Giornale di Critica dell'Architettura

3 commenti di Vulmaro Zoffi

Commento 2092 del 11/03/2007
relativo all'articolo Gehry, dunque.
di Ugo Rosa


inizio dichiarando apertamente che amo l'architettura di frank owen gehry. vista l'aria che tira in campo accademico e antiaccademico (le due facce della stessa medaglia), confesso che per me dirlo è come immagino sia per un omosessuale fare 'coming out''. sto comunque tentando di leggere i vari interventi su gehry partendo dall'ultimo di ugo rosa che trovo molto molto divertente e, proprio per la sua prosa colorita, lo ritengo un bellissimo omaggio all'euforico frank. (caspita però a pensarci - tanto per un minimo aggiornamento letterario - in quella cravatta più che gli orizzonti di swift e melville ci vedrei l'oggi di lethem o d.f.wallace per non pronunciare proprio delillo o quella specie di pallone gehriano - a pensarci meglio belmondiano - che pynchon fa comparire in hampstead heath nella londra di gravity's raimbow). tuttavia, mai come nel caso di gehry le parole mi sembrano inadatte ad affrontare la sua architettura strampalata. a complicare il quadro generale - mi rifersico alle riviste, monografie, etc - si aggiunge la grossolanità di alcuni critici che con passione e dedizione e zelo e manciate di citazioni e aneddoti e ortogonalità spacciate per 'virtuosi' parallelismi e analogie, infarciscono i loro scritti sperando di far dimenticare a noi lettori, per ottundimento da sazietà , la loro mancanza di sensibilità e di acume critico; e conchiudono giri di parole perfettamente circolari che includono il vuoto ed escludono ogni significato.
per tornare un attimo a gehry, questo fraintendimento interpretativo - che nasce inevitabilmente nel momento stesso in cui si comincia a scrivere delle sue creazioni - si manifesta, per altre vie, anche nelle librerie dove accade che il i più ben curato e significativo volume sulla sua opera (non lavoro per la MITpress ma sto parlando di quel tomo contenente i suoi scarabocchi) risulta purtroppo essere anche quello fra i meno venduti. evidentemente si preferiscono gli scritti critici ben più corposi inclusi nelle monografie. a quel punto sono molto meglio le foto di hisao suzuki.
comunque, per non aggiungere altre parole inutili a quelle che anch'io ho finito per scrivere, volevo semplicemente consigliarvi la visione di questo filmato (il link è qui sotto) che - a mio avviso - è la più profonda, efficace e moderna lettura dell'architettura di frank owen gehry.
buona visione.

http://www.youtube.com/watch?v=MRuNT8eXU8k

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Commento 1432 del 06/10/2006
relativo all'articolo Addio a Vico Magistretti
di la Redazione


"[...] si chiama Chimera, l'ho spiegata per telefono al produttore. Gli ho detto: "Guarda, fai tre cerchi, uno, due e tre, usando questo materiale facilissimo da piegare. Lo metti in verticale e lo tagli in alto a 45 gradi. E poi me la porti qui a vedere." Il modello è arrivato qui dopo dieci giorni.
Questo è un aspetto concettualmente interessante, che riguarda anche le forme dell'invenzione. Le invenzioni più importanti sono sempre state quelle dall'uso più semplice. Per esempio la ruota, l'ombrello e l'ora legale, che in fondo è stata un vero e proprio "inganno al sole"! Mi serve più luce? Guardiamo il sole e decidiamo che, invece delle sette, sono le otto. E' un atto di un'eleganza concettuale straordinaria; ed è quello che mi piace di più."

(tratto da: "Hans Ulrich Obrist . Interview ", n. 01, intervista a Vico Magistretti, p. 8, supplemento di "Domus", n.866, gennaio 2004)

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Commento 1082 del 09/02/2006
relativo all'articolo L'orecchiabile esibizione di Botta alla Scala
di Paolo G.L. Ferrara


Parliamoci chiaro e senza giri di parole fra memorie piermariniane torri sceniche e cavilli tecnici.
Quando nel mondo si cita il Teatro alla Scala si parla del suo Coro, della sua Orchestra e di Opera e Balletto.
Sono gli artisti il suo prestigio mondiale. Sono loro la Scala. La sua vera immagine internazionale. E penso al Corpo di Ballo: alla fatica delle ballerine, allo studio, al sudore e al sacrificio; alla sacralità di chi per l'arte sopporta quotidianamente il dolore, sorridendo, in punta di piedi. Si crede che un teatro sia il tempio della Musica e si crede che un grande teatro sia costruito per celebrare gli artisti che danno voce e forma alla Musica...
"Camerini piccoli, ballerini della Scala in sciopero. Dieci rappresentazioni cancellate. Il corpo di ballo della Scala incrocia gambe e braccia e fa saltare tutte le recite dell'Histoire di Manon in programma al Piermarini dal 10 ottobre in avanti. Problemi di spazi, di camerini e di spogliatoi. Troppo piccoli per ospitare gli 80 ballerini della Scala.[...]" (Corriere della Sera, Vivimilano, 29 settembre 2005). Sciopero fortunatamente revocato dopo qualche rassicurazione dell'incolpevole sovrintendente che ha promesso di adoperarsi alla soluzione dei problemi.
Sylvie Guillem (alla Scala ad ottobre 2005, ieri all'Arcimboldi), eletta étoile dell'Opéra di Parigi a soli 19 anni da Nureyev, ha rilasciato in questi giorni un'intervista: "[...]Che cosa pensa della nuova Scala? «Che per gli artisti è terribile. Si capisce subito che chi l'ha pensata non conosce il nostro lavoro. Ci sono solo due sale prove. Al piano del palcoscenico mancano i camerini perché sono stati adibiti a uffici. E' ridicolo. A Londra gli architetti vengono invitati a convivere con gli artisti per mesi».[...]" (Corriere della Sera, Vivimilano, 8 febbraio 2006).
Durante i febbrili lavori ai tempi dell'inaugurazione, in mezzo alle crescenti polemiche tecniche, gestionali, economico-finanziarie, qualcuno disse: ''bisogna accendere i riflettori e pensare che la Scala non è solo dei milanesi o degli italiani, ma anche di tutti quelli che vi si recano da tutto il mondo''.
Già. Si pensava a tutto e a "tutti". Ma non a Loro.
Ogni giorno, lontani dai riflettori, ottanta ragazzi - gli stessi che sorridono sul palco (quello almeno funziona) - sono costretti a faticare e lavorare in spazi ridotti, camerini angusti e disturbati dal suono dei confinanti ottoni. Reclusi da qui all'eternità del botticino, così maledettamente resistente all'usura.
Non ci resta che sperare, fra qualche altro mese e qualche altra opera interna, che qualcuno riesca almeno a raffazzonare altro spazio in più per Loro. Che qualcuno ponga definitivamente rimedio all'inadeguatezza delle soluzioni architettoniche; problemi che "non sono obiettivamente di pronta soluzione" (Lissner). Sì, perché anche gli orchestrali - in particolare una parte dei già citati ottoni -, hanno lamentato le stesse carenze logistiche.
Questo è - parliamoci chiaro - il disonorevole tributo di riconoscenza di certa "architettura" all'Arte.

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