Giornale di Critica dell'Architettura

11 commenti di Vito Corte

Commento 14414 del 31/10/2016
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital
di Sandro Lazier


Rispetto le considerazioni di Sandro Lazier e ne condivido la critica specialmente per il modo in cui essa è formulata: offrendo cioè gli argomenti di verifica, grazie ad una sufficientemente completa rassegna di documenti tecnici (il progetto architettonico allegato, purché in scala 1:200, consente di supportare oggettivamente molte riflessioni).
Vorrei tuttavia, se possibile, formulare le mie riflessioni. Esse sostanzialmente si concentrano su due aspetti.
Il primo è quello dei costi.
D'accordo sulla necessità/inevitabilità che una grande opera significativa per la Nazione necessariamente deve essere una opera impegnativa sotto il profilo dei costi necessari per realizzarla.
Ma i costi devono essere ben preventivati, specie quando non si tratti di una bazzecola.
Immagino, anche perché io stesso vittima incolpevole di un sistema burocratico amministrativo e politico italiano che definire inaffidabile è solo eufemismo, che le condizioni al contorno abbiano determinato un progressivo incremento dei costi ma vi sono alcuni elementi che nella forma e nella sostanza a me non "suonano" a favore dell'opera. Leggere infatti che nel corso dei lavori sono state effettuate ben dieci perizie di variante e suppletive, leggere che esiste tuttora un rilevantissimo contenzioso con l'impresa esecutrice e che ancora le corposissime riserve da essa formalizzate (ammontanti a milioni di euro) non sono state ancora risolte, mi porta ad esprimermi non più solo da architetto amante ed appassionato dell'architettura e del mestiere. Sono consapevole che questa posizione si presta ad essere sbrigativamente collocata nella categoria del professionismo puro, ma non è il professionismo a farmi esprimere così: è invece un'esperienza ormai lunga di un mestiere che amo più di ogni altro ma che vede sempre più svuotato di contenuti. C'è un impegno civile ed etico, insieme a quello creativo e tecnico, che muoverebbe l'architetto di un'opera - specie se pubblica- informando i suoi atteggiamenti verso la misura ed il rigore. E qua, sono i documenti a dirlo, non c'è stata misura nè rigore.

Altro aspetto critico è quello del linguaggio.
Esso è più pertinente alla disciplina del progetto: quando il passaggio di scala dal concept disegnato a mano al disegno esecutivo rimarca evidenti soluzioni di continuità allora credo che ci sia qualche problema.
Spiegandomi meglio: fintantoché l'opera architettonica, nel suo tentativo "artistico" di staccarsi dal figurativo per avvicinarsi al concettuale sarà costretta a prendere forma con materiali e soluzioni costruttive tradizionali, allora vorrà dire che il tentativo non sarà del tutto riuscito.
Quando cioè - e il caso in esame accomuna questa opera con molte altre di altri grandi architetti, tra cui F.O. Gehry - il "sistema intelaiato" costituito da membrature metalliche continua ad essere sempre uguale al trilite arcaico, pur nelle modulazioni e deformazioni del caso, non potrà dirsi, a mio parere, che si sia fatto un significativo passo avanti.
Se l'opera è concepita in tutto o in parte come risultato espressionista (e qua mi riferisco proprio alla nostra storia dell'architettura moderna che ha prodotto veri avanzamenti in tale direzione) allora che sia coerente in tutti i suoi passaggi e che non affidi, invece, al cartongesso la risoluzione della finitura superficiale ad occultare buona parte dei processi costruttivi.

Spero che queste mie considerazioni possano essere accettate e che si possa ulteriormente discutere sull'argomento.

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31/10/2016 - Sandro Lazier risponde

Sui costi.
Pare che Fallingwater di F.L. Wright sia costata 5 volte quanto preventivato. Le varianti in opera non si contarono. Wright sperimentava, faceva facendo, che secondo me è l’unico modo possibile per portare a termine opere di complessità elevata. Giustamente un edificio pubblico deve dar conto dei costi ma, telo dico per esperienza, senza modifiche in corso d’opera, limature e affinamenti il risultato non è mai di alto livello. Solo opere banali e ripetitive possono essere definite completamente a priori, e spesso sono la gioia dei costruttori.
Altra cosa sono le ruberie e il malaffare. Ma lì l’architettura non c’entra nulla.

Sul linguaggio.
Ci sono due aspetti che non possono più essere tralasciati nel linguaggio artistico contemporaneo.
Il primo riguarda il rapporto nuovo/vecchio. Noi abbiamo vissuto per secoli nella convinzione che il nuovo dovesse sostituire interamente il vecchio. Un vero processo di sostituzione storica. Da ragazzino immaginavo che negli anni duemila ci fossero solo grattacieli di vetro e strade sospese in aria.
Ma non è accaduto così. L’avvento della rete informatica, il web, ci ha invece fatto capire che il nuovo non sostituisce il vecchio, ma si somma ad esso. Come nel web, le informazioni sono sempre presenti. Basta richiamarle in vita quando servono. La portata di questa novità è straordinaria perché, nel caso dell’architettura (occidentale) recupera tremila anni di storia conosciuta e li riattualizza.
Questo concetto, malamente interpretato dal movimento postmoderno che ha pensato di fare il nuovo pescando nel vecchio, come se tutto non cambiasse mai, ha liberato i progetti da quella che un tempo era definita coerenza: lo stile, l’-ismo. Il fatto di utilizzare concetti arcaici come il trilite (peraltro qui realizzato ad una scala inimmaginabile nell’antichità) non può più porre pregiudizio alla attualità dell’opera.
La scelta di una struttura regolare per il contenitore è parte del risultato scenico del contenuto.
Il secondo aspetto riguerda l’uso dei materiali. I materiali sono come le parole e in architettura non esistono parole nuove, vecchie, brutte, cattive. La novità o la vecchiaia, la virtù o la volgarità dipendono esclusivamente dalle frasi che si compongono, da come si mettono insieme le parole. Proprio Gehry ce lo ha insegnato.

Commento 13616 del 10/05/2015
relativo all'articolo Il padiglione italiano di Expo 2015
di Sandro Lazier


Sono sostanzialmente d'accordo anche se mi riservo di andare e verificare sul posto. Le foto spesso ingannano (ma ancor più spesso ingannano a favore dell'opera...).
Aggiungo che siamo al punto che dire queste cose, che non da male a nessuno e anzi farebbe bene a molti, suona stonato mentre fare 'ooooh' ammirati davanti a opere siffatte (e siffatte storie che stanno dietro queste opere) fa star nella cerchia della tendenza. Nel giro.

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Commento 7967 del 26/03/2010
relativo all'articolo Il 'particulare' di La Maddalena
di Paolo G.L. Ferrara


Mi chiedo se partecipare al dibattito alimentato, tra gli altri, da Paolo Ferrara.
Ma si, mi dico: forse quel che ho da dire può interessare qualcuno, magari può ulteriormente arricchire la discussione.
Ebbene, lo faccio. Ma so che mi farà male. Male ricordare raccontando quel che dirò e male verificare certe realtà.
Ero laureato da poco: quindi ventitre anni fa. Il parroco di un paese vicino a dove abito convince tutti che mi si poteva affidare l’incarico per la ricostruzione della loro chiesetta parrocchiale.
Figurate quanta passione, quanto impegno, quanto studio, quanta attenzione ho riversato in quel mio primo e, per me, importantissimo lavoro! Una chiesa!
Ebbene, approvato il progetto si passa alla esecuzione. E lì il biglietto da visita.
Vado scoprendo, giorno dopo giorno, che vi era tutto un “sistema” che ruotava attorno a quell’appalto. Non gliene importava nulla che fosse una chiesa, un’opera pubblica: quello che muoveva tutto era il finanziamento statale.
L’impresa si avvale della consulenza di un luminare della scienza delle costruzioni: diamine, era stato anche mio professore, figurarsi se ero intimidito, ero molto intimidito da lui!
Questi mi rassicura con un buffetto sulla guancia prospettando, al primo giorno di cantiere, di modificare il sistema delle strutture in fondazione (tutti i calcoli erano stati regolarmente approvati) per realizzarne, in variante, un altro su pali. Alla mia timidissima replica che così facendo non saremmo riusciti a completare l’opera quello mi dà un altro buffetto, ancora più confidenziale e, rivolgendosi a me come si fa con l’ultimo dei cretini mi dice “e chi ha mai detto che dobbiamo completare la chiesa? Intanto utilizziamo tutto il finanziamento disponibile per fare i cementi armati…”
Mi cominciò a crollare il mondo intorno. Cercavo conforto nei cosiddetti rappresentanti istituzionali ma…che dire: mi sentivo un po’ guardato storto. Immagino i loro pensieri: ma che cazzo vuole questo ragazzino, cos’è tutto preso dalla minchiata dell’architettura e dell’opera d’arte? Si è fatto sempre così e sempre così faremo…figurati se adesso arriva un pivello e si illude che il meccanismo possa ruotare al contrario”.
Comincia quella che piano piano diventa una guerra di posizioni: in cantiere, negli uffici. Perfino al bar del paese mi indicavano come quello che aveva sbagliato tutto il progetto, che dovevo rifare tutto, che sarei stato cancellato dall’albo….Ecco, era finita così. Io avevo sbagliato tutto, io ero il cattivo e quindi i buoni, per salvare l’opera, per assistere la comunità eccetera, adesso facevano in modo di richiedere allo Stato un ulteriore (ed esorbitante finanziamento) per “completare” la stessa opera di prima.
La ciliegina sulla torta fu una bella perizia di variante che mi si recapitò bella ed impacchettata: avrei dovuto solo firmarla e tutto sarebbe stato perfetto, tutto sarebbe tornato a posto.
Come mi è stato detto “se avesse firmato quella perizia di variante tutti l’avrebbero portata in palmo di mano: adesso che non ha voluto firmare, cosa ha ottenuto, architetto? Tutti la odiano e la giudicano responsabile dei ritardi, della incompiuta. E si aspetti pure che un giorno spunti un pentito e racconti che magari si è intascato dei soldi di qualcuno!!!”
“Architetto – mi dicevano – ha sbagliato!”
E me lo dicevano con la stessa aria supponente del mio ex professore di università che adesso taroccava i calcoli strutturali per l’impresa.
Quanti dannati giorni di lavoro per verificare che, invece, le mie contabilità di cantiere erano giuste, che i calcoli andavano bene, che quella stramaledetta chiesa si poteva costruire utilizzando il mio progetto, non facendo perizie di variante e senza chiedere altri finanziamenti
A che cazzo è servito tutto questo? A me, forse, ma a che prezzo! Anni di terribile stress, di umiliazioni e di preoccupazioni. Alla gente? Ma per niente! Qualcuno, molto in alto, un giorno mi rimproverò dicendomi che per colpa del mio orgoglio ho privato per anni una comunità della sua chiesetta! E che diamine, mica erano miei i soldi della perizia di variante che avrei dovuto sottoscrivere! E se poi erano pure stanziati, che bisogno c’era di fare tanto il santarellino?
Chiudo questo racconto perché ancora a distanza di anni mi fa male ricordare e pensare, per altro, che la storia non è finita ( e nemmeno so come finirà…).
Ho pensato che potesse essere pertinente al dibattito, ma lascio a chi legge di decidere.
Non rileggo quel che ho scritto di getto: corro il rischio di un testo scorretto e sgrammaticato piuttosto che cedere alla tentazione di non inviarlo.

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Commento 6661 del 02/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


In appedice a quanto già scritto prima, una riflessione per la Redazione di AntHesi: siete sicuri che si poteva pubblicare il provvedimeno giudiziario di Custodia Cautelare?

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2/1/2009 - Sandro Lazier risponde

Noi non abbiamo pubblicato l'ordinanza. Ne abbiamo segnalato la presenza su un altro portale. Detto questo, se vuole fare riferimento al segreto istruttorio al quale il documento dovrebbe essere soggetto, personalmente ritengo che la rilevanza dei fatti - incostestabili - sia tale che non esserne a conoscenza sia colpa ben più grave e dannosa.

Commento 6660 del 02/01/2009
relativo all'articolo Caso Casamonti
di La Redazione


Da giorni rimugino su questo fatto e mi chiedo CHE fare, CHE dire, COME dire.
La triplice questione dubitativa riguarda esclusivamente il mio triplice essere architetto, oggi, in Italia. Ovvero: fare e dire qualcosa da architetto professionista che sopravvive esclusivamente del suo appassionato e ingrato lavoro? Fare e dire qualcosa da presidente di un Ordine che, da anni, cerca di lavorare bene per i colleghi e contro lobbies e potentati, contro tutti i tipi di mafia? Fare e dire qualcosa da stagionato professore a contratto in una Università che non ti vuole, mentre invece ti reclamano gli studenti (perchè fanno il confronto)?
Boh, non so bene cosa uscirà da questo discorso: non l'ho preparato prima di farlo uscire dai tasti del PC. Vedremo alla fine se sarà utile. In ogni caso sono convinto che sia opportuno.
L'opportunità discende dalla visibilità, dalla credibilità e dalla coerenza con cui si è cercato, finora, di compendiare queste tre componenti dell'essere architetto, oggi, in Italia.
Potrei dire "lo sapevo che prima o poi sarebbe finita così". E in un eccesso di grilloparlantismo ricordare che proprio lo scorso 26 novembre, unico Ordine professionale fino a questo momento, abbiamo promosso a Trapani la presentazione scomodissima del libro di Nino Amadore "la zona grigia: professionisti a servizio della mafia". Scomodissima perchè, insieme con medici, notai, avvocati, commercialisti e ingegneri, noi architetti siamo chiamati in causa visto che molteplici atti giudiziari provano il fatto che nell'esercizio professionale molti di noi fiancheggiano la criminalità organizzata. Scomodissima discussione ospitata da un Ordine perchè il libro si chiede come mai le risposte istituzionali degli organismi di rappresentanza, ovvero gli Ordini, sono finora state molto blande e protezionistiche.
Da quell'occasione è scaturita una delibera del mio Consiglio che prevede un correttivo alle vigenti norme deontologiche: il collega appena raggiunto da avviso di garanzia sarà sottoposto a verifica disciplinare. Altro che sentenza definitiva o arresto, così come finora è normato! E' un piccolo segnale, ma è un segnale insieme ad altri. Altri segnali sono quelli di costituire e fare funzionare un'Associazione Antiracket, oppure un Tavolo con gli organi inquirenti e di repressione per il controllo del lavoro nero e la sicurezza e anche per vigilare sulla tracciabilità dei finanziamenti pubblici.
In questi anni di attività rivolta verso tali direzioni abbiamo tuttavia registrato incomprensioni da parte degli stessi professionisti ("ma come, l'Ordine non dovrebbe difenderci, e invece ci persegue?") , atteggiamenti di sufficienza da parte di istituzioni ed organi periferici locali, che fanno resistenze ed ostracismi: i Comuni, gli Uffici, i funzionari pubblici.
L'Università. Quando mai da questa istituzione è venuta, in tempi recenti, una seria ed effettiva collaborazione con le componenti attive e produttive del sapere e del fare architettonico in Italia? Gli arroccamenti su posizioni di incontrovertibile e anacronistico vantaggio di una oligarchia che gestisce con feudale autonomia le prospettive di sviluppo di un intero Paese sono solo scalfite dai piccoli scandali che qua e là punteggiano gli atenei.
Di fatto la medesima conduzione del Principio dell'Accomodamento ha albergato (con grandi profitti concentrati su pochi) in quasi tutti gli organismi di gestione di potere: politico, economico, culturale, elettorale. Il Politicante italiano diventa un Replicante delle italiche virtù dell'arrangiarsi creativo applicate ai diversi campi: e di solito arrangiarsi in Italia vuol dire farsi furbi, organizzarsi, galleggiare sulle spalle di altri.
Eppure proprio noi architetti avremmo molte più capacità di altri nel trovare adeguati spazi di gratificazione professionale: la nostra formazione stessa ci rende più duttili nell'adeguarsi alle domande del mercato, più intuitivi nel cogliere aspettative degli interlocutori, più abili nel dare forma compiuta a molteplicità di desideri e speranze.
Ma a quanti, in realtà, questa nostra italietta ricucciana offre la possibilità di applicare, sperimentare, esercitare il Mestiere dell'Architetto? Per intenderci, quel mestiere che ci fa battere il cuore quando riempiamo il foglio bianco o vediamo tirare su il primo muro? Mi dispiace per Casamonti e per i suoi amici: auguro loro di poter dimostrare che le cose che li riguardano non stanno così come le abbiamo lette sui giornali.
Mi dispiace pure che per scoperchiare questo pentolone messo a bollire dall'Alta Cucina dell'Intelleghenzia Politichese Italiana sia stato necessario trarre in arresto delle persone.
Però, e scusatemi per il machiavellismo, potrei anche essere grato a queste persone se da questa triste vicenda potrà finalmente partire un profondo, radicale, sostanziale, partecipato e condiviso processo di riforma di tutto quanto ha a che fare con l'università, i lavori pubblici

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Commento 6504 del 04/11/2008
relativo all'articolo Erice. Il progetto nuovo per la città antica
di Vito Corte


Rispondo brevemente a Renzo Marrucci:
giusto tutto (tranne che io non mi senta propriamente un "articolista").
Giusto e condivisibile.
Se Marrucci avesse potuto verificare i progetti cui facevo cenno forse anche lui avrebbe condiviso che non faccio appello ad alcuna "retorica intemperante asserzione e complicità culturale".
Se la redazione potesse darne la possibilità, si potrebbe ospitare entro qualche spazio alcuni dei progetti per quell'area cui mi riferisco: quindi parlarne con cognizione, piuttosto che per dichiarazioni di principio.
Quelli definiti scempi dell'architettura moderna non mi sembra che alberghino tra le ipotesi di sperimentazione progettuale che sollecito si facciano ad Erice.
Ma sarebbe molto interessante discuterne insieme.
Grazie comunque per l'ospitalità

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Commento 5516 del 09/09/2007
relativo all'articolo Fuochi d'Italia
di Leandro Janni


Caro Leandro, sono uno degli imbecilli (come tu li hai definiti) ex assistenti di Pasquale Culotta. (Ma questa è un'altra storia, e non mi importa entrarci).
Sul tema da te sollevato, con efficace opportunità, circa la refluenza territoriale e paesaggistica delle azioni vandaliche perpetrate dagli incendiari vorrei aggiungere solo una breve riflessione.
Anzi si tratta di qualcosa che prendo in prestito non già dalla nostra disciplina, quanto piuttosto dalla medicina o - meglio- dalla bioetica. Quindi - per una volta- non parlerò architettese.
Mi pare di avere capito che questa benedetta bioetica ha lo scopo di "migliorare" la specie umana, senza preoccuparsi di remore che potrebbero venire da dogmatismi religiosi o metafisici. Ebbene, il ragionamento morale della bioetica ruota attorno a quatro principi etici che dovrebbero guidare i medici nell'esercizio della loro professione. Sono i principi della "autonomia", della "non maleficenza", della "beneficenza" e della "giustizia". (cfr. T.Beauchamps e J.Childress 'Principles of biomedical ethics' 1979)
Con l'"autonomia" ci si occupa della salvaguardia della persona e della sua libertà di decisione, al di là di condizionamenti di ogni tipo (ideologico, politico, religioso, economico ecc.)
La "non maleficenza" impone di evitare danni alle persone: condanna l'incompetenza e la negligenza.
La "beneficenza" obbliga genericamente a fare il bane: generalizzando si tratta di vincere la malattia e la morte.
La "giustizia" infine mira ad assicurare medesime condizioni di trattamento a tutte le persone.: si tratta di un principio che tutela i poveri ed i deboli ed elimina i privilegi dei pochi.
Tutti questi quattro Principi sono coerenti con la generale idea di miglioramento della vita e, sotto questo profilo, andrebbero considerati come strumenti utili e necessari per superare gli steccati culturali, politici, ecc.
Che c'entra tutto questo con gli incendi dolosi che divorano i nostri boschi, le campagne, le colline?
Secondo me c'entra perchè ancora non si è spiegato fino a che punto la distruzione di un ecosistema locale (la pineta vicino casa) possa determinare effetti sulla qualità della vita ( e non mi riferisco certo solamente ai fattori fisico climatologico ambientali, ma specie ai fattori di economia globale).
E' il momento che anche noi architetti, scordandoci quelle tipiche onanistiche condizioni di godimento nel discettare di minchiate, assumiamo come principi etici del nostro lavoro certi argomenti così come i medici che si occupano di genetica : insomma che ci rendiamo conto che il trascorso XX secolo avendo già abbandonato la vecchia tendenza delle grandi e generali etiche ha invece orientato i propri interessi verso singoli campi dell'esistenza. Quindi, la relativizzazione della vita - che è in atto- , smettendo la pretesa di gestire la globalità del mondo, ha una ragionevole speranza di mettere ordine in alcuni tra i temi di maggiore importanza: ed alcuni tra questi possono essere sviluppati anche da noi architetti. Che gli architetti, allora, si offrano di studiare per dare risposte agli urgenti problemi delle megalopoli, ad esempio. Ed il loro compito, come quello dei medici, sia quello di eliminare il dolore, la miseria, la morte, la diseguaglianza.
Velleitario?
Certo. Ma meglio che inutile.

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Commento 1405 del 17/09/2006
relativo all'articolo Cinque Piazze per Catania. Appello dell'In/Arch Si
di Franco Porto


Sottoscrivo il documento di Inarch Sicilia e Franco Porto.

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Commento 1401 del 14/09/2006
relativo all'articolo S.O.S. Castellana Sicula
di Marcello Panzarella


Condivido il disagio amaro di Panzarella, ma non mi sorprendo affatto. C'è chi vuole demolire , c'è chi non vuole portare a compimento e chi non vuole mantenere le opere di architettura del nostro Paese.
Per il poco che servirà, ho aderito all'invito ed ho inoltrato la mail (con qualche modifica alla traccia suggerita) agli indirizzi indicati.
Grazie comunqueper l'azione di vigilanza., a nome di tutti gli architetti che scelgono di sporcarsi le mani col cantiere a costo di sacrifici e pubblici ludibri, pur di godere del bello di fare l'architetto.
Mi sento meno solo. (so che c'è qualcuno che vigila su quello che vo costruendo...)

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Commento 997 del 01/12/2005
relativo all'articolo Noi, pesciolini rossi, meglio delle cernie
di Paolo G.L. Ferrara


Da qualche tempo leggo le problematiche sollevate da questo Giornale in occasione del rinnovo degi consigli degli ordini: sono un presidente di ordine dal '94 (!); recentemente riconfermato con un inquietante consenso da parte dei colleghi. (Perchè inquietante: ancora mi chiedo se non gliene frega niente oppure i miei colleghi-elettori sono davvero soddisfatti di come li ho finora rappresentati). Tuttavia non voglio subito prendere le difese d'ufficio e di conseguenza arroccarmi su una controffensiva che dichiari a priori la giustezza delle ragioni di chi sta negli ordini (a servizio dei colleghi, dovrebbe essere...). Vorrei riflettere e far sedimentare questa sollecitazione di critica e di polemica contro certi modi di prestare servizio nell'ordine perchè ho impressione che molte rivendicazioni siano fondate e meritevoli di essere prese in seria considerazione, a prescindere dagli esiti elettorali (chi è fuori dagli ordini, infatti, non può immaginare quale capacità aggregativa possa tradurre in termini di consensi elettorali l'attuale meccanismo elettorale, pur se recentemente rinnovato). Se questo giornale lo riterrà opportuno, allora, vorrei dare un contributo organico al dibattito, sforzandomi di essere equlibrato, concreto e, al contempo, sufficientemente idealista per immaginare come si potrebbe cambiare un sistema che, obiettivamente, deve essere revisionato.
E' bella/brutta l'immagine che Paolo restituisce degli architetti/pesci rossi. Anch'io, nonostante le apparenti circostanze, mi sento pesce rosso così per come lo immagina Paolo, però dico che questo suo ragionamento applicato ad una parte di noi architetti vale anche per una parte di noi cittadini (penso che anche lui volesse dire questo, citando Danilo Dolci). Credo che dobbiamo sforzarci di capire quali strumenti utilizzare per una migliore e diversa partecipazione, agli ordini come ai consigli comunali.
però , ripeto, non ho ancora le idee chiare: vorrei prendermi un pò di tempo, perchè l'argomento merita.
V.C.

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Commento 959 del 22/09/2005
relativo all'articolo Il professore protesta
di Ugo Rosa


Al solito Ugo ricama con raffinato e leggiadro pizzo letterario una veste già di suo importante e preziosa.
Andando al sodo del problema, l'argomento dell'"appello dei 35" è senza dubbio meritevole di dibattito: ma purtroppo la circostanza a me risulta perfettamente in linea con tutto quanto sta succedendo nel nostro Paese.
La presa di distanza del documento settembrino da quel modo di concepire il rapporto tra architettura e città, tra didattica e ricerca, tra tradizione e innovazione, e che è stato proprio degli ultimi propagandistici anni in questa nostra Italia senza che nessuno di fatto abbia sollevato concrete obiezioni fino a quel momento (mentre si continuava liberamente a becchettare il mangime ancora residuo nelle aie milanesi così come in quelle siciliane) mi pare che assomigli molto a quel camaleontismo che sta caratterizzando questi utlimi mesi di "fuga dalla nave".
Tutto questo è piuttosto triste, ma spero vogliate riconoscere che fa parte del patrimonio genetico nazionale: è una sorta di istinto di sopravvivenza, utile per chi ce l'ha particolarmente sviluppato anche se non è certo improntato ai principi della correttezza e del rigore.
Con questo difetto, in ogni caso, non potremo assicurare un progresso diffuso e condiviso nè alla popolazione degli architetti nè a nessun altro italiano.
Giusta la critica di Ugo e tutte quelle che le si accomunano, ma una considerazione dura va fatta: ormai il timer è partito e i più pronti, i più furbi, i più adattabili, sono già partiti. Sicuramente sono quelli che torneranno ad avere ruoli primari nel teatrino nazionale.
Molti di quelli che oggi si dicono incavolati e scandalizzati dell'attuale cambiocasacchismo non hanno fatto molto prima e, se l'hanno fatto, lo hanno fatto troppo sommessamente. Alcuni di quelli che si scandalizzano per il comportamento degli altri lo fanno perchè non riescono o non sono riusciti ad avere (anche alle stesse condizioni) quanto altri hanno ottenuto (la fiaba della volpe e dell'uva di Esopo ...) Proprio a quelli che, autoincensati di un'aura di sacrale integrità, si crogiolano nel dispregio delle cose della vita di tutti i giorni (che è una vita di mediazionie di equilibri, non di posizioni assolute), vorrei dire che continuando così non si sposta niente.
Avremo sempre da un lato i più veloci e i più furbi che sperimenteranno e realizzeranno architettura e dall'altro quelli che diranno che, in fondo, non gliene importava nulla.


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