Giornale di Critica dell'Architettura

22 commenti di Irma Cipriano

Commento 840 del 20/11/2004
relativo all'articolo Gli studenti universitari non conoscono la storia
di Paolo G.L. Ferrara


Non posso far altro che associarmi a quello che ha scritto Isabel Archer, a cui plaudo. Ho trovato estremamente irritante il discorso di Moffa sull'università, sull'incapacità del 90% di coloro che la frequentano e sul del tutto presunto e infondato superomismo della docenza.
Gentile Luigi, io che -come Lei - l'università la frequento da qualche anno, posso contare sulle dita di appena una mano i professori o gli assistenti che mi hanno lasciato qualcosa e che erano veramente preparati e capaci di trasmettere. E, sinceramente, penso sia una pessima media se contiamo che ho dato fin ora 27 esami.
Tre docenti su 27 inclusi assistenti vari..umm..cosa Le dice? Che l'università scoppia di salute e che la schiacciante maggioranza di chi vi lavora sono, nella migliore delle ipotesi, persone capaci di fare il loro mestiere? Non credo. Per non parlare dei perversi meccanismi burocratici e del modo in cui imbrogliano nel vero senso della parola lo studente. Ora, credo e pretendo che, con quello che pago, l'università mi dia qualcosa, altrimenti me ne stavo a casa mia e se proprio volevo fare l'architetto mi aprivo uno studio e buona sera. Ma credo che neanche la mente più contorta possa arrivare a prendere per buona questa soluzione. Lei reputerà pure la massa studentesca una mole di cretini patentati, ma il metodo che usa, se permette, è abbastanza arbitrario. Le assicuro che ho visto gente che, per essere buona, non sapeva nè leggere nè scrivere laurearsi, e gente sicuramente più in gamba ristagnare se non abbandonare del tutto gli studi da poter scrivere un trattato. Ma non per incapacità, ma perchè nauseati letteralmente dal puzzo dei metodi dell'ateneo, da insegnanti incapaci e da corsi inutili e mortificanti. Se c'è chi si tappa perennemente il naso e va avanti senza farsi mai mezza domanda, non vedo perchè, chi l'anima da subalterno non ce l'ha, debba ritirarsi e lasciare il campo a chi ha tre strati di pelo sullo stomaco e butta giù qualsiasi schifezza.
Affermare che chi si sente in crisi nelle attuali facoltà di architettura è poco più di un pirla, è sintomo di arroganza e di presunzione delle più bieche. Chi non si pone le domande " Ma cosa mi stanno insegnando? " ," E' logico quello che mi IMPONE di fare il docente? " e non cerca di verificare che molto spesso quello che ci dicono non è logico e ha molte falle e non si accorge che la maggior parte dei discorsi e degli insegnamenti che ti fanno ogni giorno molto spesso non ha nè senso ne basi culturali, probabilmente o è troppo intelligente e superiore, oppure di domanda dovrebbe farsene veramente una sola: " Ho abbastanza spirito critico e personalità per non accettare come misera sbobba da caserma tutto quello che mi propinano qua dentro?"
Bella domanda che però chi si reputa un genio "a prescindere" e loda come luce divina dall'alto tutto quello che gli dice qualcuno basta stia dietro ad una cattreda, non si fa e non si farà mai.

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Commento 825 del 08/11/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


In risposta a Isabel Archer
Sarebbe grave se la Biennale fosse un po' più seria di quello che è.
Da una gestione che accomuna Rossi a Stirling e Eisenman a Ghery senza dare spiegazioni di senso e ,con le poche date, infilandoci anche errori di scrittura, cosa ci si possa aspettare non è facile a dirsi. Non ricordo di aver visto mai una biennale coerente e ben strutturata, e soprattutto dotata di un minimo di spirito critico negli ultimi anni.
La biennale va presa per quello che è, un resoconto di alcuni dei progetti più " in vista" del tempo. Di buone architetture se ne vedono per fortuna.
La critica e la riflessione, purtroppo, toccano ai singoli individui che la visitano. Come è sempre stato. Attendiamo il tempo di un direttore che cambi un po' l'istituzione. Ma credo che nell'attesa farò in tempo a invecchiare.

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Commento 822 del 04/11/2004
relativo all'articolo Sette, mille, diecimila invarianti: alla IX Bienna
di Paolo G.L. Ferrara


A Beniamino Rocca
Volevo ringraziarla per l'analisi che ha fatto sull'ultima biennale. Perchè non solo fa capire quanto questa sia acritica sotto la guida di Foster ( ma anche gli altri direttori non sono stati da meno.. ). Ma perchè ci fa anche comprendere che comunque, anche se circondati da inutili e ambigue installazioni, da alcune architetture francamente improponibili nel 2000 e da cattedratici che non aggiungono nulla alla disciplina, se non la rafforzata convizione che per loro l'unica cosa che importa è esserci comunque e nonostante tutto, anche nel modo più mediocre possibile ,l'Architettura è più forte. Perchè i progetti migliori vengono sempre subito notati, e le schifezze comunque riconosciute come tali. E per fortuna alla fine sono la minoranza. Dalla biennale in sè, non ci si dovrebbe mai aspettare molto, essendo diventata oramai un'istituzione falsa come i Telegatti, ma andandoci si ha nonostante tutto la sensazione che l'architettura, se non proprio scoppia di salute, almeno non è poi così malaticcia. L'Italia non fa una gran bella figura, questo è vero, ma si sa che sono sempre i soliti che vengono chiamati, che coincidono poi coi mediocri ma famosi ( anche se ci si continua a chiedere perchè.) Si costruiscono ancora architetture meravigliose. "Ho visto rendering di progetti e di cose in costruzione ancor più stupefacenti di quelli realizzati, dunque, se davvero l'architettura esprime civiltà, l'avvenire sarà migliore. Per tutti, spero. "
Queste le Sue parole. Le condivido. E, come Lei, non posso che sperare anch'io.

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Commento 787 del 24/09/2004
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


A parte che il fare un paragone tra architettura moderna e nouvelle cuisine - e già, si scrive così - fa un po' ridere, mi pare che Lei abbia fatto di tutto un minestrone (per rimanere sulla cucina tradizionale, così Lei è più contento).
Comunque il ritratto finale da Lei tracciato è sostanzialmente questo: architettura moderna uguale fallimento, architettura tradizionale (vorrei da Lei una definizione di architettura tradizionale, per cortesia, l'ho cercata sul Pevsner-FLeming e non l'ho trovata!) uguale vittoria totale sul campo sempre vincente dell'uomo comune che vive, si sa, di ideali peggio di quelli del Mulino Bianco. ( ! )
Fino a quando continueremo a raccontare la favola che la gente vuole le case con le colonne e gli archi e magari il mattone a vista finto rovinato? Diciamo che la gente vuole questo perchè architetti ignoranti e privi di inventiva è l'unica cosa che san loro proporre. Che la gente voglia determinate cose, e che quindi il nuovo fallisce sempre, è ciò che dicono di solito i dittatori o i conservatori della peggior specie, che temono sempre l'arrivo di qualcuno pronto a togliere loro il pezzetto di potere che hanno ottenuto lisciando il pelo a chi di dovere.
Anche se poi fosse davvero così, ha senso scusi continuare a costruire schifezze? Siccome la gente vuole Veline e Grande Fratello diamo loro solo ed esclusivamente Veline e Grande Fratello? E gli altri? Gli altri snob che non se li vogliono cibare ( ! ), si arrangino. La sera invece che guardare la tivù, se ne vadano in quei covi da carbonari che sono i ristoranti di cucina "destrutturata". E che ci si strozzino.

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Commento 784 del 22/09/2004
relativo all'articolo Acqua al mio mulino
di Silvio Carta


Purtroppo anche coloro i quali decidono di muoversi dal proprio paese per approdare alla facoltà di architettura scoprono prestissimo di avere di fronte un muro di cemento armato: è costituito da docenti retrogradi; esami obbligatori inutili; esami che dovrebbero essere necessari e invece sono rilegati se va bene a opzionali, quando non sono del tutto assenti. Anche qui le curve non esistono, non funzionano, non servono. Anche qui estro e fantasia sono parolacce da ignoranti che non hanno capito che l'architettura serve, va usata, non deve essere un capriccio; dove si pensa ai numeri, cioè alla massima cubatura sfruttabile, e non a cosa può significare un progetto; dove lo studente stesso è un numero, non ha personalità, e deve progettare in base a quello che vuole il docente ( è o non è lui il tuo commmittente??) Se l'ingegnere edile esce dalla sua facoltà pieno di frustrazioni ed ideali inespressi o accartocciati, lo stesso è per chi esce dalla "artistica" e "vera" facoltà di architettura. Solo che l'inganno e la delusione sono stati ancora maggiori.

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Commento 783 del 22/09/2004
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


In risposta a Pacciani e Buora.
Si dice che tutti abitano e vivono le città e le architetture. E che quindi, usufruendone, hanno diritto a parlarne. Vero e giusto. Come si ha diritto allora di parlare di gastronomia, di moda, di arte, di letteratura. Perchè tutti, fino a prova contraria, mangiano, si vestono, leggono e hanno gli occhi per vedere. Certo è, che se io non ho alcuna competenza in arte o in gastronomia, cerco di evitare di scriverne un articolo su un giornale. E' questione di saper capire i propri limiti e, quindi, di buon senso. Tra amici, ad esempio, capita spesso di parlare di cose di cui un po' si capisce, anche se non sono pane quotidiano, ma mai si avrebbe la presunzione di scrivere un'articolo su Bobbio sulla " Rivista di filosofia ". O di insegnare ad un grande chef come si cucina un piatto anche se a mala pena si sa fare un uovo in padella. Il diritto di critica è sacrosanto, ma o viene accompagnato da conoscenze e competenze oppure da molta umiltà e percezione dei propri limiti. Purtroppo la presunzione e la saccenza non sono amiche del buon senso. Che dovrebbe far anche capire quando da una discussione è meglio ritirarsi.

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Commento 715 del 11/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


In risposta a Luigi Prestinenza Puglisi.
Grazie per la risposta.
Trovo un po' avvilente le opzioni da Lei date, che riassumerei: far morire l'opera;darla in mano ad un contemporaneo che la rovini; restituire il moribondo ai propri cari e che se lo gestiscano loro fino al momento del declino. Vede, io credo non si debba arrivare nè alla prima, nè all'ultima ipotesi. Come, d'altra parte, sono convinta che non esistano foto, riproduzioni in Cad e sottrazioni da mandare in qualche museo che possano in nessun modo sostituire la visone di un'opera architettonica e il poterla vivere in prima persona. Quello che sarebbe necessario fare è il poter permettere che questa continui a vivere fino a che sia possibile, con le opere di manutenzione necessarie e le più varie. Ma che essa viva in maniera dignitosa, cioè nel modo più veritiero e vicino a quello che è il suo essere, che non vuol dire però rifarne i pezzi come erano prima . Vuol dire riuscire ad interpretare un'opera nella nostra modernità. Purtroppo è un'operazione che non sempre riesce, ma è la scommessa che si può e si deve fare. Se questa scommessa viene persa, si prende atto delle conseguenze. Che è operazione da farsi in ogni cosa che facciamo, anche al di là dell'essere in campo architettonico. Niente è mai uguale, nel mondo, a quello che è stato al momento della sua nascita. Da quando una cosa viene creata ,in poi, è sempre diversa. Perchè non dovrebbe esserlo l'architettura?

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Commento 712 del 07/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Risposta a Luigi Prestinenza Puglisi
La ringrazio per le chiarificazioni, molto puntuali e -appunto- di più chiara lettura.
Non sono d'accordo con lei quando afferma che il plastico 1:1 del padiglione di Barcellona ad opera di Mies sia cosa ben congegnata. Non tanto dal punto di vista estetico e di mera produzione tecnica ( sarà indubbiamente molto ben fatto a livello materiale ), quanto come concetto in sè, perchè diviene monumento alla memoria, cosa che non so se lo stesso Mies avrebbe voluto. Sono sempre stata convinta che quando si perdono delle architetture, in maniera più o meno rimediabile, si debba riuscire ad accettare la cosa, a " rielaborare il lutto ". Se queste sono recuperabili, è bene non lasciarle morire ( senza riprodurne però gli arti mancanti ). Ma se sono morte, è inutile l'accanimento terapeutico.
Non capisco perchè non si debba falsificare un centro storico ma una singola architettura si. Se il centro storico ha una sua vita ininterrotta ciò può valere anche per la singola architettura, se ad essa viene data una manutenzione continua e intelligente. Ciò deve valere quindi sia per il singolo che per l'insieme. Dopo tutto non sono anche le singole architetture che fanno il centro storico? Anche una solo architettura falsificata può fare presepe.
Per concludere, sono assolutamente d'accordo con l'immissione del moderno nell'antico -ovviamente senza falsità- producendo quindi architettura moderna e non antichità modernizzate. Per questo, riprodurre una qualche architettura, che sia la Fenice o il Padiglione di Mies, è un atto, a mio avviso, di incoscienza. Secondo me, sfiora lo sberleffo. Forse non sarò bella come il padiglione di Mies ( ma di certo più della Fenice..! ), ma l'idea che mi possano imbalsamare mi fà un po' orrore e mi sa di presa in giro. Un po' come il povero Lenin nella teca da lei citato.

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Commento 708 del 05/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Io trovo sia paradossale mettere a confronto un plastico di una architettura con l'architettura "vera", quella che poi viene creata. L'architettura è simulazione quando questa è disegnata e modellata dall'uomo a livello teorico, quindi. Ma poi essa viene prodotta nella realtà, e non può essere solo momento conoscitivo, perchè bisogna viverla, con onostà e senza l'imbroglio di una copia. La scusa del momento conoscitivo è vecchia come il mondo, e viene utilizzata spesso per nascondere la mistificazione che è stata fatta nei confronti di un edificio e dell'uomo che ne è il fruitore. Se si voleva far conoscere la Fenice per quello che è stata, il comune di Venezia poteva mettersi d' accordo con la De Agostini e pubblicare un fascicolo con tanto di modellino da costruire tipo Hobby and Work.
Perchè si debbano usare strumenti dell'inganno in questi termini? Perchè dobbiamo continuare a ingannare ed essere ingannati? Non ne capisco sinceramente il vantaggio, sia pratico che teorico. Il restauro della Fenice è stato quindi proprio in questi termini, tutto fuorchè onesto.
Venezia si sarebbe arricchita con un nuovo teatro. Allora evitiamo di falsificare le carte dicendo che in molti casi il dov'era e com'era è l'unica soluzione e che non si è contro la riproduzione totale delle opere del passato! Cosa ci si vuole dire, che l'unico errore fatto nel teatro veneziano è quello di essersi inventate alcune parti poichè non si avevano fonti sufficienti? E' questa l'onestà? Ed è questo l'unico errore?
Per concludere vorrei far notare che mi pare in contraddizione dire che '" 'molte volte le architetture sono sbagliate e accettarle come erano e dove erano è un errore', è concetto discutibile e paradossale " e poco prima affermare " Il teatro veneziano “Non era un granchè e, se si fosse perduto, la nostra civiltà non ne avrebbe risentito”, quindi è necessario, a monte, scegliere tra ciò che va salvato e tramandato, e ciò che non lo merita o comunque che rappresenterebbe una perdita ininfluente (“Serve un giudizio cioè una assunzione di responsabilità e un riconoscimento di valore”).

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Commento 706 del 05/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Leggendo l’articolo di Luigi Prestinenza Puglisi si rimane, ad ogni riga che avanza, sempre più stupiti. Da ciò che scrive non si capisce veramente da che parte stia. Dalla parte di quelli che hanno compiuto il «misfatto» o da quella di "...noi poveri architetti a cui non resta che qualche amara considerazione"? Ma lui dice che non siamo contro la riproduzione di opere del passato, visto che vogliamo la simulazione come strumento conoscitivo, dandogli un significato "più vero del vero". Ma quando mai un falso (così come lo chiama anche lui) è più vero del vero? Non lo può essere mai, è una contraddizione in termini autentica (questa lo è senz’altro, autentica...).
Il mistero pare svelato quando ammette che ci sono dei casi in cui non si può fare altrimenti, sennò va persa la conoscenza del passato. Io credo che la conoscenza del passato in verità non venga mai persa, anche se di un edificio non ne resta quasi più niente. Così dovrebbe essere grazie al lavoro dell’architetto se affrontato con cognizione di causa.
Se però si afferma che il padiglione di Mies a Barcellona è stato ricostruito con buoni risultati e poi si dice che ciò in verità non avviene perché non viene sciolto l’equivoco (probabilmente quello dell’interpretazione e della ricostruzione) allora cominciamo a nutrire seri dubbi sulla logicità delle affermazioni. Ci incasiniamo ancora di più quando l’architetto ci dice che purtroppo in Italia di riproduzione del passato a fini didattici se ne fa sostanzialmente poca. Allora si rende complice di coloro che perpetuano il misfatto prima citato, cioè l’inganno ai contemporanei e ai posteri. Se « La riproduzione tale e quale – diciamolo chiaramente- è in certi casi l’unica soluzione » allora capiamo che avevamo fatto i conti giusti. Prestinenza Puglisi vuole il falso come monito educativo. Vuole il suo tanto vituperato Lenin imbalsamato e messo in teca di vetro (alla Fenice manca solo la teca...). Fantastico! Come non averci pensato prima? Il problema delle bugie che la Fenice ci racconta può essere risolto avvertendo il visitatore o il passante che quello che sta vedendo è un falso di pessimo gusto che abbiamo creato perché questi non si possa pascere nell’ignoranza più completa! La soluzione sta tutta nel mettere una targa all’ingresso o nelle prossimità dell’edificio in questione dove viene spiegata per filo e per segno la malefatta compiuta. E noi che stiamo qui a discutere sul senso della storia, del vero, dell’architettura che non deve mai essere imbroglio e mistificazione...! Non sapevamo che per insegnare a non commettere atti di violenza il metodo più efficace fosse quello subito dal protagonista di Arancia Meccanica, costretto a guardare le più indicibili torture! O almeno lo conoscevamo ma stupidamente lo ritenevamo inefficace e aberrante. Se « Falsificare può essere necessario » come le signore (o i signori...) che si fanno il lifting da lui citati, pensiamo un po’ al perché debba essere necessario rendersi ridicoli in questo modo, senza accettare la realtà. Ovvio che l’idea del monumento che dura in eterno non ha senso ed è « puramente metaforica » ma se così è, cade immediatamente il concetto del lifting e del falsificare che lui stesso ha prima espresso. Perché restauro e manutenzione non possono equivalere ad un lifting, non devono assolutamente. Se riduciamo il restauro architettonico ad un intervento di chirurgia plastica forse abbiamo sbagliato mestiere e dovevamo fare i medici.
Siamo forse un po’ delusi da queste posizioni, ma almeno abbiamo capito da che parte sta colui che scrive. Quando arriviamo verso la fine dell’articolo però, incappiamo in frasi quali « Il dove era e il come era, spesso vuol dire solamente mettersi in mano a mummificatori dilettanti » , « [...] gli oggetti devono essere usati e non si vede perché debbano essere accettati come erano e dove erano » e « Ma la Serenissima non ama l’architettura contemporanea e in tempi diversi ha rifiutato di ospitare un buon progetto di Le Corbusier e un magnifico palazzo di Wright sul Canal Grande. Cosa si può augurare ad una città così sprecona, che si ammanta di storia ma non ha saputo sfruttare due splendide occasioni che la storia le ha offerto? Nulla solo che non continui a farsi del male con le sue stesse mani, tra gli applausi dei conservatori che credono di stare nel mondo reale e invece stanno costruendosi, pervicacemente e da soli, il da loro tanto paventato mondo di Matrix.»
Allora ci diciamo che neanche chi scrive ama l’architettura contemporanea se difende la Fenice e i "restauri educativi", e fa la posa esattamente con quelli che plaudono e vogliono vivere in una matrice.

Allora, ancora più confusi di prima, lasciamo perdere e speriamo che i dubbi sollevati ci vengano al più presto chiariti.

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Commento 700 del 21/03/2004
relativo all'articolo Belli e/o brutti (milanesi)
di Maurizio De Caro


Non credo che rischiare, sperimentare, in sostanza creare il nuovo e il moderno possa essere solo esclusiva di architetti vanesi e autoreferenziali. Se così è lo erano molti geni dell'architettura. Il metodo non centra.. ma poi cosa vuol dire metodo? Il progettare secondo codici più o meno classici? O bisogna cambiare metodo eliminando gli abusi e i comodi di architetti legati più al soldo e alle "conoscenze di palazzo" che a creare qualcosa di valido?
Credo che questo basterebbe senza scomodare il futurismo, che non mi risulta abbia insegnato che la bellezza è solo del passato. E' visione distorta e ingannevole. Purtroppo molto comune. E anche da questo si vede che invece Milano ha completamente dimenticato l'insegnamento futurista. Perchè costruire musei alla memoria e cittadelle della cultura è tempo sprecato e volontà puramente conservatrice se non si è fatti propri gli insegnamenti e i messaggi che questa ha voluto dare. E' sempre molto facile fare delle lapidi alla memoria, portarci per qualche giorno i fiori e poi non ricordarsene più.
Dove stanno gli esempi che ci dicono che Milano ha interiorizzato gli insegnamenti delle avanguardie?

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Commento 666 del 16/02/2004
relativo all'articolo Tradimento e tradizione
di Vilma Torselli


IN RISPOSTA A VILMA TORSELLI.
Innanzitutto vorrei chiarire che il discorso è direttamente sfociato in un ambito prettamente linguistico e filosofico. Si parla dunque di Interpretazione e quindi di Ermeneutica. Credo che le cose stiano più o meno così. Se discutiamo di Traduzione penso per prima cosa che non si possa parlare assolutamente di Falso bensì al massimo di Tradimento, cosa del tutto differente. Ma il tradimento è insito in ogni cosa che facciamo allora, perché non potremo mai essere altro da noi stessi.
L’illuminismo aveva dichiarato che in claris non fit interpretatio, ovvero le cose sono normalmente comprensibili e l’atto di Interpretare avviene solo quando si è di fronte a qualcosa di oscuro. Ma viene da sé che oramai quest’Interpretazione è oramai obsoleta nella nostra cultura. Di fatti Schleiermacher , partendo da un contesto prettamente antropologico e difficilmente non condivisibile, affermava che “ Gli altri sono essenzialmente un mistero per me, di modo che ogni loro espressione, non solo quella consegnata allo scritto, ma altresì ogni comunicazione orale dotata di significato, può essere fraintesa”. Questo avviene tra persone di stessa lingua e, più o meno, cultura. Figuriamoci quando si comunica e si produce pensiero tra lingue diverse e culture differenti!
Da questo, come dirà poi Dilthey, viene che ogni comprendere sia interpretare.
Ma Interpretare significa per noi, oggi, intendere il senso e non di già esprimerlo. Il linguaggio è trascendentale, che piaccia o meno. Ciò non vuol assolutamente significare che una parola, o meglio un sinonimo valga per un altro, anzi. Ma se teniamo conto della difficoltà a Interpretarsi anche tra esseri che parlano la medesima lingua.! Il traduttore è l’unico mezzo che abbiamo per poter avvicinarci a ciò che è altro da noi e che non possiamo comprendere. Inoltre è cosa non da poco se pensiamo che in moltissimi casi autore e traduttore lavorano insieme quando c’è da trasporre un’opera in altra lingua. Ciò ovviamente non avviene se l’autore è morto anni prima che avvenisse l’atto della traduzione. In questo caso vorrei citarLe uno scritto di Umberto Eco riguardo la Traduzione, scritto quando il suo editore aveva a lui proposto di tradurre il Montecristo di Dumas: «.. Dumas non era forse autore che lavorava in collaborazione? E perché no, allora, in collaborazione con un proprio traduttore di cento anni dopo? Dumas non era forse un artigiano pronto a modificare il suo prodotto secondo le esigenze del mercato? E se il mercato gli chiedesse ora una storia più asciutta, non sarebbe il primo ad utilizzare tagli, accorciature ellissi? Il traduttore può snellire, aiutare il lettore a seguire più velocemente le vicende, quando per istinto avverte che la lungaggine, il giro di parole, non hanno alcuna funzione né trattengono alcun profumo dal tempo. […] Non si tratta di guadagnare spazio, ma di rendere la lettura più agile, di saltare di fatto quello che il lettore automaticamente salta con l’occhio. E in questo si è aiutati non solo da ridondanze che il francese impone e l’italiano evita, talora come regola e spesso come norma ( per esempio molti soggetti, e i possessivi), ma anche dal fatto che certe espressioni cerimoniali, consuete e nella lingua e negli usi della società francese dell’epoca devono sparire nell’italiano proprio per ragioni di fedeltà allo spirito del testo. Tanto per fare un esempio, un ringraziamento in un dialogo tra due persone di bassa condizione suona in francese come “merci monsieur”, ma in italiano deve diventare un semplice “grazie”, perché un “grazie, signore” farebbe sospettare un rapporto di ossequienza che non è nell’intenzione dell’autore né nelle connotazioni della lingua. Si potrebbe obbiettare che questo fenomeno si verifica in ogni traduzione italiana da qualsiasi testo francese: ma in un libro come questo dove i “merci, monsieur” si sprecano per le ragioni già elencate, il risparmio conta ed incide sulla leggibilità. » Io aggiungo: un’operazione del genere viene sempre fatta in narrativa, proprio per questioni di rispetto per la lingua ( anzi, per entrambe le lingue ) e di volontà di significato che l’autore ha voluto dare alla sua opera. E se ciò accade per la letteratura e anche per le opere scritte in genere, accade ancora di più per ciò che è concetto espresso in forma e colore, spazio e luce come può essere per l’architettura e per l’arte in generale, visto che queste sono codici ancor meno codificati della scrittura. Se non si traducesse, o neanche ci si provasse, la maggior parte delle opere che oggi abbiamo non esisterebbero perché chi scrive impara anche da tutti gli autori che egli ha letto, di qualsiasi lingua fossero. Se non ci fosse la traduzione- per esempio se Joyce non avesse letto Svevo- magari non avrebbe scritto determinate cose. Noi oggi non potremmo leggere gli scritti di Wright o di Van Doesburg se non conoscessimo bene l’inglese o l’olandese. Magari non sono del tutto fedeli, an

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16/2/2004 - Vilma Torselli risponde

E' vero, il discorso è scivolato in ambito prettamente linguistico, come la sua scolastica trattazione ben evidenzia, e le confesso che a me personalmente non interessa più di tanto. Oltretutto quello che intendevo esporre nel mio scritto (mi illudevo che si capisse), è semplicemente il concetto che il trasporto acritico "trans loca et tempora" di linguaggi del passato è un'operazione passiva che non può che nuocere alla cultura in generale.
Ciò che sostengo inoltre, e da cui non mi sposto, è che la traduzione può alterare talvolta in modo molto significativo il senso del testo, potendo tuttavia ognuno scegliere di correre il rischio di recepire concetti "non del tutto fedeli", pur di recepirli.
Dico però che bisogna essere coscienti della possibilità di mistificazione ed esercitare il dubbio, una delle prerogative che più incisivamente distinguono l'uomo dagli animali. Tutto qua.

Commento 664 del 16/02/2004
relativo all'articolo Tradimento e tradizione
di Vilma Torselli


Sembra incredibile, ed io per prima me ne stupisco, ma per una volta sono totalmente daccordo con Di Baccio. Non posso difatti assolutamente accettare che si dica che la traduzione è falsità.
Certo, un'opera tradotta non darà mai la stessa lettura dell'originale. Ma oltre alla linguistica in sè ci sono anche i contenuti, parte assolutamente non da trascurare. E se un traduttore è bravo e scrupoloso, credo che possa solo dare un ottimo contributo all'opera in questione. Se così non fosse ci sarebbe del tutto preclusa ogni tipo di cultura che non corrisponde alla nostra. E questo sinceramente lo trovo aberrante. Non posso credere che qualcuno vorrebbe una situazione di questo genere. L'abilità dell'uomo sta anche nel riuscire a trasmettere agli altri idee, pensieri, forme, immagini che per forza di cose non ci appartengono e non possono appartenere a tutti, sia per questione di incomunicabilità linguistica e formale, o più genericamente culturale. Se così non fosse sguazzeremo nella nostra stagnante autocelebrazione .

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16/2/2004 - Vilma Torselli risponde

Ciò che, secondo le più recenti teorie della traduzione o traduttologia, che è una vera e propria scienza, non è possibile rispettare quando si attua una traduzione è il concetto di "equivalenza", che sembrerebbe di fondamentale importanza in un'operazione che Catford J. C. A. definisce "sostituzione di materiale testuale in una lingua [...] con materiale testuale equivalente in un'altra lingua ".
In estrema sintesi, è parere condiviso da molti studiosi del campo che decidere cos'è un equivalente è estremamente difficile, perché ci si scontra con il problema della mancata corrispondenza di categorie grammaticali (parti del discorso) tra lingue (specificatamente russo, francese e inglese), problema evidenziato dal classico esempio: My father as a doctor - Mon père était  docteur - u menja Otec byl doktor .
Io so ben poco di questa scienza, e forse lei ne sa meno di me, ma è evidente che, comunque si voglia definire il termine "equivalente", l'inglese "a" non ha equivalenti, ed infatti nel testo russo non c'è equivalente traduttivo dell'articolo indeterminativo inglese. In casi come questo, che lei capisce essere estremamente frequenti, l'equivalenza può essere stabilita solo ad un rango più alto, ossia di gruppo .
"Sul piano scientifico, ciò dovrebbe indurre a creare un modello diverso, che non si basa sulla parola come unità traduttiva minima, ma su frammenti di testo maggiori. Questo, purtroppo, non avviene", sono parole di Bruno Osimo, docente di traduzione, che riprendono Catford quando dice: "Le voci della source language che occorrono spesso di solito hanno più di un equivalente nella target language nel corso di un testo lungo".
Concludo con altre parole di Osimo che mettono in evidenza quel tanto di arbitrario che sempre c'è in una traduzione e che, in misura minima o consistente, falsifica il significato originario del testo tradotto:"........ quando in una traduzione incontriamo la parola X, nel 60% dei casi la traduciamo con la parola Y. Sempre che non vari il tipo di testo. Sempre che non vari l'argomento. Sempre che non vari l'autore. Sempre che non vari l'epoca storica. Sempre che non vari il registro. Sempre che non vari la collocazione.....".
Insomma, nel passaggio da un prototesto ad un metatesto intervengono sempre delle variabili ineliminabili che non impediscono certo l'osmosi culturale, ma che ancora una volta ci invitano ad affrontare criticamente ciò che la storia, la tradizione e la traduzione ci tramandano.

Commento 655 del 13/02/2004
relativo all'articolo Italia Nostra: i perchè del 'no' a Niemeyer
di Italia Nostra


In risposta ad Andrea Pacciani
Veramente non capisco perchè un architetto di novantaquattro anni non possa creare un'architettura di valore come quando ne aveva trenta o quaranta. Le potenzialità di un architetto non credo vadano di pari passo con l'andropausa. Dare a Niemeyer praticamente del rincoglionito svilisce la sua certa intelligenza, signor Pacciani. Alla faccia dell'arroganza. Oramai il fatto che Ravello sia un bellissimo posto è diventato un handicap invece di essere una nota di merito. E' un paesaggio tristemente perfetto, intoccabile. E' quindi MORTO ?
Sì. Perchè tutte le persone che continuano a ripetere che Ravello stà bene cosi come è lo vogliono sterile e insensibile agli eventi.
Se poi si pensa che cercare di capire come si deve costruire a dispetto delle metodologie per lasciare il posto a " Cosa ci mettiamo dentro, una bisca o un asilo? " lascia veramente un senso di incredulità. E le banalità " Tanto qualsiasi cosa ci si costruisca vive della luce riflessa del contesto in cui si trova che in questi posti è enorme; " dovrebbero farci veramente riflettere, perchè siamo arrivati al punto che l'architettura non è un valore in più, ma il rispecchiarsi amaro dell'impotenza di fronte al romanticismo della natura come perfezione.
La casa di Curzio Malaparte a Capri testimonia la malafede del suo pensiero, perchè E' ESATTAMENTE LA STESSA COSA che si vuole fare a Ravello: inserire il meglio della capacità e dell'inventiva umana - sotto forma, in questo caso,di un'opera architettonica - in un luogo di grande potenzialità naturale. Non si capisce perchè un bel posto non si meriti una bella architettura. Le invidie e le volontà castranti contro i dati anagrafici di una persona e i suoi "gioiellini celebrativi del fortunato eletto a bearsi di cotanta bellezza circostante. " mortificano qualsiasi pensiero, come il voler evirare l'architettura riducendola sempre ad un mero risanamento delle aree cadute in disgrazia. L'architettura , così come Lei la pensa, è veramente disgraziata.

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Commento 605 del 25/01/2004
relativo all'articolo Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile
di Irma Cipriano


In risposta a Paolo Marzano
Cosa voglia dire “ragionare di riflesso” questo me lo si dovrebbe proprio spiegare perché non l’ho capito. Forse uno ragiona di riflesso quando legge qualcosa che non lo convince e ne fa una critica...mah…Cercherò sul vocabolario!
Quello che è indubbio è che non ho MAI dato dell’incompetente a Dal Co e che il mio articolo era improntato su un certo modo di fare critica , e non ho MAI voluto dare lezioni a nessuno. E ben me ne guardo, soprattutto verso chi ha più cultura ed esperienza di me.
Ma vedo che purtroppo –o per fortuna?– pochi hanno capito il senso delle mie parole, anche se mi sembrava di essere stata abbastanza chiara.
Certo è che i miei occhi si incrociano quando leggo che non si può fare una critica al modo di scrivere di qualcuno senza aver scritto prima come minimo un’enciclopedia sul tema. Se come ripicca vuole che anche io scriva un articolo sull’opera di Gehry, mettendo le mie “metafore del cuore”, così che lei e altri come lei possano sottolinearle e criticarle per il gusto piccino di farlo….
Mi spiace ma questi giochi meschini mi irritano parecchio e preferisco divertirmi con altri .

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Commento 592 del 21/01/2004
relativo all'articolo Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile
di Irma Cipriano


Risposta a Giovanni Damiani
Il dare agli altri degli ignoranti che non studiano lascia lo stesso tempo delle critiche accennate dell'architetto Dal Co. Il fatto che io sia una studentessa, e che quindi non abbia di certo le competenze del direttore di Casabella, non vuol dire che cio che lui dice sia oro colato e io dica scemate. Non si preoccupi signor Damiani, che lo studio c'è. Se vole che discutiamo DAVVERO sul mio articolo, non puo' dire che non abbia riconosciuto la cultura di chi ha scritto prima di me. Ciò che io ho contestato è il modo in cui le critiche su Gehry sono state affrontate. Le sue non spiegazioni non mi fanno di certo cambiare idea sul risultato che ha ottenuto Dal Co srivendo quell'articolo. Lo dico difatti chiaramente. Se come dice lei Casabella è una rivista "facile facile" -e già questo non le da giustizia, secondo me- dare in pasto al lettore le conclusioni che se ne tirano non è per niente costruttivo e sensato. Tutti sono onesti e tutti sono bravi finquanto non esprimono quello che pensano? Il solito adagio di attaccare la gente dando loro degli ignoranti è contro producente proprio per chi lo dice. Anche perchè in maniera socratica so anch'io di esserlo e lo è anche lei. Passa subito dalla parte del torto e, a mio avviso ci rimanne, continuando su questa rotta e senza dare spiegazioni sensate. Se non avessi ammesso di essere una studentessa - in quest'articolo e anche in altri commenti su antiTheSi - scommetto qualche cosa che i suoi commenti sarrebbero stati completamente diversi. E ciò non solo è scorretto ma anche avvilente. Se lei da ragione a Dal Co- ed è commovente la tenacia e la vis polemica con cui lo fa, sarà mica suo zio? - ci dica il perchè. Parliamo di cose concrete e non dei cocci delle noci. Altrimenti è davvero inutile - come lei dice -anche solo cominciare a parlare, perchè non ci si intenderà mai.

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Commento 569 del 30/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Le frasi strappalacrime e ad effetto ( anche se a me fanno l'effetto di un forte mal di pancia ) del tipo " Noi stiamo qui a parlare di cazzate - come la storia.. ( ! ) - mentre nel mondo ci sono bambini che muoiono di fame e di sete ed il terrorismo dilaga e saremo tutti dannati all'inferno perchè siamo vili peccatori e al buco nell'ozono e agli esodi vacanzieri chi ci pensa ? " oltre a non andare più di moda hanno stufato e sono assolutamente fuori luogo. Io credo che se si voglia intervenire su un Giornale di critica dell'architettura ( ed è anche scritto in grande, come si fà a non leggerlo? ) che parla tutto sommato di cose serie si debba fare i seri.
Se non si è interessati agli argomenti, si può anche fare a meno di intervenire. Non sta scritto da nessuna parte che si debba mangiare una minestra che non piace. Se uno poi è malato di protagonismo e vuole a tutti i costi dire la sua anche se non ne capisce nulla e non è in alcun modo interessato.. beh.. a questo punto ok il diritto ad esprimersi.. ma perchè pubblicare certi commenti? E' poi anche questione di educazione e buon senso. Non entro in chiesa e mi metto a dire " Io sono atea e per me tutte le vostre parole sono vuote e prive di senso. Quindi piantatela e tornatevene tutti a casa " Al massimo cerco un confronto e di capire il punto di vista di un credente..Non si può dire " E chi se ne frega ". Perchè allora a me non frega niente di quest'opinione del tutto polemica e inconcludente. Critica dura sì, ma costruttiva e sensata. Basta con le parole in libertà. Non vi interessa quello che si dice qui? Ci sono tanti bei posti dove andare, altri siti da visitare. Fatelo. Non vi preoccupate. Non credo che molti sentiranno la mancanza dei vostri " ecchissenefrega " o di sentirvi citare i polli di Renzo ( mica male come argomento da portare avanti, no? Veramente ricco di opinioni e rimandi per cui si potrebbe discutere per mesi..! )
Non vi preoccupate per noi.. ce la caveremo .

P.S. : come si fà a dire che l'argomento Fenice non riguarda il nuovo? Questo teatro non ha neanche un mese di vita..
Quando si dice la malafede..

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Commento 560 del 22/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Risposta a Pierluigi di Baccio.
Molto probabilmente si è spiegato male. Nel senso che nell'articolo di risposta a me e Mariopaolo Fadda lei si contraddice più volte. Lei dice di non essersi "assolutamente espresso sul merito della questione" ( ovvero il restauro della Fenice ) poichè non era quello il suo scopo. " il mio scopo era quello di mettere in evidenza l'inadeguatezza dell'argomento principe usato da Fadda... " Mi scusi, ma come può scindere le due cose? Lei fa una riflessione sulla visione della storia ma non vuole entrare nel merito di quella della Fenice? Allora perchè commenta un articolo dove il punto focale e tutti i ragionamenti vertono su una cosa che a lei non riguarda? Non mi metto a parlare di un concetto ( giusto o sbagliato che sia ) se poi non voglio che si colleghi a quello principe. Sennò equivale a voler parlare di salami quando altri stanno discutendo di calcio.. La visione della storia e la vicenda della Fenice sono inscindibili. Se lei non voleva parlare della Fenice non capisco dove voglia arrivare. La sua affermazione è un non senso.
Non credo comunque, come dice lei, di essere masochista. E' masochismo pensare che la Fenice sia un falso storico? Ho già spiegato cosa io intendo per falso storico sia a lei che a Pacciani. Allora o non ha finito di leggere il mio commento oppure non ha capito e dovrebbe rileggerlo.
Poi perchè quella di ricostruire il teatro com'era e dov'era avrebbe tutta l'aria di essere una soluzione di puro buon senso? Come mai si rivela una follia in cantiere? Perchè ci si mette un'infinità di tempo a rifare una ringhiera?? Io non credo che il tempo impiegato per fare una cosa sia indice di follia. Se ci metto 10 anni per fare un capolavoro sono un'idiota? Vedere nella Fenice una follia, perchè ci si è messo molto a fare determinate cose, e non vederla nell'aver creato un rewind del crollo ( ovvero analizzando la teoria e l'idea di base di tutto un processo ) è come dire che il fascismo è stato un'errore perchè si facevano troppe parate di propaganda!!
" A questo punto ciò che riesce a interessarmi non è solo se sia giusto o meno, ma perchè ciò possa essere giusto o meno " Mi sembrava di averlo già detto perchè può essere giusto o no. Lei non ha portato che teorie non fondate nel suo articolo- commento a Fadda.
" Il fatto è capire come si possa scegliere oggi di riproporre una logica che non c'è più " Ma almeno un pò di coerenza!! Prima non ha detto tutto il contrario? Ma poi, se si vuole rifare la Fenice esattamente come era come pensa di rifare pezzi che erano di fattura e di stile settecentesco?? Con il laser e la criptonite?? Se si deve rifare com'era prima è ovvio che si usino le tecniche vecchie di trecento anni.
Anche la logica del rifare tutto com'era è degna dell'ottocento e noi siamo nel duemila.
Tra laltro nel suo articolo afferma che non c'è niente di male nel rifare Mies tale e quale!! Alla faccia della logica che non c'è più e che non è il caso di riproporre! Siamo nel pieno della concezione ottocentesca di restauro, qui!! Ma quando si decide?Lei dice di non essersi schierato da nessuna parte. Ma come può dirlo se per due pagine ha predicato il suo concetto di storia . Meno male che non si è schierato sennò ci trascinava in una pseudo-dotta discussione pure sterile ( perchè si poggia sul vuoto del non voler arrivare a conclusioni e allo schierarsi come dice lei ) per almeno dieci volte tanto!
Tra l'altro lei non ha davvero letto bene il mio commento, perchè io non ho detto che qui il concetto di storia non c'entra, anzi. Ho detto tutto il contrario. Quello che ho scritto è che " la storia non ci insegna certo ad ingannare i posteri con le copie, nè con l'attaccarsi alla capacità di saper vedere le cose da più punti di vista insabbiando la verità " Forse ho così tanto rispetto per la storia che non sopporto gli inganni e le mistificazioni spacciate per storicismo di quinta mano. Non pùò dirmi che ho lasciato da parte questo BASILARE concetto ( la storia e le sue verità ) perchè sapebbe proprio in mala fede. Poi la verità sta davanti a chiunque sappia leggere. Lei scrive : " Se fino a cento anni fa non scandalizzava nessuno l'ipotesi di radere al suolo il centro antico(...) di una grande città come Firenze per farlo risorgere a vita nuova, oggi nessuno oserebbe solo proporlo.. un motivo ci sarà, no?" Ma santocielo, di Baccio è proprio quello che è accaduto e quello che vuole lei!! Lei ha detto che : "se la Galleria d'arte moderna di Berlino di Mies o la filarmonica di Shauron andassero distrutte io non saprebbe dire altro che ricostruiamole com'erano e dov'erano, perchè abbiamo i progetti originali e i valori d'arti che tali edifici trasmettono." !!!! Lo dice lei dieci righe più avanti! Lei aleggia in uno stato confusionario impressionante perchè in una pagina afferma prima una cosa per poi smentirsi poco più avanti!! Lei ha o no un suo pensiero coerente? in due suoi commenti che ho letto non sono ri

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Commento 556 del 20/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


A proposito del commento di di Baccio.
Il libro "la società trasparente" di Giovanni Vattimo per sua sfortuna l'ho letto anche io e le conclusioni che egli ne ricava sono, a mio avviso, sbagliate e assolutamente fuorvianti rispetto a quelllo che Vattimo ci dice. In questo libro una delle linee conduttrici del discorso sono i mass media che caratterizzano la nostra era post moderna. Si, siamo post moderni perchè con l'entrata prepotente nella nostra vita dei mass midia si è fatto sì che questa sia una società, al contario di quello che si può pensare, meno trasparente di prima, poichè l'accumolo di informazione non ci dà una realtà più complessa ma ci fa perdere in una serie di realtà diverse molto spesso trattate in maniera banale. Questa è soprattutto la linea di pensiero di Vattimo. Se lei non si fosse fermato a leggere la prima pagina... Siamo però anche post moderni perchè ci siamo resi conto che l'ideale di moderno inteso come dal quattrocento in poi ci stava stretta. La storia non può essere più la storia dei potenti così come del solo genio creatore. La storia è anche dei popoli e delle mille sfaccettature dell'arte."... Non c'è una storia unica, ci sono immagini del passato proposte da punti di vista diversi, ed è illusorio pensare che ci sia un punto di vista supremo, comprensivo, capace di unificare tutti gli altri.."
Cosa centra questo con la Fenice??? La storia della Fenice non è una storia unica, questo è vero, ma giustifica il fatto di riportarla alla luce com'era e dov'era? La storia di certo non ci insegna ad ingannare i posteri con le copie, né con l'attaccarsi alla capacità di saper vedere le cose da più punti di vista insabbiando la verità! Qui il saper vedere e leggere la storia come tanti punti di vista e tanti accadimenti diversi non centra nulla. La storia della Fenice è quella che tutti conosciamo e non si può cambiare. Se lei si vuole schierare dalla parte degli imbroglioni che pensano di consegnare alla storia un falso come se niente fosse accaduto si accomodi pure. Ma non scomodi Vattimo, per carità!!
Ritornando alla modernità, noi usiamo il termine moderno così come lo usava la scolastica nel XIII secolo per indicare una nuova logica terministica (via moderna) rispetto a quella aristotelica (via antiqua ): usiamo quindi moderno (dal latino modo "adesso" ) nel senso di attuale, del nostro tempo.
Poi c'è il modo manualistico di usare il termine moderno: scoperta dell'America in storia e la rivoluzione scientifica del Seicento in filosofia per terminare con la rivoluzione francese in storia e con Kant in filosofia. Tutto ciò che viene dopo è contemporaneo.
La terza via è quella che preferisco usare io. Il moderno è un modo di essere. Che non è solo legato al progresso come lei vuole farci credere. Il moderno è saper leggere le cose nelle sue diverse verità senza però farsi abbagliare dall'errore di considerare le cose come immutevoli (come vuole chi ha rivoluto la fenice COM'ERA E DOV'ERA ) o rileggibili come tutto e il contrario di tutto. Certe cose non si possono cancellare o scavalcare. I fatti sono immutabili. Le opinioni cambiano. Ma le verità STORICHE, che le piaccia o no, non si possono falsificare. E non mi porti Vattimo come esempio, perchè egli di certo non ama i falsi. Perchè quando si parla di falso storico, se non lo avesse capito, si indica la menzogna tramandata nei secoli e fatta bere per vera anche ai contemporanei. Tutte cose che evidentemente piacciono a lei, ma non a Vattimo.
La Verità storica che qui esiste è che il teatro non c'è più. Rifarlo identico (a che cosa poi? Alle mille realtà che esso conteneva? impossibile, e questa è il vostro errore più grande!! ) vanifica il tutto nelle sue molteplici diversità che esso rappresentava.
Che non esiste una verità assoluta lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutte le persone dotate di un minimo di cervello. Non ci spacci la ricostruzione ex novo della fenice o di qualsiasi altro monumento completamente perduto come un inno alle molteplici verità e all'apertura mentale. Perchè è la carognata intellettuale più grossa che si possa fare.

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Commento 554 del 19/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Ho appena finito di leggere il commento di Pacciani all'articolo di MarioPaolo Fadda sulla Fenice. E, sinceramente, mi pare che le sue obbiezioni facciano acqua da tutte le parti. Ma andiamo con ordine.
1. "Attaccarsi al concetto di falso storico è debole". A parte l'errore di lessico, come si può affermare che il concetto di falso storico non sia fondato, non sia un'obiezione plausibile? Cos'è, il falso storico non esiste?? E da quando? Il teatro la Fenice è una copia, e come tale, se non è fatta dalla stessa mano che ha creato l'originale, è un FALSO.
Il teatro è andato in fumo. Non esiste più nulla di lui. Possibile che non siamo capaci di rielaborare il lutto?
2. "..Non può esistere il falso storico in questa ricostruzione perchè non c'è un vero storico essendo un edificio in continua e lenta mutazione nel corso dei secoli e degli incendi;" . Ma quale continua e lenta mutazione? Io non vedo nessuna mutazione nel rifare una cosa assolutamente identica a un'altra che non c'è più! Dove stà la mutazione, il rinnovo? E' forse nuovo perchè fatto con materiali nuovi rispetto a quelli andati distrutti ( nuovo tra l'altro reso finto vecchio per emulare l'oggetto passato )? Caro Pacciani, l'architettura non si fà scimmiottando se stessa. Un'opera non diventa architettura ricalcandola da un'altra.
3." La Fenice di oggi non è altro che un nuovo episodio, fatto bene o male che sia, di questo divenire che non si è voluto interrompere. "
Secondo lei, Pacciani, fare una cosa bene o male è lo stesso? Come si può affermare che è un nuovo episodio fatto bene o male? Quindi anche se fosse fatto con i piedi, per lei l'importante è che sia stato rifatto ? Lei lo comprerebbe un libro di un autore straniero tradotto male? Certo! Per dare comunque una pacca metaforica sulla spalla del traduttore che ci ha messo del suo!!! Ma si scherza??
Il divenire ,poi, si è interrotto da solo, andandosene in cenere e fumo. Neanche la pietà di una morte dignitosa gli abbiamo dato.
4. " Capisco che accettare che un edificio possa divenire nel tempo e con le generazioni come è accaduto per tutta storia dell'architettura è un paradosso per lei e rispetto alla modernità che intende l'architettura come episodio immutabile e uguale ad un'identità unica ed immutabile del momento dell'atto creativo, ma deve sforzarsi a capire questa amara realtà. " Anche qui sorvoliamo sul periodo francamente contorto linquisticamente parlando.. Quando mai Fadda per quel poco che conosco ,tramite antithesi, del suo pensiero ha mai fatto intendere che la sua idea di modernità è un qualcosa di statico, sterile, non passibile di cambiamento? Se così fosse vorrebbe che tutti gli edifici antichi crollino su se stessi o vengano abbandonati al loro destino senza poterci mai mettere le mani. Non mi pare proprio che Fadda la pensi così. Si legga LEI gli articoli che ha scritto ( " No al catechismo conservatore " e la lettera aperta a monsignor Sgarbi ) con mente elastica, occhi aperti e, aggiungo io, senza pregiudizi. Tra l'altro vi sono suoi commenti su entrambi gli articoli. Ha commentato senza leggerli?
5. " Le case col tempo cambiano, si deteriorano, si adattano alle nuove necessità di chi le abita, alle trovate tecnologiche, sia alle manutenzioni fai da te, che ai restauri filologici che inevitabilmente alterano lo stato materiale degli edifici e quando si progetta bisognerebbe pensare che inevitabilmente queste cose accadranno. "
Le manutenzioni fai da te??
Io domani vado a Milano, in centro, e il primo palazzo dell'ottocento che trovo e che mi sembra abbia bisogno di un pò di manutenzione lo sistemo qua e là! Ma si rende conto di quello che scrive? Cosa direbbero i suoi illustri amici della Soprintendenza? Almeno una volta forse sarei daccordo con loro pensando che lei si è ammattito.
6. " Se si riflette con obiettività più che un'identità materiale (che lasciamo ai feticisti), quella che conta è l'identità dell'abitare nel suo complesso "
Qui tocchiamo la punta massima del bue che dà del cornuto all'asino.
Feticista sarà lei e tutti quelli che come lei vogliono avere ancora la fenice così com'era nonostante l'incendio. Questo è feticismo! E' questa assurda volontà di voler riesumare i cadaveri!!
7. " Solo pochissima architettura moderna è riuscita ad entrare nel divenire della cultura materiale delle persone; "
Allora l'avanguardia artistica è da buttare perchè la stragrande maggioranza delle persone non la apprezza. Così come la grande poesia, le opere teatrali e musicali più alte. Che ce ne facciamo di tutta questa roba se la casalinga di Voghera non riesce ad apprezzarla?
Se lei non capisce la grandezza della Modernità ( che sia architettonica, musicale , linguistica e via discorrendo ) forse non ha inteso cos'è essere architetti. " La modernità è trasformare la crisi in valore. " ( B. Zevi ) . Se lo ricordi. Io sono solo una studentessa ma credo che lei si sia dimenticato mol

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Commento 472 del 05/11/2003
relativo all'articolo Cervellati killer degli stimoli rinnovatori
di Paolo G.L. Ferrara


SIAMO DAVVERO NANI SULLE SPALLE DI GIGANTI?
LA NON-LOGICA DELL'ARCHITETTURA RETROGRADA.

Leggendo le dichiarazioni di Cervellati, che davvero non si smentisce mai, ci si chiede come sia possibile che ancora oggi si possano avere concezioni architettoniche pari, se non peggio, a quelle ottocentesche. Grazie comunque a chi la pensa così, i nostri centri urbani crescono con nuove costruzioni brutte ed anacronistiche e molto spesso anche con restauri di dubbia ragion d'essere. Molti interventi poi rimangono incompiuti o non vengono mai affrontati grazie a Funzionari e a Soprintendenze che usano gli stessi criteri di Cervellati. In un articolo del Sole 24 Ore del 27 aprile di quest'anno, per esempio, si parla di come il Palazzo degli Anziani di Ancona rimanga da anni inutilizzato e condannato ad una lenta morte proprio per questioni di questo genere. Naturalmente Cervellati ha abbondantemente discusso sul caso. Uno dei due progetti di De Carlo per l'edificio proponeva un' "immateriale" facciata di vetro verso il mare ( immateriale tra virgolette in modo evidentemente dispregiativo ) che la Soprintendenza delle Marche "... ha fatto benissimo a bocciare" prima che " infastidisca la vista dei cittadini", come dice lo stesso urbanista. Il palazzo è fonte poi di altre discussioni che sarebbero quasi divertenti se non fossero però vere e seriamente portate avanti. Difatti all'edificio mancano gli ascensori. All'interno non possono essere fatti poichè ci sono le volte e queste verrebbero distrutte , fuori nemmeno perchè sennò si vedrebbero e- orrore!- il contempopraneo invaderebbe l'antico e cittadini ed esperti del rango di Cervellati ne rimarrebbero ovviamente "infastiditi". Così non si va avanti e l'edificio è condannato ad una triste inutilità.
Le idee di restauro e di architettura di questo tipo, che sembra grottesco stiano in bocca a persone che dovrebbero avere una certa competenza ma in realtà sembrano quelle di una maestra elementare che insegna l'arte ai bambini, sono fondanti degli orribili restauri di moltissimi centri storici che ormai sono snaturati da veri e propri falsi o con degli edifici talmente leccati che fanno la medesima figura di quelle donne anziane troppo truccate al fine di sembrare più giovani e avvenenti col solo risultato di diventare dei ridicoli mascheroni .
Purtroppo siccome il nostro paese ha la "sfortuna" di possedere un patrimonio artistico del tutto eccezionale , si pensa di poterlo salvaguardare fossilizazzandolo e non facendolo crescere e migliorare. Si dice che i moderni siano fortunati poichè stanno come nani sulle spalle dei giganti grazie all'esperienza degli antichi. Purtroppo non soltanto non vediamo più lontano, ma siamo anche più miopi dei nostri predecessori, meno retrogradi e più innovatori.

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Commento 473 del 05/11/2003
relativo all'articolo L'architettura va alla guerra. Fuksas diserta
di Paolo G.L. Ferrara


Che sia difficile mandare giù le sconfitte è comprensibile, anche se si potrebbe fare con un pò più di eleganza. Quello che mi preme dire però è che non credo che non ci sia, parlando di Ground Zero, un problema etico e morale di fondo. Anzi, il problema c'è ed enorme. Quel posto ora è la tomba di circa tremila persone ed è secondo me incredibilmente immorale pensare di ricostruirci lì dei nuovi grattaceli per uffici o peggio ancora per centri commerciali. Quel posto dovrebbe essere un simbolo della memoria, non del danaro. Non dovrebbe urlare << La ricca e potente America si rialza in piedi >> , ma evocare cordoglio e soprattutto rispetto per quel disastro. E non si tratta di falsi moralismi. Vorrei vedere cosa se ne penserebbe se in posti come San Sabba e le Fosse Ardeatine venisse costruito qualsiasi edificio. Sono monumenti della follia umana e tali devono rimanere. Anche Groun Zero è uno di questi monumenti, e il fatto che il terreno della campagna romana o triestina non sia appetibile economicamente come quello di NY non giustifica la mancanza di tatto e rispetto per le vittime e le famiglie.
Ground Zero lo avrei lasciato quasi così com'era , facendoci un parco magari, lasciando però l'impronta delle due torri con delle macerie sopra a ricordo. Non si può pensare di speculare su una cosa del genere. Gli americani che si sono sentiti così colpiti al cuore, come almeno sembra dai loro sempre presenti rimandi, non dovrebbero permettere la costruzione di alcunchè. Anche del progetto più bello ed originale di qualsiasi grande architetto. Non è a mio avviso giustificabile dire << Il mondo è crudele e quello del commercio edilizio ancora di più, perciò non dobbiamo fingere che potesse andare diversamente.>> Pensandola così ogni scempio architettonico ed ogni mancanza di rispetto per la morte dovrebbe essere giustificato.

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5/11/2003 - Paolo GL Ferrara risponde

Come non essere d'accordo con Lei? Non c'è modo, indubbio. Ovviamente, nel momento in cui c'è però qualcuno che decide di ricostruire - e sulle cui decisioni non abbiamo alcun potere dissuasivo-, si annullano tutti i nostri giusti propositi morali e, non poco forzatamente, si deve passare a parlare di architettura, di cosa sorgerà, di cosa ci dirà.
Se davvero Bush fosse un uomo con le palle quadrate, avrebbe comprato in rappresentanza degli Stati Uniti il sito Ground zero, e lo avrebbe lasciato, come Lei auspicava, "simbolo". Invece è andato in Iraq, lo ha distrutto, e ci ricostruirà. Ci saremo anche noi italiani, con il nostro prode Cavaliere a fare da condottiero ai suoi amici investitori. Proprio una cosa edificante...