Giornale di Critica dell'Architettura

14 commenti di Alessio Lenzarini

Commento 11099 del 10/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Proseguendo il dialogo con Pagliardini, ebbene sì: non solo considero il relativismo un valore, ma addirittura lo considero IL valore fondativo di tutta la modernità, la svolta filosofica epocale che distingue la modernità da tutte le epoche culturali che l'hanno preceduta (ognuna delle quali ha sempre elaborato la propria verità assoluta). Il relativismo è la possibilità dell'autodeterminazione dell'individuo, è il dovere-piacere per ogni individuo di autocostruirsi il proprio universo di valori e idee, senza alcuna garanzia di verità oggettivamente condivisibile, con la sola consapevolezza che ciò che in cui crediamo deve avere significato per noi, perché scegliamo di crederci e ne sentiamo soggettivamente l'importanza, senza la rassicurazione che possa essere vero in assoluto. Il relativismo, conseguentemente, è anche accettazione ed esaltazione della complessità e della contraddizione, che diventano a loro volta valori strutturanti della modernità (come diceva Zevi: la modernità è quella che fa della crisi un valore). E la prima consapevole ineliminabile contraddizione (concettualmente raffinatissima) è proprio quella di credere nell'unica verità che non esistono verità: darsi il solo dogma dell'assenza di dogmi.

Limitando il discorso all'arte, mi sembra evidente che tutti i macro-eventi che caratterizzano l'arte del ventesimo secolo (rendendola ineluttabilmente diversa da tutti i fenomeni artistici precedenti) trovino la propria ragion d'essere proprio nell'esplorazione del trittico relativismo-complessità-contraddizione. Basti pensare, solo per fare l'esempio più eclatante e immediato, alla impellente necessità, a inizio novecento, di abbandonare qualunque codice che in qualche misura ponesse un vincolo di oggettività e di regola: non solo il codice classico o le strategie compositive centralizzate in architettura, ma la metrica in poesia, la linearità temporale-narrativa in prosa, la rappresentazione figurativa nelle arti visive. Abbandoni che testimoniano da un lato l'ansia di totale libertà espressiva dell'artista moderno, ma dall'altro anche e soprattutto la necessità di svincolarsi da qualunque forma di sistema linguistico prestabilito che potesse 'puzzare' di oggettivo e di assoluto e in quanto tale risultasse inadeguato ad esprimere il relativismo del proprio tempo. Poi, è chiaro, la grande avventura dell'arte e della cultura moderna è quantomai variegata e pluralista e riassumerla in quattro parole proprio non si può. Mi sto semplicemente riferendo a quelli che sono, perlomeno nella mia visione, gli assunti-chiave che ancora oggi differenziano la modernità da tutte le esperienze culturali precedenti.

Spero che possa essere chiaro, quindi, in che senso usavo, nel mio precedente commento, il termine 'assolutista': non certo come offesa, ma come attribuzione di un atteggiamento culturale anti-moderno o, se vogliamo, pre-moderno. Ritengo che a esprimere le proprie idee, tra l'altro, non si possa mai offendere nessuno, anche quando le idee prendono posizione negativa nei confronti di altre idee.

Rispondo anche ai due quesiti che mi poneva Pagliardini:

"è sicuro che l'arte pre XX secolo, cioè tutta la storia dell'arte e del pensiero umano, si riduca a ricerca tecnica e non vi siano invece contenuti espressi attraverso un raffinata tecnica?"

Non mi sono mai sognato di affermare che nell'arte dei secoli passati ci fosse solo tecnica e non contenuti. Anche perché in tal caso praticamente non ci sarebbe stata arte. Dico soltanto che l'assoluto primato del contenuto sulla ricerca tecnica emerge in tutta la sua dirompenza con la modernità, con l'autoproclamata libertà dell'artista, innanzitutto linguistica ma anche tematica (basta fare le madonnine su commissione, dipingo quello che dico io!), e soprattutto con l'affermarsi del concetto che l'arte 'serve' innanzitutto a fare pensare il pubblico (a stimolarne il libero pensiero...). Voglio dire: sono certissimo che anche per Caravaggio l'obiettivo fosse fare pensare il pubblico, solo che il contesto culturale in cui operava non gli consentiva neanche lontanamente di farlo con la stessa incisività e pregnanza che gli artisti del novecento hanno saputo conquistarsi.

"E quindi è altrettanto sicuro che l'arte del XX secolo ponga l'accento sui" contenuti" dell'opera e non piuttosto "sull'autore" dell'opera stessa, sulla sua storia, sul suo "percorso", sulle sue "intenzioni" e basta, con ciò mettendo proprio in secondo piano il contenuto dell'opera che diventa, infatti, marginale e talora volutamente inconsistente?"

Autore e contenuto talvolta possono coincidere: è una delle grandi idee dell'arte del novecento. Non stiamo parlando ovviamente di vita privata dell'autore (cosa fa l'artista dietro le mura di casa non mi interessa minimamente), ma di importanza culturale che viene a rivestire l'autore stesso in rapporto alla sua opera. Infatti, se ciò che conta nell'opera è innanz

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Commento 11093 del 07/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


Rispondo volentieri a Pagliardini. Ovviamente non intendevo riferirmi al livello di difficoltà del percorso progettuale, bensì al livello di profondità concettuale delle tematiche sviluppate. Dell'architettura 'tradizionale', progettata oggi, il meglio che si può dire è che esprima contenuti irrimediabilmente insipidi e banalotti, totalmente svuotati di qualunque interesse, poiché vecchi di qualche secolo e quindi lontanissimi da qualunque problematica o riflessione che possa stimolare concettualmente o coinvolgere emotivamente l'uomo contemporaneo. Il peggio che si può dire (ed è un po' quello che penso io) è che sia una pratica culturalmente repressiva, emanazione di una visione sociale votata all'instaurazione di ordine, regole, omologazione, conformismo: non soltanto vuota riproposizione di modelli linguistici obsoleti (nella chimera di un facile consenso di pubblico) ma anche e soprattutto consapevole tentativo di depotenziare la disciplina architettonica erodendone il contenuto artistico (in quanto tale problematico e socialmente disturbante). E non a caso, la posizione culturale degli architetti 'tradizionalisti' si estende ben oltre i propri confini disciplinari, arrivando solitamente a deprecare e condannare tutta l'arte del ventesimo secolo, la cui principale caratteristica consiste infatti nell'avere incentrato l'attenzione sul contenuto dell'opera piuttosto che sull'abilità tecnica e nell'avere concepito l'idea (per la prima volta nella storia dell'uomo) che l'unico vero fine dell'arte sia stimolare il pubblico al pensiero: mi sembra quindi fin troppo evidente che il reale motivo del contendere, ciò che anima l'architettura 'tradizionalista', non sia semplicemente l'adozione di un linguaggio architettonico, bensì l'affermazione di una concezione reazionaria della realtà, dove le conquiste valoriali della modernità (per intenderci: il trittico relativismo-complessità-contraddizione) vengano addormentate con la riproposizione di vecchi schemi valoriali assolutisti.

Detto questo, rimango sinceramente allibito (e un po' divertito) nel leggere la frase di Pagliardini: "Il difetto più grave dell'architettura moderna è proprio la semplicità, intesa come povertà di contenuti, di teoria e, di conseguenza, di prassi." Che dire? Per allinearmi in limpidità di analisi, potrei rispondere così: "Il difetto più grave dell'architettura 'tradizionale' è nell'essere troppo minimale e antidecorativa"

Per concludere, solo una precisazione terminologica: non mi sognerei mai di invocare una "educazione delle persone semplici", come mi attribuisce Pagliardini: preferisco di gran lunga parlare di "stimolare il pubblico al pensiero". La differenza è fondamentale: da una parte si suppone che esista una verità da inculcare, dall'altra si offre un libero pensiero alla libera interpretazione.

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Commento 11084 del 03/01/2012
relativo all'articolo Un anno molto difficile
di Sandro Lazier


In fin dei conti, la differenza tra sedicenti 'tradizionalisti' e veri architetti si riassume con poco. C'è chi ritiene, citando il fine umorista Massimo Bucchi, che "Alle persone semplici bisogna dire cose semplici. Così restano semplici". E c'è chi invece ritiene sia importante (culturalmente e socialmente) impegnarsi per fare il contrario.

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Commento 9272 del 10/02/2011
relativo all'articolo Sopprimere le Commissioni edilizie
di Sandro Lazier


Ovviamente d'accordo con tutto l'articolo di Lazier, che sviscera 'il problema dei problemi' dell'architettura italiana, mi permetto di discordare solo su un aspetto: l'annosa questione della commissione edilizia è talmente squallida e banale che non merita nemmeno una disamina così lunga e articolata e intelligente, perché alla fin fine si risolve in una pura e semplice questione di censura vs libertà d'espressione. Temo che ci sia poco altro da sviscerare. La commissione edilizia non può essere identificata in nessun altro modo se non come un organismo di censura linguistica che mina la libertà d'espressione del cittadino. Nasce dichiaratamente per fare quello e non fa altro che quello. Nessuna oggettiva analisi di natura tecnica viene demandata alla commissione edilizia, che si occupa unicamente di soggettive valutazione estetiche. Se un tale organismo repressivo fosse applicato, per legge e sistematicamente, a qualunque altra disciplina artistica o culturale, vedremmo quotidianamente decine di emeriti intellettuali incatenarsi in tutte le piazze d'Italia per protestare contro lo scandalo: applicata alla disciplina architettonica, sembra invece all'opinione pubblica normale e necessaria, compresa tragicamente anche l'opinione di moltissimi addetti ai lavori. Le ragioni di questo fatto possono essere tante e Lazier le analizza puntualmente: ma alla radice c'è il solito male dell'architettura italiana che versa nella condizione di disciplina artistica alienata ovverosia non percepita come tale nell'immaginario collettivo. Per l'architettura non valgono, evidentemente, i più elementari principi di libertà d'espressione che nessun cervello liberale e democratico si sognerebbe di negare alla letteratura o alle arti visive. Impedire la costruzione di un edificio perché "non si integra nel contesto" o più tautologicamente perché "non ha sufficiente qualità" o magari ce l'ha "sul prospetto nord ma non abbastanza su quello est" equivale ad impedire la pubblicazione di un libro perché offende il comune senso del pudore o perché disturba la sensibilità religiosa della maggioranza o, al limite del paradosso, perché non corrisponde ai parametri estetici di chi è deputato a porre il veto. La risposta scontata che mi sono sempre sentito dare, dai profani ma anche da molti colleghi, è naturalmente che un libro puoi scegliere se leggerlo mentre un edificio costruito sei obbligato a vederlo tutti i giorni. Come a dire che l'arte può essere davvero libera solo quando comunque rimane ghettizzata nel museo, nella biblioteca, nel ristretto e innocuo circolo di appassionati addetti ai lavori: mentre se esce in strada, se si mostra in pubblico, se aggredisce il fruitore-spettatore obbligandolo in qualche misura a considerarla, allora deve essere calmierata e regolamentata col saggio giudizio di pacati esperti che sappiano edulcorarne gli eccessi, per mandare tutti a letto tranquilli. Perché, ovviamente, l'unico risultato concreto e plausibile che la commissione edilizia può ottenere è quello di mitigare gli eccessi linguistici, per una sedativa concordia sociale, e non certo di innalzare il livello linguistico dei progetti più banali. Se non sai progettare, la commissione edilizia non può certo insegnartelo, e poi un progetto banale non fa male a nessuno, mentre se costruisci qualcosa di "strano" potresti allarmare qualche raffinato buongustaio del portichetto.

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Commento 9243 del 16/01/2011
relativo all'articolo Un anno difficile
di Sandro Lazier


cosa posso dire? credo fosse da molto tempo che non mi capitava di leggere parole che mi suscitassero tanta affinità e tanta condivisione: perché mi sembra proprio che la riflessione di Lazier metta il dito nella piaga di molti dei nodi più cruciali del bacchettonismo architettonico nostrano.
innanzitutto la consapevolezza di attraversare (o avere attraversato?) una fase di "ricerca linguistica e formale che non ha precedenti nella storia dell'architettura". personalmente estenderei il discorso non soltanto alla recente leadership espressionista-decostruttivista ma in generale ad un periodo trentennale intessuto di pluralismo, durante il quale abbiamo conosciuto molteplici direzioni di ricerca, spesso antitetiche le une alle altre e ciascuna portatrice di una compiuta e complessa visione del mondo tradotta in strategia progettuale. nell'ultimo decennio queste correnti hanno iniziato ad ibridarsi reciprocamente, perdendo forse qualcosa in rigore concettuale ma arricchendosi di contrasti, trasversalità, intersezioni. ecco, mi sembra che il problema sia questo: non percepisco assolutamente, nel dibattito architettonico italiano, la piena consapevolezza critica dell'importanza di questi 'linguaggi diversificati di fine millennio'. avverto al contrario (come dice Lazier) continui segnali di stanchezza lagnante, di richiami all'ordine, spesso addirittura di noia da indigestione, malcelata dietro ai fastidiosi e futili luoghi comuni sulle archistar troppo narcise o sui presunti eccessi formali. e capisco che i cultori del contesto e della tipologia siano atterriti dall'orgia di linguaggi che gli si è spalancata davanti, ma rimango molto deluso quando non avverto molto entusiasmo nemmeno da chi fino a poco fa auspicava un ritorno all'avanguardia sperimentale. e mi spiego meglio: non che la produzione contemporanea sia tutta straordinaria, ma sta a noi, architetti o critici o spettatori, sapere distinguere, sviluppare canali interpretativi, valutare chi innova davvero e chi lo fa solo strano. e ce ne sarebbe da analizzare e studiare... e sarebbe tanto interessante riflettere e sviscerare...
e invece, come nota Lazier, aleggia nell'aria il peccato originale del fardello etico dell'architettura, ovverosia un sacco di aria fritta condita in monito serioso. come se l'unica etica possibile di un artista, e quindi di un architetto, non fosse semplicemente stimolare il pubblico al pensiero attraverso la propria opera. comunicare qualcosa e poi lasciarsi reinterpretare. i richiami alla responsabilità etica fanno sorridere perché non colgono mai un solo obiettivo concreto che abbia davvero a che fare con la progettualità architettonica: MAI. il sospetto è che i bacchettoni della responsabilità etica siano in fondo architetti limitati, progettualmente e culturalmente, che non riescono a trovare soddisfazione in termini spazio-compositivi o poetico-concettuali, e quindi devono autoconvincersi che la buona progettazione è quella che fa 'vivere bene la gente', per sentirsi bravi e importanti. come se potesse esistere una formula della felicità, tantomeno uguale per tutti gli individui, tantomeno ascrivibile ad un progetto di architettura.
ma a ben guardare, il richiamo etico in architettura si fonda su un solo concetto: negare all'architettura, con la scusa dello specifico funzionale-abitativo, il pieno status di arte, intesa nell'accezione contemporanea, come attività volta innanzitutto a fertilizzare la società, sviluppare concetti, instillare dubbi, provocare e dissacrare, deragliare dai binari. dietro al richiamo etico si cela nient'altro che il richiamo ad una disciplina architettonica sedativa, volta a fomentare nel pubblico un placido senso di identificazione senza tanta inutile crescita intellettuale.

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Commento 9141 del 26/11/2010
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Prescindendo dall'articolo di Ugo Rosa (ironico e simpatico fin che si vuole ma irrimediabilmente nichilista e reazionario) e parlando invece di architettura, colgo l'occasione per sollevare una domanda: perché quando si parla e si scrive del Maxxi, per celebrarlo o per stroncarlo, nessuno ricorda mai che si tratta di un progetto di cui è stata realizzata soltanto una parte e che rimane pertanto palesemente mozzato e incompiuto? Questo aspetto mi sembra imprescindibile per qualsivoglia lettura critica del progetto, almeno per tre motivi:

- rispetto a tanti altri progetti di Hadid, magari più oggettualmente scultorei, il progetto del Maxxi propone il suggestivo tema dei flussi spaziali: tema che tuttavia necessita di un sufficiente grado di reiterazione-proliferazione altrimenti rimane depotenziato. Tutto l'interesse dovrebbe nascere dall'esperienza della complessità spaziale e della circolazione intrecciata, dalla percezione labirintica dei flussi spaziali. Era un tema rigorosamente quantitativo che, realizzato a metà, perde metà del suo interesse nel solo sfoggio qualitativo: meno flussi = meno complessità. Per non parlare della presenza di un flusso-percorso che si interrompe bruscamente perché manca la parte di progetto in cui doveva proseguire...

- il tema dei flussi spaziali poteva avere una grande valenza urbana: il Maxxi non voleva essere un edificio volumetricamente circoscritto bensì la saturazione interstiziale di un'area urbana con flussi spaziali di percorrenza, che tali potevano e dovevano rimanere anche a livello strada. Realizzare metà edificio gli ha tolto ogni carattere di brulicante densità, perdendo il valore di saturazione interstiziale a favore di una semplice esibizione di volumetria: volumetria, peraltro, nemmeno tanto interessante, perché pensata per essere altro. Recintare l'area del Maxxi, ha poi definitivamente tolto ai flussi ogni implicazione di attraversamento urbano.

- il tema dei flussi spaziali vuole instaurare una affascinante corrispondenza spazio-fruitiva con le modalità dell'allestimento museografico: lungi ovviamente dal proporsi come contenitore neutrale e quindi facilmente allestibile, il Maxxi pretende di interagire costruttivamente con l'attività museografica che si svolgerà al suo interno. I flussi spaziali chiedono di essere reinterpretati al variare delle esigenze espositive: un evento per ogni flusso, gli snodi tra i flussi come snodi tematici fra diversi eventi correlati, l'intrecciarsi dei flussi come diramazioni tematicamente diversificate dello stesso evento etc etc. Il Maxxi ambirebbe a divenire un interessante esempio di connubio interattivo tra contenitore e contenuto, da reinventare concettualmente ad ogni mostra: purtroppo, anche sotto il profilo museografico, la minore reiterazione-proliferazione dei flussi irrigidisce le potenzialità di interazione espositiva.

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Commento 5309 del 03/05/2007
relativo all'articolo I guai di Tafuri
di Luigi Prestinenza Puglisi


Proseguo il dibattito con il sig. Pacciani, ringraziandolo ovviamente per la puntuale risposta. E parto rispondendo a mia volta ad alcune sue domande.

"chi l'ha detto che ogni architetto debba sviluppare un proprio esclusivo tema linguistico?"
io non l'ho detto di certo: magari potesse essere così, saremmo una categoria composta tutta da geni! Nella realtà delle cose, ci saranno architetti in grado di farlo ed altri, magari bravissimi, che si limiteranno a sviluppare temi proposti da altri e forse li arricchiranno di nuove interpretazioni inespresse o semplicemente contribuiranno a divulgarli: rendendoli parte integrante del nostro immaginario collettivo e quindi partecipando attivamente ad una 'fertilizzazione concettuale' della società in cui viviamo. Mi sembra che questo sia un meccanismo comune da sempre a tutte le arti, non esclusa l'architettura. E, leggendo, come da suo invito, gli altri interventi del sig. Pacciani su Antithesi, mi sembra che sia un meccanismo a lui affine, nella misura in cui simpatizza per l'architettura spontanea del passato, fatta non dai celebrati maestri ma dagli oscuri mastri muratori. Forse però il sig. Pacciani è vittima di un pregiudizio sulla contemporaneità: credere che i temi proposti dai maestri contemporanei non siano abbastanza profondi e importanti (e concettualmente di interesse collettivo) per meritare questo processo di ripetizione e divulgazione.

"chi l'ha detto che ogni architetto debba dire qualcosa di nuovo?"
idem come sopra.

"chi l'ha detto che ogni cosa di nuovo può essere importante?"
appunto: 'può' essere importante, non necessariamente lo è. Ci mancherebbe altro che si propugnasse il nuovo fine a se stesso! Se un architetto iniziasse un progetto sforzandosi di tirar fuori dal cilindro qualcosa mai fatto prima, senza alcuna altra motivazione, lo considererei abbastanza superficiale. Però le vie dell'arte sono infinite: magari da quel gesto superficiale del 'nuovo per il nuovo' ne scaturisce un input per qualche altro architetto, più bravo e più impegnato, che ne potrà trarre ispirazione per fare qualcosa di davvero importante. E comunque la ricerca del nuovo, se può celare aspetti superficiali, d'altro canto incarna pienamente una delle caratteristiche pregnanti dell'arte: essere sempre al passo coi tempi, o meglio uno o due passi avanti ai tempi, per esprimere e interpretare incessantemente la dimensione della contemporaneità.

"chi l'ha detto che il pubblico debba pagare lo scotto di abitare dei luoghi che non gli appartengono per dare la possibilità di esprimere contenuti profondi dell'arte?"
premettendo che io parlavo dello scotto che paga l'artista barattando una certa distanza del pubblico in cambio della libertà d'espressione (un aspetto cardine di tutta l'arte del novecento, tanto cardine da essere ormai banale parlarne), credo che qui si venga al vero nocciolo della questione. Poiché non stiamo parlando di macro-politica urbanistica, con conseguente e innegabile impatto sociale, bensì di linguaggio architettonico più o meno presuntamente autoreferenziale, io sono portato a nutrire seri dubbi sull'entità del disagio delle persone di fronte all'architettura contemporanea: così come, specularmente, nutro seri dubbi sulla effettiva incidenza del linguaggio architettonico, di qualsivoglia tendenza, sulla vita e sui problemi delle persone. In altre parole, non credo che l'architetto abbia oggi, nè abbia mai avuto, alcun tipo di pregnante responsabilità sociale 'diretta' a guida del suo operare, tranne quella (importantissima ma 'indiretta') di sfruttare al meglio ogni occasione progettuale che gli si offre, trasformando una semplice richiesta funzionale in un testo artistico comunicativo. La questione è senz'altro complessa e non ho la pretesa di esaurirla in queste poche righe. Mi limito a buttare lì alcune riflessioni in ordine sparso: siamo così convinti che il senso di appartenenza ad un luogo (ammesso e non concesso che costituisca un obiettivo davvero socialmente rilevante) possa essere perseguito e progettato a tavolino, scegliendo di progettare in un modo piuttosto che in un altro? oppure tale senso identitario scaturisce, quasi proustianamente, da uno sfaccettato insieme di percezioni soggettive stratificate nel tempo, cui il linguaggio architettonico contribuisce poco o nulla? Ricordo che il mio primo professore di progettazione è stato Paolo Zermani, incorruttibile alfiere del contesto, del luogo, della permanenza della storia: da brava matricola, era il '91, mi concessi con alcuni amici un tour delle prime architetture zermaniane, disseminate nei paesini della provincia parmense: non ci volle molto ad accorgerci di come gli abitanti di quei luoghi usassero amenamente schernire gli studenti che sfilavano in processione adorante: fu strano (e divertente) scoprire che tutte quelle persone non avvertivano alcuna affinità con le architetture zermaniane, così sensibilmente calat

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Commento 5305 del 24/04/2007
relativo all'articolo I guai di Tafuri
di Luigi Prestinenza Puglisi


Rispondendo all'intervento del sig. Pacciani, faccio una confessione: io sono un architetto autoreferenziale! Nel senso che concepisco lo svolgimento della mia professione (potrei dire pratica artistica?) come il tentativo di assolvere al programma funzionale richiesto dalla committenza sviluppando nel contempo un tema 'linguistico' che spero possa rivelarsi di qualche interesse. In altre parole, ho sempre ingenuamente creduto che il mio ruolo di architetto consistesse nel lavorare sugli elementi costitutivi dell'architettura stessa: spazio, volume, dettaglio e reciproche interazioni compositive! Ora, apprendo dal sig. Pacciani, e con mio grande dispiacere, che col mio operare scriteriato (per quel pochissimo che mi è dato realizzare) sto contribuendo alla morte dell'architettura e mi sto macchiando le mani del male assoluto! Ovviamente sono entrato in piena crisi esistenziale e ho subito messo in discussione il mio intero sistema valoriale: ma, partendo dal basso dei miei 35 anni, nutro fiducia di poter ancora ravvedermi e rientrare nei binari dell'architettura buona e giusta: implorerei quindi sinceramente il sig. Pacciani di aiutarmi e di spiegarmi 'concretamente' come deve operare un architetto che non voglia limitarsi a fare progetti belli, magari concettualmente stimolanti e problematici, bensì voglia rendersi davvero utile al benessere della comunità in cui vive! Per agevolare l'ingrato compito educativo che mi permetto di chiedere al sig. Pacciani, aggiungo alcune considerazioni personali, che ritengo sintomatiche del grado di perversione culturale in cui ho finora versato:
a) ho sempre creduto che l'architettura, pur col pesante fardello delle sue specificità disciplinari, fosse una forma d'arte come tutte le altre e che come tale si ponesse l'obiettivo, nelle sue espressioni più alte, di comunicare concetti: elaborare interpretazioni del mondo della realtà della storia, stimolare intellettualmente e anche provocare il pubblico, fertilizzare la società con input culturali.
b) ho sempre creduto che la buona riuscita di un'opera d'arte non potesse valutarsi con parametri commerciali un tanto al chilo, a seconda del successo immediato di impatto sul pubblico, ma che anzi fosse fisiologicamente connesso a qualsivoglia disciplina artistica un certo grado di difficoltà nel rapporto col pubblico: perché quanto più quello che ho da dire è nuovo e importante (magari importante proprio perché nessuno vuole che lo si dica) tanto meno il pubblico sarà naturalmente e spontaneamente propenso ad ascoltarlo. E quindi ho sempre creduto che l'arte svolgesse il suo compito per tempi lunghi e per canali indiretti, per lenta germinazione culturale collettiva, e che una parziale distanza temporanea da parte del pubblico fosse un sano scotto da pagare in cambio della possibilità di esprimere contenuti davvero profondi.
c) ho sempre creduto che, tra tutte le forme d'arte, l'architettura fosse una delle più irriducibilmente autoreferenziali (forse seconda solo alla musica). Perché se sono uno scrittore o un cineasta o un artista più o meno figurativo dispongo, nello specifico disciplinare della mia attività, di vari gradi espressivi più o meno direttamente comunicativi (ovvero posso scegliere di lavorare autoreferenzialmente sul linguaggio ma posso anche esprimere il mio pensiero in maniera più diretta e quasi comprensibile a tutti lavorando sulla trama, sulla cronaca sociale, sulla satira politica, sull'enunciato filosofico, sulla caratterizzazione psicologica, sull'immagine esplicativa...), mentre se sono un architetto, nonostante lo stretto legame fruitivo tra la mia opera e il pubblico, faccio un po' più fatica a comunicare 'direttamente' il significato delle mie scelte spazio-volumetriche e mi devo accontentare di una interpretazione largamente traslata e mediata da parte del pubblico.
d) ho sempre creduto che, in fondo in fondo, tutte le polemiche sull'autoreferenzialità siano un po' sterili: perché se un artista utilizza un'elaborazione strettamente linguistica per esprimere contenuti di interesse collettivo è poi davvero così autoreferenziale? Oppure l'autoreferenzialità è quasi sempre nell'occhio di chi la vede tale perché non ha gli strumenti culturali necessari a comprendere il testo artistico che si trova di fronte e pertanto gli sembra solo un vuoto giochino di segni?
e) non ho mai capito (per quanto mi ci sia sforzato) a cosa ci si riferisca 'concretamente' tutte le volte che si parla amenamente dell'intrinseco valore dell'abitare, delle reali esigenze delle persone e che si invitano gli architetti al rispetto del loro ruolo sociale. Giuro: non l'ho mai capito! A meno che non ci si riferisca a: 1) il fatto che il mercato edilizio sia pieno zeppo di committenti, pubblici o privati, così fessi da farsi tranquillamente costruire edifici inabitabili e infruibili ad opera di architetti malati di mente 2) una serie di esigenze e aspettative sociali a cui il progetto di architettura non pu

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Commento 1433 del 07/10/2006
relativo all'articolo Addio a Vico Magistretti
di la Redazione


Veramente bello, questo aneddoto sull'ora legale! Questo "atto di un'eleganza concettuale straordinaria" sembra quasi a metà strada tra pragmatismo funzionalista e antropocentrismo duchampiano! Mi piace molto la sensazione che si prova quando, alla luce di una nuova improvvisa interpretazione, si percepisce in modo diverso una cosa banalissima che si era sempre conosciuta.

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Commento 1340 del 03/08/2006
relativo all'articolo I veri mostri
Articolo in risposta a Terranova

di Mara Dolce


Chiedo scusa per la forse eccessiva vis polemica, ma non posso che dichiararmi annichilito dalla sequela di amene banalità, senza capo nè coda, sciorinate da Mara Dolce. Ma che siamo in un film di alberto sordi? O in un sito di Italia Nostra?

L'annoso e spinoso dibattito su Corviale equiparato ai piagnistei conservatori contro l'Ara Pacis di Meier? L'intelligente campagna di antiretorica sensibilizzazione culturale degli 'Amici del Mostro' definita un 'imbarazzante ludicismo'? (a me invece crea parecchio imbarazzo la moda di appioppare l'epiteto di ecomostro a qualsivoglia edificio, perfettamente legale, che disturbi l'arcadico senso estetico di certi signori...) Un personaggio spudoratamente neo-con come Giorgio Muratore (fomentatore, tra l'altro, di ininterrotti piagnistei antimeieriani sul blog Archiwatch), che detesta cordialmente qualunque poetica architettonica non risalente ai tempi in cui era giovane e bello, messo sullo stesso piano di Antonino Terranova, semplicemente per la comune difesa di Corviale? L'ottima analisi di Terranova sulla vicenda Ara Pacis (cui peraltro Mara Dolce pretenderebbe di rispondere) limitata e circoscritta ad una frase, ovvero all'ovvia ammissione di alcuni problemi di base (nefasta ingerenza della soprintendenza) che minano parzialmente la buona riuscita del progetto di Meier? I mali dell'architettura italiana attribuiti alle posizioni culturali di Muratore, Terranova 'e altri come loro' (posizioni peraltro, come già detto, antitetiche)? I presunti problemi urbanistici generati dall'edificio di Meier tranquillamente paragonati, con elegante similitudine, ad un malfermo ponte odontoiatrico nella bocca del sig. Terranova? Effettivamente, l'iniziale citazione morettiana non è abbastanza calzante: siamo in piena zona Vanzina!
Tuttavia, a ben guardare, un filo conduttore concettuale nell'articolo di Mara Dolce in fondo esiste: ed è la trita, populista, acritica contrapposizione tra valore della 'abitabilità' e valore della 'idea'! Contrapposizione che, tradotta in termini di dibattito architettonico, significa semplicemente rifiuto dell'architettura come forma d'arte espressiva e comunicativa. Tutti gli artisti praticanti altre discipline sono tanto più bravi quanto più hanno un messaggio profondo da comunicare, quanto più esprimono una personale visione della realtà, un'originale analisi della società, quanto più stimolano il pubblico a pensare, quanto più dicono le cose che nessuno vuole sentire: gli architetti, invece, non lo possono fare, perché altrimenti deturpano il territorio, ammorbano i cittadini coi loro formalismi egocentrici, talvolta addirittura (corre voce) minano le basi della quiete sociale! Borges è stato un genio, però, sai, era uno scrittore... se fai l'architetto il tuo modello deve essere Barbara Cartland, il tuo dovere è perseguire una quieta e armoniosa abitabilità, che mandi tutti a letto col sorriso sulle labbra! Probabilmente, un bravo architetto riesce anche a dare qualcosa in più sul piano del mero piacere di abitare, ma vorrei che mi si spiegasse una volta per tutte che cos'hanno di così tremendamente inabitabile le tante villette a schiera o palazzine geometresche che affollano il nostro immaginario urbano: il problema, semmai, è la carenza sul piano dell'espressione contenutistica, dello stimolo intellettuale, del coinvolgimento emotivo e, soprattutto, sul piano dello scardinamento dei canoni estetici consolidati.

Spunto di riflessione: tutto il percorso critico e progettuale di Peter Eisenman (a opinabilissimo parer di chi scrive, il più importante architetto del '900) prende le mosse, circa trent'anni fa, da una considerazione semplicissima, al limite del banale, che si può sommariamente riassumere così: l'architettura è rimasta indietro, rispetto a tutte le altre arti, come capacità di esprimere lo spirito del tempo ovverosia il relativismo novecentesco; questo fatto è dovuto all'intrinseco legame della disciplina architettonica con l'idea di abitare e conseguentemente con l'idea di stabilità; al contrario delle altre arti, l'architettura non è riuscita a crearsi un linguaggio compiutamente moderno, ovverosia destabilizzante, poiché era più difficile destabilizzare una disciplina che risultava intrinsecamente legata all'idea stessa di stabilità; affinché questo avvenga, bisogna temporaneamente separare la prassi architettonica da ogni zavorra extralinguistica (stabilità, abitare, luogo, firmitas, funzionalità) per immergerla in un rigeneratore bagno autoreferenziale; solo quando l'architettura avrà sviluppato un proprio autonomo linguaggio compiutamente moderno, allora potrà ricominciare ad assolvere a tutte le istanze extralinguistiche che la caratterizzano, ma esprimendo nel contempo, al pari delle altre arti, lo spirito del relativismo novecentesco.

Quanto Eisenman auspicava credo in questi trent'anni sia in gran parte avvenuto, perlomeno a livello di architettura 'alta'... molte nuove

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Commento 1107 del 17/03/2006
relativo all'articolo Marmellata Italiana alla Triennale
di Paolo G.L. Ferrara


Credo che le critiche alla trasparenza dei concorsi facciano sempre bene, in linea di principio, ma che purtroppo siano anche, il più delle volte, difficilmente dimostrabili nei fatti e quindi facilmente decadibili nell'illazione. Se effettivamente l'Anas fosse in procinto di affidare a Casamonti importanti incarichi in Albania, saremmo effettivamente di fronte perlomeno ad una grossa coincidenza, ma mi sembra di capire si tratti solo di supposizioni del collega Giusti. E comunque, per fortuna o purtroppo, le coincidenze capitano ed è obiettivamente più facile che capitino a Casamonti, onnipresente mago delle pubbliche relazioni, piuttosto che ad altri architetti, magari anche più bravi, ma chiusi nel loro piccolo studio a fare piccoli progetti. Personalmente non mi scandalizzo di fronte alla capacità di pubbliche relazioni, perché è una qualità necessaria alla nostra professione, bensì la invidio nella misura in cui risulta un modus vivendi e operandi purtroppo a me lontanissimo. E soprattutto non mi scandalizzo quando tale capacità di pubbliche relazioni risulta brillantemente coniugata ad un'alta qualità progettuale, come nel caso dello studio Archea che, a parer di chi scrive, rappresenta una delle poche realtà interessanti nel piatto panorama dell'architettura italiana. Per quel poco che sono riuscito a capirne dalle scarne immagini pubblicate su Europaconcorsi, quello di Archea per il concorso dell'Anas mi sembra un buon progetto. E devo aggiungere che invece mi scandalizzano abbastanza alcune frasi lette negli interventi del collega Giusti, in cui si invoca una sorta di ritorno all'ordine, si declama un rifiuto dell'architettura troppo espressiva o comunicativa (in altre parole: rifiuto dell'architettura come forma d'arte) e addirittura si professa una presunta 'attuale necessità' di oggettività linguistica e di contingente legame col sito. Io, nell'attuale momento dell'architettura italiana, sento la necessità esattamente opposta, anche perché veniamo da trenta e più anni di tipologia e contestualismo.

p.s.
sarei anche curioso di sapere per quali arcane motivazioni una persona politicamente di sinistra (pare, il sig. Virano) che, in qualità di giurato, valutasse meritevole il progetto di Archea, così facendo rinnegherebbe i suoi ideali...

buona giornata a tutti

alessio lenzarini

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Commento 1017 del 18/01/2006
relativo all'articolo L'Architettura Cronache e Storia chiude.
Le ra

di Sandro Lazier


Proseguo, sperando di non annoiare, la conversazione a distanza con Vallenzasca. Lungi da me, mi auguro che fosse chiaro, inneggiare plaudente alle logiche di mercato in quanto tali, figuriamoci poi alle ricadute culturali che causano. Io parlavo infatti di 'qualità della domanda' come fattore determinante la qualità dell'offerta e ne parlavo in merito al mondo dell'architettura, che si potrebbe supporre, forse ingenuamente, più esigente e preparato rispetto al passivo e supino mondo del pubblico televisivo. E intendevo suggerire che forse, prima di prendercela con gli editori, il cui mestiere rimane comunque quello di vendere copie, potremmo fare perlomeno una bella disamina sui lettori di riviste d'architettura. Io sinceramente di editoria non mi intendo affatto e non ho mai vissuto dall'interno il settore delle riviste di architettura: parlo esclusivamente da lettore e da architetto. E faccio un ragionamento banale banale: per la sopravvivenza di una rivista non si può prescindere dalle entrate pubblicitarie; la pubblicità sulle riviste di architettura credo sia principalmente finalizzata agli addetti ai lavori (più che al privato che talvolta si trovi a sfogliare una rivista di settore perché deve arredare o ristrutturare casa); sono prevalentemente gli addetti ai lavori che comprano le riviste e che quindi ne determinano la tiratura, il successo commerciale e la conseguente appetibilità pubblicitaria; una qualche responsabilità nell'innalzamento o nell'abbassamento del valore culturale delle riviste, pertanto, noi architetti ce l'avremo. Visitando il sito di Mondadori, ho appreso che VilleGiardini vende il doppio delle copie di Casabella. Probabilmente, qualche ricca signora in sfregola di casa al mare andrà in edicola a comprare VilleGiardini, ma non credo che questo basti a giustificare il doppio delle copie di Casabella. Siamo seri: la tiratura delle riviste può essere un buon criterio di valutazione dello spessore culturale degli architetti italiani. E il dato di fatto che ci troviamo davanti (lo dico anche e soprattutto per esperienza quotidiana) è che in gran parte gli architetti (per non parlare dei cugini geometri e ingegneri) si sentono letteralmente 'estranei' sia all'architettura 'alta' (diffusamente avvertita come un giochino elitario di antipatiche 'archistar' superpagate) sia tantopiù al dibattito puro (diffusamente avvertito come una futile masturbazione mentale di critici oziosi) e preferiscono leggere riviste in cui (tragicamente) possono riconoscersi, perché vi trovano pubblicati progetti vicini al loro mondo professionale e al loro gusto, progetti di semplice edilizia qualitativa da cui eventualmente rubare qualche spunto. Questa è una realtà culturale da cui non si può prescindere se si parla di storiche testate che chiudono o che versano in stato di difficoltà e devono più o meno prostituirsi per sopravvivere. Il fatto che l'editoria cavalchi tale realtà, mi sembra fin troppo normale, mentre ritengo molto più preoccupanti tutti quei fattori (lungo elenco, in cui non oso inoltrarmi) che hanno determinato un livello culturale così basso per la categoria cui appartengo. E il tutto, ovviamente, senza entrare nel merito critico delle scelte editorial-culturali di questa o quella storica rivista d'architettura nella sua gestione attuale.
buona giornata a tutti
Alessio Lenzarini

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Commento 1013 del 16/01/2006
relativo all'articolo L'Architettura Cronache e Storia chiude.
Le ra

di Sandro Lazier


Rifacendomi all'intervento di Vallenzasca, concordo pienamente con l'analisi del circolo vizioso pubblicitario che mantiene in vita le riviste di architettura, ma dissento altrettanto pienamente dalle conclusioni tratte. Certo, sarebbe bello, in tutti i campi e non solo nel nostro, avere editori coraggiosi e appassionati mossi da qualche interesse di divulgazione culturale e non solo dal farsi la barca nuova... però alla fine dei conti ognuno fa il suo mestiere: se gli architetti italiani, cui la pubblicità è finalizzata, preferiscono leggere una rivistina ultra-generalista come Dcasa della Repubblica piuttosto che Domus o l'ArchitetturaC&S, forse vorrà dire che qualche problemino ce l'abbiamo all'interno della categoria... personalmente, Dcasa la sfoglio con piacere quando vado a prendere i ravioli al vapore in rosticceria cinese, ma non mi era mai sembrato un prodotto che potesse rivestire qualche interesse per gli addetti ai lavori...
A parte l'esempio di Dcasa, voglio semplicemente dire che forse gli architetti italiani, così come per molte altre questioni, hanno alla fin fine le riviste che si meritano: anche la qualità della domanda è una legge di mercato.
buona giornata a tutti
Alessio Lenzarini

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Commento 990 del 18/11/2005
relativo all'articolo Con il CoDiArch per il Consiglio dell'Ordine di Mi
di Paolo G.L. Ferrara


Sono iscritto all'Ordine degli Architetti di Bologna dal 2000 (e forse ho avuto poco tempo per un'elaborazione del significato...) ma sinceramente mi sfugge ancora il motivo fondante dell'esistenza stessa degli ordini professionali. Non intendo banalizzare la questione con visioni anarco-individual-liberiste, ma tutto sommato se il significato degli ordini deve ridursi all'erogazione di un 'servizio' agli iscritti, in termini di tutela legale o di proposte formative o di qualsivoglia altra cosa, mi sembra abbastanza assurdo essere obbligati a pagare un servizio senza potere scegliere da chi e come riceverlo: e dico questo anche postulando la migliore delle ipotesi, ovvero un ordine professionale che quel servizio lo eroghi davvero, efficientemente, con vocazione paritaria alle esigenze di tutti gli iscritti, senza nessun abuso di potere o lobbismi vari. Se invece si suppone che il significato degli ordini vada al di là dell'erogazione di un servizio e consista cioè nel 'rappresentare' i suoi iscritti, in senso quanto più ampio si vuole, allora le cose cominciano ad essere complesse.
In generale, ho l'impressione che la concezione attuale dell'ordine professionale sia ancora abbastanza legata a vecchi schemi socio-economici, ad uno spirito 'corporativo' proprio di un mondo in cui la 'professione' la praticavano in pochi, e quei pochi si conoscevano più o meno tutti fra loro, e appartenevano ad una precisa classe sociale che condivideva esigenze, obiettivi, interessi innanzitutto socio-economici e poi, eventualmente, culturali. Mi spiego meglio: ho spesso l'impressione che il significato dei nostri ordini rimandi ancora ad una concezione di dignità insita tautologicamente nella professione di architetto, come se la dignità e il valore professionale non derivasse da come si svolge tale professione bensì dal fatto stesso di praticarla e potere scrivere 'arch.' sul biglietto da visita. Oggi di laureati in architettura ne abbiamo in abbondanza, sparsi tra tutte le classi sociali (che ancora esistono, non scherziamo) e molti fanno lavori che non centrano nulla con la loro laurea, e molti altri svolgono le mansioni che un tempo erano appannaggio dei geometri oppure si sono specializzati nelle nuove mansioni della computer-grafica, e moltissimi sono i dipendenti (o simil-dipendenti) malpagati di loro colleghi più bravi o più fortunati, e alcuni fanno i burocrati o, peggio, i censori nelle pubbliche amministrazioni, e pochi svolgono la libera professione e pochissimi la svolgono con il coraggio, il talento, la voglia e il tempo per coniugarla a qualche discorso contenutistico-espressivo. Pertanto mi chiedo: non è un po' difficile, anche con le migliori intenzioni, che un ordine riesca a tutelare contemporaneamente tutte queste diverse specificità della professione (sarei tentato di dire: 'diverse figure professionali')? Come possono essere oggetto di tutela paritaria il datore di lavoro e il suo dipendente? Per non parlare, poi, di questioni di natura strettamente culturale: architetti, pianificatori, paesaggisti, conservatori... non nascondiamoci dietro alla bugia che si tratta sempre della stessa professione! E' senz'altro vero che per il momento queste differenziazioni del corso di laurea stanno trovando poca applicazione reale nel mondo del lavoro, ma se in futuro troveranno un riscontro concreto (cosa forse auspicabile) non ci si potrà certo nascondere una contraddizione insita perfino nel nome stesso del nostro ordine professionale: contraddizione non di interessi economici ma, ben più marcata, di vocazione intellettuale. Ammetto, con spirito tra lo scherzoso e il polemico, che personalmente non mi risulta graditissimo, in termini di principio, pagare ogni anno un'iscrizione ad un ordine che dovrebbe rappresentare sia me, ingenuamente orgoglioso del mio ruolo di progettista, sia altre figure che non riesco a non sentire alla stregua di miei 'nemici naturali': figure come, appunto, i pianificatori, i paesaggisti e i conservatori che, nella mia soggettivissima visione delle cose, dovrebbero risultare depositari, nel gioco democratico delle parti, di una propensione alla gestione e allo sviluppo del territorio quantomeno alternativa alla mia (per non dire opposta).
Se cambia il sistema socio-economico-culturale entro cui si attua l'esercizio della professione di architetto, allora dovrebbe cambiare -radicalmente- anche la concezione stessa dell'ordine professionale. E questo probabilmente può avvenire, per usare una vecchia categoria critica, sia con le riforme (ovvero nuovi programmi e nuove idee) sia con la rivoluzione (ovvero abolizione degli ordini e nascita di un qualcos'altro ' X ').

Avanzo un'aspettativa a dir poco utopica: davanti ad un'attività professionale che, rispetto a qualche decennio fa, risulta maggiormente condizionata dai quadri normativi di riferimento, sempre più complessi e invasivi della libertà espressiva, il futuro ruolo dell'ordine degli architetti non potrebbe

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