiasi connotato cruciforme latino o greco, qualsiasi distinzione e scomposizione in successione di navata, transetto, tamburo, cupola e ogni possibile lettura "analitica" delle dimensioni spaziali; in Sant'Ivo fa molto di più. Rende esplosivo e centrifugo un organismo a pianta centrale, teoricamente univoco nelle sue possibili letture in quanto subordinato.a un solo punto focale. Ma lui ne fa saltare l'impianto bloccato e semplicistico in una visione quanto mai complessa e ricca di dissonanti indicazioni dinamiche. Persino le "camere di luce", i sistemi ad illuminazione indiretta che prediligeva e inventava in continuazione, non consentono alla luce di fendere e ferire la continuità spaziale, ma contribuiscono a rifondere in un unicum continuo tutte le articolazioni del discorso. E' qui, tra l'altro, il cuore della critica di Zevi alla mostra sul Borromini nell'articolo riportato meritoriamente da Lazier: un'occasione sprecata, quella mostra, perché non se ne fece un incentivo a ripensare borrominianamente spazi espositivi dinamici ed esplosivi. Pigrizia eletta a rango di rigore!

Riassumo ciò che penso: dopo la nutrita sperimentazione sociale incarnata dall'habitat '67 di Safdie fino a Byker di Erskine (primi anni '80), passando per Renaudie, Geilhoustet, Blom, più nulla. La via dell'impegno comunitario sembra preclusa, interrotta dalla cattiva socializzazione in atto, di cui è tardiva prova la crisi dei mutui e dei derivati di questi giorni. Eppure l'architettura può ancora agire in profondità, malgrado le multinazionali della finanza internazionale siano tra i suoi principali committenti. Del resto, Borromini -al pari di Gaudì- lavorò per ordini della Chiesa Cattolica controriformata, non certo per dei luterani o dei calvinisti ribelli.
Ma, an

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Commento 6473 del 18/10/2008
relativo all'articolo Saudade
di Sandro Lazier


SAUDADE DE FUTURO !
«... uno storico che cercava il dopo e un critico che comprendeva il prima» ha scritto Lazier: mi pare centrale. E come non essere d'accordo?
Il futuro forse non lo è mai stato, e mai come oggi non è più quello di una volta. La sensazione di aver perso la dimensione del domani mi pare la sola, vera "saudade" con cui fare i conti.
Non è più possibile, se mai lo è stato, estrapolare alcun futuro dal presente o dal passato prossimo o remoto. Non è concesso alcun "ritorno" o "predire" alcunché partendo dai presupposti di ieri e di oggi, perché le premesse del nostro agire sono, in brevissimo tempo, mutate alla radice.
Ecco perché il passato bell'e fatto, così com'è e magari "phylologically correct", non serve se non è reinventato e rivissuto in un'avventura interiore. Noi siamo, e forse per la prima volta seriamente nella storia, "condannati" a inventare il nostro futuro a un grado poco tempo fa impensabile . Con una visione globale inedita e tutta da costruire, consapevoli dei rischi e delle responsabilità che questo comporta. Non c'è più un rassicurante domani che possa somigliare anche lontanamente a ieri o ad oggi perché già l'oggi impone dei salti di inventiva e di qualità umana impensabili solo 30 anni fa. Dovremmo esserne felici: e invece ...
Solo, dunque, le "eresie" del passato e i punti di discordanza contro cui i conti s'infrangono e continuano a non tornare, possono esserci di un qualche aiuto. Perché è di questa rottura con le inerti e fallimentari abitudini di ieri e di oggi , che c'è davvero bisogno per ricominciare a sperare fattivamente.
Dopo la sbornia degli anni '50 -ricostruzione postbellica-, quella della crescita illimitata (anni '60) e il suo frenetico sperimentalismo, dopo la disillusione (anni '70) e l'ingiustificato senso di frustrazione, negli anni '80 si giunge timidamente ma decisamente a disancorarsi dalla "struttura" e dai miti strutturalisti, benché "La Struttura Assente" di Umberto Eco risalga già al 1968. Dopo 40 anni ne abbiamo davvero tradotto l'apporto in architettura? E in quanti?
Gli eretici di oggi si chiamano Gehry, Eisenman, Hadid, Moss, Behnisch ... Archistar? Certo. Ma solo perché la distanza tra il reale quotidiano e il pensabile è infinitamente più ampia di 10 anni fa. Ma è proprio del pensabile che abbiamo un tremendo bisogno: di tradurlo in quotidianità senza arrenderci all'illusoria prosecuzione del reale così come il passato ce lo tramanda: questa è, infatti, la sola vera fonte possibile di sconforto. E non ne abbiamo alcun bisogno.
Non abbiamo più le antiche certezze, per fortuna. Non possiamo far altro che spogliarci di ogni bisogno di sicurezza, smantellare i facili ed illusori appigli e tuffarci nell'insicuro e senza timore di distruggere quanto ideologicamente ci trattiene e ci impedisce di guardare la realtà per ciò che è e chiede di essere oggi perché ancora si possa dire di avere un domani. Non è un gioco ma la nostra parte di responsabilità, ciascuno per le proprie capacità.

Zevi ci manca? Certo ... ma allora, ciascuno può reinventare il suo Zevi interiore e cercare di andare avanti con faticoso ottimismo. Altre possibilità non abbiamo:
SAUDADE DE FUTURO !

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Commento 6316 del 21/07/2008
relativo all'articolo Rileggendo 'Frank Owen Gehry - Luna meccanica', d
di Renzo Marrucci


Credo che Zevi condividesse la carica profetica di architetture come il Guggenheim di Bilbao. Che comunque a mio giudizio incarna un valore molto forte della contemporaneità. Se si ripensa alla lunga stagnazione -segnatamente, ma non solo italiana- degli anni ''70 e '80, pur con eccezioni, non si può che salutare con un sospiro di sollievo edifici come quelli di Gehry. Segnano finalmente un nuovo affrancanento e una riscossa dell'architettura attesa troppo a lungo.

Mi sembra, però, di poter dare ragione a Marrucci su una cosa , se bene interpreto il suo pensiero: oggi nelle nostre città resta come un vuoto enorme marcato da una crescente proliferazione di temi "eccezionali" e spesso di mera rappresentanza di grandi entità transnazionali come banche, cartellli petroliferi, superfinanziarie o grandi gruppi iinformatici che si traducono spesso in azioni che paiono calate dal cielo. e a volte rischiano di collimare con meri fattti di immagine.

Sia chiaro: trovo giusto che questi edifici abbiano una collocazione adeguata nelle nostre città e che siano interpretati con chiara coscienza contemporanea. Tuttavia sembrano. a mio parere, funzionare sempre meno due cose:

1. credo che sappiamo sempre meno cosa designare col termine "città", se non il prodotto di un pragmatismo che appare sempre più anarcoide e riluttante a inscriversi in strategie di medio e lungo respiro ;
2. abbiamo completamente perso di vista incentivi e valenze fortemente sociali dell'architettura.

Sul primo punto mi pare sempre più radicata in background l'illusione che l'universo consumistico e dello spreco di risorse possa di per sé fornire un coerente quadro d'assieme che, invece, è lungi dal poter e voler perseguire. Le nostre città sono ancora fortemente ipotecate dall'approccio razional-riduzionista, per il quale basterebbe scomporre i problemi in sotto-unità semplici e controllabili per accedere anche al controllo dell'assieme. Il risultato è tuttora il vecchio miraggio della crescita illimitata.

Sul secondo, invece, vorrei sottolineare - a supporto della tesi di Marrucci- l'avvenuto abbandono (e da tempo) di straordinarie indagini architettoniche e spaziali sul complesso rapporto tra individuo e socialità. Colloco tra l'Habitat '67 di Safdie a Montreal e Byker di Erskine (primi anni '80) Il periodo più felice e promettente , ancorché interrotto, di questa sperimentazione per tanti versi innovativa. Passando, naturalmente, per i brani di Jean Renaudie, Renee Gailhoustet e gli interesanti villaggi urbani di Piet Blom in Olanda. Ricerca operativa fortemente centrata sui contenuti, sulle architetture "senza edifici" di cui parlava Nathan Silver, abbondantemente ripreso e citato dallo stesso Zevi ne "Il linguaggio moderno dell'architettura".

Soprattutto centrate, mi pare, sulla volontà e capacità di cercare nuove valenze del vivere associato: non astratte e omologanti ma capaci di registrare ed esaltare gli apporti della singola persona; e per contro non disgreganti o antisociali come certe sterminate collezioni di "villlette con giardino" suburbane,

Mi pare che su temi del genere non si registri alcun sostanziale avanzamento e impegno anche delle amministrazioni da almeno un paio di decenni. Segnale, credo, non solo sintomatico ma preoccupante di una montante cattiva socializzazione che fa pericolosamente il paio con un crescente scetticismo nei confronti della città come organismo. E organismo da pianificare, se è vero che ad ogni satlo di scala si manifestano inevitabilmente problemi ignoti alle scale inferiori.

Giannino Cusano

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Commento 978 del 08/10/2005
relativo all'articolo Sicilia delenda est
di Leandro Janni


Molti anni fa, giovane studente di Architettura e Belle Speranze, la pianificazione urbana e territoriale mi appassionava molto e mi dava l'idea di potermio rendere davvero utile al mio Paese. Un paio d'anni prima della mia immatricolazione era stata varata la 765 o Legg Ponte: ponte versb una riforma urbanistica che non solo non venne mai ma che, nei fatti, fu tenuta sempre più lontana dai calendari politici della vita civile italiana: il ponte rimase a sbalzo nel vuoto, nel nulla.
Professori di altissimo valore come Gabriele Scimemi, Luigi Coppa, Federico Malusardi alimentavano, e giustamente, entusiasmi e rinnovate speranze che, è noto anche ai bambini, sono sempre le ultime a morire. Gli scritti e gli interventi memorabili, brillantissimi di Luigi Piccinato, il fulgido quadro istituzionale e legislativo soprattutto -ma non solo- britannico, esempi di buoni piani redatti anche in Italia, nonostante condizioni al contorno devastanti: la strada era in salita, certo, ma quasi nessuno prevedeva che si sarebbe tramutata in una parete rocciosa del sesto grado.
Il quadro oggi supera ogni più fosca previsione: la cultura del piano non solo, di fatto, è costretta ad abdicare, ma a suicidarsi. Il caso Sicilia ne è una conferma: e come al solito chi redige i piani dovrà districarsi ed aggirare, quando può, ostacoli sempre più impervi.
Lo Stato centrale sceglie posizioni vieppiù pilatesche, mentre con l'alibi federale le Regioni spesso sguazzano nella più totale anarchia. Mi disinteressai piuttosto presto della materia, trovando più agibile e interessante l'architettura, quindi seguo quanto basta le vicende urbanistiche, ma sembra proprio che città e territori si trovino, come prima della 1150, avvolte in un marasma, in un fasciame inestricabile di leggi e centri decisionali (o indecisionali) in perenne e crescente conflitto fra loro. Persino la terminologia giuridico-urbanistica permane spesso nel vago, tanto da necessitare continue precisazioni e puntualizzazioni, sovente per vie legali.
Un quadro frammentato e neocorporativo che non riesce a ricucire grandi linee strategiche nazionali (figuriamoci, poi, le loro articolazioni regionali e subregionali) nemmeno di fronte alle nuove istanze ed esigenze che la crisi ecologica ed energetica imporrebbe di coniugare ad istanze di sviluppo e progresso.
Non so come andrà avanti questo Paese; certo, il minimo è attendersi tempi ... da Lupi !
G.C.

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Commento 977 del 08/10/2005
relativo all'articolo Giancarlo De Carlo è morto
di la Redazione


Mark Twain diceva che gli esseri umani sono attaccati al passato perché sono di memoria labile. Se penso alla (pseudo)storicismo, all'adorazione dei centri storici (che a volte, troppe, sanno di Controriforma e di Sant'Uffizio) non posso che dargli ragione.
Ma che dire, oltre i già menzionati Luigi Pellegrin e Leonardo Ricci, di Maurizio Sacripanti, Marcello D'Olivo, Leonardo Savioli, Adalberto Libera, Vittoriano Viganò, Carlo Scarpa, Mario Fiorentino, Mario Ridolfi, Giovanni Michelucci, Claudio Dall'Olio, Luigi Piccinato, tanto per fare alcuni nomi possibili, senza passare per la triade Pagano-Persico-Terragni ? Lo so: accomuno molti nomi in un elenco che sarebbe interminabile: è che iIn ciascuno c'è almento un insegnamento cui attingere, per grandi o modeste che siano le opere concrete.
Ora alla lunga lista si aggiunge Giancarlo De Carlo: il suo lavoro mi pare contrassegnato da un impegno antidottrinario,umano, pragmatico, attento come pochi ai contenuti umani e sociali delle opere, quasi che ogni volta ricominciasse daccapo (ma a ben guardare non è così: è che i principi che ne guidavano il lavoro erano quanto mai antidottrinari ed antidimostrativi).
Ce n'è di che alimentare intere generazioni: e ancora si ciancia di identità dell'architettura italiana. C'è ben di più: c'è un'eredità 'letteraria' (poesia e prosa poxo importa) vasta e articolata, convergente in una incessante ricerca di costume e civiltà del vivere assieme , con cui alimentare generazioni di architetti: che può e va ripresa e rilanciata verso orizzonti più pregnanti. E De Carlo ne è inscindibilmente parte. Ma le eredità non si 'hanno': o si conquistano con tenacia, fatica, impegno o decadono anch'esse e per prime a lugubri memorie.
Penso che molti umani si attaccano al passato quando sono stanchi di renderlo perennemente vivo e presente. Hanno la memoria corta perché è più comodo consumare e scialacquare allegramente che dare al passato un futuro, che riprendere il filo attuale di un impegno etico, invece di facili scorciatoie formalistiche. Comprendere i contenuti piuttosto che perdersi in meschine diatribe stilistiche: e la riprova è che a giudicarlo con questo secondo metro, De Carlo proprio non regge. Né fa moda o tendenza.
La nuova accademia da debellare è, più che mai oggi, quella che stilizza senza sforzarsi di comprendere. Dobbiamo ben più di un grazie, di un omaggio o un tributo a Giancarlo De Carlo, perchè da questa accademia fu sistematicamente immune: bisogna inalare almeno parte dell' l'impegno costante e quotidiano che ne qualificò sistematicamente il lavoro. Impegno organico, sui contenut:i prima di tutto.
Non credo che passerà molta acqua ancora sotto i ponti, perché questo accada: siamo solo, in Italia, in una difficile e confusa fase di transizione. L'effimero, per sua natura, prima o poi svanirà.
G.C.

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Commento 974 del 07/10/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


PS per Ugo Rosa:
a margine, ma non per importanza: Lei stesso dice che fra cosa fare e cosa NON fare, Le riesce ben più semplice la seconda opzione. Ed una cosa la esplicita, infatti: questi signori (i 35 firmatari dell'appello per l'architettura_italiana_torrone_nella_,calza_di_Babbo_Natale) è bene non trovareseli nella propria trincea. Sicuramente può essere una delle cose da NON fare e si potrebbe, a pensarci, condividere, così come l'atteggiamento in generale.
Mi permette, allora, di riformulare la domanda? Oltre a quanto ha già indicato, cosa ritiene sia da NON fare nei prossimi 2-3 anni per tentare, almeno, di evitare che i 25-30 a venire siano come i precedenti, se non peggiori?
Confido, almeno questa volta, nel Suo humour come scusante per la mia insistenza.
G.C.

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Commento 973 del 07/10/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


Be', caro Rosa, il mio omonimo si chiamava, in realtà, Krebs, detto il Cusano perchè proveniente da Kues, o Cusa (Germania).
Il cognome, però, ha origini più lontane nel tempo e a me (lucano) più vicine spazialmente, visto che Cusano Mutri è il nome attuale di una cittadella medievale in provincia di Benevento (alcuni vi ravvisano traccia dell'anteriore Cossa dei Sanniti,rasa al suolo dai romani perché lì in precedenza sconfitti e passati per le forche caudine). Da Cusano Mutri trassero il nome Cusano sul Seveso (o Milanino) e la stessa Kues.
Ora, chiamarsi come un luogo non mi pare cosa degna di chissà quale investitura: tanto più che la radice (ebraico-caldea) di Cossa (poi longobardizzata in Cusa durante il regno di Autaris) sta per 'coppa', 'tazza', 'calice': conviviale, sì, ma a mio avviso scarsamente speculativa.
Nè posso prendere troppo sul serio il pensatore umanista: il nome -che condivido col ben più noto Stoppani, alias Gianburrasca- decisamente me lo impedisce.
Nomen omen? Forse: come vede, di "guai" in comune ne abbiamo più di quanti sospettassimo 2 giorni fa :-)
Cordialità,
G.C.

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Commento 972 del 05/10/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


Non delude nemmeno questa volta la verve (tutta siciliana, mi pare) di Ugo Rosa. Ed è assolutamente ammirevole che ci sia chi ha la forza morale di scherzare, e di farlo sul serio, in situazioni drammatiche come questa.
Mi colpisce, invece, questa volta, l'amarezza: comprensibile e giustificatissima. Il tuo 'dopo 25 anni' è, per me, un dopo 30, dato che a fine Ottobre ne compio 56. (sono nato lo stesso giorno di T. Roosevelt, Roberto Benigni e Rino Gaetano: per la cronaca e per i cultori della materia, sotto lo stesso segno zodiacale di -ahimé- Paolo Portoghesi e, per fortuna, di Luigi Piccinato: è superfluo aggiungere che sono spudoratamente dalla parte del secondo ? ).
Questo a me sembra dividerci: se un edificio in Italia lo progetta la Hadid piuttosto che Gregotti, a me importa molto. Ma è questione accessoria.
Vorrei solo, sommessamente, porre una donanda a Ugo: che facciamo, insieme, nei prossimi 2 o 3 anni per tentare, almeno, di scongiurare altri 25-30 anni come i precedenti, se non peggio?
Un caro saluto,
G.C.

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5/10/2005 - Ugo Rosa risponde

Caro Cusano
la sua domanda è interessante e, probabilmente, anche sensata ma, per attenermi allo zodiaco, io sono nato in marzo, sotto il segno d’acqua per antonomasia. Muto e senza mani, scivolo sulle cose e, ad afferrarle, non ci riesco. Così mi esercito, come un tempo i teologi apofatici, a guizzare intorno al contorno di qualcosa che, alla fine potrebbe perfino rivelarsi un assenza. Non so proprio dirle, dunque, cosa fare: al massimo riesco (di tanto in tanto) ad intuire cosa “non” fare. Per giunta, avrà notato, mi chiamo Ugo (proprio come Fantozzi) e Il mio onomastico cade il primo d’aprile: uno scherzo del calendario. Questo è il mio Ming, i cinesi lo sapevano: il nome è cifra e destino. Lei però, adesso che ci penso, si chiama Cusano…lo vede come il cerchio si chiude? Guardi un po’ cosa scriveva il suo omonimo Nicola più di mezzo millennio fa:
“Strano, io vedo qui un uomo che si attacca a qualcosa che non conosce…
Ma più ci sarebbe da meravigliarsi se un uomo si attaccasse ad una cosa che egli credesse di conoscere…”


Commento 970 del 05/10/2005
relativo all'articolo Sogno e precisione - Villa Colli
di Sandro Lazier e Renata Chiono


Leggo solo ora, attraverso il commento di Mariopaolo Fadda, di Villa Colli.
E' una vicenda ignobile, inqualificabile, vergognosa alla quale occore reagire. Non conosco l'intera vicenda se non per sommi capi, come era logico attendersi da una rivista.
Non faccio commenti né elenco, per ora, motivazioni a favore della villa: a caldo, credo urgente e necessario agire su due leve:
1. dare il massimo spazio per approfondire e divulgare ulteriormente questa vicenda e credo che Antithesi vorrà non solo rendersi disponibile ma anche spingere perché altri spazi di informazione si rendano disponibili;
2. occorre dare il massimo sostegno alle voci levatesi a favore di Villa Colli, a partire da quella del Capo dello Stato. Per questo credo che vada SUBITO istituito un Comitato per la difesa e la salvaguardia di villa Colli, che coinvolga figure di prestigio e comuni cittadini, e che sia capace di interloquire con le autorità locali. Io credo che alla fine almeno il buon senso (che è cosa diversa dal senso comune) possa prevalere.
Dichiaro sin d'ora tutta la mia disponibilità per qualsiasi iniziativa atta pernseguire lo scopo auspicato: lettere al sindaco, all'Unione Industriali, al Ministro Urbani, al Capo dello Stato, al Sindaco o qualsiasi altra cosa sia auspicabile e sperabilmente efficace.
Ci faccia sapere anche la sig.ra Chiono, che ha il polso della situazione, cosa davvero può essere utile in questo momento: il sostegno morale non basta e non intendo esprimerne. Forse è tardi, ma serve sostegno concreto e operativo.
E non è solo una questione di coscienza o di sensibilità: se non siamo disposti a scommetterci su nemmeno un capello, se cediamo alla rassegnazione e al pessimismo e gettiamo la spugna prima di aver tentato alcunché, non lamentiamoci poi se, in campo architettonico (solo?) , le cose in Italia vanno male: ce lo siamo (e ce lo saremo sempre di più) cercato e ampiamente meritato!
Possibile che non abbiamo più nemmeno la forza per scommettere su noi stessi? E se è così, non ci vergognamo per come ci hanno ridotti? G.C.

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Commento 949 del 06/09/2005
relativo all'articolo Inter-ferenze
di Giovanni Bartolozzi


Auguri ad 'Interferenze' + noticina x Saggio.

Formulo i migliori auguri a questa interessante iniziativa: soprattutto perché propone un taglio critico volto a smuovere la acque stagnanti italiane e perché si propone come iniziativa a termine, cosa mai abbastanza degna di lode. Chiedo: dove si può trovare? Solo in ambito fiorentino? So che la distribuzione è già un grave problema, per la carta stampata italiana, figurarsi per un organo che vuoll essere controcorrente in una realtà nella quale ormai non si osa quasi più neppure rincorrere l'incarico del giorno dopo.

''W la ricerca' lho visto. Dire che il quadro che ne emerge è sconcertante è essere generosi con la melma italica.: abbiamo talenti .che sprechiamo con una disinvoltura da far rabbrividire. Ne sono convinto: anche in campo architettonico. Galvagni è solo un esempio: e personalmente l'ho scoperto grazie alle pagine di Antithesi. Sarei proprio curioso di sapere quanti ce ne sono in giro, se un minimo il nostro Paese investisse (e non in chiave economica) un pezzetto di futuro su di loro.

Giustissimo rilanciare, come ha fatto Saggio, e porsi il problema di essere operativi e di tentare di scardinare l'italico torpore. Penso che un modo potrebbe essere repicare ovunque possibile un'esperienza che (sbaglierò) mi pare centrata , per ragioni logistiche più che per scelta, su una realtà 'locale'. Come? Ho varie ipotesi in mente, ma per il momento mi pare importante raccogliere l'iniziativa e cercare di definire un possibile e più ampio obbiettivo.

Peraltro, e fin dai tempi -vent'anni fa- della mostra-convegno 'La città vuota' (di idee, era sottinteso) in sede In/Arch, nella quale esposi e che contribuii ad organizzare con 2 anni di intenso lavoro preparatorio, ho sempre condiviso l'idea di tradurre quella iniziativa in un Movimento -privo di denominatori comuni che non fossero il ripudio dell 'Accademia' e dell'ovvio, capace di spingere su idee forti e innovative. Di qui -in questo fui pressocché solo, a parte l'entusiasmo di Zevi, ma era solo una questione di tempi- era mia intenzione costituire un Istituto di Ricerca architettonica.

Quali erano i suoi confini ed ambiti operativi? Si trattava di riunire gli architetti di avanguardia, da un lato, quelli che tuttora spesso lavorano e sognano negli scantinati, e dall'altro di andare alla ricerca di aree o edifici marginali dal punto di vista del mercato, formulando proposte i)o anche consulenze progettuiali) nedite di riassetto e mettendo in contatto proprietari e Comuni, con indubbio vantaggio per tutti. L'idea era di mettere, eventualmente, il tutto sotto legida prestigiosa dell'In/Arch.

Per ragioni che non sto ad esporre, la mostra non si tradusse mai neppure in Movimento: figurarsi l'Istituto.

Neppure il Movimento, si fece: figurarsi l'Istituto.

Credo che al fondo di questa debàcle, di cui sono tuttora fierissimo, ci fosse già allora una sorta di scoramento, di scetticismo, di autocensura in alcuni casi, fra tantii di noi: non tutti, ma bastò a ottenere un nulla di fatto. Ritengo che tuttora questo sia un problema centrale: non riuscire a dire con determinazione a noi stessi che, tutto sommato, ci giova credere di più nelle nostre possibilità. Per quanto neri siano il presente e la 'realtà': ammesso che ci sia una realtà pensabile fuori dai canali dell'immaginario. La nascita di Inter-ferenze mi pare che nell'approccio dimostri, ancora una volta, che la sola possibilità concreta che abbiamo è di non subire la realtà ma di cercare di immaginarla , di pro-gettarla oltre i suoi, ahimè, sempre più angusti confini.

G.C.


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Commento 946 del 01/09/2005
relativo all'articolo Bravo Eisenman. Anzi, no
di Vilma Torselli


Olocausto significa offerta sacrificale di sè: autosacrificio. Non si parla di 'olocausto' ma di genocidio dei curdi, dei tibetani, dei croati, dei bosniaci , dei montagnard: del pari, parlerei di genocidio (shoah) o di sterminio, non, mai, di olocausto del popolo ebraico.
Non è solo una precisazione filologica: è che le vicende di tutti i popoli che hanno subìto stermini e genocidi, nella storia, sono quanto mai simboleggiate dalle plurimillenarie vicende del popolo della memoria: quello ebraico. Che non si arroga certo questa prerogativa.
Se memoria non sta solo per 'non dimenticare', ma soprattutto come monito contro analoghe tentazioni future e contro chicchessia, il 'popolo della memoria' è prorpio per questo quasi, se non l'unico, che a tutt'oggi è riuscito a non (far) perdere traccia di sè, a non morire del tutto. In questo senso, credo, non comprendere a fondo e Identità etnica? Religiosa? Come efficacemente dimostra Sartre nel suo breve e magistrale saggio iintitolato 'L'antisemitismo' , nè l'una né l'altra: l'identità ebraica è, per lui, storicamente anzitutto il prodotto primo dell'antisemitismo.
Vengo ad Eisenmann: condivido il giudizio di approvazione solo parziale del suo progetto, ma comprendo un po' meno le ragioni: vedere da un punto di vista originale tragedie di sempre non è, a mio giudizio, sempre fondamentale. Forse, anzi, sarebbe più incisivo ed efficace rivederle 'con gli occhi di sempre', quasi fuori del tempo: forse perché siamo troppo propensi a pensare che il tempo e il nuovo della storia abbiano in sé gli anticorpi di antiche tragedia. E così non è. in questo, senso, credo, la concettualità (che in genere non amo) di Eisenmann, collimante quasi con la metafisica, addita una condizione di straniamento, un non identificarsi con le cose e col presente che, fra struggente ed (auto) ironico, appare sistematicamente nella temperie ebraica: come se il tempo della storia vera dovesse ancora cominciare, come se quella che conosciamo altro non fosse che un periodo di prove.
Siamo di fronte a parallelepipedi astratti, quasi uguali, cui è negata quasi ogni differenziazione e identità, se non, appunto, come parallelepipedi. La dimensione in cui ogni tensione etica è sospesa fra astrazione dello spazio (Dio) e trascorrere del tempo, in cui l'assurdo si realizza e l'esistenza, tragicamente o meno, s'inceppa.
Forse personalmente avrei affrontato il tema con altro senso del dramma: ma è questione di differenti sensibilità. Il punto è che nessuno di noi sa veramente dire chi sia: può solo cercare di definire la propria identità in divenire, vivendo, agendo, Quanto a vivere questa disidentità sulla propria pelle, però, e come condizione proveniente dall'esterno, è tutt'altra questione. Il museo ebraico di Libeskind, a mio avviso, centra molto meglio la questione: uno spazio architettonico negato per simboleggiare coloro ai quali lo spazio è stato negato. Eppure è pur sempre spazio..
Se lo spazio è Dio, Dio stesso nella Shoah è negato, interrogato, rimesso in discussione: forse aveva ragione chi ha sostenuto che gli unici veri religiosi, oggi, sono i senza Dio. Non so; certo, questa dimensione di negazione, di sottrazione che proprio e solo per questo, togliendo, 'pone', nel Memoriale di Eisenmann mi riesce difficile da scorgere.

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Commento 838 del 19/11/2004
relativo all'articolo Chiudere l'appello a favore del museo ARA PACIS di
di Giannino Cusano


Caro Fausto,
il mio amico di vecchia data, Cesare De Sessa, con l'espressione 'cadaveri eccellenti' si riferiva ai progetti non realizzati o monchi.
Che Meier abbia disconosciuto il nascituro, a mio parere, non deve significare che si può tormentarne e mutilarne a piacere il feto: si abbia, invece, il coraggio di farlo come andava fatto e di richiamare Meier al suo (ingrato) compito.
Possibile che, in Italia, per far male, energie e soldi si trovino sempre?
Ciao

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Commento 832 del 16/11/2004
relativo all'articolo Chiudere l'appello a favore del museo ARA PACIS di
di Giannino Cusano


Per Mara Dolce:
ho scritto:
"il coro della Parrocchietta ha ottenuto l'ennesima vergogna italiana: la deturpazione del progetto Meier, monco del suo più forte raccordo all’intorno"

Mi pare che, nella sintetica economia dell'articolo, ce ne sia abbastanza, per chi ha occhi per vedere: il muro dell'ala d'accesso era una quinta che filtrava, lasciandoli intravvedere, gli edifici retrostanti, ma al contempo distendeva il Museo LUNGO il Tevere, impedendogli di ridursi a un oggetto posato lì. Cos'altro c'è da argomentare?
Infine: se, per una volta, la televendita non confronta le brutture del prima con le meraviglie del dopo_la_cura, ma caso mai documenta il contrario. E dunque le mie probabilità di tele-vendere sono davvero esigue, non crede?
G.C.

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Commento 814 del 22/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Gent. mo Fausto,
non è che io paventassi una ripetitività indotta dal computer: è che se si vuol essere ripetitivi, con computer, Cad e copia/incolla si fa prestissimo: credo che su questo non si possa non dare ragione a Galvagni.
In generale, temo, la questione, se posta nei termini in cui generalmente la si pone (chi progetta? l'architetto o il computer?), non fa che riportarci alla polemica rivolta di Morris e delle Arts & Crafts contro le macchine e/o alla loro prima incorporazione nel processo ideativo avvenuta ad opera delll'Art Nouveau.
Credo che tu abbia ben interpretato il mio pensiero: io ritengo che, al di là o al di qua di questioni di qualità del progetto e dell'autore, il computer possa contribuire enormemente a incentivare nuove esplorazioni e nuovi modi di pensare il processo ideativo: cosa, quest'ultima, non trascurabile. E non solo perché il CAD compendia in sé i mezzi tradizionali del tecnigrafo e quelli delle più imprevedibili modellazioni (poi, certo, dipende dal software, dalle persone ecc.).
Nel mio intervento a caldo mi premeva sottolineare che computer e cad sono, sì, strumenti (è la faccia della medaglia su cui do ragione a Galvagni) ma che è anche vero che questi non sono indifferenti e neutri rispetto al nostro modo di pensaere e di procedere: e questa è l'altra faccia, secondo me.
Nella mia personale esperienza -l'esempio del progetto per una Composizione da me portata avanti circa 30 anni fa- credo di averne la riprova: non volevo una forma che fosse in qualche modo dettata dall'elasticità, duttilità, flessibilità e lavorabilità del materiale che avrei utilizzato per studiarne il modello, né che fosse condizionata dal gioco delle tensioni superficiali nella realtà (guscio cementizio ecc.): volevo indagare quella forma (suscettibile di diventare significante, e che doveva ancora conquistarsi il titolo di 'segno') anzitutto sulla base della sua fruizione reale -o preventivata come tale- . Non c'erano i cad, ma avevo molta scelta nei materiali del modello.
Scartati cartoncini, perspex, sfoglie di compensato, balsa, gesso ecc. mi rimase la plastilina., almeno in fase di abbozzo: quel materiale è malleabile e, però, poco sensibile, nella sua forma complessiva, a deformazioni locali; ha una certa inerzia.
Come risolsi il problema? Disegnando delle sezioni piane in alcuni punti chiave (intersezioni col polo della biblioteca, con quello delle conferenze, col consultorio ecc.) e poi cercando di connetterli fra loro immaginando una forma che procedeva per estrusioni e torsioni.
Lo risolsi? Ai fini di un banale esame si. Ma se avessi dovuto realizzarla?C'era una marea di problemi in sospeso la cui presa di coscienza e controllabilità preventiva dipendeva proprio e anche dagli strumenti di indagine : esisteva davvero QUELLA superficie che i disegni lasciavano solo presagire? E che fosse puramente geometrica e non legata a tensioni e a questioni statiche? Che natura aveva? Quali alternative si potevano indagare? Come controllarla ? Come valutare i riflessi che una modifica locale avrebbe avuto sulla sua configurazione d'assieme? E, viceversa, come modificare eventualmente la forma complessiva controllando esattamente quello che succedeva nei punti chiave? Per me fu davvero ansiogena, quell'esperienza.
L'operazione che ho citato (connessione al continuo di sezioni o polilinee aperte + torsione complessiva della forma) in modellazione CAD si fa molto semplicemente; ci sono più modi per ottenere varie soluzioni e si può sempre stirarla, deformarla, modificarla ecc. attraverso dei punti di controllo che dipendono dal processo di modellazione scelto o eventualmente dall'averla convertita, x es., in una mesh e poi 'bloccandone' alcuni punti in modo da dosare l'elasticità delle deformazioni indotte nei punti circcostanti. E prima o poi riprenderò quello studio (che ho sempre in mente) ma stavolta col mio bel modellatore solido.
Il vantaggio, secondo me, non è solo di tempo o solo di controllo globale / locale della forma e delle operazioni e modifiche che vi apportiamo. E' nel fatto che lavoriamo su una superficie deformabile e modellabile la cui geometria è indipendente dai materiali di modello ed edificio reale, ma che può assumere comportamenti simili -volendo- a quelli di alcuni matriali reali.
Ed è nel fatto non trascurabile che diverse possibilità 'operazionali' offrono alla nostra mente diverse strade che possiamo intraprendere e che altrimenti non vedremmo, a mio parere.
Per tutti questi motivi credo, insomma (per tornare a Morris e alle Arts & Crafts) che il famoso articolo di Wright del 1909 (o '10) dal titolo 'The Art & Craft OF THE MACHINE' vada, oggi, integrato: ciascunop a suo modo, certo. ma integrato come? In modo da includere, nel concetto di 'machine' non solo le macchine per produrre edifici e la loro logica operativa , ma anche quelle necessarie a pensarli: computer e cad in pr

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Commento 812 del 22/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Per Fausto Capitano: premetto che non sono prof. em con tutto il rispetto per la categoria, non ci tengo a diventarlo.
Non mi pare che Galvagni dica esattamente che squadre, righe e compassi producono forme classiciste: mi pare sostenga, invece, che quegli strumenti, corredati da modelli e studi al vero di particolari, o addirittura dai modelli funicolari, hanno permesso Wright e Gaudì. Che certo non rifiutarono mai il tavolo da disegno.
L'altro aspetto, e che mi pare interessantissimo, del discorso di Galvagni è che le stesse matrici formali producono percezioni profondamente diverse, che mutano con le età della storia. Ma quelle matrici formali appartengono a un luogo e a una comunità di viventi, per cui la cosiddetta 'invenzione formale' impedisce l'omologazione se coglie questo aspetto e si lega a un luogo: nasce dal e nel luogo, Senza timori di ricadere nel già visto, per le ragioni sopra esposte.
Dunque ricercare forme nuove NEL mezzo tecnico (CAAD) è un errore.Controprova (sempre mimando, per così dire, il discorso di Galvagni): non c'è strumento che favorisca la ripetitività più del CAAD.
L'ho detto molto male, ma mi pare che sia questo il bandolo del suo ragionamento. Cosa che solo lui potrà chiarirci.
Ho risposto a caldo, quasi di getto, sul filo più di intuizioni e ricordi -provenienti, certo, dalla mia esperienza personale- e dunque in modo che mi riservavo di chiarire. Anche perché, e lo ripeto, ritengo che gli argomenti di Galvagni meritino attenzione e riflessione: e su molte delle cose da lui scritte ho bisogno di riflettere: segno che sono cose intelligenti, almeno x me, indipendentemente dalle conclusioni cui potrò arrivare.
Ma mettiamo da parte il mio discorso: non è importante, x me, se ne caveremo ragni dal buco o meno; personalmente potrei, invece, essere interessato a cavarne cavatelli, tanto più che provengo dalla Basilicata (o Lucania che dir si voglia).
Ma già se invece di ragni tutto questo discorso mi avrà aiutato a cavar cavatelli, tanto di guadagnato per me. E se qualcuno, a sua volta , troverà utile anche un cavatello, ben venga.
Fuor di metafora, ritengo più importante e produttivo cavare qualcosa, e magari ciascuno per sé, che non tirarne fuori necessariamente qualche risposta o conclusione comune . E perché mai?
La divergenza è già discorso compiuto; e una domenda in sospeso è comunque una conclusione.

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Commento 809 del 20/10/2004
relativo all'articolo L'equivoco del computer
di Mario Galvagni


Trovo di estremo interesse e da meditare a fondo le acute riflessioni di Galvagni sull’uso dei computer in architettura, parte delle quali mi sento di condividere. Ho, però, anche alcune perplessità di fondo che riguardano:
a. i modi e gli strumenti di indagine della realtà che abbiamo a disposizione;
b. la non totale neutralità degli strumenti che utilizziamo in relazione ai fini che ci proponiamo o che abbiamo la possibilità di perseguire.
Procederò a grandi linee e, per ora, omettendo di allegare immagini, ma anche sperando che questo dialogo non si esaurisca in rapidi commenti e che apra un vero e appassionato dibattito; farò anzitutto delle considerazioni molto generali, senza entrare nel merito dei Cad, ma ripromettendomi di poterci tornare. A mio parere:
a. esistono forme che non sono neppure pensabili senza l’ausilio di computer: un esempio era sempre citato e documentato da un modellino da Sergio Musmeci nel suo indimenticabile corso di Ponti e grandi Strutture. Si trattava di un solido condizionato da due vincoli di base; se ben ricordo: 1) avere 7 facce piane; 2) ognuna di queste facce doveva intersecare tutte le altre 6. Imposte queste condizioni, la forma finale veniva ricercata per iterazione da un computer. Il procedimento di ricerca era in sé talmente ponderoso e complesso da precludere qualsiasi preventivo atto immaginativo: non si poteva, cioè, nemmeno lontanamente anticipare in immagine uno solo dei possibili risultati. Ne scaturiva un solido ad alta connettività (che, in sostanza, si avvitava su sé stesso alla maniera di una nastro di Moebnius, autocompenetrandosi). Il solido è riportato su un vecchio numero monografico di Parametro dedicato a Musmeci e ai suoi antipoliedri. Numero che, ovviamente, ora che mi serve non trovo: dev‘essere una costante di sottofondo, questa, che toglie casualità al caos.
Simili .condizioni generative possiamo immaginarne, imporne e verificarne a iosa; la loro peculiare caratteristica è che non sono generabili da un preventivo atto di immaginazione, da un’operazione di visualizzazione. Ovvio che forme del genere non fanno, di per sé, architettura. Ma forse è utile focalizzare l’attenzione su un punto non trascurabile: dimostrano che oltre l’universo finora conosciuto sono possibili intere famiglie, e forse infiniti di ordine ’n’, di forme di cui ignoriamo l’esistenza. Iniziare a indagarle significa potersi avventurare in configurazioni morfologiche governate da leggi finora sconosciute. E questo comporta imprevedibili modificazioni nella nostra stessa percezione e/o indagine costitutiva della realtà che ci circonda, esattamente come le geometrie euclidee hanno finora svolto un ruolo fondamentale nella nostra percezione della realtà. Sostengo, insomma, che il patrimonio formale di cui in un dato momento disponiamo ha un ruolo non trascurabile, con le sue leggi interne, ed ipoteca in parte le nostre valutazioni dell’universo percepito. Se cioè fin da piccoli ci abituassimo a ragionare non in termini di punti, rette, piani, ma di curvature, di intorni ellittici, parabolici, iperbolici, molto probabilmente ciò muterebbe radicalmente anche i nostri moduli di rappresentazione e di pensiero della realtà.
b, credo che sia fin troppo ovvio, ma nell’articolo di Galvagni non mi pare abbastanza evidenziato, che se qualsiasi forma si può ottenere con i metodi tradizionali della costruzione di modelli (plastici) non ogni tipo di materiale e di tecnica di modellazione ci consente gli stessi risultati. Non ci ho mai provato, ma penso che sia impossibile modellare una bottiglia di Klein (equivalente 3D di un nastro di Moebius) ricorrendo a una colata di bronzo fuso in uno stampo. Anche qui, ometto la figura. Nei lontani anni ‘70 immaginai, per un esame di Composizione, un edificio strutturato in nuclei connessi da un percorso-mostra che imponeva di accorpare le opere esposte per valori figurativi invece che per autori: le vetrate cambiavano continuamente giacitura, avvitandosi intorno al visitatore, per cui la luce penetrava ora da sinistra, poi gradiualmente dal pavimento, da destra, dall’alto, rimodulando così con continuità la luce. Ogni volta che il percorso, che si imboccava da una piazza, incrociava i nuclei funzionali, i vetri si disponevano in alto e si stiravano fino a compenetrarsi con i poli di servizi.
Partii direttamente da un modello in cartone dell’intorno nel quale inserii un modello in plastilina (oggi andato perduto) dell‘intervento e portai tutto al Corso di Storia II Zevi per avere spunti, suggerimenti, consigli: la forma complessiva mi pareva ancora poco strutturata, come in cerca di qualcosa di sé e delle proprie interne necessità. Si poteva pensare, date le grandi luci dei percorsi, di affidarsi alla logica strutturale delle tensioni superficiali (gusci) ma era una via che in quell’occasione mi interessava poco: mi premeva, si, che si avesse la sensazione di poter correre anche su pareti e

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Commento 797 del 02/10/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


I computer -che amo e uso fin dall'era protostorica degli Apple II - aprono inedite possibilità nel plasmare forme-significani (= assiemi di spazio-materia) e non solo nuove libertà-responsabilità per i progettisti ma, quel che più conta, più opzioni per gli utenti finali.
Mi lasciano perlesso alcune affermazioni di Eisenman: credo, invece, che stiamo vivendo un momento straordinario non solo per i capolavori che sta producendo ma anche per un potenziale -e non solo- innalzamento del livello 'medio' della produzione architettonica. E' ovvio: più si fa, più rischi ci sono anche in termini di formalismi ed eclettismi: ma vale la pena correrli.
Vorrei aggiungere una riflessione a margine: non è mera apologetica sostenere che quasi nessuno conosceva Bilbao finché, dopo il Guggenheim e grazie ad esso, non è divenuta meta di turismo internazionale. E' solo un esempio fra mille possibili.
L'Italia spende poco per l'architettura perché, appunto, contunua a considerarla un costo. Forse è ora di cominciare a considerarla, invece, un investimento economico. E i fatti lo provano: la Guggenheim Foundation ha risanato i propri bilanci grazie all'operazione Bilbao. E il Museo di Gehry si è ripagato in un solo anno di gestione di una fetta enorme del proprio costo di costruzione.
Un'operazione culturale fra le più geniali paga anche in termini di ritorno economico; penso sia merito del genio di Gehry, ma gli strumenti inediti che la tecnologia gli offre hanno un ruolo notevole. Basti pensare che la produzione industriale, grazie ai computer, non è più necessariamente ripetitiva: e come i ferzi di una vela sono tutti differenti fra loro, ma tutti rigorosamente modellati e pilotati -in fase di taglio- dal computer, così è anche per le tessere di una copertura o di un pavimento.
Bilbao paga perché colpisce l'immaginario arricchendolo al modo proprio dell'architettura: posso viverla e percorrerne gli spazi. Perché la cultura, in fin dei conti, sono i cittadini: prima di essere nelle teste, diceva Benedetto Croce, le idee nuove sono nelle strade e nelle piazze. E non potrebbe essere altrimenti...
Cultura ed economia: Bilbao paga e rende perché incarna spazi inediti. E forse proprio questo aspetto meramente economico-finanziario dell'urbatettura dell'età informatica sarebbe il caso di rimarcarlo puntualmente, cifre alla mano, ai nostri amministratori.

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Commento 793 del 01/10/2004
relativo all'articolo Vati e gagà
di Ugo Rosa


Ha scritto Isabel Archer:
"Colgo l’occasione, a proposito del progetto per l’Ara Pacis, per sottolineare che la ricostruzione del Porto di Ripetta costituisce la follia delle follie passatiste."
Giustissimo! Viene però spontaneo chiedere: perché, allora, non firmare -e soprattutto far conoscere e sottoscrivere anche ad altri, specie se non ancora lettori di Antithesi- l'appello a Veltroni in favore del progetto Meier?

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Commento 791 del 29/09/2004
relativo all'articolo Vati e gagà
di Ugo Rosa


In virtù della permanenza del peggio avevo sempre pensato all'ineffabile S.V. come a 'il cicisbeo'. Vate-gagà, devo dire, mi pare centratissimo: designa un pessimo e persistente costume nostrano, sempre in bilico fra vitellonismo culturale e frivolo presenzialismo salottiero, fra sagra paesana e ipertecnologia mediatica, in perenne attesa delle Verità rivelate dell'Ovvio.
Lo spaccio al pubblico-massa di gratificazioni a buon mercato, elette a rango di anticonformistico rigore, funziona ancora benissimo, in Italia. Purché abbia l'aria di voler cambiare tutto per salvare la sola cosa che, agli occhi di taluni, conta davvero: l'interminabile narco-vacanza del pensiero.
E l'autoparagone dell'ineffabile S.V. con Carmelo Bene la dice lunga: se il genio teatrale di Bene è, oramai, silenzio, non è più problema, le spoglie del grande ben s'adattano all'ultimo grido in fatto di sniffate populiste. Del resto, 'memento: pulvis eris...'

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Commento 773 del 11/09/2004
relativo all'articolo Con De Masi per Niemeyer
di Paolo G.L. Ferrara


Condivido quasi del tutto l'articolo di De Masi e i conseguenti commenti a favore dell'intervento di Niemeier a Ravello.
Sottolineerei con più forza un fatto: lo sfondo scandaloso non è solo l'abusivismo quanto la scarsissima qualità dell'architettura 'legale' che si produce quotidianamente in Italia. Certo, il TAR ha dato ragione ai ricorrenti, e il rispetto delle leggi è l'unità di misura di un Paese civile: ma se le leggi sono pessime -e in Italia per lo più, specie in materia urbanistica, lo sono- non occorre forse cambiarle ?
La 1150 è vecchia e fu attuata, x la prima volta grazie alla 765 del '67, in un contesto disorganico e fortemente neo-corporativo: ben più di quanto l'eredità del Ventennio non lasciasse sperare ai corporativisti + sfrenati di ogni risma e matrice: basti ricordare che dal Fascismo l'Italia ereditò almeno 4 centi decisionali a livello di pianificazione urbana e territoriale e tutti scollegati fra loro: Min. Ll.Pp., Min. per la Pubblica Istruzione x la salvaguardia dei beni culturali e paesaggistici (L.1089, 1.6.1939), mentre il Ministero dell'Industria e quello dei Trasporti potevano a loro volta prendere decisioni fondamentali, quanto scoordinate e disorganiche, sulla grande infrastrutturazione nazionale.
L'Italia post-fascista non esordisce scardinando alla radice quel sistema, ma moltiplicandolo in modo indiscriminato e con una proliferazione spaventosa dei centri di decisione: Consorzi di sviluppo industriale che pianificano intere aree industriali, Enti provinciali del Turismo che pianificano interi insediamenti turistici ecc. Il boom edilizio ed economico succeduto allla ricostuzione post-bellica (che, giova ricordarlo, fu fatta non con gli strumenti urbanistici vigenti e inadeguat ma con una Legge speciale, la Ruini) vertebrò il territorio italiano con una stragrande quantità di interventi fuori piano e di scala spesso considerevole.
Nonostante i molti meriti della Legge Ponte, va pur sempre ricordato -a suo demerito- che usò una terminologia vaga ed imprecisa: ciò rese necessarie precisazioni, definizioni, chiarificazioni che posero le basi per la tolleranza dell'abusivismo: esattamente con la Circolare esplicativa del Min. Ll.Pp. n. 3210 del 28.10.1967, che a mio parere apre le porte a tutti i possibili ed immaginabili condoni successivi quando (.art. 16, primo capoverso) testualmente afferma:
'E' prevista l'applicazione, in via amministrativa - nei casi in cui non si proceda alla restituzione in pristino od alla demolizione delle opere abusive - di una sanzione pecuniaria pari al valore venale delle opere o delle parti di opere eseguite abusivamente ovvero in base ad una licenza edilizia annullata per i motivi suindicati.
Tale sanzione è considerata dalla legge come alternativa rispetto alla demolizione e quindi va applicata quando l'autorità non ritenga di esercitare il potere di demolizione...'
Il gioco è fatto: in certe condizioni l'abuso edilizio può essere un eccellente investimento!
Dissi oltre 20 anni fa, in un pubblico dibattito e a un Italia-Vostrista di spicco (se ben ricordo era tal Fulco Pratesi) che ritenevo Italia Loro e l'ambientalismo italico di maniera responsabili di oltre 500.000 vani abusivi a Roma, gestiti poi dalla mafia, in quanto le suddette associazioni chiedevano a gran voce non l'attuazione del Piano di Piccinato del '62 ma il blocco edilizio integrale per Roma: col risultato che mentre la nuova imprenditoria, ormai fattta in prevalenza da professionisti, si vedeva osteggiata e demoralizzata proprio quando chiedeva l'attuazione di quel Piano, l'abusivismo si fregava le mani!
Ah, beata ignoranza ed irresponsabile incoscienza di questo Paese! Non mi sorprende la posizione di Italia Nostra, ma forse è matura l'ora per domandarsi come si sia venuta formando, storicamente, questa strana, strettissima e perversa complicità di fatto fra cattiva legalità (ovvero rispetto rigorosissimo di pessime leggi, tanto più rigoroso quanto più cattivi ne sono gli effetti) e atteggiamenti culturalmente retrivi ed oscurantisti.
Confesso di non saper rispondere tanto facilmente: ma ho il sospetto che la risposta a questo interrogativo potrebbe davvero aprire una breccia forte, sul piano delle leggi e della cultura, per un'auspicabile e improcrastinabile rivoluzione urbatettonica nel nostro Paese.

G.C.

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