Giornale di Critica dell'Architettura

66 commenti di Andrea Pacciani

Commento 14445 del 09/01/2017
relativo all'articolo Il progetto di Fuksas per il Centro Congressi Ital
di Sandro Lazier


"contenere sale ed auditorium in una configurazione informale rispetto all’involucro stereometrico che la ospita".
Ciò non accade nell'edificio di Fuksas poichè stereometriche sono gli spazi interni delle sale e dell'auditorium per cui il formalismo della nuvola è assolutamente gratuito e manierista; pertanto nulla di nuovo per questa triste architettura fatta da un inutile groviglio di putrelle...
Siamo fermi ai capricci di un re sole dell'architettura moderna, poco cambia da questo progetto di casa elefante:

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Elephant_fountains#/media/File:Ribart_Elephant_triomphal.jpg



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9/1/2017 - Sandro Lazier risponde

Stereometrici gli interni della nuvola?
Dalle sezioni non direi proprio.

Commento 14399 del 30/08/2016
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


“L’adagio nostalgico:’Com’era, dov’era’ è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.” (Brandi 1977)

"Non si deve allontanare la gente da dove ha vissuto. Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata, Accumoli, Grisciano: bisogna ricostruire tutto com’era e dov’era. Sradicare le persone dai loro luoghi è un atto crudele. Vuol dire aggiungere sofferenza alla sofferenza". [...] "Bisogna ricostruire tra le pietre, le soglie e la gente che la abita". [...] "L’anima dei luoghi non si può cancellare (Renzo Piano 2016)

Ci sono voluti 40 anni....

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Commento 12500 del 17/07/2013
relativo all'articolo Daniel Libeskind di Attilio Terragni
di Sandro Lazier


Oh! Finalmente qualcuno che si ricorda come il decostruttivismo sia stato l'ultimo colpa di coda di Pjilippe Johnson, il più proflifico e longevo stratega delle stagioni dell'architettura moderna, che ha saputo cavalcarla e traghettarla dal razionailsmo degli albori (fu allievo di Gropius) a quello maturo degli anni 60' dell'international style al postmodernismo negli '80 ed infine intuendone l'ultimo fuoco d'artificio nel decostruttivismo a 95 anni suonati, una e vita e una carriera al soldo dei Rockefeller.

E' proprio nella parabola eclettica del suo fondatore che bisognerebbe leggere le opere di che di volta in volta ha cavalcato le mode di una sperimentazione formale alla ricerca dell' espressionismo in architettura, sulla pelle delle generazioni che con quegli edifici hanno dovuto e dovranno convivere.

In un epoca di sostenibilità ambientale, di salvaguardia dallo spreco di territorio e di risorse rinnovabili il "non senso" di certe architetture sperimentali fanno rimpiangere a quando queste energie si concentravano nei padiglioni e per gli eventi delle Esposizioni Internazionali, nelle architetture scenografiche, e in quelle teporanee di spettacolo, ovvero in tutte quelle costruzioni progettate e costruite per celebrare la contemporaneità non dovessero intralciare la convivenza delle generazioni successive.

Una costruzione architettonica ha una durata media di un centinaio d'anni (il cemento armato dai manuali di tecnica non è garantito per di più di tanto,...meno male..), 4 generazioni di persone che vivono vite completamente diverse e lontane tra di loro su ogni fronte con la distanza generazionale sempre più ampia.

Mi piacerebbe che gli architetti sapessero progettare nella consapevolezza morale della durata delle proprie costruzioni nel lungo termine, non solo materiale ma anche della loro fruizione.
Non credo che a Liebeskind o Ghery e ai loro committenti interessi che tra 2 o 3 generazioni i loro edifici possano servire a qualcosa o a qualcuno, o siano manutenibili, restaurabili, ampliabili o modificabili, ma poichè la conemporaneità con cui sono stati progettati e costruiti passerà molto più velocemente della durata fisica degli edifici questo diventerà un problema.

Il danno conclamato è quello di una prevaricazione della libertà espressiva dell'architetto a danno della libertà di chi dovrà vivere in futuro in quei luoghi che non gli apparterranno più o che sarà costretto a demolire e ricostruire anzitempo.

E' un gioco che funziona ed ha funzionato per un secolo a tutto vantaggio del continuare a costruire senza interruzione alimentando la speculazione edilizia, rinnovando le poetiche espressive ogni vent'anni ed oggi inseguendo l'impreparazione culturale dei paesi in via di sviluppo

Ma oggi tutto questo sembra privo di senso. Qual'è il patto generazionale? Fino adesso è stato: ti lascerò una città più grande, più bella e più nuova in cui vivrai meglio grazie alle tecnologie ad oggi disponibili.

Oggi sembra tanto una promessa a cui non crede più nessuno.

La promessa dovrebbe essere: ti lascio una città più a misura d'uomo, con consumi contenuti, che potrai manutenere con poca spesa, adattabile nel tempo a nuovi usi, nuove funzioni e nuovi ospiti che oggi non sappiamo nemmeno immaginare.

E' qui che faccio fatica a vedere ancora vivo l'ultimo sogno di Philippe Johnson!


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Commento 10149 del 02/05/2011
relativo all'articolo La Fiera e la Moda
di Gianni Marcarino


Vilma dice: "In definitiva mi pare che la sfida del mercato si giochi oggi tra la durata nel tempo di un oggetto di qualità per pochi e la transitorietà di un oggetto usa e getta per molti, già all’origine concepito per una breve durata perché destinato comunque ad essere eliminato per obsolescenza".
E' esattamente il mio pensiero anche se rirtengo che la sfida sia già finita e persa.
Dei primi oggetti si occupa il design griffato europeo che prende a modello gli scenari consolidati della moda.
Dei secondi oggetti si occupano studi cinesi, indiani e coereani che lavorano per il 99% dei prodotti messi sul mercato.
L'utopia del design italiano di trent'anni fa, se ti ricordi bene, e che per inerzia forse si insegna ancora nelle scuole oggi, era quella che il Design colto del Bauhaus e compagnia cantando avrebbe cavalcato la produzione industriale del globo migliorando la vita di ciascuno.
Purtroppo non è andata così; la produzione di massa di ogni settore è emigrata fuori europa e così la sua progettazione, se ci guardiamo intorno vediamo che gli oggetti che ci circondano passati sotto la buona progettazione del deisgn sono pochissimi, meno forse dei tempi di Castiglioni e Zanuso.
Lo iato tra Design e non Design è enorme e incolmabile senza possibilità di recupero; il design dell'elettronica di da bene il polso della situazione; apple e qualche altra marca leader puntano sul design e i suoi costi ma il 99% del venduto non ha alcun interesse a fare degli oggetti giusti.
Il Design perciò sopravvive e può sopravvivere solo mettendosi alla guida di tendenze d'elite da rinnovare di continuo per non essere raggiunti dalla produzione di massima, esattamente come nella moda.
pensiamo solo ai continui restilying delle automobili che sono ormai annuali (una volta un modello rimaneva uguale a se stesso per almeno 4 anni!)
Sicuramente la durata di vita un oggetto è ormai assimilata a quella di un capo di abbigliamento (non considerando l'usa e getta) non ci vedo nulla di male se mercato e produzione usino ormai gli stessi scenari di comunicazione con il pubblico

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Commento 10145 del 29/04/2011
relativo all'articolo La Fiera e la Moda
di Gianni Marcarino


"design inteso come tensione tra funzione, forma, materiali, innovazione" è quello che mi hanno insegnato 25 anni fa al politecnico di Milano, quello di Castiglioni e Zanuso. Nobilissimo, bellissimo e raffinatissimo finchè si vuole ma oggi il mondo è cambiato, in peggio ma è cambiato dobbiamo prenderne atto. A quei tempi c'erano pochi oggetti e si pensava che si potesse pian piano riprogettarli tutti educando l'utente finale ad usare le cose migliori qualitativamente e più belle.
Ma il mercato ha travolto tutto come uno tsunami: l'offerta dei prodotti di consumo è talmente elevata che non c'è spazio per oggetti durevoli e di qualità se non per piccoli numeri e un elite di persone che se lo possono permettere.
La missione educativa e sociale del design del secolo scorso è fallita (tanto quanto quella dell'architettura moderna che però ha fatto danni maggiori), travolta dal mercato della globalizzazione da tecnologie, innovazioni e forme e che si bruciano nel tempo di una stagione esattamente come avviene nella moda.
Non vedo nulla di strano perciò se il mondo del design di oggi ripropone gli stessi copioni della moda e la tv tratti il design alla stessa stregua della moda; infatti con cadenza annuale (per ora) c'è il lancio della stagione al salone con grandi eventi "fuori salone" per presentare l'equivalente dell'alta moda, nel design di quest'anno; perciò griffes e stilisti autoreferenziati dalle elite che danno l'imput stilistico al pret a porte che è rappresentato dalle case che invadono il mondo di oggetti che non si riesce nemmeno a consumare o perchè si rompono subito o perchè nel giro di un anno ce li ricompriamo più aggiornati stilisticamente.
Al design rimane solo il mondo della prototipazione e della sperimentazione, ma non quello della produzione degli oggetti che adoperano le masse di persone comuni; tanto quanto le architetture moderne rimangono per le elite colte ed il mondo autoreferenziale delle riviste mentre le masse di persone comuni abitano in edifici epigoni ammansiti da caratteri tradizionali per renderli più vivibili.
Ad un operatore del settore ho chiesto se si rendesse conto dello iato tra il design da rivista e l'aspetto sociale che invece il design dovrebbe avere
per migliorare la vita delle persone: la risposta è stata che era meglio così perchè altrimenti non si potrebbero sostenere i costi altissimi dei loro prodotti che si possono mantenere solo con una manifesta qualità superiore

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Commento 7740 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Per Cusano e altri distratti ricopio e incollo il mio intervento del mese scorso con la proposta "avventata" sulle giurie popolari nei consorsi di architettura :

Dalla magistratura impariamo che per i delitti con pene sopra i 24 anni,mi sembra, e i progetti di architettura sono ad essi comparabili per lunghezza della pena a cui i cittadini sono spesso sottomessi, decidono in nove: un presidente di giuria - un architetto togato, universitario (designato?) , due giudici a latere - due architetti laureati, 6 giudici popolari con minimo licenza superiore.
Salvo smentite dai più esperti (non mi intendo della materia forense) tutti hanno parità di voto e quindi i giudici popolari possono a maggioranza anche smentire i giudici togati

A questa avventata proposta affiancherei la proposta Lazier di una presentazione pubblica con giurati e giudicati (come nei processi) e la camera di consiglio successiva segreta, cui segue la motivazione della scelta definitiva e conoscenza palese dei voti.

L'urbanistica partecipata dei comuni rossi di cui parla Cusano, se non è quella sottolineata da Pagliardini, ben venga, così come la autopianificazione l'autoprogettazione (la storia è andata avanti per secoli con questi soli strumenti prima dei P.R.G. con i migliori risultati assoluti)

La società autolesionista proposta da Cusano in cui "la democrazia è solo il modo meno dannoso che una comunità ha per correggere gli errori commessi, quando sono reversibili" non mi trova invece d'accordo o non l'ho capita.

Condivido in appieno l'ipotesi Friedman, almeno dalle citazioni di Cusano; non riesco però ad immaginare un linguaggio architettonico diverso da quello tradizionale parlato da tutti, comprensibile a tutti e trasmissibile, diverso da quello della tradizione locale in cui si lavora, ma questo è un mio limite


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Commento 7737 del 09/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


In attesa della legge sull'urbanistica partecipata "auspicata" dal sig. Cusano (al redattore della legge consiglio di cercare CNU su google) chiedo a tutti di fare una riflessione sulla Giuiria Popolare come quella dei tribunali per i concorsi di architettura. La rilevanza sociale tra il processo penale e la cementificazione hanno punti in comune: entrambi hanno bisogno del consenso civico che giudichi sulla accettazione da parte della società civile di un nuovo episodio, senza tuttavia esimersi da una guida tecnica sul merito e sul giudizio.
Il pubblico invece di "schiamazzare in piazza" come dice Cusano sederebbe al tavolo dei lavori con diritti di voto senza più potersela prendere con le archistar di cui loro approvano i progetti; d'altraparte gli architetti saranno costretti a conciliare le loro profetiche visioni di una società migliore con i loro progetti con la società contemporanea che li dovrà abitare fatta di persone reali

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Commento 7734 del 08/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


gentile S. Lazier
Si vede che oggi siamo du due piani di comunicazione diversi: il riferimento a Sarzana che Botta non è nel merito del progetto (che neanch'io condivido) quanto alla possibilità del web di dar voce ai cittadini e farli entrare nel merito delle scelte architettoniche ed urbanistiche; sta lì la novità dell'urbanistica partecipata, che può contare sul web.
La "urban class action" è una nuova frontiera per i progetti a scala urbana che può contare sulla forza della rete.
Queste sono le proposte da portare avanti nel nuovo millennio fanno sembrare passatisti i discorsi Zevi più che quelli di Paolo Marconi!
non me ne voglia, con cordialità

Andrea Pacciani

p.s. aspetto sempre la sua replica sulla giuria popolare simile a quella dei tribunali penali per i concorsi d'architettura

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Commento 7733 del 08/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


E' possibile che la citazione da me riportata voglia significare l'esatto contrario (?), non conosco Zevi così bene. Il mio intervento stava solo a sottolineare il relativismo con cui la critica architettonica e l'architettura parlata si riesce a muovere con dimestichezza nel dire tutto e il contrario di tutto (anche lei cita stralci di un discorso che potrebbero quindi essere interpretati a piacimento).
Al centro di quell'architettura c'erano gli architetti e volevano portarvici le persone profeti di una vita "migliore". Oggi questi personaggi sono rimasti soli lontano dalla gente e dalla vita reale .
Aspetto un ritorno delle persone reali al centro dell'interesse della architettura, coinvolta nelle decisioni e partecipe delle scelte (ho aspettato invano commenti alla mia proposta della giuria popolare dei concorsi).
Segnalo il sito di http://www.sarzanachebotta.org/ che trovo significativo verso nuove direzioni che il web può dare all'architettura


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8/1/2010 - Sandro Lazier risponde

Credo che anche qui debba farsi chiarezza. Mario Botta, che lei invita a considerare nel caso di Sarzana, non ha nulla a che fare, secondo il pensiero organico, con il moderno. Credo, anzi, che il pensiero di Botta sia molto più vicino alle vostre posizioni che non a quelle zeviane. Il progetto per Sarzana è fondamentalmente un progetto neoclassico, buono li come altrove. Se agli scatoloni aggiungete qualche fregio e cornicione sagomato siete in pieno ottocento. La modernità è altra cosa, più sofferta ma perlomeno più gioiosa. LaCecla confonde il moderno con tutto quello che è nuovo, dimostrando d’ignorare la storia nel suo valore fondamentale: il fatto d’esser fatta dagli uomini e per gli uomini, tutti compresi. Da quelli che amano le armonie orecchiabili tanto care alla maggioranza delle persone, a quelli che cercano qualcosa di un po’ più sofisticato. In questo mondo, pertanto, convivono civiltà e barbarie. La vita ci ha insegnato che spesso sono qualità che confondiamo, a volte con conseguenze tragiche come nel secolo appena passato. L’arte, che secondo l’insegnamento di Zevi è sempre contemporanea, ci aiuta a distinguere e riconoscere. Quando ha valore, s’intende.

Commento 7732 del 08/01/2010
relativo all'articolo Bruno Zevi due lustri dopo
di Sandro Lazier


Bruno Zevi era stato categorico, ma nessuno gli ha dato ascolto:

“Possiamo conciliare gli antichi valori linguistici
con i nuovi? Dobbiamo rispondere
no per due motivi: primo, perché in tal
modo si potrà impedire le costruzioni di
nuovi edifici nei tessuti storici, che vanno
tutelati, secondo perché fuori dei tessuti
storici si consentirà di realizzare opere
non solo nuove ma schiettamente
moderne”.

Zevi fu cattivo profeta perchè il sogno dell'architetto è rimasto quello di lasciare il proprio segno sullo stesso testo su cui hanno scritto la storia gli altri colleghi, sostituire il vecchio con il nuovo; l'astensione dell'architettura moderna dai centri storici non mi sembra mai stata purtroppo praticata.
Sull'altra affermazione possiamo oggi dire che l'architettura moderna senza città storica non è mai stata in grado di dare risultati autosufficienti pur quanto sperimentata nei progetti urbani di nuovi insediamenti

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8/1/2010 - Sandro Lazier risponde

Scusi Pacciani ma lei sta citando Zevi a sproposito. Forse non lo conosce. Oppure lo cita in quanto citato da altri, in contesti nei quali Zevi si sarebbe strappato i capelli. Altro che cattivo profeta…
La frase riportata è tratta, se non sbaglio, da Leggere, scrivere, parlare architettura e afferma l’esatto contrario di quello che lei ha inteso nel suo commento.
Secondo me le conviene leggere la versione originale, per intero.

Ps: credo che lei abbia tratto la citazione dal link seguente http://www.oice.it/progettopubblico/18/Marconi.pdf in cui Paolo Marconi, Professore ordinario di Restauro dei monumenti a Roma, difende le sue tesi passatiste citando a sproposito, oltre a Bruno Zevi, anche Umberto Eco. Cita invece, molto a proposito, P.L. Cervellati. Ed è tutto dire

Commento 7655 del 14/12/2009
relativo all'articolo Architetti, crisi e architettura
di Sandro Lazier


Ma quanti convegni ci vogliono per sfatare il tabù della giuria popolare nei concorsi di architettura? In rappresentanza o a sorteggio tra quelli che dovranno vivere in quell'oggetto di concorso.
Dalla magistratura impariamo che per i delitti con pene sopra i 24 anni,mi sembra, e i progetti di architettura sono ad essi comparabili per lunghezza della pena a cui i cittadini sono spesso sottomessi, decidono in nove: un presidente di giuria - un architetto togato, universitario (?) , due giudici a latere - due architetti laureati, 6 giudici popolari con minimo licenza media.
Salvo smentite dai più esperti (non mi intendo della materia) tutti hanno parità di voto e quindi i giudici popolari possono a maggioranza smentire i giudici togati.
Aspettiamo il coraggio degli architetti a giudicare come in magistratura

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Commento 7169 del 27/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Mi sono dimenticato che dovevo al sig Cusano una spiegazione su cosa intendo per eclettismi storicistico-moderni:
Facendo un caso di cronaca di questi giorni la Chiesa di Foligno di Fuksas ne è la miglior espressione. Prendendo in prestito sempre un commento di Vilma Torselli (ha un'efficacia nelle definizioni invidiabile) da altro blog

"una rivisitazione in chiave pop del razionalismo lecorbusiano"

Ovvero un esercizio fuori tempo, decontestualizzato territorialmente ma soprattutto socialmente, storicamente ; insomma unedificio che fatto 50 anni fa avrebbe anche avuto una sua credibilità, ma oggi è peggio di un post-moderno ritardato....
Aspetto dalla redazione un commento su questo capolavoro

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27/4/2009 - Sandro Lazier risponde

Questa redazione ha dato prova nel tempo di non apprezzare le opere di Massimiliano Fucsas, ritenendole incapaci d’interpretare con sufficiente complessità il tema spaziale, da noi ritenuto fondamentale per le opere d’architettura. Questa carenza, che l’autore tende a sostituire con una compiacente suggestione retorica e narrativa, è motivo primo d’indifferenza ambientale. Non crediamo che la chiesa di Foligno sia estranea a tale giudizio e parlarne non giova a nessuno. Nemmeno ai suoi più accaniti detrattori o a quelli che la usano per le loro speculazioni antimoderne. La chiesa sull’autostrada di Michelucci e quella di Le Corbusier di Ronchamp sarebbero bersagli più seri e meno agevoli per tali critiche

Commento 7155 del 24/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Lazier dice e sottoscrivo:"La discontinuità, il rinnovamento continuo, l'incertezza, questi sì sono gli argomenti della nostra storia. Un continuo e costante conflitto tra regola e tradimento. Senza questa tensione non avviene nulla. Senza questa tensione non c'è adattamento, evoluzione e quindi non c'è sopravvivenza. La vita ha bisogno di calore e il calore è solo disordine, discontinuità. Il nuovo a tutti i costi, anche forzando il linguaggio? In queste condizioni (fisiche, oggettive) assolutamente sì! Serve alla sopravvivenza. La continuità è la fine, peggio del ritorno al passato."
Ma quello che non vedete è che l'unico segno di discontinuità che si può dare a questo periodo storico dell'architettura è quello catartico, anche forzando il linguaggio e un nuovo periodo classico è alle porte inevitabile come dopo il gotico fiorito o dopo il Rococò; guardate Dubai o le torri di Milano o qualsiasi altra recente terra di conquista della modernità in cui questa si è potuta esprimere senza il giogo del passato e dell'identità dei luoghi; siamo orami ad un capolinea della modernità del secolo scorso, siamo esattamente al Rococò della modernità al gotico fiorito del razionalismo. Chiamarlo espressionismo contemporaneo o sperimentalismo è un alibi che si scioglie come neve al sole.
Mi sembra miope vedere in una rinascita della tradizione un segno di continuità con il passato! sono passati cent'anni di sperimentazioni del movimento moderno e delle sue derive. Girate per le città ad occhi aperti e la normalità, la continuità e la tradizione (quasi oserei dire) sta in un edilizia che per quanto malespressa è figlia dell'accademia degli ultimi cent'anni.
La discontunuità è oggi l'ecososteniblità a cui l'agonia della modernità non riesce a dare un volto o una faccia presentabile (i giardini verticali, le doppie pelli o altre amenità sono risibili....).
Ribadisco che oggi è avanguardia, ciò che fa male all'autorità costituita dell'archistatment, e quindi nel suo pardosso di conservatore, proprio il principe Carlo. Forse involontariamente, dapprima paladino di un modo conservatore di intendere l'architettura, oggi depositario dell'unica via d'uscita per l'architettura dall'implosione autoreferenziale e dall'assorbimento da parte di altre discipline quali il design o l'arte già agonizzanti degli stessi problemi...

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Commento 7131 del 21/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Finalmente una buona notizia! grazie per la segnalazione.
Direi che questa sollevata d'armi dell'intelligentia dell'architettura modernista è una vittoria senza precedenti per il Principe di Galles!
Da sempre snobbato per le sue tesi oggi considerabili all'avanguardia, intesa come opinine controcorrente allo stato di predominanza culturale, evidentemente oggi comincia a fare paura a qualcuno.
In un periodo di implosione autoreferenziale della cultura architettonica dominante, le lobby immobiliari globali delle archistar si sentono minacciate dalle pressioni di un personaggio che oltre Poundbury e una manciata di volenterosi seguaci alla ricerca di far vivere bene le persone in luoghi decorosi, non ha costruito niente in confronto e non ha possibilità di ingerenza nella cultura architettonica istituzionale ed accademica (gli hanno anche chiuso tempo fa anche un'università dove voleva si insegnasse architettura tradizionale).
Mi sa perciò che più che Carletto l'ha fatta nel letto, sono le archistar che se la fanno addosso! coda di paglia? giganti d'argilla? che le cose stiano cambiando? che le lobby immobiliariste delle archistar comincino a pensare di scaricare qualcuno? è troppo presto per crederci, ma se son rose....

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21/4/2009 - Sandro Lazier risponde

Mi spiace ma il vostro, suo e di Pagliardini, concetto di democrazia pecca d’equilibrio. Infatti, non c’è nessuna simmetria tra proporre ed ostacolare. L’articolo dice “…reo di aver utilizzato la sua posizione privilegiata per bloccare il progetto…”.
Nessuno di noi vuole impedire al principe di costruire per sé, o per chi vuole seguire le sue teorie, le case in stile neogotico o rococò. Cosa che invece lui puntualmente fa usando la sua influenza non per proporre ma per negare.
Sottoporre al giudizio pubblico le opere da realizzare? Mi sembra populismo, s’intende nel senso più nobile del termine, quello che ha una concezione essenzialmente virtuosa della volontà popolare, unica titolare di valori sociali particolari, ai quali vanno però sacrificate virtù universali come la ragione astratta e la conseguente autonomia del pensiero.
Democrazia, secondo me, è soprattutto tolleranza e rispetto delle differenze. Che vuol dire lasciar parlare tutti senza proibizioni. Se non piace, non è obbligatorio ascoltare (o guardare).

Commento 7136 del 21/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione



A domande rispondo anche se i suoi modi non mi invogliano certo a farlo

1) per modernisti intendo semplicemente gli architetti che dal primo movimento moderno fino agli ultimi eclettismi storicistico-moderni, o agli ultimi sperimentalismi, credono ancora nel potere salvifico del nuovo e nella tabula rasa rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio come si è fatto per secoli nella storia

2) La credibilità, o imbecillità secondo lei, del principe Carlo in temi di architettura nascono da un libro da lui scritto nel lontano 1989: A Vision of Britain: A Personal View of Architecture; quindi il patrocinio (non i soldi) per la costruzione di un villaggio tradizionale nella periferia di Londra che si chiama Poundboury, raro successo di vivibilità nei sobborghi di Londra. La costituzione di un albo all'interno del RIBA di architetti tradizionali, l'obbligo di una % di insegnamenti all'interno delle facoltà inglesi di architettura tradizionale; Tutto il movimento del New Urbanism in USA (CNU) e INTBAU nel resto del mondo che costruiscono secondo questi principi, credo siano ottenuti non certo per lignaggio, piaggeria nei suoi confronti ma da 20 anni di opinioni condivise e quasi sempre senza alcun eco reale nel dibattito architettonico

Quanto a : «solo creando il nuovo si può tutelare l'antico» è un opinione che rispetto, ma non condivido: la storia dell'ultimo secolo la smentisce con i fatti.... e forse qualcuno tra i piani alti comincia ad esserne stufo di questa storiella se le archistar cominciano a temere il principe Carlo, mai ammesso prima d'ora ad un pari livello di confronto critico architettonico dal mondo delle archistar.

Il buon critico non può negare che è qui la notizia, non nel contenuto della dialettica o dall'esito del dibattito inglese su quell'intervento, quanto nel cambio di scala di uno dei partecipanti. Fin adesso considerato come da lei un imbecille, Il Principe Carlo viene assunto ad interlocutore reale nel dibattito, perchè si vede che la sua voce comincia a dare fastidio e a sentirsi troppo; e adesso tocca loro prenderlo sul serio.... ma rifletta che non ha niente a che fare con il lignaggio, purtroppo per lei, ma sui contenuti.....

tralascio per educazione ogni commento su magliette e pappine

con cordialità
Andrea Pacciani


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Commento 7134 del 21/04/2009
relativo all'articolo 'Ed io che sono Carletto l'ho fatta nel letto...'
di la Redazione


Gentile Sandro Lazier, capisco il tentativo di difendere la giovane redattrice che ha letto ingenuamente la notizia alla rovescia...., ma se vogliamo entrare nel merito:

Carlo mi sembra proprio che proponga e non neghi come fanno i modernisti....

Sue poiszioni previlegiate in ambito della cultura architettonica dominante tra le Lobby immobiliariste, accademiche e editoriali non vedo poi dove siano, anzi....

Tolleranza rispetto alle differenze mi sembra che manchi da parte dei modernisti verso chi sostiene l'architettura tradizionale...


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Commento 7087 del 14/04/2009
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


Mi scuso in anticipo con Vilma Torselli ma mi è più facile esprimere la mia opinione modificando le sue frasi:
Parlare pertanto di persistenza dell’identità dei territori è individuare, in un processo dinamico inarrestabile, il perdurare di invarianti tipologiche linguistiche, tecnologiche, urbane e architettoniche che hanno decretato il miglior successo dell'antropizzazione di quel posto.
Ricostruire ‘com’era e dov’era’ vorrebbe quindi dire riprodurre e consegnare ai posteri non “un preciso momento storico”, ma molti momenti della vita della città, non necessariamente i più significativi e il più pregevole, in cui i cittadini dell'Aquila si riescano ad indentificarsi, sentirsi in luoghi che gli appartengono e che amano vivere, che in una sola parola si chiama "Topofilia" (googolare per approfondire)
Rinuncio a spiegare a chi non vuol capire che il "falso storico" è un problema che non esiste e anche su questo sito è stato già trattato (mi sembra per la Fenice e il campanile di venezia se non ricordo male...).
Molto realisticamente e amaramente mi aspetto una ricostruzione dell' Aquila ancora in mano all'esercizio delle mode architettoniche contemporanee, un po' stortignaccole, camuffate da un po' di legno e vetratate schermate ecocompatibili e bioarchitettoniche, con un po' di pietra locale a vista e giardinetti con panchine scomode che fanno da evocazione alla tradizione locale.....

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Commento 6964 del 23/03/2009
relativo all'articolo Berlusconi e il Piano Casa per chi ce l'ha già
di Teresa Cannarozzo


Questa legge è la dimostrazione di quanto ormai l'architettura e l'urbanistica siano lontane dalla gente e quindi dai politici che li rappresentano.
E' il risultato di 50 anni di scollamento tra i bisogni della gente e leggi urbanistiche mirate a tradurre in regole gli insegnamenti teorici e inapplicabili del movimento moderno, dallo zoning in poi.
E' la ribellione dopo decenni di fallimenti di regole di architettura e urbanistica che non hanno fatto meglio di una deregulation senza scrupoli; tanto vale, avrà pensato il nostro Cavaliare, azzerare i cartelli burocratici locali, togliere il potere ai tecnici per darlo agli utenti finali confidando che non sapranno fare peggio degli strateghi accademico-palazzinari.
Il potere economico e decisionale dell'establishment degli architetti e urbanisti ha sopraffatto quello dei politici e questa legge è un tentativo dei politici per ristabilire le gerarchie, minacciando gli architetti di ciò di cui hanno maggiormente paura: che siano gli utenti finali a scegliere dove e come voler vivere nella propria città.

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Commento 6748 del 20/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


"l'architettura romana, bizantina o barocca è (o era) in sintonia con "l'utente finale"? Ma quando mai ...? "

Aspetto con ansia un saggio storiografico in cui si racconti dai romani in poi di un pubblico contrario alla propria architettura contemporanea o almeno generalmente indifferente quanto ai giorni nostri.
....Aldilà del caso Torre Eiffel (che già appartiene all'epoca moderna), non mi vengono in mente ribellioni popolari ai pinnacoli gotici o ai fronzoli rococò da parte dei propri contemporanei nè di questi giorni, al pari dell'avversione alle torri di Milano nell'ex-fiera, all'Ara Pacis, o all'ingresso degli Uffizi ecc... tanto per toccare Roma Milano e Firenze (ma in ogni città ce n'è uno...)

Per quanto riguarda la fedeltà, Io credo che valga la pena di essere fedeli a ciò che di buono si ha per non perderlo: vale per la fidanzata, come per la gelateria preferita, non vedo perchè non deve valere per i luoghi dove si vive volentieri....

cordialità

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Commento 6743 del 19/01/2009
relativo all'articolo Galvagni, Gaudì e la ricerca
di Sandro Lazier


"Vedere quindi un progetto come quello di Stella per la ricostruzione del castello di Berlino che è un “banale” remake, mi lascia attonito per la sua monotonia e in odor di tradimento nei confronti dell’architettura del secolo appena appena passato! Un soldo falso"
Non vedo francamente cosa ci sia da essere fedeli al secolo appena passato considerando il bilancio generale dell'architettura prodotta; ne è un esempio il palazzo della DDR che è stato abbattuto all'uopo che non era un edificio di uffici basta che sia, ma addirittura il palazzo della repubblica federale; mi sembra del tutto legittimo il rifiuto locale a cedere ala tentazione ad un possibilismo modernista.
Credo che bisogna prendere atto che la modernità stia vivendo un periodo eclettico e storicistico di sè stessa e la frattura con l'utente finale è ormai uno iato incolmabile..... un po' come a fine ottocento primi novecento...

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Commento 5962 del 25/01/2008
relativo all'articolo Giuseppe Terragni, da cento anni.
di la Redazione


Per Renzo Marucci
Non era la soprintendenza (non credo esistesse ancora) ma la commissione di ornato; ironia della sorte oggi, dopo quasi 100 anni le cose sono esattamente all'opposto: per farsi approvare un progetto classico o tradizionale in una qualsiasi commisione edilizia d'Italia bisogna fare il contrario, disegnare il progetto in maniera modernista omettendo i particolari decorativi. L'ho provato di persona proprio memore dell'esperienza di Terragni....
Ma qual'è oggi la vera avanguardia in architettura? quella che come allora da fastidio al mondo istituzionale, è ignorata dalle riviste, dai critici e dal mondo accademico, quella che però sa leggere le aspettative della gente contemporanea?
Non credo siano l'espressionismo modernista o l'architettura manierista-modernista o quella storicista-modernista di questo inizio secolo...
E' chiaro infatti che stiamo vivendo la fase storicista e manierista dell'epoca moderna un po' proprio come alla fine 800 primi 900 quando, o ai tempi del rococò o a quelli del gotico fiorito, quando cioè la componente stilistica fine a stessa chiude un periodo storico che ha finito il suo corso.
Di solito a qeste fasi è seguito un periodo di richiamo alle origini, alle tradizioni alle certezze che vengono dal passato; sarà così anche questa volta? ai posteri l'ardua sentenza

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Commento 5421 del 09/07/2007
relativo all'articolo Senza parole
di Paolo G.L. Ferrara


Vorrei lasciare testimonianza su un concorso al quale ho appena partecipato negli U.S.A. in California di cui non so ancora l'esito e quindi non sono condizionato nell'esprimere un'opinione sulla qualità dell'organizzazione.
Oggetto del concorso un centro civico composto da più fabbricati; chi vince lo costruirà veramente. L'iscrizione è gratuita, Il bando è un libro di 150 pagine scaricabile da internet come tutto il materiale DGW, PDF, DOC in cui è spiegato tutto quello che serve fino alle essenze arborree autoctone, compreso chi sono i giurati e iloro curriculum.
Assemblee di cittadini e autorità congiunti hanno preceduto la stesura del bando per condividere quello che si vuole ottenere; addirittura ci sono delle immagini di riferimento di interventi più diversi ma analoghi nell'obbiettivo che loro pensano di ottenere dai progetti che saranno presentati.
Prima fase a curriculum: sono ammessi tutti da tutto il mondo giovani, vecchi, abilitati e non, studi che hanno costruito città intere, studenti alla prima esperienza basta che abbiano progettato (non realizzato) almeno 3 opere anche di dimensioni molto più piccole, ma che dimostrino le capacità di sapere affrontare un progetto a scala urbana nella direzione delle aspettatitve del bando. Anonimato: ad ogni concorrente iscritto viene assegnato un numero da apporre ovunque di cui è al corrente solo un rappresentante dell'organizzazione.
Seconda fase: concorso vero e prorpio di progetto di massima 2 tavole 100x70 con relazione di una pagina che va stampata all'interno di una delle due tavole; la giuria si riunisce la settimana dopo la consegna e dichiara tre finalisti premiati in denaro
Terza fase: i tre finalisti premiati e pagati incontrano giurati autorità e comitati di cittadini per approfondire ulteriormente il progetto in 4 tavole che saranno pubblicamente discusse; i tre finalisti dovranno aggregare in questa fase un architetto dello stato della California (esperto per le normative locali) e un computo metrico redatto da terzi che verifichi la pertinenza economica del progetto presentato.
La giuria si riunisce la settimana dopo per premiare il vincitore con ulteriore premio in denaro, incarico professionale della redazione del piano e la costruzione di un primo stralcio.
Questi concorsi saranno troppo pragmatici e non riveleranno mai nuovi geni dell'architettura ma in tre mesi ottengono un risultato che mai in Italia possiamo sognarci

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Commento 5313 del 10/05/2007
relativo all'articolo I guai di Tafuri
di Luigi Prestinenza Puglisi


Gentile Lenzarini,
anche questa volta cerco di rispondere con le sue stesse parole per chiarezza:

“L'architetto che si limita a sviluppare temi proposti da altri e forse li arricchisce di nuove interpretazioni inespresse o semplicemente contribuisce a divulgarli” può esistere con dignità di risultato solo se fa architettura tradizionale non moderna; è il fare imitativo della storia dell'architettura fino al secolo scorso (se ha voglia di leggere le consiglio Pigafetta, Architettura dell'imitazione- Alinea). “Ripetizione e divulgazione” non appartengono alla culura dell'architettura moderna: legga solo che putiferio si fa su questo sito perchè Ghery fa ripetizione e divulgazione di se stesso!

Si rilegga queste sue righe e per onestà intellettuale mi dica che non ci crede a quello che ha scritto:
“da un gesto superficiale (di un architetto moderno/autoreferenziale/sperimentalista ndr) del nuovo per il nuovo ne scaturisce un input per qualche altro architetto, più bravo e più impegnato, che ne potrà trarre ispirazione per fare qualcosa di davvero importante”; ma sì spargiamo il territorio di tentativi a caso non si sa mai si celi una genialità inespressa.

Chiudo con due altre “grandi bugie” della modernità che spuntano anche nel suo intervento :

1)“L'appartenenza ad un luogo di chi vi deve abitare non è un obbiettivo dell'architettura”

2)”il contestualismo” ovvero usare materiali e finiture della tradizione locale per mimetizzare autorefenzialismi

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Commento 5314 del 10/05/2007
relativo all'articolo Italia Nostra: i perché del 'no' a Niemeyer
di Paolo Marzano - Italia Nostra


Gentile Anna Plata,
ho letto la sua tesina su Ravello da lei decantato come esteticamente perfetto per la pace degli occhi e dei sensi (ci sono stato e vi assicuro che è così) un gioiellino.
Sono d'accordo che Ravello abbia bisogno di un auditorium e sono favorevole ad ogni adeguamento funzionale, tecnologico economico che il paese vuole fare ma:
E' così certa che Ravello abbia bisogno oggi di una "modernizzazione estetica"?
La necessità di modernizzazione estetiche è una "grande bugia" a cui credono solo gli architetti; ci sono luoghi in cui bisognarebbe avere il pudore di ammettere che non ce n'è affatto bisogno.
Se Ravello è come lei l'ha descritta è forse perche negli ultimi 60 anni nessuno ha dato principio a modernizzazioni estetiche limitando i danni a serrementi in alluminio anodizzato. E' certa che oggi lo stato dell'architettura contemporanea sia al momento storico idoneo a dare avvio ad una modernizzazione estetica migliore a quella che ha colpito nel recente passato molti dei paesi della costiera?
Mi indichi un solo precedente in Italia di "nuova via estetica moderna" che abbia avuto successo; e non dico sia migliore ma almeno pari alla "solare identità architettonica mediterranea" che non capisco perchè debba essere abbandonata nelle nuove costruzioni.

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Commento 5306 del 25/04/2007
relativo all'articolo I guai di Tafuri
di Luigi Prestinenza Puglisi


Gentile Alessio Lenzarini,
Sono stato tentato dal non risponderle visto anche la sua promessa di astenersi dalla professione nella paura di far danno in attesa della mia replica, ma lo faccio con piacere per evitarle sofferenze cercando di usare le sue parole.
Innanzi tutto chi l'ha detto che ogni architetto debba sviluppare un proprio esclusivo tema linguistico? E' la prima grande bugia della modernità! così facendo purtroppo ogni professionista bravo o scarso che sia è costretto a "gridare " il proprio messaggio architettonico in una babele di neologismi e l'unico interesse che può suscitare è quasi sempre , solamente e ovviamente il propio.
Chi l'ha detto che ogni architetto debba dire qualcosa di nuovo, e chi l'ha detto che ogni cosa di nuovo può essere importante? E' la seconda bugia della modernità; a causa di questo dovere, neanche fosse il giuramento di Ippocrate per i medici, ogni edificio inabitabile e infruibile ad opera di architetto malato di mente è legittimata.
Chi l'ha detto che il pubblico debba pagare lo scotto di abitare dei luoghi che non gli appartengono per dare la possibilità di esprimere contenuti profondi dell'arte?E' la terza bugia della modernità. E' un'arroganza che non ha precendenza nella storia. L'architettura è un campo in cui non ci si può permettere di fare sperimentazioni sulla pelle delle persone anche perchè i prodotti di questi sperimentalismi rimangono costringendo la gente ad adattarvisi; con buon senso in passato la ricerca e la sperimentazione sono sempre state relegate negli ambiti della provvisorietà degli edifici o alla loro mancanza di presenza costante di vita quotidiana: da S.Pietro in Montorio alle , dalle cappelle mortuarie di famiglia, dalle scenografie dei Bibbiena alla Torre Eiffel, nelle esposizioni universali e nei quertieri fieristici....... Oggi purtroppo si fanno sugli edifici dove vivono e lavorano quotidianamente persone completamente alvulse da quellle architetture.
Non mi dilungo oltre. Se gentilmente si può rileggere qualche mio altro intervento già scritto inpassato su questo sito può farsi un'idea più completa su cosa vuol dire fare architettura tradizionale e sulle mie idee in generale.
con cordialità

Andrea Pacciani


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Commento 5205 del 19/04/2007
relativo all'articolo I guai di Tafuri
di Luigi Prestinenza Puglisi


Parole sante! spero che Antithesi aiuti ad amplificare qusta puntuale descrizione di una de "le grandi bugie" (usando l'espressione del noto libro di Pansa) dell'architettura del secolo scorso.
L'autoreferenzialità nell'architettura è il male assoluto e la morte degli ambiti dell'architettura.
Mi aspetto ora dal buon Puglisi il disvelamento di altre bugie, da Le Corbusier in poi, su cui ha campato e campa ancora l'intelligentia architettonica dominante in Italia
Plaudo chiunque sia capace di rimettere al centro della critica , della storia e della composizione dell'architettura le persone che vivono e abitano quei luoghi e il rispetto per la loro intelligenza

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Commento 1765 del 29/01/2007
relativo all'articolo Nonsolomoda, anche idiozie
di Paolo G.L. Ferrara


L'amara verità che coglie il sig. Schintu è che oggi anche l'architettura, soprattutto quella contemporanea, è intesa come oggetto di consumo e non d'uso; su questo equivoco ormai diffuso anche tra i progettisti si fonda il declino della disciplina ridotta a design e il distacco con l'utente finale delle opere.....

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Commento 1461 del 13/11/2006
relativo all'articolo Carnevale a Piazza Armerina: la carrozzata 'Villa
di la Redazione


Il restauro di un restauro ma non con i criteri del restauro moderno? scusate ma non è un po' paradossale? e che facciamo il dov'era e com'era del Missini con un falso storico ancora più ingannevole del falso storico di cui si accusa il progetto Sgarbi?
Oggi ci fanno restaurare con interventi rimovibili perchè un giorno possano essere migliorati o sostituiti con nuove opere e tecnologie diverse, e adesso invece museifichiamo anche il restauro? e con che criteri poi? e tra trent'anni che facciamo museifichiamo il restauro del restauro.....
E poi, se vogliamo veramente restaurare sto capolavoro di Missini come lo facciamo; mi sembra che sia stato proposto inevitabilmente non in maniera conservativa ma di sostituzioni delle parti non più performanti (il perpex con nuovi materiali.....) allora creiamo un falso Missini aggiornato ai nostri giorni.
Di Missini vogliamo trasmettere l'identità del tipo di intervento che è stato fatto? ma questo non viene fatto con la testimonianza dell'originalità materiale (come si fa per gli edifici del passato) ma con gli aggiornamenti tecnologici disponibili per allungarne la vita funzionale: è come mettere le tapparelle al Quirinale!
E poi come si farà a distinguere il Missini originale dal sostituito? mi immagino bulloni di colorazioni diverse e verniciature dalle brillantezze variegate per una lettura omogenea ma attenta alla datazione dell'intervento sul lacerto (lo smalto vecchi esfoliato sulle putrelle come si conserva?) insomma un pasticcio per discernere ciò che ha trent'anni da ciò che è nuovo.
Mi sembra il tutto molto confuso..............
Mi aspetto che i lettori di antithesi, se coerenti con le proprie idee moderniste più che firmare per il dov'era e com'era del Missini facciano una petizione per un progetto nuovo, diverso di quello di Sgarbi se non piace, ma almeno con una coerenza d'approccio culturale.
Tuttavia mi fa piacere che il modernismo si interroghi sulla storicizzazione dei propri monumenti che sono stati progettati e costruiti non per essere trasmessi nel tempo ma semplicemente per rispondere ad un'esigenza culturale contemporanea senza rendersi conto che prima o dopo ne avrebbero dovuto rispondere (gira questa leggenda metropolitana che il Bouburg nei suoi restauri, se così si possano chiamare, sia costato ormai più di cinque voltoe del suo costo di costruzione).
Le architetture nascono per attraversare più generazioni, purtropo accade anche per quelle moderne: questo collasso anticipato di una di trent'anni probabilmente mette scompiglio nella serenità menefreghista contingente dell'architetto contemporaneo che si deve interrogare sul lungo termine del proprio lavoro e sulla loro manutenibilità

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Commento 1426 del 02/10/2006
relativo all'articolo 'Architentare' per uno studente
di Domenico Caloria


gentile Domenico Caloria

"quella odiosa ma purtroppo tanto vera distinzione tra edilizia e architettura"

E' il male più oscuro della nostra disciplina, è quanto viene spiegato nelle università nelle riviste e ancora oggi ci si accanisce verso l'ignoranza progettuale degli altri.
Ma lei che non ha ancora il cervello completamente lavato ha ancora la possibilità di riflettere che è una menzogna bell'è buona, perchè non è un male che si può estirpare ma un processo fisiologico inevitabile che appartiene al fare dell'uomo.
Se ha studiato la storia dell'architettura saprà che gli architetti che ha incontrato sui libri hanno realizzato meno opere di un geometra di paese; pensi a Brunelleschi che non è neanche riuscito a fare una facciata delle sue chiese! E' da sempre infatti che le città non vengono realizzate dagli architetti, i maestri, i geni, ma dagli epigoni e gli autocostruttori: ovvero coloro che gurdando le opere dei maestri e con fare imitativo costruivano le città, i paese, i centri minori.
I risultati sono i nostri centri storici, o quel che ne resta, e mai nessuno se ne è lamentato; anzi oggi il valore della più umile casa del più povero dei contadini è più alto sotto tutti i punti di vista di qualsiasi edificio moderno che vi sorga di fianco.
La modernità invece non mai tenuto in cosiderazione che il progredire edilizio passa per questo processo imitativo e così denigriamo gli epigoni , anche se molto alla lontana, dei maestri della modernità .
Inoltre tutte le periferie sono firmate da architetti laureati, spesso organici accademici, non creda solo farabutti venduti al soldo delle imprese o dei politici (ma anche quelli sono sempre esistiti nella storia dell'architettura).
Quindi se c'è una questione morale dell'architettura un pezzettino riguarda anche questo processo imitativo con cui inevitabilmente bisogna avere a che fare nel nostro mondo. Come gli edifici post moderni sono arrivati in Italia dieci anni dopo e di una bruttezza sconvolgente, aspetto ormai a breve sempre con il dovuto ritardo culturale i primi lamieroni sghimbesci italiani (o forse sono già spuntati e non me ne sono accorto) !

mi scusi per la paternale
Andrea Pacciani
un consiglio di approfondimento letterario: G. Pigafetta "Architettura dell'imitazione"


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Commento 1415 del 22/09/2006
relativo all'articolo Architentare. Ad Alba
di La redazione


Bellisma iniziativa peccato sia stata annullata (pare per mancanza di fondi per il biglietto aereo) la presenza del prof. Salinagros, come annunciatoci da Sandro Lazier. Invto comunque i lettori di Antithesi a ritrovare nel web le posizioni sulla teoria dell'architettura dell'architetto americano cui avrebbe dovuto fare da contraltare il direttore

Andrea Pacciani

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Commento 1413 del 20/09/2006
relativo all'articolo Addio a Vico Magistretti
di la Redazione


Mi aspetto dalla redazione di antithesi un approfondimento sulla biennale 2006 ribattezzata simpaticamente "delle pietre sullo stomaco " (immagino dalla sezione Città di Pietra) che vada oltre al sintetico giudizio di "anacronistica", almeno pari a quello che ha svolto su la biennale 2004 che riletto oggi ha un sapore già di superato, di vecchio. Kurt Foster che annuncia "Vitruvio è morto" sembra già una cosa lontana nel tempo storicizzata e digerita........
Intanto comincio a pensare alle repliche
con cordialià

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20/9/2006 - la Redazione risponde

Certo che sì! La Biennale di Venezia merita che si approfondiscano i temi trattati nel suo ventre...
Lo faremo presto e dettagliatamente.

Commento 1349 del 07/08/2006
relativo all'articolo Viva Bersani!
di Sandro Lazier


Per il sig. Botta
se il risultao del decreto Bersani sarà come dice che "nessuno perderà tempo a invetare cose nuove, ci si limiterà a ripetere soluzioni collaudate" allora sia benedetto Bersani, avremo meno paladini della sperimentazione gratuita e meno Corviali da giustificare con critici che si devono arrampicarsi sugli specchi; meno scenografia, più architettura ben fatta e curata nei dettagli, che fanno la differenza, e più gente che si avvicina all'architettura perchè gli piace!

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Commento 1338 del 01/08/2006
relativo all'articolo Viva Bersani!
di Sandro Lazier


Caro Sandro Lazier,
mi trovo al 100% d'accordo su tutto, un po' mi dispiace non poter polemizzare....,
L'abolizione di minimi tariffari e libera pubblicità (spero anche quella comparativa sia ammessa) dovrebbe spostare il baricentro del nostro mestiere verso l'utilizzatore finale delle nostre architetture, che come dici tu deve aderire al progetto culturale per condividerne la qualità e quindi apprezzarlo anche economicamente........ in bocca al lupo ai venditori di fumo e aquelli che sostengono che il pubblico non sa comprendere, deve essere educato.......


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Commento 1337 del 01/08/2006
relativo all'articolo Universo Soleri
di Antonino Saggio


A Giovanni:
E' troppo facile dire che chi non è mai stato lì non può capire!
Ho la presunzione di essermi informato abbastanza per esprimere un giudizio, superficiale secondo lei ma basato su dati di fatto tratti dalle interviste di Soleri e dal sito di Arcosanti credo entrabi attendibili.
Non tolgo nulla alla genialità dell'artefice e alla sua capacità di realizzare realmente una città ideale secondo le proprie convinzioni, ma il risultato di decenni lavoro è soltanto una comunità (prendo da lei questa definizione), un esperimento, riuscito quanto si vuole, ma che non ha attecchito in nessuna parte del mondo e non credo che questi fossero i prodromi visionari degli inizi.
Forzando un po' il paragone, da non prendere alla lettera per pretestuose polemiche inutili, quando si parla di Soleri e le sue città sembra di ascoltare i ragionamenti su Fidel Castro a Cuba e il presunto successo del comunismo: ovvero principi ideali inoppugnabili che però si sono scontrati con l'inapplicabilità nella vita reale.
Quando ho visto l'intervista a Soleri di Piccardo mi sono venuti i brividi quando ho sentito le sue idee sull'esportare in Cina (che lui ammette candidamente di non conoscere minimamente) come nuove forme di urbanizzazione per le sue città visionarie.
Credo che l'esperienza di Soleri sia stata una bella pagina della storia dell'architettura moderna, italiana; bisogna però avere la coscienza critica di saper riconoscere il contesto storico in cui si inseriscono i suoi progetti e non confondere quello che rimane come insegnamento per le prossime generazioni di urbanisti, dalla applicabilità alla vita quotidiana contemporanea.

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Commento 1328 del 29/07/2006
relativo all'articolo Universo Soleri
di Antonino Saggio


gentile Piccardo,
cercherò di esssere breve se ce la faccio, per non annoiarla:
1) mi sfugge il confine tra architettura visionaria e architettura utopica
2) mi sfugge il concetto di successo o fallimento di un'iarchitettura che sia diverso dall'uso gradevole di quei luoghi da parte della gente per cui è stato costruito se non addirittura da parte dei loro discedenti
3) mi sono anche visto la sua intervista sul suo sito eil sig, Soleri sostiene tra l'altro:
- di voler costruire solo dei contenitori di cemento ecologici senza voler interferire sulla vita privata e sociale degli abitanti di questa città ideale
- che i materiali come i mattoni e le pietre "uccidono" !.
Con tutto il rispetto per le visioni arcologiche un po' fanè, io se fossi stato in lei gli avrei fatto le seguenti domande:
Quando ha cominciato a costruire le sue città visionarie lo faceva nella convizione che fossero un cantiere permanente per architetti asociali o pensava di finirle in breve tempo e che ci venissero a vivere le persone comuni per lavorare, abitare, fare commercio e vita sociale?
Quanto è ecologica la sperimentazione in architettura?
Lo sa che il cemento armato ha una durata di cento anni dopo dei quali non è più manutenibile perchè il ferro è completamente corroso?
Perchè le sue città sono rimaste sperimentali mentre altre new town lì vicine brulicano di gente? dove sta l'errore ? (forse come dice Vila Torselli dopo il suo commento gli architetti ormai costruiscono per i critici, la fine che ha fatto l'arte contemporanea!)
Ha mai sentito parlare di New Urbanism negli stati uniti forse oggi unico risultato di successo contro lo sprawl?
senza acredine
Andrea Pacciani

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Commento 1268 del 03/07/2006
relativo all'articolo Universo Soleri
di Antonino Saggio


Arcosanti è una bellissima metafora del volo pindarico dell'architettura moderna.

Ho letto il libro di Gavinelli e navigato per ore sul sito ben fatto www.arcosanti.org, cercando di capire cosa non ha funzionato.

Ad un certo punto della navigazione, quasi cercando un compiacimento, si dice che perfino non architetti vengono a vedere questo laboratorio urbano: allora ho capito che quello che è mancato sono le persone, quelle che vivono una città, che vanno al mercato, lavorano fanno impresa, hanno figli famiglie e nonni, viaggiano, si trovano nel tempo libero.....: senza di loro gli architetti non possono fare niente!

Mi verrebbe da clonare un gingle di radio24 che alle 7:30 all'inizio della rassegna stampa cita un film in cui Humphry Bogart fa la battuta: “è la stampa bellezza e tu non ci puoi far niente, niente”. Per architetti e urbanisti potrebbe essere: “è la gente deve vivere i posti che progetti e tu non puoi ignorarlo, non puoi”

Arcosanti è partita 30anni fa per realizzare una città nel deserto e oggi ne è costruita il 5% del progetto! Non so e non mi interessa capire i fallimenti di questo singolo progetto, ma prendo atto che di città di fondazione, soprattutto negli U.S.A., ne sono nate e ultimate in trent'anni a decine e la gente fa a gara per andarci a vivere pur di abbandonare le metropoli, anche nei posti più inopportuni climaticamente, anzi proprio nei posti peggiori pare ci vada più gente (Las Vegas e Dubai docent).

Topofilia: il termine è brutto viene dalla sociologia, credo inventato da un cino-americano. Sta ad indicare l'attaccamento, l'amore per il luogo in cui si abita e che accresce nel tempo in certi luoghi in cui le persone riescono ad identificarsi. Nasce da dentro è genetico, generazionale, regionale. Penso alla topofilia quando vedo Gibellina, il Corviale, lo Zen, ma anche quando vado a Procida, Spoleto, Matera, Orta S.Giulio o Sabbioneta (visto che si sta parlando di città di fondazione) costruiti più o meno con la stessa densità edilizia (i secondi per di più contro ogni regolamento edilizio vigente).

Solitudine: questo invece è il primo sentimento che trasmette la città di Arcosanti dalle sue immgani; abbandonata dalle avanguardie accademiche, abbandonata dalla società civile (c'è solo un pulmino ogni due ore su prenotazione per arrivarci), sola in utopia, poetica quanto vogliamo, ma implosa nel carisma del suo fondatore.

E poi quanto potrà sopravvivere dopo la morte di Soleri? Probabilmente due sono gli scenari possibili: o la comunità internazionale degli architetti la salva alzandola agli altari della modernità e quindi mummificandola musealmente, costringendo orde di studenti a visitarla e ad impastare un po' di calce come una sagrada familia a scala urbana (si sa che gli americani fanno tutto più in grande!) oppure il lento inesorabile declino e abbandono dopo i buoni propositi degli eredi culturali del progetto, che forse è l'esatto paradossale contrario dell'arcologia che l'ha generata.

La sperimentazione in'architettura e in urbanistica è l'unico campo di ricerca in cui i risulati se negativi non possono essere rimossi o interrotti se non con grandissimi sforzi economici ed ecologici che oggi non ci possiamo più permettere e se negli anni settanta questo poteva essere ignorato nel 2006 non più.

Ho invece visitato la fornace di Solimene a Vietri sempre di Soleri e quella merita sì orde di studenti che vadano ad imparare: è di fatto un edificio "tradizionale" a tutti gli effetti. In fatti in questo caso si tratta dell'applicazione di una conoscenza sapiente della ceramica artigianale e dei vietresi che la lavorano dei loro gesti e dei loro ritmi, non visioni universalistiche e profetiche per nuovi modi di vivere.
E' un edificio ben progettato sulle necessità delle persone che vi lavorano, agevolandone ogni processo della produzione. E inoltre difficile uscire di lì senza aver comprato almeno un pezzo di quei capolavori di ceramica artigianale che trasudano di tradizione, passione, colore, amore per le cose che lì sono fatte. Soleri conosce molto bene la ceramica e la vitalità che può sprigionare una fornace ed è questo il successo di questo edificio. Oggi è in centro al paese ed è uno dei rarissimi in Italia (forse l'unico) che si è integrato ad un centro storico.

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Commento 998 del 01/12/2005
relativo all'articolo AntiTHeSi su carta
di Sandro Lazier


Il pregio di www.antithesi.info è (o era?) che non è autocelebrativo e autoreferenziale ma insolitamente aperto e libero alle voci di tutti a volte anche troppo. Trovo infatti nobile l'affermare le proprie posizioni attraverso il contraddittorio pubblico e diretto con i lettori anche i più contrari solo con la forza delle idee (quando ce n'è...).
E' l'esposizione delle idee e dei loro contrari la forza del vostro sito.
Uscire su carta con voce monocorde della redazione mi sembra un gesto più debole, un po' borioso, e riduttivo rispetto al web, senza offesa, anche se sicuramente gratificante per le fatiche trascorse in redazione. Mi sembra un po' una cosa che fate più per voi stessi che non per il vostro pubblico.
Il contraddittorio in tempo reale ha una forza che un media cartaceo diverso dal web fatica a tenere il passo. Forse solo Domus degli anni '40 era risucita ad avere un'energia simile.
Da parte mia aspetto on line nuovi temi stimolanti al dibattito piuttosto che una summa del pensiero vostro da conservare sullo scaffale...comunque in bocca al lupo

con cordialità
Andrea Pacciani

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1/12/2005 - Sandro Lazier risponde

Concordo in pieno. Mi spiace, però, che la dose di veleno contenuta nell’articolo non sia arrivata come desideravo.
Comunque tranquillo, Pacciani, l’autoerotismo non ci piace e non ci corrompe. Conosciamo bene i limiti del giornale. Per questo tentiamo di onorare le poche, ma preziose, qualità che abbiamo.

Commento 919 del 22/06/2005
relativo all'articolo Diritto d'Autori - il diritto a un ricordo... il d
di Davide Crippa


Della mia esperienza al Politecnico ricordo pochi docenti degni di omaggio pubblico in quanto tali; Bernasconi-Geometria descrittiva (oggi si insegna un decimo di quello che faceva nel suo corso ed è causa dell'ignoranza degli architetti) Patetta-Storia dell'architettura (le sue lezioni su Brunelleschi e Michelangelo finivano spesso con un'applauso spontaneo per la passione che sapeva trasmettere agli studenti pigiati in aule stracolme, ) De Miranda -Tecnica delle costruzioni (ti insegnava a calcolare fin quanto un ingegnere strutturista: non l'ho mai fatto nella professione ma gliene sarò sempre grato. Oggi incontro colleghi che non sanno dicsernere tra una struttura a telaio e una a muratura portante, nè dimensionare una putrella).
Questi tre sono docenti i cui progetti architettonici non conosco e credo nemmeno mai entrati nell'elite delle riviste, ma sapevano insegnare e trasmettere parti importanti della nostra disciplina. Non credo sarà mai dedicato alcunchè in ricordo o omaggio del loro insegnamento.
Stenderei piuttosto un velo pietoso sugli edifici di Viganò e Ponti sede della facoltà di architettura del Politecnico di Milano e sulla trasmissione della composizione architettonica (su questo spero i tempi siano cambiati).

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Commento 918 del 22/06/2005
relativo all'articolo Diritto d'Autori - il diritto a un ricordo... il d
di Davide Crippa


per Vilma Torselli:
ho frequentato il politecnico di Milano negli anni 84/90 e di Scarpini ho un ricordo indelebile per un convegno annunciato il cui titolo recitava più o meno così nelle locandine sparse nell'ateneo: "Architettura fatta con i piedi, progetti di Calza, Li Calzi, Scarpa e Scarpini. Interveranno gli autori". Ricordo che il giorno del convegno l'aula era piena ma degli architetti annunciati (i tre in vita erano docenti al Poli) nessuna traccia....... e chi si aspettava ingenuamente una stroncatura di Carlo Scarpa rimase deluso.
Mi auguro che gli studenti di oggi abbiano la stessa fantasia di allora....

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Commento 878 del 25/02/2005
relativo all'articolo PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid
di Paolo G.L. Ferrara


Gentili Emanuele e Domenico,
scusate se mi intrometto, ma se si parla di regionalismo non posso non dire la mia, non sulle vostre questioni ma sull'idea di architettura regionale.
E' un concetto che esplicitamente può appartenere solo alla architettura tradizionale e non alla ricerca del nuovo e all'approccio sperimentale della modernità.
Bisogna stare attenti, riammettere il regionalismo vuol dire riammettere l'architettura come linguaggio e questo è considerato sacrilegio dal dibattito contemporaneo.
L’architettura è creazione di identità spaziali che in passato si sono espresse in linguaggi più diversi, che nel corso della storia si sono evoluti, con le loro declinazioni dialettali vernacolari e regionali, con le proprie regole e grammatiche, senza contaminazioni.
Il moderno non è un linguaggio perché nasce dall’incomunicabilità linguistica intrinseca, sono suoni che presi uno per uno possono avere un perché ma che per invariante non devono assonare tra di loro né con i suoni del passato.
E' perciò improbabile una ricerca regionalista apprezzabile con i criteri della modernità. Chi sente la mancanza di un'architettura regionale deve coerentemente rientrare nei binari della tradizione. Lascino alle poche e geniali e star pionieristiche dell’architettura sperimentale la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo che col tempo contaminerà inevitabilmente e positivamente anche la architettura tradizionale e regionale.
Chi non si sente di tal genio abbia il coraggio di ammetterlo, guardi ai migliori risultati degli architetti del passato e cominci a copiare, sì copiare, chi ha fatto in precedenza meglio di lui; magari guardando all’interno della propria realtà locale dove sicuramente giacciono impolverati esempi che hanno superato la prova della storia, che hanno rinunciato per il bene collettivo all’imposizione della propria presenza, senza aspirare ad entrare in classifiche o nomination.
“siate regionali e sarete universali” diceva Federico Fellini in tutt’altro contesto ma a grande ragione.

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Commento 847 del 30/11/2004
relativo all'articolo Terragni: la tormentata bellezza dell'esprit nouve
di Paolo G.L. Ferrara


La figura di Terragni emerge in un mondo che era disperatamente affamato di un utopico "mondo nuovo". Le sue idee perfettamente si adattavano al nuovo spirito industriale. Le Corbusier e gli altri pionieri modernisti erano felici di essere al servizio del fervore rivoluzionario dei tempi, e in questa contestualizzazione storica va visto.
Il Novocomum veniva progettato insieme alla sua versione con le facciate storicistiche, mentre ancora per strada si circolava con le carrozze con i cavalli, si vestiva con il cilindro e le ghette e le donne non avevano diritto al voto.......
Questa apologia del Terragni Michelangiolesco mi ricorda un po' il Le Corbusier che si beava di foto e di disegni del Partenone.
"Le Corbusier era un maestro nell'arte della propaganda e un pioniere nell'applicazione delle tecniche della persuasione visiva al fine di ottenere maggiori incassi pubblicitari per il suo giornale L'Esprit Nouveau. Egli ingannevolmente sosteneva di ispirarsi per il suo fondamentalismo geometrico (e perfino nell'estetica della macchina) alle costruzioni dell'Acropoli. Ciò fu ottenuto attraverso un attenta e sagace selezione fotografica. I suoi agiografi amavano mostrare un Le Corbusier ritratto contro l'Acropoli, usando delle foto pubblicitarie che egli stesso aveva attentamente preparato. L'innaturale ed artificiosa appropriazione delle leggi dell'architettura classica per Le Corbusier è una applicazione del vecchio trucco che consiste nell'inventarsi un rapporto fittizio verso quelle figure che trasmettono un messaggio di autorità, al fine di acquisirne credibilità......
Nelle parole di Le Corbusier: "La decorazione è di un ordine sensoriale elementare, come è il colore ed è adatta alle razze semplici, ai contadini ed ai selvaggi" . Sembra non sapere che le costruzioni sull'Acropoli, che ha professato di ammirare così tanto, originariamente erano dipinte con colori luminosi e contrastanti" .
Gli edifici più vecchi continueranno ad essere un pericolo per le vuote asserzioni moderniste, finché le persone normali continueranno a percepire le emozioni che essi trasmettono.

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Commento 844 del 26/11/2004
relativo all'articolo Terragni: la tormentata bellezza dell'esprit nouve
di Paolo G.L. Ferrara


"Scardinato il codice della sovrapposizione degli ordini, Michelangelo rinnega la staticità della scatola “disturbandone la forma”".
Andiamoci piano! fra un po' il povero Michelagelo può venir buono per fare anche il padre spirituale dei decostruttivisti.
L'ordine gigante al posto della sovrapposizione degli ordini non rinnega alcunchè, semplicemente ne fa un'altra "Maniera", mantenendo le stesse gerarchie compositive Ionico-corinzia del canone classico della successione degli ordini.
"il messaggio nuovo a cui l’architetto aspira": purtroppo è questa aspirazione che ha trasformato la “presenza della forma primaria” (della architettura) di Terragni in "presenza della firma primaria" (dell'architetto) con tutti i disastri conseguenti del modernismo. Che ci siano stati dei refusi di stampa nel proselitismo al movimento moderno?

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26/11/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Scusi Pacciani, perchè cita i decostruttivisti? Quando mai ho parlato di decostruttivismo? Ha letto gli altri miei articoli in merito? Non sono mai stato tenero con la catalogazione di architetti diversissimi quali quelli definitri "decostruttivisti". Il "disturbare la forma" di cui parlo non è quello di M. Wigley: è quello di Michelangelo e di Borromini, che significa esclusivamente lavorare non con forme ma con lo spazio architettonico. E poi, mi scusi, ancora con l'idiozia della "maniera" michelangiolesca? Michelangelo mantiene le gerarchie?! Ma dove?!... forse nella pittura?... o nella scultura?...o nell'architettura? "Spazio", Pacciani, "spazio", non ordini e gerarchie. Così come in Terragni.
Cordialità

Commento 782 del 22/09/2004
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


Solo la competenza fa apprezzare la qualità. E' un assioma che vale per tutta la cutura materiale che circonda: dalla gastronomia, all'arte, alla lettura, alla moda, ai motori, allo sport.
Il dibattito architettonico contemporaneo nega ogni competenza a chi architetto preparato non è che tra l'altro è colui che deve vivere quotidianamente quegli spazi su cui non può proferir giudizio.
Purtroppo l'arte e l'archiettura moderna contano su un apprezzamento che non è fondato solo sull'esperienza diretta ma sulla conoscenza di tutto ciò che vi sta dietro disciplinarmente o sull'emozionalità dell'evento.
Ma l'architettura e la città sono oggetti d'uso quotidiano, prolungato nel tempo per generazioni dall'intera collettività e non oggetti di consumo destinati ad addetti specialistici nel tempo breve.
Da qui la competenza di base nella nostra disciplina appartiene a tutti per il semplice motivo che tutti vivono, abitano, lavorano, frequentano, viaggiano.... Anzi questa competenza si affina col tempo senza essere architetti o aver studiato scegliendo luoghi da visitare, personalizzando i propri ambienti.
Facciamo tesoro degli interventi dei pochi non addetti ai lavori che si avvicinano a questo mondo cercando di capire perchè sono costretti a vivere in posti che non piacciono, in cui non si identificano e non si capacitano dell'incomunicabilità dell'architettura contemporanea con la loro vita civile

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Commento 785 del 22/09/2004
relativo all'articolo Don Camillo e l'architettura moderna
di Ugo Rosa


In risposta ad Irma Cipriano.
Condivido il tutto, solo che se vado in un ristorante di nouvelle cousine,con poca competenza, probabilmente non mi piace niente e non ci torno più, e se lo scrivo su un quotidiano (non sulla Treccani) non si inalbera nessuno.
Esistono invece ancora ristoranti che praticano gastronomia tradizionale di alto livello di cui posso apprezzare l'alta qualità anche con poca competenza gastronomica.
E' questo il germe che ha portato al continuo fallimento dell'architettura e dell'arte moderna nel rapporto con il pubblico: non si può apprezzare con poca competenza.
Inoltre in architettura moderna si vuole convincere la gente ad abbandonare la cucina tradizionale per la nouvelle cousine in maniera definitiva perchè è espressione della cultura proprio tempo supponendo una competenza e un gradimento unilaterale del pubblico.
La mia impressione è che, metaforicamente ma forse anche architettonicamente (quanti sono i ristoranti di alta cucina high tech, post-razionalisti o destrutturati che funzionano?) , i ristoranti dell'architettura moderna siano sempre più vuoti, in cui la gente non vuole andare affollando le pizzerie con antipasti di pesce e gli agriturismi.
Purtroppo per tutti coloro che hanno coltivato il sogno moderno, dai futuristi in poi, bisogna che si rassegnino al fatto che ciò che il tempo ha decretato valido non diventa mai obsoleto ed è sempre ricercato dalla gente perche ci si identifica con facilità; questo credo sia sufficiente per continuare a diffonderlo con qualità a partire dall'architettura, con la stessa dignità di qualsiasi sperimentalismo dagli incerti risultati.

Pertanto continuo a non capire perchè sia vietato in architettura coltivare cultura regionale e tradizionale di alta qualità in continuità con le certezze del passato, con le risorse e le necessità di oggi come è concesso in ogni ambito di cultura materiale.

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Commento 762 del 14/07/2004
relativo all'articolo Il progetto di Richard Meier per l'ara pacis a Rom
di Giannino Cusano


Quel progetto ha un difetto: non imita il contesto, uno dei posti più belli del mondo, ma dichiara apertamente di costituire uno strato successivo rispetto a quelli sovrappostisi finora e oggi leggibili, con l'arroganza autoreferenziale di sentirsi migliore.
Non Condivido l'appello al Sindaco Veltroni di accelerare le procedure per l'appalto in itinere del secondo lotto riguardante la sistemazione definitiva del complesso Ara Pacis.

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Commento 760 del 06/07/2004
relativo all'articolo Miserère!...Ligresti....
di Paolo G.L. Ferrara


Ottimisticamente la fine prevista dei lavori è il 2014 ma con i tempi italiani sarà più verosimile il 2019.
"Dieci anni sembrano davvero molti per potere considerare l’architettura un fatto contemporaneo, soprattutto se consideriamo che non si tratta di progetti linguisticamente e territorialmente rivoluzionari".
L'architettura fatua corrente, di fatto non può stare al tempo dell'edilizia reale o deve essere talmente "rivoluzionaria" e anticipatrice da arrivare a compiutezza con il minimo del ritardo possibile per vivere almeno qualche stagione da contemporanea: che frustrazione!
Finalmente ci si rende conto che le grandi opere, almeno in Italia per i suoi tempi, sono pertanto per lo più precluse a quella architettura che privata della freschezza della novità e dello stupore diventano inutile formalismo.
La mia sensazione che avere abbandonato i valori della rappresentazione e dell'identità delle persone che devono vivere le architetture per uno sperimentalismo autoreferenzialista, porti ad un piccolo recinto d'oro chiuso in se stesso per le grandi firme che di fronte ai divismi dello starsystem, genera indifferenza e al più sdegno e acredine verso la nostra professione (leggi i commenti ai grattacieli sul forum del sito del corriere).
Non mi stancherò mai di ripetere che per tutta la storia dell'uomo gli architetti hanno progettato sapendo che non avrebbero sopravvissuto alla compiutezza della loro opera e terminando le opere a loro sopraggiunte dal passato, adattandole alle sopraggiunte necessità, in modo di lasciare ai loro successori la possibilità di fare altrettanto.
Questa regola è stata rispettata per millenni con il risultato che oggi ancora abitiamo in edilizia di epoca medievale continuamente rimaneggiata nei secoli e perfettamente ancora idonea alla nostra vita contemporanea (è più ricercata dal mercato di qualsiasi edificio del XX secolo di pari posizione)
La rapidità della costruzione edilizia dal dopoguerra in poi ha esaltato la possibilità di catturare i presunti rapidi cambiamenti della vita contemporanea in architetture sperimentali.
Di fatto i fallimenti di un secolo di edilizia moderma e quelli annunciati anche in questo scritto di quella neo-espressionista di Ligresti che rappresenterà a breve, in ritardo, il dibattito architettonico contemporaneo, danno ancora di più ragioni all'esperienza della città storica e della sua architettura, non tanto nella sua originalità materiale, quanto alla sua originalità progettuale di adesione al vivere quotidiano e al successo di adattabilità nel tempo ai cambiamenti di stile di vita.

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Commento 717 del 14/04/2004
relativo all'articolo La Fenice, com'era e dov'era
di Luigi Prestinenza Puglisi


Epocale!
L'intevento di Puglisi è illuminato da un punto di vista della critica architettonica; per la prima volta su una rivista ufficiale italiana qualcuno si pone finalmente di fronte all'amara (per loro) realtà che "una architettura è un’opera che nel tempo è soggetta a continui rimaneggiamenti, spesso per il meglio", che la continuità e il cambiamento sono principi regolativi dell'architettura che la fanno sopravvivere alle generazioni; l'alternativa è la museificazione feticistica del lacerto più vecchio.
E' un'ammissione pesante: questo vuol dire finalmente nei fatti abbandonare la dicotomia "vero-falso" temporale e materiale (concetto introdotto in architettura solo nel XX secolo di fronte allo storicismo fine 800, ma duro a morire); vuol dire dare più importanza nel giudizio della qualità architettonica all' "identità formale dello spazio" che alla sua identità temporale e materiale; vuol dire previlegiare i concetti di "opportunità","efficacia", "congruità" nel giudizio estetico complessivo di un edificio: di cosa sia fatto e quando sia stato fatto è sì importante ma meno della qualità della vita che vi si può svolgere in questo momento.
Con questo metro ecco che senza ipocrisie si capisce l'idolatria del mercato immobiliare per i rustici dei poveri contadini dell'800 e i prezzi del centro storico dei palazzi nobiliari (dove spesso risiedono e lavorano gli architetti moderni), così come la deriva da collezionismo d'elite dell'architettura conemporanea che punta solo ai valori temporali e materiali della costruzione.

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Commento 697 del 18/03/2004
relativo all'articolo Belli e/o brutti (milanesi)
di Maurizio De Caro


Ineccepibile la diagnosi delle schifezze meneghine, deludenti le conclusioni.
Ci si vuole rendere conto che questi prodotto sono proprio il risultato del "rischiare ,riscoprire il piacere eccitante dell'azzardo" di architetti vanesi e autorefernziali?
E' una questione di metodo; o lasciamo a tutti i progettisti questa velleità e ci teniamo i risultati delle opere scadenti senza lamentarci, o cambiamo metodo.
Non mi stancherò mai di dire che la storia dell'architettura ci insegna che questa viene realizzata per pochi edifici da grandi maestri e mentre la quasi totalità della città è progettata da epigoni di questi più o meno distanti e capaci; ieri era così, oggi è così, domani lo sarà ancora; perciò basta con questo falso moralismo di distinzione tra gli architetti bravi e quelli scarsi venduti al soldo delle imprese speculatrici.
"il godimento estetico non come eccezione ma come normalità" non appartiene alla cultura della modernità, come ci hanno insegnato dal futurismo in poi, semmai alla cutura tradizionale.
L'architettura moderna per questo piace e piacerà solo agli architetti o ad un'elite in grado di apprezzarla, ma mai alla gente comune che si vuole identificare nei luoghi che abita. Il suo destino è quello dell'arte moderna contemporanea chiusa a recinto in se stessa, incontaminabile dalla città reale, non più in grado di comunicare con l'esterno.

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Commento 654 del 13/02/2004
relativo all'articolo Italia Nostra: i perchè del 'no' a Niemeyer
di Italia Nostra


Il dibattito sulla qualità del progetto del brasiliano non c'è non perchè questo sia ben fatto, anzi per me è puro modernariato, di nostalgia modernista ormai cara agli architetti, che fa il pari cent'anni dopo a quella storicistica di fine '800; il dibattito non c'è perchè di fatto è un progetto che fa tenerezza per l'età dell'autore che con coerenza di se stesso progetta come quarant'anni fa (alla faccia della modernità che deve lasciare il segno della contemporaneità) a cui non si può dire di no perchè non ha più l'arroganza e la forza dirompente dei grandi interventi del dopoguerra.
Il fatto è che il posto di cui si parla, mi auguro voi ci siate stati di persona, è di altissima qualità ambientale.
E come dibattere sulla piramide del Louvre: è più imprtante discutere se vale la pena costruirci dentro o meno, più che cosa costruirci.
Tanto qualsiasi cosa ci si costruisca vive della luce riflessa del contesto in cui si trova che in questi posti è enorme; perciò basta un qualsiasi gesto architettonico magari moderato negli accenti che questo apparirà di una bellezza e perfezione esaltante; perciò se l'auditorium di Ravello fosse anche di Titanio, di cristallo, o con le pareti storte anzichè di cemento curvo col buco tondo, questo apparirebbe come un gioiellino celebrativo del fortunato eletto a bearsi di cotanta bellezza circostante.
La casa a Capri di Libera, lì accanto, è un piccolo miracolo, ma nel 2004 non avrebbe nessun senso dare incarico di progettazione architettonica in un posto simile.
Io credo che il compito dell'architettura stia oggi più umilmente nel riqualificare quelle aree che ha degradato nel recente passato, più che cercare nuove verginità in cui farsi bella; purtroppo il narcisismo di architetti e politici è radicato nei secoli della storia e non vedo come oggi possa interrompersi di colpo.

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13/2/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Grazie al narcisismo abbiamo opere quali quelle di Michelangelo. Evviva il narcisismo!
Scusi Pacciani, scusi la mia profonda ignoranza, ma che significa "modernariato" quando si parla di spazio quale materia costruttiva dell'architettura?

Commento 624 del 03/02/2004
relativo all'articolo Tradizionalismo a Parma
di Sandro Lazier


Gentile Sandro Lazier
La ringrazio per la consueta disponibilità con cui accoglie i miei interventi da “dirimpettaio” (mi piace il termine, fa molto cultura dell’abitare tradizionale; probabilmente si estinguerà presto perchè gli edifici dei nuovi sperimentalisti non possiedono i concetti quali il vicinato, il rapporto con chi abita di fronte……).
Questo convegno al quale sto collaborando nell’organizzazione è a mia saputa uno dei pochi che si occupa di architettura tradizionale che non va confusa con i soliti e noti teoremi del modernismo costruttivo a cui è più giusto accumunare il “90 percento delle costruzioni – comprese villette e palazzotti –“ e proprio questo distinguo spero venga fuori dal convegno.
La lista degli invitati è lunga e solo alcuni parteciperanno come oratori, gli altri con interventi scritti a corredo degli atti del convegno. Io personalmente mi sono autoescluso dalla lista degli oratori per far spazio ad altri. Ogni sessione avrà comunque un dibattito in cui le ragioni del modernariato (forse è un termine che bisognerebbe introdurre anche in architettura) e un minimo di contestazione sarà garantito, anche perché già tra gli invitati c’è disparità di vedute, vedi Rizzi biografo di Heisenmann e De Poli di riferimento alle riviste Area e Materia che tradizionali propri non sono; sono d’accodo con lei che non ci sono nomi di posizioni totalmente opposte ma il rischio è uno sterile e poco costruttivo rimanere sulle proprie idee troppo distanti.
Sarei ovviamente onorato della presenza costruttiva del suo sano antagonismo in uno di questi dibattiti a fine sessione.

Aggiungo alcune riflessioni sui suoi concetti:
1) Il localismo, o meglio il regionalismo è a mio avviso la vera risorsa dell’architettura che la modernità ha cercato di cancellare.“marcare la propria differenza rispetto al resto del mondo” è un’atteggiamento tutt’altro che tradizionale, semmai degli egoismi delle avanguardie e degli sperimentalismi per trovare una propria dignità d’essere.
In un periodo storico come questo in cui si combattono i pericoli della globalizzazione si impone un’architettura simile in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, imponendo modi di vivere a chi li deve abitare; un vizio dell’International Style che è duro a morire (Già ho parlato in questo sito come il vecchio saggio che ha dato il la al decostruttivismo è lo stesso Philip Johnson….)
2) L’architettura tradizionale non ha bisogno di “misure fisse, tali da formare base oggettiva di un qualsiasi pensiero derivato” basti pensare al disegno degli ordini classici nella storia della teoria dell’architettura: non ce ne è uno uguale all’altro, cambia per ogni periodo storico e per ogni regione se non da architetto ad architetto (erano anche loro quasi sperimentalisti!).
3) L’individuo che rivendica la propria diversità è tale appunto se è diverso da qualcosa che è altro, convenzionale, banale, tradizionale; il tutto diverso da tutto non credo generi una città ma solo urla in un coro di urla dal quale non riescono nemmeno ad uscire e allora sì diventano omologazione forzata che sopprime le individualità. La gara per costruire meglio le città non è a chi grida più forte o inventandosi una voce nuova
4)l’italianità, il regionalismo, la tipologia, dal mio punto di vista hanno a che fare con la democrazia e la libertà, tanto quanto la architettura moderna e la storia lo insegna. Non nascodiamoci dietro un legame tra politica e architettura perché non esiste….
Federico Fellini sosteneva: Siate regionali, sarete universali!
Andrea Pacciani

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Commento 567 del 29/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Nella disputa accesa, sono passate inosservate due chiose delle nostre gentili commentatrici che mi spiace passino così sotto tono e senza un commento del nostro puntuale “direttore” che di solito non se le lascia scappare.

L’Irma ci dice che:
“Per fortuna le norme non sono vangelo. La burocrazia non è architettura, quindi l'articolo tre, interpretato come fa lei, è inutile. Leggere le cose in questo modo non ci porta (come ci ha sempre portato) che a partorire orrori funzionali”.
Si riferisce all’articolo delle norme deontoligiche della professione dell’architetto che recita: "L'architetto esercita la professione in conformità alle leggi vigenti ed opera nel rispetto dell'interesse generale della società che riconosce prevalente sia quelli del committente e personale”.
Per me è limpido, chiaro, va preso alla lettera per quello che dice, vale tanto quanto il giuramento di Ippocrate che fanno i medici; ma se ci sono “Interpretazioni” o modifiche da segnalare ad Urbani lo si faccia alla svelta tanto che si aggiusta la Merloni e liberiamoci da inutili equivoci.
A proposito tanto di cappello alla lettera di Beniamino Rocca, ineccepibile, e a quanto pare conforme al suddetto articolo 3 quando caldeggia “Il dibattito tra i membri della commissione giudicante deve essere pubblico e il voto dei commissari palese…Altra cosa che ci sembra utile è anche quella di diminuire il numero degli architetti nelle giurie a favore di altre professionalità”.
La Vilma aggiunge:
“E' certo che restauri come quello perpetrato ai danni della Fenice andrebbero proibiti.
Per legge”
E’ vero che il nostro paese per certi aspetti sembra essere sotto una dittatura, ma a imporre una certa achitettura anziché un’altra per legge credo non sia mai accaduto nemmeno nelle migliori dittature di Hitler o Stalin, né in quelle di Ciausescu o di Saddam, ma se vogliamo essere i primi nel nome della palese democrazia dell’architettura moderna aggiungiamo anche questa richiesta ad Urbani.
Spero di essere indagato al più presto per “falso in teoria del restauro” quando restaurando una qualsiasi architettura moderna sostituirò il vecchio intonaco a base di cemento con uno nuovo a base di calce anzichè impregnarlo di reisina o lasciarlo su a lacerti testimoniali.

Piccola riflessione che non riguarda questa discussione:
Sono passati ormai 16 anni dal 1988 quando Philips Johnson celebrava al MOMA il decostruttivismo di Gehry, Libeskind, Koolhaas, Eisenman, Hadid, Himmelblau e Tschumi con una mostra che lo lanciava sul panorama mondiale (sì lo stesso Johnson che nel 1932 celebrava nella mostra storica “Modern architecture” Mies, Corbu, Gropius e Oud, lanciando l’International Style). Da allora i cambiamenti che si citano per dare il senso dell’attualità sono stati moltissimi dal muro di Berlino, ad internet, all’11 settembre. E’ questa ancora architettura contemporanea o già neostoricista? bisogna fare chiarezza su cosa vuol dire fare archiettura del proprio tempo, avanguardia, sperimentalismo, storicismo......


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Commento 553 del 19/12/2003
relativo all'articolo Un'americanata a Venezia
di Mariopaolo Fadda


Attaccarsi al concetto di falso storico è debole,
signor Fadda si informi, non dico di leggere con gli occhi aperti e mente elastica quanto ho scritto in passato sul tema in questo sito, si legga Paolo Marconi o di David Watkin, gli ultimi scritti di Settis (il direttore della Normale di Pisa non un saltinbanco) se Cervellati la irrita; si domandi perchè Hans Kollhof paladino della modernità berlinese sta passando ad una più mite architettura regionalista tedesca, se Lampugnani e i f.lli Krier li considera ciecamente nazisti.
Credo che qualche passo in avanti rispetto alle tesi di Zevi si sia fatto ne prenda atto; francamente mi sembrano le sue posizioni neo-storicistiche e conservatrici di una visione dell'architettura che ha prodotto più danni che successi.
Se rilegge quello che lei stesso ha scritto si rende conto che quel teatro è la splendida prova di come non può esistere il falso storico in questa ricostruzione perchè non c'è un vero storico essendo un edificio in continua e lenta mutazione nel corso dei secoli e degli incendi; la Fenice di oggi non è altro che un nuovo episodio, fatto bene o male che sia, di questo divenire che non si è voluto interrompere.
Capisco che accettare che un edificio possa divenire nel tempo e con le generazioni come è accaduto per tutta storia dell'architettura è un paradosso per lei e rispetto alla modernità che intende l'architettura come episodio immutabile e uguale ad un'identità unica ed immutabile del momento dell'atto creativo, ma deve sforzarsi a capire questa amara realtà; esca di casa, si guardi intorno, le case col tempo cambiano, si deteriorano, si adattano alle nuove necessità di chi le abita, alle trovate tecnologiche, sia alle manutenzioni fai da te, che ai restauri filologici che inevitabilmente alterano lo stato materiale degli edifici e quando si progetta bisognerebbe pensare che inevitabilmente queste cose accadranno.
Se si riflette con obiettività più che un'identità materiale (che lasciamo ai feticisti), quella che conta è l'identità dell'abitare nel suo complesso che riesce ad avere un edificio e solo questa è la qualità dell'architettura che va demolita, restaurata o preservata.
Come ho già detto la sconfitta di della villa di Mies sta nel fatto che la genialità spaziale, tecnologica e immateriale non è servita a garantirne la vita abitativa a distanza di così troppo poco tempo.
Questa è la morte dell'architettura!
Solo pochissima architettura moderna è riuscita ad entrare nel divenire della cultura materiale delle persone; questa è una sconfitta penosa ma è un dato di fatto; continuare su questa strada vuol dire relegare il nostro mestiere a scenografie, allestimenti, divagazioni virtuali, insomma roba di architetti solo per architetti.
Citando le norme deontologiche dell'ordine degli architetti si sostiene all' Art.3 "L'architetto esercita la professione in conformità alle leggi vigenti ed opera nel rispetto dell'interesse generale della società che riconosce prevalente sia quelli del committente e personale". Spero che con l'abolizione dell'ordine non si sopprima questo principio per l'affermazione della qualità come frutto dell'autoreferenzialismo dell'architetto moderno.
Andrea Pacciani


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19/12/2003 - Mariopaolo Fadda risponde

Mi pare che la brillante Irma Cipriano abbia ampiamente risposto al mio posto. Anche se le consiglio di non farsi troppe illusioni: Pacciani è sintonizzato con l’ottocento e non c’è verso di fargli capire che siamo nel XXI secolo.
Io aggiungerei che non capisco con chi ce l’abbia Pacciani. Con me o con gli autori del falso veneziano? Con me perchè dico che si è falsificato un edificio falso e il tessuto storico o con gli “esperti” veneziani che non sono stati capaci di rifare la Fenice “com’era”? Infatti, dice Pacciani, che la Fenice era “un edificio in continua e lenta mutazione” e quindi non è “com’era” ma un “nuovo episodio”. Uno fa una cosa con un principio, arriva l’esegeta e la giustifica con un’altro opposto principio. Certo che la chiarezza metodologica e la saldezza di principi non mi pare siano il loro forte.
Quanto all’obiettività in campo artistico mi pare roba che neanche il mitico Zhadanov si sognava di sostenere.
L’architettura è morta? Questo è uno scoop! E di che sarebbe morta? Nientepocodimenoche di scenografia, allestimenti, divagazioni virtuali. Diamine! dev’essere stato un complotto di Spielberg, Daniel Libeskind e Greg Lynn. Li vogliamo tutti in galera!
La prego Pacciani ci faccia avere luogo, data e ora del funerale perchè gli amici di AntiThesi vorranno rendere omaggio alla cara estinta. Aspetto conferma, chè troppe volte, l’architettura, data per morta, non si è poi presentata ai funerali e noi lì in smoking e papillon ad attendere, come fessi.
Nel leggere banalità (“le case col tempo cambiano, si deteriorano, si adattano alle nuove necessità di chi le abita”) e luoghi comuni (“modernità che intende l'architettura come episodio immutabile e uguale ad un'identità unica ed immutabile del momento dell'atto creativo”) viene spontaneo chiedersi. Ma dove ha studiato architettura il buon Pacciani? Alla Montessori? O a un corso delle 150 ore?
Paolo Marconi è stato mio professore, di storia dell’architettura, non di restauro per il quale ho avuto ben altri professori: De Angelis d’Ossat, Miarelli, Carbonara, Minissi, Bonelli, Zander. E scusi se è poco.
Ma Pacciani almeno a Natale smetta quella sua aria truce, negativa, disfattista, sia un pò più ottimista e positivo. Se non l’architettura, almeno la vita, le sorriderà.

Buone Feste

Commento 551 del 15/12/2003
relativo all'articolo No al catechismo conservatore
di Mariopaolo Fadda


"Quel che penso è che l'unico valore che avevano quegli uccelli e quelle ringhiere, prima di bruciare, era di essere là da un sacco di tempo. Ciò per cui erano preziosi erano i passi che li avevano sfiorati, le mani che vi si erano appoggiate, i suoni che ci erano scivolati sopra. Gli sguardi che non li avevano visti: perché in loro era impresso un mondo che non esiste più. Il loro valore era essere muti traghettatori tra noi e tutto quel passato, quel nostro passato".
E' bello sapere che quei nuovi uccelli rimarranno lì per un altro sacco di tempo, riappropriandosi con certezza dello stesso valore di quelli che di incendio in incendio li hanno preceduti; che ci saranno altri passi che li sfioreranno, mani che vi si appoggeranno, suoni che ci scivolrenanno, sguardi che non li vedranno, perchè come in quelli bruciati anche in questi nuovi è impresso un mondo che non c'è più, ma di cui non c'è motivo di eliminarne le testimonianze se ancora oggi le apprezziamo. Il loro valore continuerà ad essere quello di muti traghettatori tra noi e tutto quel passato, come il loro campanile di S. Marco, l'edificio di epoca moderna più visitato in Italia, forse del mondo.
Ripeto il mio augurio alla Disney Hall che tra qualche secolo possa diventare un luogo che per i passi che li avrà sfiorati, le mani che vi si saranno appoggiate, i suoni che ci saranno scivolati gli sguardi che non l'avranno vista, conquisti il valore di essere muta traghettatrice tra i posteri e la nostra generazione ed alla prima incrinatura delle lastre di titanio si scelga il dov'era e com'era.

Andrea Pacciani

P.S. la villa di Mies è stata salvata o è morta ora definitivamente? Fino ad ora è stata la casa di abitazione di qualcuno, ha svolto la sua funzione per la quale era stata concepita ed è triste che nessun magnate sia stato in grado di far fronte al valore testimoniale-storico-architettonico per abitarla ancora.
Cessata questa funzione, ora si imbalsama lo spazio architettonico, museificandolo come si fa per l'architettura del passato non più utilizzabile; è forse la sconfitta peggiore per il maestro che credeva in buona fede di aver costruito una casa con un valore abitativo che rimanesse attuale nel tempo forse più a lungo e forse che potesse cambiare il modo di vivere della gente; e pensare che dall'altra parte del mondo ci sono dei testardoni che si sono incaponiti per perpetuare la vita di un teatro con i falchi dorati perchè si crede possa ancora funzionare......



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Commento 477 del 07/11/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


E' lo smoking di Gehry da ragione a Cervellati
Scusate se riprendo qui l’intervento su Gehry, quella sua immagine in smoking all’inaugurazione della Disney Hall mi ha fatto veramente pensare. Non ho idea e non mi interessa come il “maestro” si vesta tutti i giorni per andare in studio o in cantiere; di fatto all’inaugurazione della propria opera e per andare a sentire l’Opera, non può che mettersi il suo bravo smoking e calarsi nella “convenzione sociale” della serata di gala americana.
Mi sento già rispondere che nessuno è obbligato a mettersi lo smoking per andare a teatro ed è ormai un usanza in declino, sorpassata, snob o che Gehry è un marpione che si traveste per apparire meglio con i suoi committenti creduloni e voi non l’avreste mai fatto.
Sappiamo invece che l’abito scuro o quello da cerimonia non sono solo una questione di apparenza, ma hanno tutta una loro dimensione sociale riferibile ai comportamenti di vita comuinitaria e ai valori di convenienza e di appartenenza che fanno parte della inalienabile identità culturale delle persone e non si può far finta che non esistono più.
Tutti gli invitati all’inaugurazione della Disney Hall sono poi tornati a casa con i piedi doloranti, hanno rimesso in naftalina il loro abito che non usano quasi mai e si sono rivestiti con Levi’s e sneakers per riprendere la loro vita quotidiana. Non sono stati ad una carnevalata né hanno compiuto un gesto fuori dal loro tempo, hanno semplicemente vissuto un loro momento di convivialità secondo la loro tradizione, sfoggiando abiti firmati da stilisti all’ultimo grido, un po’ come quando nel passato si metteva il vestito della festa per andare a messa; sono riti, abitudini di vita che cambiano nel tempo nei modi ma rimangono inalterati nella sostanza per secoli e coinvolgono tutti.
Ecco chiedere ad un architetto di costruire in centro storico è un po’ come chiedere ad uno stilista di moda di disegnare un frac, un abito di sposa, o un anello da fidanzamento. Ovvero si tratta di lavorare su un contesto molto preciso, delineato nelle convenzioni degli usi del tempo e nell’educazione e nel rispetto di chi ci ha preceduto e di chi ci succederà per mantenere in uso il patrimonio culturale pervenuto, con tutto il peso delle regole di vita che vi appartengono.
Non sono un esperto di moda, ma credo che gli smoking di Armani o di Ferrè sappiano essere contemporanei senza uscire dai canoni tradizionali dell’abito da cerimonia; non sono un falso storico, nessuno li scambierebbe per vestiti d’epoca e, se manterranno nel tempo le caratteristiche di rappresentanza e attualità stilistica, saranno apprezzati maggiormente perché magari saranno indossati più a lungo. Disegnare questi vestiti non toglie certo ai loro autori margini di originalità, innovazione tecnologica o di materiali, né di creatività: semplicemente per avere successo nel prodotto è rischiesto un allontanamento dai margini tradizionali che, per non sbagliare, deve essere contenuto nella misura, nel dettaglio, nell’umiltà dell’intervento innovativo, nella omissione degli autoreferenzialismi e delle interpretazioni personali.
Chi non vuole edifici modernisti in centro storico chiede soltanto che venga mantenuta questa invariante della tradizione compositiva del luogo nel rispetto dei valori che riesce ancora a trasmettere. Questo non vuol dire imbalsamare con resine e collanti case senza bagni e senza ascensori “condannando” alla storia gli edifici del centro, bensì continuare ad adattarlo alle reali necessità contemporanee, continuarne la vita e agevolarne il futuro, ma nella stessa cultura urbana e abitativa con cui questi ci sono pervenuti. La storia ormai ci ha insegnato che gli interventi modernisti nella città storica stanno come un altare controriformista in una chiesa romanica: eccitanti nella loro ridondanza, quasi sempre fuori luogo, nel tempo insignificanti, assai raramente geniali.
Credo che nessuno stilista si tiri indietro di fronte alla richiesta di disegnare un abito classico, anzi credo sia stimolo per lui per confrontare il proprio lavoro solitamente senza riferimenti di apprezzabilità che non siano il proprio gusto personale.
L’architetto, soprattutto quello italiano, invece ha una certa pudicizia, imbarazzo a cimentarsi nella composizione classica; lo trova senza senso, volgare, non appartiene alla sua cultura professionale, gli sopprime la vena creativa, ha paura di sbagliare, rischia di sfigurare con il peggior manierista storicista, è costretto a copiare, lo fa sentire inferiore, si rifugia in improbabili contaminazioni moderniste da cui non riesce a staccarsi, insomma non ne è capace.
Una volta il fare modernista veniva fatto per scelta dopo aver imparato bene l’architettura tradizionale, a partire da Le Corbisier, così come gli artisti dopo aver ben imparato l’arte figurativa; oggi si inizia a dipingere subito l’astratto, a svirgolar pareti digitali sperando di azzeccare il colpo di genio che darà il

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Commento 476 del 07/11/2003
relativo all'articolo Cervellati killer degli stimoli rinnovatori
di Paolo G.L. Ferrara


“Sono contrario all´intervento dell´architettura moderna dentro un centro storico”.
"Il nuovo non può inserirsi nell´antico, che ha una sua identità definita”. Parole sante mai pronunciate con tanta sincerità da nessun soprintendente per cui è dogma ancora la versione Zeviana per cui: l´intervento moderno nel contesto storico deve apparire
e dev´essere volutamente dissonante, vedi uscita degli uffizi a Firenze e ara pacis.
”C’è forse coerenza d’identità linguistica tra la Basilica di San Marco, il Palazzo Ducale e la sistemazione urbanistico-architettonica della piazza per opera di Sansovino?” Direi decisamente di sì sono tre progetti di epoche diverse la cui costruzione non hanno interessato solo una generazione bizantina, una gotica e una rinascimentale, ma tutte quelle intermedie che si sono frapposte per terminarne l’opera, ampliarli, modificarli, adattarli. Tutte queste persone hanno lavorato tenendo conto dello stato dell’arte della cultura progettuale del proprio tempo ma nel rispetto dell’identità dell’edificio su cui intervenivano e delle invarianti venete in cui stavano lavorando e solo con quello spirito. E’ stupido considerare gli edifici del passato come eventi spuntati come funghi belli e finiti in epoche successive sulle mode del momento (come si fa da un secolo a questa parte).
Il falso storico non esiste perché in archiettura non esiste il vero storico o se esiste è una questione di esperti feticisti cui non iteressa l’identità dell’edificio ma la sua composizione chimica, non quella architettonica ; tutti gli edifici del passato sono stati costruiti per essere manutenuti, sostituiti nelle parti più deteriorabili, ampliati dalle generazioni future e questo è stato fatto in continuità temporale fino alla modernità.
Cosa vuol dire essere vero in architettura: è una questione di linguaggio o di anno di costruzione? Non credo proprio. E’ piuttosto una questione di identità dello spazio costruito. Faccio un esempio a me vicino: il teatro farnese a Parma (se non lo conoscete lo trovate facilmente su internet) è bruciato completamente sotto le bombe della seconda guerra mondiale; è stato ricostruito dov’era e com’era di legno d’abete come quello bruciato; sarà andato perso il valore materiale del teatro di legno vecchio ma grazie a qualche avveduto ricostruttore non è stato lasciato in piedi il lacerto originale affiancato da un po’ di ferraglia che lascia intuire o evoca immaterialmente l’originale perduto! Uguale a sé stesso nella sua seconda ricostruzione oggi funziona ancora e permane la sua identità spaziale oggi è forse uno dei luoghi di architettura relaizzata nel XX secolo dopoguerra più visitata in Italia dopo il campanile di san Marco. Ma anche prendendo il moderno a chi interessa se l’intonaco della Ville Savoy di le Corbusier è quello steso in cantiere ai piedi del maestro? Iteressa l’identità spaziale di quella casa e il linuaggio con cui si esprime.
Per me l’architettura è creazione di identità spaziali che possono essere espresse nei linguaggi più diversi che nel corso della storia si sono evoluti, con le loro declinazioni dialettali e vernacolari regionali, ma con le loro regole e grammatiche senza contaminazioni. Il moderno purtroppo non è un linguaggio perché nasce dall’incomunicabilità linguistica intrinseca, sono suoni che presi uno per uno possono avere un perché ma che per invariante devono assonare tra loro né con i suoni del passato.
Si può oggi costruire una casa classica? Perché no, l’importante è che sappia coniugare il corretto linguaggio classico che in quel luogo lì si è “parlato” e non lo storpi per assecondarlo alle necessità del caso che è la cosa più difficile. Pertanto intervenire in centro storico si può e si deve ma con un linguaggio del coro della tradizione locale con il quale si possono realizzare anche stazioni tav o eliporti anche in mezzo al colonnato del Bernini se in grado di dialogare con la stessa padronanza.
“Dopo lo zoning urbanistico, ecco lo zoning linguistico. Netta suddivisione nella città per parti” meglio che la mescolanza di urla e grida in cui alla fine non si capisce più nulla. Non so dove porti quest’eologio del caos, del brodo primordiale….
“Onore a Cervellati: finalmente un urbanista che ammette di essere colpevole della situazione disastrosa della città contemporanea, indubbiamente figlia degli urbanisti della sua stessa generazione, fatta di “non luoghi, privi d’identità”. Credo sia cosciente di essere stato l’unico a driblare lo zoning con mezzucci o sotterfugi teorici ma dai risultati unici in Italia.
”Ora, quel che vorrei chiedere a Cervellati è se davvero pensa che una lingua architettonica sia ancora oggi indissolubilmente legata a specifiche situazioni geografiche, derivando esclusivamente da esse, dalla tradizione, lasciando senza alcuna considerazione i significati di "contemporaneità" in architettura” Personalmente credo sia così per quell’architettura destinata ad usi abi

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Commento 458 del 02/11/2003
relativo all'articolo Eisenman, Gehry e '...la ripetizione dell'identico
di P.GL Ferrara - S. Lazier


I miei più vivi complimeti a Sandro Lazier che ha saputo così ben organizzare e gestire questa istant media convention sull’architettura gehriana. Prima ha sparato i fuochi d’artificio del giovane Fadda, preparato ed esaltato quanto basta, un po’ volgare e maleducato, ma nel mondo mediatico senza insulti si fa poca strada (Sgarbi insegna).
Poi aspetta le risposte, inevitabili, forti forse prevedibili (?) dei soliti partecipanti, che si sentono toccati dalla faziosa tracotanza del giovane Fadda.
Quindi chiosa con il pezzo di citazione di Eisenman, già a molti noto e facilmente condivisibile, che se pubblicato subito a commento del primo intervento non avrebbe suscitato questa ridda di botte e risposte.
Non so se casuale, questa regia ha comunque dato una sferzata al forum sicuramente interessante ed apprezzabile, ovvero un giro d’opinioni dirette sincere su un tema d’architettura.
Personalmete mi aspettavo qualche risposta sincera e distaccata sul mio accostamento sul metodo e sui contenuti (!?) tra l’architettura strillata contemporanea di oggi e quella altrettanto strillata e contemporanea postmoderna di 20 anni fa. Probabilmente l’età anagrafica o la corta memoria dei partecipanti al forum non lo consentono. Per i giovani studenti che si avvicinano o scappano da questo sito consiglio di andare a scavare nelle emeroteche delle facoltà per rispolverare i domus di direzione Mendini, per scoprire le analogie di allora con l’aria fritta che viene loro proposta oggi.
L’impressione da architetti è sempre che la vita degli uomini cambi in maniera velocissima, esponenziale rispetto al passato, e che le risposte progettuali debbano innovarsi e stupire per tradurre questi cambiamenti di vita sociale. Di fatto, non è così: questi cambiamenti sono lentissimi, scalfiscono solo superficialmente le abitudini di vita; non conosco la vostra vita e le vostre case o i vostri studi, ma quelli delle persone che conosco io hanno ancora le foto del matrimonio nelle cornici d’argento, i centrini all’uncinetto delle bomboniere del battesimo del nipotino e un cassetto, magari di un mobile di laminato d'alluminio, con il corredo della nonna mai usato da generazioni. Ho visto una foto di Gehry a questi festeggiamenti della Disney Hall felice nel suo classicissimo e convenzionalissimo smoking e mi ha fatto tenerezza per la distonia con il presunto messaggio architettonico della sua opera; auguro a lui e al suo teatro che sia sempre pieno di spettatori in ghingheri ad ascoltare l’Opera italiana.
L’acustica è importante per apprezzare un Guarnieri (per gli studenti d’architettura: é un violino non un architetto!) ma io preferisco ascoltarlo in una sala magari un po’ scomoda, con le ginocchia contro la balaustra del palco, la schiena dolorante per la mancanza di ergonomia delle sedute, con l’odore della polvere delle tavole da palco e la pesantezza dei decori. Mies raccontava sempre l’aneddoto sulle sue poltrone Barcelona che a chi piacevano le trovava anche genialmente comode, mentre chi non le sopportava le trovava anche scomodissime e progettate per il mal di schiena. Era il primo autogol della modernità!?

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2/11/2003 - Sandro Lazier risponde

Nessuna regia, caro Pacciani. Tutto è spontaneo anche se meditato, come la citazione di Eisenman che Paolo G.L. Ferrara ha voluto giustamente ripoporre all'attenzione dei lettori. Gli articoli di Fadda scaldano gli animi, pro o contro, ma li scaldano. Sta poi a noi cercare di non sudare troppo ed evitare che la pelle si irriti oltre il lecito. Per il resto ben vengano le polemiche e le discussioni.

Commento 446 del 29/10/2003
relativo all'articolo Cin-Cin 'Maestro' Gehry!
di Mariopaolo Fadda


E' un po' triste vedere tanto entusiasmo per un progetto vecchio nella sua modernità e quasi classico nella distribuzione degli spazi.
tutto mi aspettavo da Fog tranne che una sala concerto simmetrica, che nella sua simmetria interna svela la mediocrità dei contenuti e il diventare stile disneyano di un segno architettonico, alla stregua dei già condannati esempi post-moderni.
E' buffa questa celebrazione all'imprenditoria Disney che notoriamente cavalca le mode dell'architettura contemporanea da sempre, e da sempre è orientata alla massima gratificazione del gusto popolare e per questo atteggiamento, da sempre condannata dalla critica architettonica alta. Tutto questo vuol dire che questa che è la stessa imprenditoria che ha commissionato le new town di Celebration e la sua omologa parigina con questa magnificenza di metallo viene riabilitata ai ranghi illuminati?
Non so a me quest'edificio sa già di vecchio, un po' come quando a milano hanno costruito il grattacielo post-moderno della stazione Garibaldi dieci anni dopo l'AT&T di NY
Aspettiamo ora una ventata fogghiana italiana che ci regali qualche bel streamlining decostruttivista per camuffare qualche banalissima stazione o aereoporto, possibilmente in pieno centro storico almeno da far arrabbiare Cervellati che ha il torto di aver fatto a Bologna l'unico P.R.G. in tutt'Italia che non ha distrutto la città a lui pervenuta.
Ah, dimenticavo; ho letto per sbaglio un librino di Vittorio Magnago Lampugnani Modernità e durata.......forse un po' meglio dei miei interventi su antithesi su cosa è per me la tradizione in architettura, ma quasi quasi....

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29/10/2003 - Mariopaolo Fadda risponde

È desolante vedere quante sciocchezze si riesca a scrivere in poche righe. Quando si è in preda a conati di invidia viscerale e a frustrazioni personali sarebbe meglio evitare di avventurarsi in pseudo-dotte disquisizioni. Ne guadagnano la salute e la dignità personale.
Nel minestrone che ci è stato servito si parla di tutto: modernità, vecchiume, post-modern, Disneyland, gusto popolare, new towns, stazione garibaldi, AT&T, Bologna, Cervellati. Perchè non anche di olimpiadi, lassativi, psicoanalisi, pesca subacquea?
Vediamo comunque di filtrare un pò i condimenti piu indigesti.

1. “E' buffa questa celebrazione all'imprenditoria Disney...” L’imprenditoria Disney con la Walt Disney Concert Hall non c’entra un fico secco nè finanziariamente, nè “culturalmente”. L’offerta iniziale di 50 milioni di dollari, che risale al 1988, era di Lillian, la vedova di Walt, a cui si aggiunsero i contributi delle due figlie Sharon Land e Diane Miller, per un totale che a tutt’oggi viene stimato in 120 milioni (circa il 40% del costo finale dell’opera). Nessuna di loro ha niente a che fare con la Disney Corporation che è diretta invece da Roy E. Disney, nipote di Walt. La Disney Corporation ha dato un contributo di 25 milioni nel 1997 e non ha mai giocato nessun ruolo nella vicenda. Nè Lillian, nè le figlie hanno mai cercato di influenzare le scelte formali, nè durante la competizione (internazionale ad inviti con 4 finalisti), nè dopo. La giuria fu una scelta indipendente del Music Center. Lillian non partecipò mai e delegò il suo avvocato per seguire più che altro gli aspetti legali. Non ha mai esercitato il diritto di veto che pure aveva. Sulle scelte architettoniche non ha mai avuto nessuno preconcetto.
La ”celebrazione all'imprenditoria Disney”sarà pure una citazione ad effetto ma è un volgare pretesto per giustificare una rancida sbrodolatura no-global e antimoderna.

2. Gehry un decostruttivista? Questa è una perla da incorniciare. Dove sono le decostruzioni gehriane? La voglia di essere per forza originali, senza averne l’ispirazione, fa prendere fischi per fiaschi. Il metodo e la poetica gehriane sono altro. Ho cercato di descriverle negli altri articoli pubblicati e non mi ripeto. D’altra parte non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

3. “... un progetto vecchio nella sua modernità...”. La solita italica supponenza di essere l’avanguardia delle avanguardie, salvo ritrovarsi, con un triplo salto mortale rovesciato, ad adorare i presepi di Cervellati.

4. Giudicare un’edificio analizzandone solo un particolare trascurando allegramente il resto sarebbe come giudicare una persona in base alla dentatura. Che facciamo giudichiamo la scuola di Lünen di Scharoun in base ad alcune aule simmetriche? E come la mettiamo con il Mummers Theater a Oklahoma City di Johansen? Mai sentito parlare di edificio-città-terrritorio?
Il contenuto (lo spazio per concerti, quale mediocrità!) ha determinato la forma. L’acustica era problema sovrano. Dirà Gehry “Se falliamo con l’acustica alle gente non gliene importerà nulla della bellezza dell’edificio”. Sono state analizzate tutte le possibili soluzioni (ci sono 60 modelli della hall). Gehry ed i membri del Music Center hanno viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitando le più importanti sale da concerti. L’opzione iniziale era per una sala tipo la Philarmonie di Berlino di Scharoun, ma le diverse dimensioni della sala ed altre considerazioni tecniche hanno spinto per il modello della Suntory Hall di Tokio opera di Nagata (ha iniziato lui il progetto acustico della Disney ma poi si è ritirato in pensione lasciando il posto ad un suo allievo, Toyota), considerata la miglior sala al mondo per l’acustica. Da quel modello, architettonicamente mediocre, Gehry ha tirato fuori quel portento che solo uno spirito creativo è in grado di tirar fuori.
Solo chi crede nei miti e nelle regole auree può scandalizzarsi per una soluzione simmetrica che si adatta al contenuto e soprattutto è stata scelta dopo aver scartato decine di altre soluzioni. Ciò che l’architettura moderna rifiuta è la simmetria imposta a priori, indipendentemente dal contenuto, o a dispetto di questo, come precetto ideologico-formale.
Detto questo è l’insieme dell’edificio che va analizzato. É parte della metodologia gehriana ancorare le contorsioni dell’edificio a strutture geometriche e, qualche volta, simmetriche. La conformazione degli spazi accessori della Disney Hall è magistrale proprio perchè quasi stritola la sala centrale che in questa orchestrazione degli spazi quasi scompare. Estrapolare un elemento dall’insieme e rigirarselo pensierosi tra le mani è quanto di peggio si possa fare per capire le architetture gehriane.

5. L’aedo Cervellati. Paolo Ferrara risponderà se si ritiene tirato in ballo e se lo riterrà opportuno. Da parte mia dico che quello che ha fatto Cervellati a Bologna è molto più vicino all'impre

Commento 423 del 09/10/2003
relativo all'articolo Condono non solo
di Massimo Pica Ciamarra


Abusivismo: dove sono le responsabilità?
Da architetto non mi soffermo sul valore morale del condono edilizio, né su quello politico, tanto meno su quello economico finanziario che sono a mio avviso solo uno sguardo ravvicinato sul problema dell’abusivismo edilizio; preferisco vedere le cose da un punto di vista più ampio, ovvero sul perché l’italiano tende all’abuso edilizio.
Sicuramente l’abusivismo è l’effetto di cause che vanno ricercate nella tendenza a delinquere di fronte all’impunità, nella spontanea e comprensibile repulsione alla burocrazia edilizia, nell’incapacità di tecnici progettisti cui bisogna rimediare con il fai-da-te, nella malafede dei costruttori che speculano sull’ingenuità dei clienti, ma secondo me vanno anche ricercate sul modo con cui in Italia funziona il sistema edilizio in generale.
Grosso modo dal dopoguerra ad oggi il presupposto per progettare e costruire gli edifici e le città è quello di farlo pensando ai bisogni prossimi venturi o del momento in cui i lavori vengono iniziati e nell’illusione che una volta completati questi debbano rimanere nello stato in cui si trovano per sempre, o comunque il più a lungo possibile; questo modo di fare è radicato nella professione progettuale moderna contemporanea, quella tecnologica costruttiva e ovviamente nella legislazione e nella burocrazia edilizia corrente.
Di fatto ogni edificio di ogni quartiere di ogni città, è un organismo vivo, abitato da persone che vivono questi spazi, che cambiano in continuazione abitudini di vita, composizione della famiglia, luoghi di lavoro, modi di passare il tempo libero, gusti e costumi; evolvendo così il proprio naturale modo di vivere ognuno cerca istintivamente di adattare i propri spazi come meglio ritiene.
Al contrario il regime burocratico e quello professionale cercano di sopprimere questo fisiologico bisogno dell’abitare imponendo dall’alto, (a difesa del proprio ordine costituito?), un sistema di protezione dai danni provocabili da fenomeni di autocostruzione dei singoli cittadini.
Se riflettiamo le case moderne sono progettate funzionalmente ed esteticamente perché non possano essere modificate sovralzate, ampliate e mantenute in maniera puntuale dai singoli abitanti nel corso del tempo, ma solo in modo che queste operazioni siano riservate ad interventi generali controllabili unicamente da una competenza tecnico professionale che può intervenire sull’intero edificio.
In conflitto con questa rigida imposizione, il singolo abitante che invece cerca di rispondere alle singole, proprie, fisiologiche e mutabili necessità abitative, arriva spontaneamente alla scelta di tradire il sistema con l’abuso edilizio.
La diffusione di superfetazioni, di verande, di allargamenti, di cambio d’uso di rimesse, della cultura della mansarda e della tavernetta in locali non abitabili, al di là del deprecabile valore morale materiale e intellettuale, da un punto di vista edilizio e abitativo cercano invece di comunicare il disagio diffuso e la distanza marcata con tutto il sistema dei P.R.G., degli architetti moderni e delle pianificazioni urbanistiche che hanno una visione statica nel tempo, ferma, finita del costruito edilizio che non ha riscontro nel quotidiano vissuto dei cittadini.
Proviamo invece a dare uno sguardo al passato e a come ha sempre funzionato il sistema costruttivo edilizio: si trattava di una visione dinamica nel tempo, in continuo mutamento ed elastico alle necessità del prossimo.
Tutta la storia dell'architettura è stata fatta tenendo presente che la responsabilità di chi interveniva sul territorio era nella consapevolezza che non avrebbe visto le proprie opere terminate, nella consapevolezza che doveva completare quelle ereditate dal passato ancora incompiute, nella consapevolezza che quelle opere sarebbero state abitate da generazioni anche lontane nel tempo che avrebbero avuto a sua volta la possibilità di modificarle per adattarle alle sopraggiunte necessità.
Secondo me tutt'oggi questa responsabilità è di fatto immutata anche se ci vogliono pochi mesi a terminare un edificio
Se tornassimo ad un sistema edilizio in cui si privilegi il fatto che le architetture nascono, si ampliano, si adattano e si modificano nel tempo alle necessità delle generazioni per restare vive, utili e meglio abitabili forse non sarebbe così diffuso l’abuso edilizio e si sprecherebbero meno risorse economiche sociali e naturali.
L'architettura dei maestri è stata disattesa poichè è stata filtrata da "i burocrati della pianificazione e dell'urbanistica di stampo statalistico-collettivistico, convinti di risolvere tutto a colpi di statistiche, di analisi sociologiche, di zoning, di cubature e lottizzazioni, snobbando ed estromettendo la qualità architettonica" hanno generato gli orrori e lo squallore delle periferie. Gli archietti veri quelli bravi sono stati mutilati della possibilità di esprimersi.
Presumo che lo stesso parametro valga per

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Commento 400 del 02/09/2003
relativo all'articolo La qualità dell'architettura per legge
di Sandro Lazier


Gentile Fadda,
Non ho nulla da difendere della legge Urbani perchè ritengo inutile una legge sulla qualità dell'architettura; fin tanto che esiste un'architettura modernista che si fonda sull'autoreferenzialismo qualitativo dell'autore o del critico è difficile disciplinare alcunchè, mentre è molto facile fare dei danni.
Che "La qualità moderna attinge allo sporco, al derelitto, al disarmonico, al contrastato, all'asimmetrico, al dissonante, a tutto meno che all'armonia", è una sua opinione rispettabile ma non so neanche quanto condivisibile da molti architetti modernisti (Botta, Piano...., faccia lei) nè così rintracciabile nella storia dell'architettura moderna (Wright, Kahn, Mies per citare i "maestri" della sua terra di adozione).
Se invece si riferiva al fatto che una nuova qualità contemporanea possa ricercarsi nel felice elenco di aggettivi da lei proposto è possibile, ma con il gradimento di chi? e con quali risultati?
Ricordiamoci che la storia millenaria dell'architettura insegna che per quanti milioni di architetti si possano laureare gli edifici sono realizzati soprattutto da epigoni maldestri dei maestri (quasi sempre autori di pochi edifici) e da autocostruttori; non capisco perchè nessuno di quelli che fanno le ricette per curare i mali dell'architettura debbano ignorare questo dato di fatto ed auspicano come unica soluzione l'imposizione degli incarichi a loro, architetti illuminati, e il genocidio di geometri e ingegneri progettisti.
Credo che l'ineluttabilità dell'armonia faccia parte della natura dell'uomo e della sua vita sociale. Non so se lei per essere moderno a Sandamonicakalifornia ha sostituito definitivamente il sugo di pomodoro per gli spaghetti con la senape o il ketchup perchè la qualità è riposta nella disarmonia!
L'architettura e l'edilizia non sono oggetti di consumo ma d'uso; possono essere costruiti solo in una prospettiva di permanenza materiale.
Senza tale permanenza, senza un'architettura che sopravviva ai suoi ideatori è impossibile immaginare spazi pubblici come espressioni collettive artigianali o artistiche.
Con rispetto anche delle idee più differenti dalle proprie
Andrea Pacciani

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Commento 397 del 30/08/2003
relativo all'articolo A proposito di brutto
di Sandro Lazier


Segnalo questa pagina tratta dal sito del Riba (associazione di architetti britannici) in cui si annuncia una presa di posizione nei confronti delle scuole di architettura che per noi sarebbe fantascienza.
In questo documento si invitano le scuole di architettura alla chiarezza e alla aperta dichiarazione degli intenti e degli approcci al modo di fare architettura in modo che gli studenti, consapevoli, possano fare una scelta su come vogliono essere formati; si esorta pertanto anche l'istituzione di scuole di approccio tradizionale alle tematiche progettuali, per corretto pluralismo delle formazioni possibili.
Insomma si accetta una disparità di vedute sul modo di fare architettura e non una verità assoluta, un movimento unico che deve vincere sugli altri.
Si tratta della consapevolezza che le strade possibili sono diverse, nessuna infallibile nè risibile, tra cui il libero arbitrio degli studenti può scegliere.
Mi sembra di una trasparenza disarmante per le nostre abitudini baronali use alle spartizioni geografiche dei poteri universitari per cui in ogni sede universitaria si insegna un unico verbo incondizionato imposto da pochi per tutti.
Avanti anni luce reintegrare nelle scuole di architettura quelle tradizionali, di cui il mondo del lavoro inglese evidentemente sente la carenze. Intanto in Italia non so quanti neolaureati saranno mai in grado di proporzionare un cornicione o un basamento rispetto all'altezza dell'edificio (se questo servirà ancora nella professione del futuro).

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Commento 356 del 17/06/2003
relativo all'articolo Critica della critica
di Sandro Lazier


Gentile Sandro Lazier,
Innanzi tutto la ringrazio per l’imparzialità con la quale ha sempre accolto le mie tesi (o forse antithesi ?!) e della qualità degli strumenti che mette a disposizione dei suoi lettori per stimolare la discussione; comincio a capire che le interessi che chi ha le capacità di farlo provi a mettersi in gioco senza ipocrisie e tra chi si diletta di architettura è virtù molto rara.
Dalla mia posizione non posso che prendere al volo l’occasione dello scritto di Guido Guglielmi, che trovo illuminante e di insegnamento per i critici, ma pericoloso per gli architetti moderni che alla deriva si aggrappano ormai allo storicismo modernista.

Mi permetto di commentare alcuni dei suoi highlights in chiave architettonica che trovo adattabilissima a questo scritto senza rifugiarsi nel solito autoreferenzialismo della nostra disciplina sempre buono per evitare ciò che da fastidio

“In sostanza il divorzio tra il lavoro degli artisti e le attese del pubblico, che è un fenomeno della modernità, non di questa o quella poetica, ha obbligato gli artisti a un lavoro sperimentale. Sia in direzione della distruzione dell'arte, praticata dalle avanguardie, sia, al contrario, in direzione di un'arte pura. Ma non senza una nostalgia del senso comune («Ma un popolo noi lo cerchiamo»). Dietro il rifiuto della figuratività o del significato c'è la ricerca di una forma non compromessa con le lingue usurate dell'arte. Ma è inevitabile che il medium linguistico, proprio perché è un medium, sia pubblico. L'arte, che si voglia o no, resta intimamente legata alla comunicazione, nel momento stesso che la rifiuta”.

Credo sia realistico pensare che la ricerca di un consenso popolare nell’architettura moderna per quanto sognato e dichiarato da Klee e il Bauhaus sia fallito nel suo nascere perché come spiega meglio Guglielmi in realtà si trattava e si tratta ancora della ricerca di un consenso della critica elemento vitale per la concezione artistica della modernità; a questo punto possiamo smettere di continuare a dichiarare che l’affermazione delle teorie moderne in architettura attendono ancora l’occasione e il momento giusto per una loro affermazione vincente anche nel quotidiano e tra la gente, fuori dai colti addetti ai lavori?

De Sanctis ragiona secondo uno schema storicistico classico, che assume la storia come un processo progressivo di riappropriazione del senso (di riappropriazione di sé del genere umano), e legge la storia delle forme come storia di liberazione delle forme e dell'arte. È qui l'indice storico - tutto ottocentesco - del suo discorso. Quelle regole avevano in verità prodotto l'arte che diciamo classica, e l'avevano resa possibile. Non erano state imposizioni o convenzioni esterne. Erano state proprie di un mondo codificato qual era stato in tutte le sue forme il mondo feudale o ancora feudale. Ma giustamente De Sanctis le giudica vuote, perché tali erano diventate. Ed era infatti scomparsa la loro base storica.

In architettura queste convenzioni non credo possano essere azzerate del tutto e non lo erano nemmeno al tempo del De Sanctis quando sicuramente tutta l’architettura storicista e le nuove tecnologie lo facevano pensare. Di fatto l’arte del costruire ha convenzioni che si sono affinate nel tempo, sono radicate al luogo in cui vengono applicate, al clima, alla popolazione e i suoi riti di vita, alle risorse naturali e culturali di chi abita quei luoghi e sopravvivono geneticamente a qualsiasi azzeramento.

L'opera (Moderna) che non ha modelli e deve inventarseli si nutre dunque della critica, e la critica prosegue l'opera da un punto di vista che non è più quello dell'artista. Essa «è la stessa concezione poetica guardata da un altro punto». E l'altro punto è la prospettiva di chi giudica. Il quale deve riprendere il gesto dell'artista, sviluppare la critica interna all'opera, elaborare una propria poetica. Deve costituire l'altro polo dell'opera.

Di fatto la critica nasce per e con la modernità e vive in simbiosi con essa e sola può giustificare l’artisticità dell’evento. Si tratta del peccato originale dell’architettura moderna la quale può esistere solo attraverso la critica o ad autoreferenzialismi indiretti, mentre ad abitarla tutti i giorni non sono critici o persone abituate ed abilitate alla critica; da qui oltre al fallimento qualitativo di chi non ha trovato consenso critico, il fallimento generale dell’impossibilità del consenso popolare.



“L'opera cioè resiste alla concettualizzazione. Quest'ultima deve rispettarla (desanctisianamente: non deve dissolverla). La sua opacità non solo non può essere vinta, ma è un errore voler vincerla. Ed è tanto meno vinta se si dice che ha il senso che il lettore le attribuisce, perché si mancherebbe la sua trascendenza, la sua differenza fondamentale, se ne farebbe un oggetto di co

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Commento 341 del 13/05/2003
relativo all'articolo Quindici punti di L. P. Puglisi
di Sandro Lazier


Gentile Sandro Lazier,
leggere di “dilagante conservatorismo” nella architettura italiana contemporanea mi sembra un po’ paradossale e inutilmente vittimistico, mi piacerebbe fosse davvero così;
Non c’è un professore, dico uno, in alcuna facoltà di architettura italiana che insegna una materia vicina alla composizione architettonica tradizionale contemporanea; non c’è una rivista, dico una, che pubblica sparuti lavori di architettura tradizionale ben fatta da pochi stranieri; non esistono più maestranze depositarie delle conoscenze di trasmissione orale su come costruire a regola d’arte con le risorse tecnologiche e i materiali locali; non ci sono professionisti che progettano secondo tradizione, ma autoreferenzialisti di gusto più o meno raffinato che valicano dalla tradizione al kitsch; non esiste un P.R.G., dico uno, che consenta la ripresa del disegno urbano della città storica nei nuovi insediamenti. Non esiste un concorso di architettura, dico uno, in cui la giuria sia disposta ad accettare un progetto tradizionalista.
Mi sembra il suo uno scenario, purtroppo, non rispondente alla realtà anche se sono perfettamente delineati i due aspetti, da lei ben affrontati, del consenso dell’architettura da parte del pubblico e del divario culturale con il pubblico, sono assolutamente rilevanti per lo scenario prossimo venturo dell’architettura e della sua lettura faccio i complimenti.
Mi spiace solo che lei insista, come tutti i delatori della tradizione, con il concetto di “falsità“ che si abbina a quello di architettura tradizionale se fatta oggi (che credevo di aver fugato con i miei precedenti interventi, in questo sito, cui rimando lettura un po’ più accurata), mentre non c’è migliore elemento di espressione del proprio tempo e di contemporaneità dello stato dell’arte della tradizione.
Secondo il mio punto vista la riflessione da farsi è un’altra: come mai malgrado il sistema culturale-disciplinare-accademico-professionale abbia completamente sotterrato e sepolto ogni velleità all’architettura tradizionale, eliminandone ogni traccia, tale renderla risibile dietro motivazioni intellettuali superficiali, come emerge dai punti di Puglisi, questa torna quale unico scenario possibile di consenso popolare e vicina ai suoi fruitori?
E’ troppo facile dare dell’ignorante al pubblico. È un po’ come accanirsi contro il film da cassetta a difesa dell’incompreso film d’autore; io sono dell’idea che un buon autore possa fare cassetta e la storia del cinema ne è piena.
Difendiamo pure il funzionalismo in architettura contro le gratuità figurative che anche in quella tradizionale fanno male, ma non dimentichiamo che un edificio, una strada, un quartiere non devono solo funzionare ma anche avere a che fare con valori abitativi quali il senso di “appartenenza” ai luoghi, l’aspirazione alla “rappresentazione” della comunità insediata, l’“identificazione” e la “partecipazione” alla vita sociale. Credo siano questi alcuni degli aspetti che creano consenso e non risentono del divario culturale tra progettisti e fruitori e da quanto mi risulta non sono mai messi in primo piano nella architettura moderna.
Questi stessi valori radicati nella tradizione dell’abitare sono di fatto nelle aspettative della gente nella loro vita quotidiana. Lo hanno capito i pubblicitari e gli scenografi da lei citati, ma anche gli autocostruttori e i produttori di materiali edili che tirano in questa direzione con risultati sì risibili e posticci proprio perché vittime dell’assenza della architettura tradizionale da quei contesti sopra citati.
Non si capisce invece perché i progettisti oggi si illudono che la modernità debba contenere questi valori automaticamente e chi non riesce a trovarceli, nelle “citazioni” e nell’elaborazioni mentali degli architetti o è arretrato culturalmente, o ha bisogno di un critico che glielo spieghi (questo può andare bene per l’arte ma non per l’architettura!).

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Commento 298 del 04/03/2003
relativo all'articolo L'architettura va alla guerra. Fuksas diserta
di Paolo G.L. Ferrara


Com’era e Dov’era!
In fondo in fondo, dopo la distruzione delle torri gemelle, mi aspettavo che tra le voci del coro venisse fuori quella della ricostruzione di quanto era prima costruito. Solitamente avviene così quando ad un edificio carico di significato storico o simbolico viene inavvertitamente tolta la propria identità materiale per motivi accidentali.
Quando il significato della materialità architettonica assume un valore ad alto contenuto disciplinare, culturale, o sociale non ci si può esimere dalla riproposizione di quanto c’era prima (spero di non dover qui trattare la falsità del concetto di falso storico invitando alla lettura di Paolo Marconi o più modestamente di quanto sostenuto da me in altri interventi in questo stesso sito). Questo vale per l’architettura classica, vedi recentemente i teatri incendiati, quanto quella moderna: voglio vedere se un terremoto tira giù un edificio di Le Corbusier o altri feticci modernisti se questi non vengono ricostruiti com’erano e dov’erano a furor di architetti (a proposito mi piacerebbe che la redazione aprisse una riflessione sulla conservazione e il restauro del moderno, partendo magari dal restauro del Pirellone post kamikaze; perché non lasciare lacerti di facciata rovinata o evidenziare la serramentistica sostituita da quella originale come vorrebbe la teoria conservativa?).
Eppure per il WTC nessuno si è scomodato; questo vuol dire che a prescindere dal suo immenso valore simbolico mondiale, quello architettonico e culturale materiale era veramente scadentissimo. Questo vuol dire che di fronte al più alto carico di valore culturale che si poteva attribuire ad un edificio questo non era sufficiente a giustificarne la sua sopravvivenza architettonica ed urbanistica dopo un evento catastrofico che ne ha interrotto il fisiologico processo di vita.
Per la critica architettonica infatti le torri gemelle erano già vecchie quando le avevano costruite, quel poco valore disciplinare lo avevano assunto recentemente con la digestione nel tempo del loro segno nello skyline di NYC; vista la fine prematura che hanno fatto e la mancanza di volontà di farle rivivere per quelle che erano e per farle permanere al mondo della loro vita naturale per cui erano state progettate, vuol dire che se ne poteva anche fare a meno, che quindi erano uno dei più grandi “inquinamenti edilizi” esistenti al mondo.
I fatti sono che unanimemente si sta dicendo che devono essere sostituite con altri edifici di fattura diversa, che la gente non amava quelle architetture nemmeno dopo che sono state immolate per i valori patri; vuol dire che le qualità urbane, abitative e di lavoro che vi si svolgevano erano insignificanti tanto che non se ne avverte la mancanza (come è invece accaduto per molti edifici della ricostruzione postbellica europea).
Le chiavi di lettura allora sono diverse:
La prima, per dirla alla Branzi anni ’70, oggi molto in voga, è che le due torri avevano superato la soglia di un significato architettonico, facendo parte della realtà come oggetti che non comunicano valori architettonici, ma che servono semplicemente a vivere (forse delle vere “macchine per abitare”?) ed allora è solo inutile formalismo cercare nuove soluzioni architettoniche ad un intervento speculativo di queste dimensioni.
Oppure la permanenza non è più un valore dell’architettura, anzi questa (quella modernista) va avanti più veloce della propria vita edilizia e perciò è meglio sostituirla alla svelta, meglio se c’è qualcuno che da una mano a tirarla giù; insomma uno spreco materiale per capricci culturali: l’architettura è evento, scenografia, un misto di arte pura e design, un lusso generazionale che di fronte alla complessità si affida all’incomprensibile autoreferenzialismo dei presunti maestri geniali per non risolvere i problemi quotidiani.
Se infine l’architettura è ancora “l’arte e la scienza di fabbricare secondo delle regole determinate dal bisogno e dal gusto ragionato degli uomini….e rende nel tempo stesso più sicura, più agiata e più sana e ridente la vita degli uomini che raccolti si sono in civile società” (A. Fantastici) allora il primo input per la progettazione deve essere quello eticamente sostenibile della ricerca di una architettura dalla qualità della vita vissuta in grado di sopravvivere anche di fronte ad un bombardamento e di entrare nella vita delle persone in modo da esigerne il com’era e dov’era se qualche terrorista la distrugge, a maggior ragione se questo edificio parte già da un valore emotivo culturale ereditato.
Quale quindi è la soglia di valore per gli edifici che consenta loro un trattamento diverso dalle due torri per cui alcuni verrebbero promossi al com’era e dov’era e altri bocciati inesorabilmente alla sostituzione edilizia?
La mia posizione è che questa garanzia di risultati è solo perseguibile in ciò che oltrepassa le generazioni, che appartiene al proprio tempo ma che non vuole essere referente di se s

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Commento 259 del 14/01/2003
relativo all'articolo Tradizione e Autorità
di Sandro Lazier


Gentile Sandro Lazier,
Innanzi tutto la ringrazio per la pubblicazione del mio intervento sul vostro sito; apprezzo lo sforzo filosofico introduttivo alla lettura dei miei "appunti". Non so se sono stati ritenuti da lei "espressioni di originale intelligenza che fino ad ora non ho trovato nelle tesi dei tradizionalisti che ho incontrato" ma tant'è, hanno evidentemente prodotto sue riflessioni apprezzabili che in parte condivido pienamente.
Sottoscrivo in pieno quando arriva alla conclusione sul senso della tradizione: Passato e Presente stanno continuamente in tensione purché ognuno è elemento di uno stesso disegno; il passato non è un evento concluso che si deve congelare o superare, ma entra nel presente di cui è parte.
Mi spiace che Le Corbusier e Mies non la pensassero allo stesso modo e purtroppo non si insegnano questi concetti nelle università.
Tutta la storia dell'architettura è invece stata fatta tenendo presente questo concetto di tradizione; la responsabilità di chi interveniva sul territorio era nella consapevolezza che non avrebbe visto le proprie opere terminate, nella consapevolezza che doveva completare quelle ereditate dal passato ancora incompiute, nella consapevolezza che quelle opere sarebbero state abitate da generazioni anche lontane nel tempo che avrebbero avuto a sua volta la possibilità di modificarle per adattarle alle sopraggiunte necessità.
Tutt'oggi questa responsabilità è di fatto immutata anche se ci vogliono pochi anni a terminare un edificio: infatti sappiamo che oggi come allora le architetture nascono, si ampliano, si adattano e si modificano nel tempo alle necessità delle generazioni per restare vive, utili e meglio abitabili.
Ma dal dopoguerra in poi si costruisce con il mito della novità, con la speranza e l'illusione che questi edifici rimangano nuovi, integri e sfavillanti il più a lungo possibile, sperando che al primo accenno di degrado sia già arrivata la consacrazione museificatrice a capolavoro dell'architettura contemporanea dell'epoca costruttiva per salvarla dall'improrogabile inservibilità, dovuta alla inadattabilità alle successive generazioni.
I quattro quinti del patrimonio edilizio italiano è stato costruito nell'ultimo mezzo secolo di storia - riporto dati di Paolo Marconi in suo recente intervento in un libro di Zanardi - (e poi si lamentano che l'architettura moderna non ha avuto ancora le occasioni per manifestarsi nella sua potenzialità), un quinto è quello storico tramandato nei secoli fino a noi, costruito e ricostruito su sé stesso, ampliato e adattato nel tempo secondo quei "pregiudizi nobili che hanno superato la prova della storia".
E' pleonastico chiedersi quale tra queste quantità edilizie sopravvivrà ai secoli futuri e verrà mantenuto nuovamente ed adattato alle nuove esigenze di vita e quale è condannata alla sostituzione edilizia per "sopraggiunta invivibilità".
Non è soltanto una questione di tecnologie costruttive (quelle tradizionali sono manutenibili e rinnovabili nel tempo, il cemento armato credo abbia una vita limitata a poco più del secolo di vita) ma di invarianti: quelle del vivere quotidiano della gente, delle relazioni, dei rapporti tra persone luoghi e spazi che sopravvivono nei valori tradizionali e di cui non possiamo fare a meno.
Le vere tradizioni non sono immutate ed immutabili nel tempo, anzi sono aggiornate e necessarie come sempre.
Un esempio per sdrammatizzare: a casa mia per il pranzo di Natale si preparano i cappelletti in brodo secondo un'antica ricetta tramandata di madre in figlia. Sono certo che quelli di quest'anno, buonissimi, non sono di sapore uguali a quelli della mia bisnonna perché gli ingredienti e gli utensili non possono essere gli stessi di quelli di una volta e non è escluso che qualche passaggio generazionale abbia arbitrariamente cambiato le dosi degli ingredienti (circa 15); così come i cappelletti che si mangiano a qualche decina di chilometri dal mio paese sono leggermente differenti perché è usanza aggiungerci il prosciutto crudo. Ma tant'è i nostri cappelletti del 2002 non sono un falso storico di quelli di cent'anni fa che forse oggi troveremmo indigesti, sono buonissimi per il nostro gusto, si mangiano volentieri d'inverno, e credo che si continueranno a fare ancora per lungo tempo probabilmente adattandosi alle generazioni future senza essere stravolti nella loro essenza.
Per secoli si è fatto così anche in architettura sulla ricetta della antichità classica: oggi riconosciamo perfettamente un intervento rinascimentale, da uno manierista, da uno barocco, da uno neoclassico, anche sullo stesso edificio, poiché anche la tradizione nel suo divenire è segno del proprio tempo; fare oggi case tradizionali non vuol dire ingannare nessuno, significa semplicemente perpetuare quelle ricette o "principi nobili che hanno superato la prova della storia" perché di queste è certa la positività del risultato ed intatte sono le potenzialità compos

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14/1/2003 - Sandro Lazier risponde

Rispondo brevemente:
1. Dire che “ il passato non è evento concluso che si deve congelare e superare” non è intenzionale rispetto alla storia, bensì una condizione. Questo è il senso del pensiero gadameriano. Quindi, tutto il novecento, comprese le avanguardie “moderniste”, sono di fatto sensate e giustificate solo se lette storicamente, malgrado l’intenzione di queste di superare proprio il vincolo della storia. Se si crede nella tradizione si è costretti a reggere la propria fede sulla storia tutta intera, per cui non è lecito scomporla in parti a proprio piacimento, scartando quelle che non ci piacciono.
I “pregiudizi nobili che hanno superato la prova della storia” sono una ulteriore condizione che ci costringe al giudizio. Ma il giudizio è conseguenza di un’intenzione (becera o nobile che sia) che comunque non può deviare da un preciso momento storico.
Le persone, in generale, non conoscono la storia e non distinguono il neoclassico dal barocco.
Questo avviene perché non sanno leggere le intenzioni che hanno prodotto questa “forma” piuttosto che quell’altra, ma soprattutto non si chiedono, ad esempio, perché la libertà formale del barocco nasce nel momento peggiore della controriforma cattolica. Il tradizionalismo tende a fare di ogni erba un fascio, dimenticando le intenzioni e il lungo cammino di libertà formale e sostanziale che giunge fino ai nostri giorni. Se oggi la maggioranza della nostra popolazione si può infiacchire sulla parodia della nobiltà davanti ad un televisore al plasma, lo dobbiamo ai principi e alle battaglie di coloro che volevano cambiare la tradizione di un potere di pochi privilegiati sulle spalle di una moltitudine ignorante e priva di libertà. Ai bei tempi del declamato passato il novanta per cento della popolazione italiana era composta da contadini e muratori che sopravvivevano in miseria, se erano fortunati, fino a quasi quarantacinque anni. Anche allora, i benestanti che sapevano scrivere e che hanno scritto la storia, teorizzavano la tradizione classica e il conservatorismo. Tranne qualche “modernista” che disdegnava i privilegi e, paradossalmente, finiva condannato dall’opinione degli offesi. La tradizione rassicurava i deboli e garantiva i forti, negando i principi dell’emancipazione.
Quei principi, che hanno la forma e la sostanza della modernità (e non altra), paiono dimenticati come le loro intenzioni.
2. Il novanta per cento delle costruzioni del dopoguerra non è assolutamente moderno. Sono parallelepipedi, con stanze e stanzette, rivestiti in un modo anziché in un altro. Non c’è assolutamente nulla in esse della scomposizione spaziale di Le Corbusier o di Mies, sono solo scatole murarie con finestre ordinate e piani sovrapposti come nella migliore tradizione costruttiva. Il fatto che siano rivestite di metallo anziché di mattoncini non è discriminante. Non è accettabile una riduzione così banale del linguaggio moderno.
3. Da un punto di vista squisitamente filosofico la definizione “centro storico” è solo un paradosso linguistico. Si può circoscrivere la storia definendone una centralità? Il resto, a chi appartiene?

Commento 227 del 15/11/2002
relativo all'articolo Vicenda Novoli
di Giovanni Bartolozzi


Riferimento al commento n°225
Gentile Giovanni Bortolozzi,
che la periferia vada capita credo lo debba spiegare a tutti quelli che la abitano e non la hanno ancora capita. Tant'è che spesso e volentieri gli architetti stessi progettisti di quei quartieri hanno lo studio professionale e se possono anche l'abitazione non certo in quelle periferie ma nei centri storici o isolati in bucoliche campagne; proprio perché hanno capito che sebbene i centri storici abbiano problemi ben più complessi di quelli delle periferie (come lei sostiene) sono preferibili per le proprie attività lavorative, residenziali e di divertimento, relazione ecc...
Credo non si possa nascondere che il mercato immobiliare con le sue offerte e domande e quindi i suoi prezzi sia un'espressione oggettiva sul valore in senso lato della qualità abitativa dei quartieri della città (non credo che chi ha maggiori risorse economiche scelga i luoghi peggiori per viverci e lavorarci).
Che la sperimentazione non ha mai trovato il giusto spazio nelle nostre periferie mi sembra un'affermazione pretestuosa dopo quasi un secolo di architettura moderna. Mi sembra l'atteggiamento di chi non vuole vedere gli effetti disastrosi del saccheggio del territorio fatto nel XX secolo sostenendo in ogni occasione che il progetto è stato inquinato da agenti esterni e i danni sono dovuti all'allontanamento dalla strada maestra.
Ma allora se questo modo di progettare patisce i danni del passare del tempo e dell'intervento di agenti esterni, perché continuare a sperimentarlo?
Non ci si vuole rendere conto che le città sono invece organismi viventi che crescono, cambiano nel tempo, nelle persone, nelle politiche, nelle tecnologie e paradossalmente le città storiche sembrano il tessuto urbano dove questi cambiamenti sono stati meglio assimilati in nome della qualità dei valori abitativi che è capace di trasmettere. Non si tratta solamente di un valore storico museale di testimonianza del passato (il mercato non la premierebbe così tanto) ma di un modo di interpretare la città più a misura di ogni singolo individuo.
E poi se sperimentazione deve essere e per di più non modernista perché condannare sul nascere quella di Krier a cui si può lasciare la possibilità di "trasgredire" con un progetto tradizionale, ma anche di sbagliare dopo gli innumerevoli tentativi falliti del passato; è possibile che il primo progetto di Novoli fosse il progetto madre di tutta l'urbanistica contemporanea, ma se si vuole fare sperimentazione qualcuno il posto ogni tanto lo deve lasciare.
Occupiamoci piuttosto di prevenire sperimentazioni il cui contenuto è un'astrazione mentale che si ispira pericolosamente a modelli mai realizzati; preveniamo la realizzazione di progetti che maneggiano geometrie mentalmente belle ma scollegate dalla struttura della fattibilità fisica. Non riponiamo nell'idolatria dell'astrazione la ricerca di un qualcosa di un nuovo che potrà dare la svolta.
Ricordiamoci insomma che le persone che vivono la città (progettisti compresi) non hanno bisogno per vivere di giochi sculturali o di astrazioni geometriche seducenti, ma di luoghi in cui sentirsi in sintonia con la propria identità e le proprie origini, in cui vivere con la propria famiglia e perpetuarne i valori; luoghi in cui non si devono sentire spaesati e inquilini occasionali, ma luoghi in cui vivere serenamente, a cui affezionarsi, e da trasmettere alle generazioni future.

Grazie per lo spazio concesso

Andrea Pacciani

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Commento 223 del 11/11/2002
relativo all'articolo Vicenda Novoli
di Giovanni Bartolozzi


Gentile Gioavanni Bartolozzi,
Non conosco bene come Lei tutta la storia del progetto di Novoli, ma conosco un pò il progetto di Krier, il suo modo di lavorare e le ragioni che supportano le sue scelte che a mio avviso non sono bislacche come sembra dal suo intervento; Le consiglio la lettura del suo libro "Architettura scelta o fatalità" dove si evincono in maniera abbastanza chiara, comunque non sta a me difendere il progettista lussemburghese.
Sono un pò sorpreso di come possa lamentare ancora nel 2002 la mancanza di opportunità dopo un secolo di architettura ed urbanistica moderna per realizzare la città moderna. Non Le sembra che dopo un secolo di fallimenti bisogna cominciare a chiedersi se l'errore sta nel metodo? O nelle utopie che purtroppo non si sono rivelate attualizzabili? Credo che a volte nella vita bisogna avere l'umiltà di sapersi rimettere in discussione ed il coraggio di ammettere gli errori commessi e ricominciare dalle poche certezze che abbiamo.
Credo che Krier abbia il solo difetto di aver detto basta alla sperimentazione modernista nel disegno della città e, nella consapevolezza che nella città storica si vive meglio che in qualsiasi periferia realizzata, sta cercando un metodo per riportare il disegno della città in modo che i risultati si avvicinino a quelli consolidati nei risultati dei centri storici. Renzo Piano sostiene tesi analoghe con la differenza che Krier estende questo concetto anche all'architettura, mentre Piano forte della sua genialità compositiva, riesce a mantener viva la possibilità moderna ai suoi edifici.
Non si tratta di spazi antichi e falsi ma di strade, larghi e piazze che sulla scorta di una sperimentazione secolare e di scelte sedimentate nel tempo danno alle persone che vi vivranno più garanzia di piacevole abitabilità di qualsiasi sperimentazione modernista di cui si teme l'ennesimo fallimento.
Credo che oggi in un mondo pluralista e intellettualmente no global oriented, non abbia più senso un fondamentalismo moderno che governi la disciplina mondiale urbanistica e architettonica, ma bisogna invece dare spazio a nuove o vecchie alternative alle linee guida moderniste che ormai hanno il peso degli anni e degli insuccessi; quella tradizionale è a mio avviso una scelta fatta per non sbagliare (e non è poco), rispettosa del modo di vivere delle persone e non soggetta all'obsolescenza delle mode.
Non mi sembra anacronistico prendere il meglio delle città che sono arrivate fino a noi e riproporle come modelli ancora attuali visto che sono ancora insuperate le qualità abitative che vi apportengono.
E' piuttosto anacronistico cercare ancora un posto a "tabula rasa" per una ennesima sperimentazione della città moderna; purtroppo non siamo più al tempo delle demolizioni "igienico-sanitarie" o post belliche dove sperimentare nuove teorie all'insegna del progresso.
Certo di aver seminato in Lei il seme del dubbio sull'unicità e l'ineluttabilità del "modello modernista"
A disposizione per un intervento più completo sulle scelta tradizionalista e le sue potenzialità,
distinti saluti. Andrea Pacciani, Parma 11/11/02

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11/11/2002 - Giovanni Bartolozzi risponde

Gentile Andrea Pacciani,
Considerando che Lei propone il libro “Architettura scelta o fatalità” di Krier, mi consenta di ricordare che parliamo del più grande esaltatore e adulatore di Albert Speer, l’architetto-ministro di Hitler, per il quale ha progettato e costruito i più immondi monumenti nazisti.
Sostengo inoltre che il criterio adottato da Krier non sia risolutivo: Krier è solamente capace di guardare al passato, ma senza capirne il forte impulso creativo, sociale e umano.
Quanto al suo commento, rivelatore di una posizione diversa dalla mia, penso che non sia supportato da puntuali e specifiche motivazioni critiche riguardanti il caso particolare della vicenda Novoli.
Riguardo alle sue osservazioni, non credo per niente che nel centro si viva meglio di qualsiasi altra periferia realizzata. Sicuramente la periferia presenta dei problemi (e i centri storici ne hanno di più complessi) ma, a mio avviso, non sono quelli che Lei attribuisce alla sperimentazione che, peraltro, non ha mai trovato il giusto spazio nelle nostre periferie.
La periferia va capita, ma senza abbandonarsi alle solite lamentele e al solito inutile confronto con il centro storico.
Aggiungo, inoltre, che sono molto scettico nei confronti delle purtroppo ricorrenti espressioni: “Disegno della città” e “sperimentazione modernista”. Credo che la città non si disegni. Il disegno attiene al risultato, soprattutto nel caso della città, quanto alla sperimentazione, ben venga, ma non modernista, solamente sperimentazione.
Riguardo alle “potenzialità della tradizione” e ai suoi inviti nel riproporre modelli provenienti da tradizioni consolidate in nome di “una garanzia di piacevole abitabilità”, credo che sia veramente, per dirla come Schoenberg, l’unica strada che non conduce a Roma.
Questo, naturalmente, è il mio punto vista.
Grazie