Giornale di Critica dell'Architettura

24 commenti di Domenico Cogliandro

Commento 9237 del 10/01/2011
relativo all'articolo Corredo Libeskindiano
di Domenico Cogliandro


Caro Leandro, di fronte all'esigenza di creare il vuoto io avrei fatto di meglio.

[Torna su]

Commento 9235 del 09/01/2011
relativo all'articolo Hopeless Monster (Night at the museum)
di Ugo Rosa


Ho già detto ad Ugo qualcosa intorno al testo. Mi trovo nella difficile situazione dell'innamorato che non può fare a meno di amare, perché quella è la sua condizione o la sua pena. Vorrei essere frainteso ma non posso esserlo, fuor di dubbio. Ecco: amo Ugo Rosa. Come a suo tempo ho amato Raymond Chandler, follemente, o disperatamente Peter Handke. Come ho odiato (amando) il notabile Umberto Eco nella descrizione minuziosa delle eresie o la terribile attesa che accadesse qualcosa tra una nave in secca e la penna di Joseph Conrad. Mi sono dichiarato, dunque: non sono obiettivo. Ecco perché penso che Ugo abbia sbagliato passo, nel senso di cammino, percorso, trazzèra. Ha scritto per alcuni naufraghi che pensano ancora di vedere la zattera che han detto loro di notare se si parla di isole, mare e orizzonti. Nostalgici del dito, non della luna. Più prosaicamente: è vera architettura quella che resiste al tempo e che ha come dannazione l'incomprensione del proprio, tempo. In questo affresco Ugo somiglia al redivivo Isidro Parodi, vive nel luogo (assente) da cui è possibile sbrogliare i nodi non essendovi imbrigliato. Io faccio così quando mi trovo per mano dei fili imbrogliati: chiudo gli occhi, e sbroglio. Per questo lo amo. Ma tra il dito e la luna non c'è solo una distanza astratta, c'è il mondo intero.

[Torna su]

Commento 9227 del 07/01/2011
relativo all'articolo Novità sul ponte (sullo Stretto). Senza commento (
di Leandro Janni


Caro Leandro, sarò breve.
Guido Signorino avrebbe ragione se non tenesse in considerazione un vizio di forma, Remo Calzona s'è fumato una canna come non ne vedeva da anni. Nemmeno commento l'idea del pilastro intermedio, essendo convinto che la migliore soluzione fu formulata, e mai tenuta in considerazione, dall'ing. Morandi (ma è inutile spiegarlo a Calzona, se proprio vuole mettere un pilastro in mezzo al mare). Guido Signorino ha ragione, ma gioca la sua partita su un tavolo diverso: quello della realtà. Le analisi sull'opera si riferiscono ad un teorema che dice: l'opera (fisica) è possibile, noi facciamo le analisi del caso. Signorino dice: i dati che analizzo mi dicono che l'opera (fisica) non è possibile, per cui non capisco di cosa stiano parlando. Da una parte abbiamo una proiezione teorica, o di interposta verità, su cui si poggiano analisi di fattibilità che, per forza di cose, dicono che la cosa (teorica) è fattibile; dall'altra un'analisi concreta su una supposta verità, accettata come tale, i cui dati non hanno riscontri reali (e non ne possono avere, trattandosi di un teorema indimostrabile) ma che l'analista economico tratta come tali e, per questo, danno risultati impossibili.
In questa diatriba, però, i soldi se li becca Libeskind che non è il progettista del ponte, però, ma di quello che ci sta sotto, cioè noi.

[Torna su]

Commento 5757 del 28/11/2007
relativo all'articolo Oltre gli incerti confini. Il territorio urbano di
di Leandro Janni


Io non credo di essere una cima (come si dice dalle mie parti) caro Leandro ma, devi credermi, non ho capito esattamente dove hai voluto andare a parare con questa profilattica esegesi panormita. Già, esattamente dove?
Cari saluti, Domenico.

[Torna su]

Commento 1919 del 07/03/2007
relativo all'articolo Gehry, dunque.
di Ugo Rosa


Che dire?
Però lo dico.
Ci voleva Ugo per scrivere queste cose? Zevi lo avrebbe fatto, uguale? Non lo so, certo è che molti anni fa ero presente a Roma, Valle Giulia, in un'aula gremita di persone intente ad ascoltare Libeskind. Credo fosse il 1992. Il parterre era completo, e io mi ero appena laureato con una tesi che interpretava, progettando, il Modulor di LeCorbu. Al dunque, Libeskind chiacchierava delle sue cose (come fanno le dive a proposito della colf), sgranellava diapositive di oggetti in tuttte le posizioni, ma prevalentemente disegni con le sue idee come didascalie. Io non so se è cresciuto ma, per come lo ricordo io, Zevi era molto più alto di Libeskind. Insomma l'attore termina la piéce, applause, e lui stesso chiede, con traduttrice al fianco, se ci fossero domande. Ed è stato lì che ho visto Zevi per la prima e unica volta della mia vita. Lo ha... lo ha...come dire... se lo è mangiato tutto intero, sbottava, parlava facendo gesti larghi con le braccia, ed era quasi infuriato, ce l'aveva con quelle cose che Libeskind chiamava idee e lui diceva che non stavano di casa da nessuna parte, insomma: altro che domande, un uragano. Perché lo ricordo così? Perché il 1992 corrisponde alla prima (e ultima?) edizione di "Sterzate architettoniche" che ho comprato ma non sono mai riuscito a leggere, e perché lo stesso anno fu uno dei membri della giuria del Premio della Fondazione Wolf che scelse, tra i premiati, il danese Utzon, l'inglese Lasdun e l'americaliforniano Gehry. Sono passati più di 15 anni, mi pare sia arrivato il momento di spingere Ugo a scrivere il suo "Stronzate architettoniche". No?

[Torna su]

Commento 1475 del 21/11/2006
relativo all'articolo Contemporaneità della Tradizione:
contro qualsi

di Paolo G.L. Ferrara


Rispondo a Guidu, e ringrazio Paolo dell'ospitalità. Quello che dici è vero: siamo appassionati dell'architettura, e lo siamo al punto da non venire capiti e, spesso, da non riuscire a capirci noi stessi. Paolo è uno che ancora, a dispetto del tempo che inganna e non ritorna, studia tanto, legge molto e riprende i testi, soprattutto zeviani, che lo hanno formato, per dare spessore alla critica e alle sfumature. Io sono un dilettante di molte cose e per questo motivo, per non sfigurare, tendo a dare il massimo accanto a quelli che le cose le sanno. Un paio d'anni fa non ci siamo capiti o, meglio, non mi sono capito rivolgendomi a Paolo e lui mi ha risposto a modo suo, non rispondendomi o, se vuoi, rispondendomi talmente tanto da non volermi dire più nulla per un sacco di tempo. Il tempo fa la sua parte, e noi la nostra.

"Non invento niente. Faccio subito questa dichiarazione perché già immagino i sorrisi solerti o diffidenti di quelle persone per le quali l'inconsueto è sempre sinonimo di menzogna. Questa povera gente non sa che il mondo è pieno di cose e di momenti straordinari. Non li vede, perché il mondo le appare come coperto di cenere, corroso da uno smorto verderame, popolato di figure che usano gli stessi vestiti e parlano allo stesso modo, con gesti ripetuti su gesti già fatti da altri esseri scomparsi. E' gente per la quale forse non c'è rimedio, ma a cui dobbiamo continuare a dire che il mondo e quanto contiene non è quel poco che essa crede."

Mi sono fatto aiutare da José Saramago. Insisto da anni in questa direzione, fino allo sfinimento e, spesso, non percorrendo la strada con avvedutezza o andando nella direzione tracciata. Sono fatto così, Guidu, Paolo, siamo fatti così, mi prendo la libertà di dire. Ho preso, per questo motivo, le delusioni più cocenti ma, anche, per lo stesso motivo, qualche soddisfazione sopra le righe. Non si tratta più dell'architettura, del Nord e del Sud, della critica o della satira, ma della vita. Adesso sto a Palermo e faccio un lavoro che non avrei accettato in passato. Mi sta stretto, se volete, ma insisto e penso che anche nel luogo in cui mi trovo è possibile cambiare qualcosa, poco magari, per lasciare una traccia ad altri, migliori di me, che la potranno sviluppare in futuro. Tutto qui.

[Torna su]

Commento 1471 del 18/11/2006
relativo all'articolo Ricordo di Pasquale Culotta
di Teresa Cannarozzo


Ero anch'io al suo funerale, ho seguito il feretro, sono salito a piedi fino al cimitero, ho atteso fino a quando Tania non ha tracciato con le dita il nome di suo padre sul cemento fresco. Si inizia con un nome, con un nome si finisce. Giuliano Gresleri mi ha fatto notare come uno dei dettagli, apparentemente insignificanti, di questa tumulazione sia stato il gesto del muratore che, appena finito il lavoro, ha tolto via tutto, compreso l'impalcatura, trasportando sottobraccio le assi di legno: "come una specie di direttore d'orchestra" mi ha detto Giuliano, e poi "un omaggio al caro Pasquale". Quello che continuo a portare dentro - oltre la commozione di tutti, sia al funerale che al cimitero, com'è ovvio, - è il silenzio composto e assorto di ogni persona che era lì. A tratti il silenzio imponderabile, stando zitto anche il mondo attorno.

Tra qualche giorno, immagino, Arch'it ospiterà un mio testo accanto ad uno di Ugo Rosa. Siamo molto amici, ma non ci siamo messi d'accordo. Un caso, me lo ha detto Marco Brizzi. Anche Ugo era lì, ed erano lì tutte le persone che ho conosciuto grazie all'amicizia con Pasquale, e di Pasquale. Scrivo questo breve commento da amico di Pasquale, ed è sempre stato un piacere averci a che fare tanto che non sono mai riuscito a capire l'astio di alcuni architetti, incontrati per vari casi, nei suoi confronti. Pasquale è stato sempre attento ogni volta che ho discusso con lui: era preside, o direttore di varie cose, io uno dei tanti e stava lì ad ascoltarmi. Senza tirar via, come fanno quelli che non hanno le palle. Io sono un architetto, ma non mi sono laureato a Palermo; i miei rapporti con Palermo sono stati assidui oltre dieci anni fa quando, per via di un Dottorato in Disegno, avevo un rapporto di amore/odio con Rosalia La Franca. Adesso vivo a Palermo, ma faccio altro.

Come ha scritto anche Vito Corte, bisognerà cogliere l'eredità di Culotta senza perderne le qualità e Panzarella, certo, sa di avere un compito teso alla sostanza più che alla forma organizzativa. Per cui bisognerà fare molta attenzione alle questioni di potere - su cui ho sentito, dall'esterno, voci imbarazzate - infatti non si ricuce o non si ripensa a partire da quello. Va gestito, per quel che colgo, il rapporto con i giovani architetti, allievi di Culotta, e con gli allievi veri e propri della scuola, e vanno poste le basi per sostenere l'identità della scuola palermitana di cui, a livello nazionale (basti guardare i contributi al Festival dell'Architettura di Parma dello scorso anno), Pasquale Culotta era sentito come l'artefice. Questo non significa che non ci siano eccellenti architetti, ed eminenti docenti, ma che non ha senso polverizzare e smembrare un'eredità. Perché a distanza di tempo nessuno potrà capire, e nessuno potrà sapere, quello che è accaduto negli ultimi trent'anni. Per cui, non saranno i libri, o i seminari, o le giornate commemorative, o le borse di studio a salvare il contenuto di una vita, ma la maniera di porsi, il contributo in termini di tempo e di disponibilità, le strategie culturali, il desiderio di guardare avanti assieme ad altri. Ritengo.

[Torna su]

Commento 1440 del 19/10/2006
relativo all'articolo Contemporaneità della Tradizione:
contro qualsi

di Paolo G.L. Ferrara


Caro Ferrara, lei mi conosce. Nonostante i nostri rapporti non sono più come quelli di una volta, vorrei contribuire alla riflessione da lei iniziata proponendole un testo, sulla casa Baglio-Fallisi, scritto due anni or sono su una testata diversa dalla sua, a cui faccio riferimento con il link http://www.parametro.it/architettando14.htm

[Torna su]

19/10/2006 - Paolo gl Ferrara risponde

Sono felice di pubblicare il link al tuo articolo, come sempre interessante.
Rapporti cambiati? forse in meglio, no? Gli screzi servono per crescere e conoscersi un pò di più, adattandovi il rapporto. Ti abbarccio

Commento 1351 del 07/08/2006
relativo all'articolo Brevi note a proposito del Ponte sullo Stretto
di Leandro Janni e Anna Giordano


Una nota, dato che condivido da tempo le informazioni inviate, e da Antithesi pubblicate, da Anna e Leandro. Ho peraltro recentemente inviato a Paolo Ferrara una breve riflessione, proprio sul ponte, che mi auguro possa trovare spazio sullo scrolling di Antithesi. La mia nota, invece, riguarda proprio l'ultimo punto da loro indicato, e che riguarda la "politica" dei trasporti sullo Stretto di Messina. Spero che ci legga il ministro Bianchi: io non credo ci sia nemmeno una mezza idea sul cosa fare e come farlo. Negli anni ci sono state delle clamorose operazioni di facciata dell'azienda pubblica (?) con nuovi banner pubblicitari, il restyling del logo, i cartelloni stradali e, per breve tempo, la possibilità di acquistare il biglietto in modalità remota (cioè, molto lontano dalla biglietteria, presso aree di servizio autostradali), ma con una politica dei prezzi di circostanza (o di adeguamento pedissequo ai prezzi imposti dalla società monopolista Tourist) e un parco macchine (i traghetti) obsoleto e incline al pensionamento ma, stoicamente, a servizio inquinante del trasbordo.
Quello che scrivono Anna e Leandro, in margine al loro testo, corrisponde a realtà: non esiste una politica del trasporto navale sullo Stretto di Messina e, ancora peggio, non esiste - quasi a volere avallare (sfiancando gli italiani "passeggeri") l'idea che sia più logico pensare, e far pensare, all'idea che il ponte, tutto sommato, sia la proposta più ragionevole per trasferirsi da una sponda all'altra - la volontà di pensare ad una concorrenza, in termini di servizi e di costi, nei confronti del privato. Io sono un pendolare, traghettando spesso in auto, che ha residenza in Calabria e lavoro in Sicilia. Molti sono nelle mie stesse condizioni, altri (soprattutto gli autotrasportatori) in condizioni più disagiate. Il trasporto privato, fino a qualche anno fa, per la stragrande maggioranza dei pendolari è stato preferito per numero di corse e "qualità" del servizio (rinnovo del parco macchine, servizi a bordo - giornali, bar, boutiques - e una frequenza di corsa ogni 20 minuti). Certo, bisogna anche dire che il rinnovo delle navi ha spesso significato acquistarle di seconda mano dall'Europa del Nord, e che i servizi a bordo sono relativi a concessioni degli spazi a privati. Per passare a piedi, comunque, era possibile farlo con mille lire, e il costo per un'auto medio piccola, come la mia, si aggirava intorno alle 45 mila lire per un biglietto che consentiva il ritorno entro 45 giorni dalla partenza. Con l'avvento dell'euro, dal 1 gennaio del 2002, la tariffa pedonale è saltata a 1 euro (senza alcun motivo), e il costo del trasbordo auto, tipo Fiat Uno, si è attestato intorno a 27 euro. Fino a qualche mese (vacanze pasquali) fa lo stesso biglietto auto era di 33 euro. Oggi è di 40. Cioè, non solo un aumento impressionante in pochi mesi, con la compagnia monopolista, ma un aumento di circa 13 euro in 4 anni. Data la mole di traffico che la Società Tourist lavora, un aumento ingiustificato.
Di contro: chi si fosse informato sul costo del biglietto ferroviario per il trasbordo auto, stessa tipologia, per passare le vacanze di Pasqua in Sicilia, o in Calabria (tanto, non esiste una politica a favore dei residenti), il trasporto navale di TrenItalia avrebbe risposto che "con 16 euro è possibile fare il biglietto di sola andata, con 32 quello di andata e ritorno", un euro meno degli altri, non molto ma almeno due caffé. Oggi la tariffa auto di TrenItalia è la medesima del suo antagonista, modificata una settimana dopo del ritocco apportato dalla Tourist.
Giorno più giorno meno.
Di più. Qualora si fosse convinti, per una serie di non indagabili motivi, di utilizzare BluVia, le navi FS, per arrivare a Messina, magari a piedi, ci sono due opzioni possibili: la cosiddetta "zattera", il cui nome non incute nessuna fiducia, e il traghetto, nel cui ventre sarà possibile alloggiare l'auto o il treno. Ora, è a questo punto che lo staff creativo di TrenItalia avrebbe dovuto lavorare, fregandosene delle operazioni di facciata: bisognava entrare nel meccanismo dell'offerta, e dunque del sapore dei biscotti anziché della loro forma. Per arrivare a Messina, con BluVia, ci vuole un sacco di tempo (da cui il fomentato disagio) ed è inutile negarlo, ma a questo punto bisogna (1) offrire, al temporaneo nugolo di malcapitati, servizi che altri non siano in grado di proporre oppure (2), ribaltando la questione, attirare un turismo che faccia della lentezza la propria filosofia del viaggiare. Lasciando le cose come stanno si rischia di far passare un messaggio sbagliato, e cioè che il ponte, visto lo scatafascio generale - da una parte i prezzi e dall'altra l'obsolescenza -, sia l'unica salvezza possibile.
Come ha recentemente dichiarato il governatore Cuffaro, se in Sicilia venisse bandito un referendum relativo all'impegno della Regione Siciliana in quota parte al progetto del ponte, la maggioranza dei siciliani (o gli stessi che

[Torna su]

Commento 872 del 18/02/2005
relativo all'articolo PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Emanuele,
scrivo a proposito del tuo commento al mio commento (prot. 869). LPP, secondo quanto indica Sole24Ore, classifica, mentre Luca Molinari, stessa fonte, segnala. Io capisco che ci si possa appigliare alle parole e farne un romanzo, ma il prossimo articolo che farà? Individuerà, indicherà, sceglierà, ragionerà su, discriminerà? La questione non riguarda i termini che si utilizzano, o che sono stati utilizzati, quanto piuttosto il fatto che alcuni, come LPP o Luca Molinari, individuano una serie di architetti, o progettisti, o che dir si voglia, che secondo loro, dati una serie di parametri soggettivi (conoscenza, amicizia, simpatia, lettura delle opere, supposizione di futuro, etc.) e oggettivi (premi, concorsi, progetti realizzati, pubblicazioni, teorizzazioni, etc.) emergono rispetto ad altri. E' una loro opinione. Di qui a dire che si tratti di critica operativa ne passa. Lo è, piuttosto e probabilmente, quando, come tu dici, studiando le carte (vedi sopra), ci si può fare un'opinione che va di là dal proprio sentire e diventa altro. Diventa un sentire comune. Molti degli architetti nominati sulle liste io non li conosco neppure (come dire, mai sentiti), eppure avrei altri da indicarne di cui ritengo validi i progetti e le intenzioni. Ma io non sono né un critico né un opinionista, sono uno che ogni tanto tenta di fare qualcosa per puro piacere di fare le cose. Spesso con risultati terribili (ma di questo ho già scritto, altrove). Insomma, il format del Sole24Ore è corretto. Diamine, per anni ce la siamo tirata col fatto che non c'erano più i Maestri, o che l'architettura era modaiola, o che tutto stava andando a scatafascio. Ora che Edilizia e Territorio (che possiedo dal primo numero uscito) dopo anni che pubblica informazioni legali, giuridiche, politiche eccetera, o che riguardano appalti, lavori, movimenti di borsa ed elenchi dei costruttori, finalmente si apre ad indicazioni che provengono dagli architetti (quanto utile possa essere indicare alle imprese gli architetti "bravi" solo questi ultimi possono saperlo), una buona scelta può essere quella di proporsi come uno dei critici in grado di elencare, o quello che ti pare, il proprio listino, su altre basi opinionali e secondo criteri propri. E a te credo che non manchino capacità e proposizioni. A parte questo, e giusto per perorare la causa degli architetti "poco noti" o, comunque, fuori dai listini della critica di settore (comprendi il glissato!), grazie ad un manipolo di folli o di incompresi savi, a Reggio Calabria sto coordinando un'osservatorio sugli architetti calabresi che hanno operato in Calabria negli ultimi 15 anni, e che vogliamo diventi: sia occasione d'incontri per una crescita professionale che tenga conto delle difficoltà di operare qui, sia una sorta di sdoganamento dell'architettura calabrese che, sia per motivi territoriali che per mancanza di promotori reali e disinteressati, è stata saltata a pié pari negli ultimi anni (le riviste "cartacee", per fare un esempio, si sono divertite ad inseguire prevalentemente architetti campani e siciliani). Le liste di LPP e di Luca Molinari ne danno una conferma ulteriore: da Roma si va a Napoli e poi via, verso la Sicilia. In Calabria nessuno progetta nulla. O, se qualcuno fa qualcosa, non è abbastanza glamour da poter essere indicato tra i viventi. Dirò di più, nelle liste non ci sono sardi, lucani, umbri e valdostani, e non ho approfondito abbastanza. Un buon sano regionalismo, forse, ci potrebbe salvare da un internazionalismo battente, e ci farebbe comprendere meglio motivi, sensi e conoscenze di cose e luoghi per una progettazione a misura del nostro tempo e delle nostre necessità.
cari saluti
domenico

[Torna su]

Commento 871 del 18/02/2005
relativo all'articolo PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid
di Paolo G.L. Ferrara


Caro Sandro Lazier,
"Non vedo perché ci sia differenza tra stupidaggini dette e scritte sulla carta e quelle che invece viaggiano in internet".
Cari saluti

[Torna su]

Commento 867 del 10/02/2005
relativo all'articolo PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid
di Paolo G.L. Ferrara


Ora, io non so a dove passi l'acredine o la "critica" alle cose, agli elenchi, ai fatti, ma mi pare che una guerra tra poveri non porti da nessuna parte. Ho letto, e riletto, con attenzione il testo di Paolo, quello di Luigi e il commento di Emanuele. Mi pare che nel percorso ci sia stata una deviazione fuori luogo. E quando la deviazione è "fuori luogo", per definizione porta "da nessuna parte". Io non vedo come si possa paragonare il volume sulla "nuova architettura italiana", edita da Laterza, redatta da Portoghesi allo scadere dei tempi supplementari che gli sono stati concessi, circa dieci/quindici anni fa, con la PresS/Tletter di Luigi, o con il suo articolo sul Sole24Ore. Come dire, passeggiando per Brasilia (è solo un esempio, gli avveduti se ne accorgeranno), con il ben di Dio che ha realizzato Nyemeier; "Ma chi ha realizzato questo cartello stradale? Non vi pare che stoni con il contesto?", nulla togliendo all'esegesi di Luigi sulla "nuovissima architettura"! La PresS/Tletter è un magazine che viaggia attraverso la rete condotto da una serie di bites, come lo è Antithesi, come Archphoto, Arch'it, ChannelBeta, NIB, e gli altri (e sono tanti!). Anzi, con molta franchezza, direi che è un magazine con una "sua" linea editoriale, con spazi seri e faceti, che veicola "informazioni", per quanto il termine sia fastidioso e ormai uso al consumo. Magari dà spazio a troppe voci, e non se ne riesce a vedere il fondo (ma, data la risposta di Luigi a Paolo, ci dovremo aspettare quanto prima una pubblicazione di, chessò, Meltemi che raccoglie tutte le interviste e che si intitolerà "Interviste 1"?), ma cosa significa questo? Che Luigi non è perfetto? Vivaddio, abbiamo fatto una scoperta! Ma vi ricordate (chi se lo ricorda) cos'era il postmodern di Portoghesi, delfini, amici, lecchini e quant'altro? Quale era il suo risultato nella vita italiana (e non solo) del tempo, e in quali ambienti? Mica solo l'architettura "colta"! A dispetto, peraltro, dei nomi stratosferici di quella contemporaneità. "A quel tempo" vivevano personaggi come Zevi, Quaroni, Battisti, Tafuri che, nonostante il quadro sconfortante, davano voce ad altre architetture (che si possa essere o meno d'accordo sugli esiti e le qualità complessive). Luigi, che stimo prima come individuo e poi come critico (anche se non sono spesso in linea con le sue letture), è uno di quelli che si fa un mazzo per dire cose che ad altri scoccia dire, per cui avrei piacere che ognuno dei "nuovi critici" come Paolo (Antithesi, dopotutto, è un magazine di critica), Emanuele, Gianluigi e altri come Nino Saggio, Luca Molinari, Fulvio Irace dessero, sulla base di un ragionamento esplicito, idea a chi opera dentro le architetture e per l'architettura, di quale sia la loro linea. Se non ci si prende la responsabilità di fare la lista della spesa (!) a nessuno verrà mai in mente di dire che quella lista è sbagliata, o che mancano le verdure anziché la frutta. Mi piacerebbe, per questo, capire cosa intendono per "nuovissima architettura" le persone che ho nominato, e chi sta nella loro lista, e perché, e chi non c'entra nemmeno in zona Cesarini, e perché. Di più "paradossalmente", il 90% delle persone che normalmente vivono una vita normale, citato da Paolo, e che non leggono necessariamente d'architettura, conosce di certo Michelangelo e Palladio, ma dinanzi a Le Corbusier e Wright hanno seri tentennamenti, tanto che uno di questi (avvocato penalista, 45anni, bella casa farcita da libri d'arte e quadri d'autore) pensava, e pensa tuttora, che Le Corbusier sia un liquore. E con lui sua moglie. Per altri, probabilmente, Wright è ancora soltanto il tastierista dei Pink Floyd. Come avrà fatto a fare carriera anche da architetto? Non si sa!

con affetto

domenico

[Torna su]

10/2/2005 - Sandro Lazier risponde

Caro Domenico Cogliandro, dici che non si va “da nessuna parte”? E aggiungi: “La PresS/Tletter è un magazine che viaggia attraverso la rete condotto da una serie di bites, come lo è Antithesi…”
Ma neanche per sogno!
Io e Paolo non stiamo e non vogliamo stare in nessun carrozzone mediatico che viaggi su bites o meno. Stiamo in internet per la semplice ragione che è l’unico strumento di comunicazione che ci possiamo permettere. Chissenefrega dei bites. Non vedo perché ci sia differenza tra stupidaggini dette e scritte sulla carta e quelle che invece viaggiano in internet. Non vedo che differenza ci sia tra le baggianate che può dire Portoghesi in un libro serioso e quelle che possono arrivare dalla press/letter di Prestinenza Puglisi.
Se si vuole fare critica seriamente occorre innanzitutto liberarsi dai condizionamenti. A partire dallo strumento con cui si comunica il giudizio. Se invece si vuole scherzare vanno bene i talk show degli amici degli amici.
Questo in sintesi è il concetto che condivido e che trovo profondamente pertinente dell’articolo di Paolo.

Commento 862 del 18/01/2005
relativo all'articolo Omertà
di Mario La Ferla


Ho letto rapidamente la lettera "Omertà". Rispondo telegraficamente, prima di decantare quel che intendo dire. Di getto, non mi sorprendo più di niente: né per quel che riguarda il tema, né per quel che riguarda il riscontro editoriale. Quello che certa generazione chiama ancora, e con disagio, "capacità critica" non appartiene ai nostri tempi. Oggi persiste, parallelamente al concetto in disuso testé nominato, il "cotto e mangiato", magari sveltamente digeribile e defecabile quanto prima.
Gliene dico una. Ancora il volume non circola molto, ma il prof. José Carlo Gambino, Direttore di un Dipartimento dell'Università di Messina, ha pubblicato, per un editore di Bologna e con una veste editoriale piuttosto dimessa, un libro che glorifica, esaltandone le qualità miracolistiche, il progetto corrente per il Ponte sullo Stretto di Messina. Un libro che sembra uscito dai depliants, opportunamente oliati e/o distesi, delle società che lavorano indefessamente per ampliare il debito pubblico dello Stato Italiano. Il libro avrà una risonanza? Sì, proprio perché non è leggibile. Traduco: è un libro che è possibile sventolare dinanzi al volto degli indecisi, dei detrattori, dei contestatori, dicendo "Vedete qua? Questo è un professore dell'Università..." e via con lo sventolìo.
Caro La Ferla, il suo libro scuote le coscienze e non fa digerire il tempo trascorso, la qual cosa va contro il concetto filosofico del "cotto e mangiato". E poi, non ha nemmeno la dimensione utile allo sventolìo...
Affettuosamente, Domenico Cogliandro

[Torna su]

Commento 693 del 16/03/2004
relativo all'articolo Ponte sullo Stretto. Contrordine: Unione Europea a
di la Redazione


Caro Paolo, non è una novità. Il mio commento alla prima notizia, in qualche modo, preannunciava il fare "gamberesco" dell'UE. Quello che ci lascia attoniti, commentavamo con Paola Ruotolo via email, è il disarmante silenzio dei professionisti italiani, o solo di quelli che "normalmente" scrivono su Antithesi, ad articoli come il mio, sul progetto del ponte. E' un silenzio che non ci dà nessuna soddisfazione. Me li immagino, gongolanti dopo aver letto il pezzo, di avere anche loro da quel momento in poi un'idea sul da farsi ma, è questa la cosa grave' nel loro piccolo, e il tutto avvolto da un rumore di fondo che non spaventa nemmeno una mosca. Ora, non so quanti di quelli che leggono o scrivono Antithesi abbiano mai attraversato lo Stretto di Messina negli ultimi cinquant'anni, la questione ha a che fare con i coglioni, maschili e femminili, di chi comincia ad avere idea sul da farsi. Chi fa denunce ai TAR italiani, chi sostiene la battaglia presso le sedi istituzionali, chi si fa due palle quanto una casa a studiare questioni di una gravità inenarrabile per evitare che in futuro accadano drammi, sono sempre altri e, questo è il solito commento, è importante che ci sia qualcuno che se ne interessi. Punto, finisce qua di solito. Qualcuno ha il coraggio di inviare un tiepido commento che dice: andate avanti, e poi si vedrà. Sapete quali sono gli scenari? Se va bene, se siamo andati avanti bene, allora tutti diranno che erano, ed eravamo, dalla parte giusta sin dall'inizio; se va male, se accadono cose, come quest'ultima svolta dell'UE, che stravolgono l'idea nobile dell'opposizione ad una stronzata colossale, allora tutti si ritirano in buon ordine e attendono l'evoluzione dei fatti. Evidentemente viviamo in un'epoca in cui, di là dal nostro passato in cui alcuni "maestri" avevano il coraggio di dire cose "forti", predichiamo il passato dei maestri, oh yeah, ma ci ritiriamo non appena si inizia a sentire le prime folate della bora. Traduco: ci si sente coinvolti emotivamente nella questione che riguarda Niemeyer e Diener (ognuno di noi, in cuor suo, vorrebbe essere firmatario del listone degli intellettuali) perché, tanto, ad essere buoni non costa nulla; mentre quando qualcuno tenta di serrare le fila su una questione spinosa e pericolosa (politicamente, strategicamente e professionalmente) allora il segnale di ritirata è quello che, tra le folle acclamanti o protestanti, si sente in maniera cristallina. Che dire? Una sola cosa: non abbiamo più il coraggio di dire che non ci si sta, siamo stati lobotomizzati dall'informazione distorta, siamo sulla via del rincoglionimento totale. A che serve commentare gli articoli su Domus, e a criticare Domus, se poi su questioni centrali della politica "distorsiva" di certe amministrazioni locali e centrali non si hanno i coglioni per avere opinioni sferzanti, per dare contributi utili, per scendere in piazza (anche solo sul web) e dimostrare che alle stronzate non ci si vuol credere. Vi immaginate, col senno di poi, una rivoluzione studentesca a Tien An Men con sole dieci o dodici persone? Adesso la Cina predica la democrazia, noi cosa professeremo tra quindici anni?

[Torna su]

16/3/2004 - Paolo GL Ferrara risponde

Caro Domenico, non saprei proprio dirti dove siano i professionisti di cui tu parli. Beninteso: non sto dicendo che non ce ne siano, ma che su antiTHeSi probabilmente non reputano sia oppurtono scriverci. E sai perchè? perchè su antiTHeSi o si è tosti e si prende il toro per le corna, rischiando di esserne infilzati, oppure si evita di scendere in arena.
Se tu e Paola siete attoniti, Sandro ed io lo siamo da quattro anni. Di argomenti su cui potere davvero innescare piccole rivoluzioni ne abbiamo toccati parecchi, facendo nomi e cognomi. Basterebbe rileggere articoli quali "Il silenzio degli innocenti", "Il triangolo no", "Gibellina: vergogniamoci tutti", "I due deputati" e tanti altri (e cito solo i miei) per rendersi conto di quanto abbiamo cercato di andare a fondo a problematiche vere e pericolose. Risultato? Pochissimi interventi a commento, e di lettori che i coglioni li avevano. Gli mancava il cognome altisonante...ma le loro opinioni erano altrettanto valide dei professionisti di cui tu parli proprio perchè avevano il coraggio d'intervenire e dichiarare le loro parti.
Comprendo che tu possa essere amareggiato da questa situazione, ma non esserne stupito, perchè tu stesso conosci molti di questi professionisti che vorresti intervenissero ma non lo fanno. Conoscendo la tua intelligenza posso affermare senza dubbio che conosci bene anche i perchè di questo silenzio.
Vedi Domenico, quando si vuole qualcosa si ha paura di perderlo e dunque è sempre bene starsene alla larga dai vortici da risucchio. Ne abbiamo parlato a voce e credo che oramai mi conosci molto bene, e conosci i miei modi di fare e vedere le cose: io sono nella condizione di essere tagliato fuori da qualsivoglia pseudo giro culturale ufficiale perchè nulla me ne frega di avere il mio nome stampigliato sui biglietti d'invito a conferenze e minchiate varie. Detto ciò, non mi piace che tu abbia citato gli articoli su Domus quale cosa praticamente superficiale rispetto ad altre problematiche: qui su antiTHeSi di problematiche ne abbiamo sollevate un'enormità ma pochissimi le hanno colte. Di più: su Ravello abbiamo scritto per primi ma nessuno si è sognato di invitarci ai dibattiti pubblici che si sono costruiti a contorno della vicenda. Per il dolore provato ho cercato di suicidarmi mangiando un chilo di pasta con le sarde, ma non mi ha fatto nulla...Ci ritenterò con 50 cannoli...chissà!
Tornando a Domus, ogni articolo che si scrive sulle modestissime pagine di antiTHeSi ha un suo "perchè", sia che tratti appunto di Domus che di Topolino. La problematica del silenzio degli intellettuali sulla questione Ponte l'ha già sollevata Luigi Prestinenza Puglisi nella sua PresS/Tletter n°11. Adesso siete in due e con Sandro e me siamo in quattro.
Sia chiaro, caro amico, che ho perfettamente capito l'obiettivo della tua critica: ho solo rincarato la dose prendendo a prestito la storia di antiTHeSi rintracciabile negli articoli pubblicati in quattro anni. Noi siamo qui, pronti a qualsiasi lotta vera e senza alcun timore di essere infilzati dal Toro. Il problema è solo uno: non ci si deve difendere da un solo toro. Di cornuti ce ne sono ovunque....



Commento 686 del 09/03/2004
relativo all'articolo Dedicato a Valle Giulia
di Laura Podda e Silvio Carta


Andrebbe smaltita la sbornia, però. Mi trovate d'accordo quasi su tutto, quello che dite ha senso e, di più, ha un riscontro nelle altre facoltà d'architettura in Italia e, se non mi venisse -mentre lo dico- un prurito al naso, anche in Europa. Mi sono sempre detto "alla lunga i palloncini si sgonfieranno", e per palloncini ho sempre inteso i virtuosismi bloboidali tridimensionali, e le idee di architettura (quelle che hanno a che fare con l'uso della luce, con la capacità di coprirsi la testa, con il ritrovarsi accanto ad un punto fermo) verranno fuori. Fatto sta che la scuola, la stessa scuola d'architettura, grazie ad un sistema più da superenalotto che educativo, ha soppiantato automi agli studenti, e lo dico a ragion veduta. Tengo un corso di Industrial design a Reggio Calabria (lo tengo nel tentativo di continuare ad imparare), e uno studente del terzo anno mi ha confessato che nei tre anni precedenti nessun docente gli ha chiesto di disegnare "a mano libera" con una penna su un foglio di carta bianco. Se devo giudicare i disegni che ho voluto far fare agli individui che ho avuto davanti la settimana scorsa, devo dire che il panorama è desolante. Le idee hanno bisogno di tempo, e questo significa che devono decantare, affiorare e ricadere, riposarsi e ritrovarsi attorno ad uno scarabocchio. Ho detto loro, anche, che la prova del nove per il buon architetto, per quello che riesce a raccontare bene le cose che ha in testa, sta nel riuscire a raccontare il progetto che in quel momento sta facendo sulle tovagliette in carta delle pizzerie di borgata. E' il luogo più pericoloso in assoluto, lì la capacità di comunicare un'idea deve valere più della capacità di impaginare una tavola o di articolare (esplodendo, reimplodendo ed esplodendo ancora) il progetto come se fosse una scoria radioattiva. Quando, per una serie di circostanze che ancora non mi spiego, sono stato anch'io studente di architettura, certi professori non consentivano (ma allora è un vizio!) che le idee fossero più forti delle forme esteriori, e dunque alcuni Maestri andavano cercati nelle pieghe della Storia (e il trucco era di andarsi a ricostruire architetture e progetti di quelli che il Giedion citava per necessità di cronaca o che il Rykwert sfiorava appena). Provate a farvi spiegare da qualche docente le strategie di progetto di un Mollino, di un Michelucci, di uno Scarpa, per citare alcuni nomi noti, per non parlare di Ricci, Savioli o altri. Le idee, quelle più "pericolose", appartengono alle pieghe della storia e pochi, tanto per stare nel tema della copertina di Antithesi, formuleranno una ipotesi cosciente e concreta di quello che ha significato, dopo le teorizzazioni del Modulor, la cappella di Ronchamp per generazioni di architetti. Di questi pochi, solo qualcuno avrà compreso a fondo il senso di ciò che realmente aveva intenzione di "scrivere" Le Corbusier. Ma, e questo è un dato riscontrabile, il caso Ronchamp non è un esempio da seguire, almeno teoreticamente, perché contiene in sé contraddizioni e incongruenze (questo è quel che viene detto), mentre dall'altra parte, pur negando l'esempio di riferimento, le architetture virtuali bloboidali fanno da padrone. Da una parte l'idea (travisata) e dall'altra le pure forme (trasandate). Ora, per sostenere che le idee, che da qualche parte stanno, valgono più delle forme e, politicamente, che l'insegnamento dell'architettura deve passare anche attraverso il non classificabile per accogliere appieno l'eredità di teoreti come Ernesto Nathan Rogers, Giuseppe Pagano, Eugenio Battisti, per dirne alcuni, che hanno sempre sostenuto il primato dell'idea sulle cose, bisognerà, in qualche modo (e anche, perché no, dalle singole identità) riscrivere la propria storia presente a partire dalla lettura delle cose, dalla critica alle cose, dalla riconfigurazione di cose che si ritengono perdute, o soltanto smarrite. Ritengo inutili le crociate contro ciò che ognuno legge come mulini a vento (ognuno ha i suoi), forse è più saggio (e Antonino lo sa!) credere nelle proprie capacità intuitive ed ermeneutiche, e cercarsi la strada da percorrere; Quella strada, a lungo andare, porta esattamente dove voi volete arrivare.

[Torna su]

Commento 544 del 13/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Vorrei precisare il mio commento 541. Questo non sarà dunque un commento 544 (o 545, o via dicendo) ma una correzione che mi è stata indicata da Beniamino Rocca. Due righe sul socialismo progressista di Porta Garibaldi. Ho sempre creduto che il sign. Li Calzi fosse un iscritto al PSI di Craxi, o almeno la mia memoria aveva conservato male un ricordo delle cose accadute, o forse, ed è la cosa più probabile, il tempo ha reso minestrone tutto quello che a suo tempo aveva un certo odore e un certo sapore. Beniamino mi dice che Li Calzi era un iscritto al piccì. Conosco Beniamino e gli credo. Gaber scrisse un testo bellissimo in un momento difficile per l'Italia, che gli fu subito censurato e ritirato dal mercato: ancora oggi "Io se fossi Dio" è un disco introvabile. Aveva teorizzato il minestrone di cui ho detto, ma prima di tutti e nel momento in cui c'era chi voleva fare il distinguo: le pagine sui giornalisti e sui comunisti valgono (per fortuna e purtroppo) ancora oggi. Devo dunque precisare che quell'oggetto, di Li Calzi, è un oggetto terribile (nonostante ci sbeffeggi da lontano e non "invecchi" col tempo) e in quel caso il progetto non ha niente a che vedere con le strategie legate alla sua realizzazione. E' il progetto di un postmodern da ingoiare più che da bere, con buona pace di chi ha investito dei soldi per vederlo realizzare.

[Torna su]

Commento 541 del 09/12/2003
relativo all'articolo Compriamo la Farnsworth House di Mies
di Guidu Antonietti


Ecco, è il 12 dicembre. Detto così sembra quasi "ecco, è Natale!", e invece no, è solo il 12 dicembre, e all'ora in cui scrivo qualcuno credo stia battendo un martello di legno di un'asta per dire che quel che doveva esser fatto è stato fatto: il monumento è andato, voilà. Se qualcuno ha perso del tempo per andar lì a comprarla, con l'intento di volerla comprare, la benedetta casa miesiana, e ha avuto i suoi buoni motivi per pensarsela e fare due conti,e poi c'è andato, s'è seduto sulla sua seggiolina e ha atteso il momento del lotto 354/87/z o chessò io, per alzare il ditino, o la manina e, per conto suo o di altri (in questi casi si manda avanti un cretino qualsiasi), si è alzato soddisfatto per aver fatto comunque un buon affare, allora che mettano all'asta anche la Cappella di Ronchamp di Le Corbusier o il Kultuuritalo di Aalto, unico lotto.
Le cose vanno così, e poi ci si lamenta se il carciofone colorato che sta sopra la stazione di Porta Garibaldi a Milano, frutto della Milano da bere e del socialismo progressista, alla quarta asta deserta, non riesce a (o non vuole) comprarselo nessuno. Ironia della sorte: Farnsworth House, seminascosta nelle radure americane, ha tutto il nostro appoggio morale (se così possiamo dire) nonostante la sua sorte, mentre l'esecrabile monumento al postmodernismo arretrato, al quale non so guardare con riverenza, ci rimane sui coglioni checché se ne dica e se ne faccia. A qualcuno avanzano degli sghei per farci sopra un buon affare?

[Torna su]

Commento 514 del 22/11/2003
relativo all'articolo Design inerba
di Gianni Marcarino


Un tavolino è un tavolino. Punto. Non mi farei fregare dalla dicotomia (ho detto dicotomia?) tra forma e materia senza avere idea di cosa sia una e cosa l'altra. Diciamo che, ecumenicamente, capisco tutte le posizioni, e che tutte le posizioni, in quanto tali, debbano essere difendibili, ognuna per sé, per le fatiche che si portano appresso, per il tempo che c'è voluto a maturare, in un senso e nel suo avverso, quella determinata posizione. Tra tutte, se devo essere sincero, preferisco il fervore di Sandro, ma è una simpatia a pelle. Non è però questa la cosa di cui voglio scrivere. Design è un termine che ingerito male può provocare, a seconda degli organismi (siamo tutti diversi, vivaddio), stitichezza o emicrania, o entrambe senza soluzione di continuità. E poi è un termine che abbiamo ingerito, ormai è acclarato, dalla lingua inglese, e nella lingua inglese (come nell'antica Grecia la parola polis significava tre cose - politica, città, e le molte cose - inscindibilmente e contemporaneamente) il termine design, ma vorrei fosse un lemma o addirittura un suono, significa almeno due cose: progetto e strategia. Barthes avrebbe parlato di anfibilogie, o di termini che si portano appresso "assieme e nello stesso contesto" almeno due, se non tre, significati. Quando parliamo di design, dunque, dobbiamo intenderlo, correttamente e anfibologicamente, portatore di due significati che non possono essere scissi, pena lo smarrimento della qualità del termine. Sicché, comunque vada, tra la diatriba tra il critico e il designer, come accade nella fiaba della volpe e il corvo a proposito del formaggio, io sto dalla parte del tavolino, o del formaggio. E aderisco, per concludere, alla posizione di Marasso, le cose che adesso stanno così riflettono il nostro "così", tutto qui. In questo momento gli "interessi" per le cose (e, se possibile, vorrei candidarmi a sostenere le iniziative autonome degli studenti universitari, e non solo del Politecnico) vengono veicolati da altri poteri su altri vettori e, nonostante la purezza del progetto di Toppino, fa specie l'attenzione mediatica allo star system (sparate sul pianista, please!) e la disattenzione generale al progetto (design) e alla strategia (design) che ne definisce i caratteri.

[Torna su]

Commento 386 del 25/07/2003
relativo all'articolo In the night all cows are Brown (V)
di Domenico Cogliandro e Ugo Rosa


Altro aggiornamento.
Se Camilleri potesse profondere le sue energie per montare un giallo sulla questione del progetto Ponte sullo Stretto, pardon “Crossing”, ne verrebbe solo un pallido panorama rispetto a tutto quello che cova e ha covato sotto le ceneri spente. Vi aggiorno su alcuni scenari e vi racconto un autogol, che nemmeno Osvaldo Soriano. Innanzitutto devo ricordarvi che dalle notizie in nostro possesso, e riferite al 20 giugno scorso, il nostro Doc Brown è ancora “at Conference”, oppure non ha avuto tempo per rispondere alla mia, e nostra, missiva. E questo è uno. Il mio personalissimo delirio ha a che fare con le origini delle cose, e con la paternità dell’opera. Se come lucidamente, in una pubblicazione ad hoc sull’argomento edita da Donzelli, è stato scritto che la Società Stretto di Messina NON è una società mista con fondi pubblici e privati, ma un braccio armato dello Stato gestito da mercenari che danno fondo e rastrellano denari da vent’anni a questa parte, per farne quel che vogliono, ed è la sua sopravvivenza il vero motivo della questione Ponte: è lì che si trova il nostro buco nero. E’ anche da notare lo scenario dentro cui è maturata la progettazione dell’oggetto. L’incarico viene dato, grosso modo, tra il 1989 e il 1990, ad una equipe di tecnici e mirabili studiosi, prevalentemente italiani tranne uno, e noi sappiamo chi, che, dopo la bozza generale dell’oggetto, verificano di massima le condizioni per la fattibilità dell’opera. Il maggiore promoter dell’operazione, della fattibilità del Ponte cioè, è l’IRI, che è una delle società che possiedono quote percentuali della Stretto di Messina Spa. Su un altro fronte, quello del collegamento stabile con una opera sommersa e ancorata al fondo del mare, il cosiddetto Ponte di Archimede, invece, è sostenuto dall’ENI. Una specie di guerra fratricida che si conclude in una specie di giallo a cavallo della presentazione dei progetti, ma poi dell’unico progetto “possibile”, a Palermo, avvenuta il 22 febbraio del 1991. In quel momento lo spettacolo mediatico ci propone la prima guerra del Golfo di Bush padre e, per i meno interessati alla sorte del mondo, il serial Twin Peaks che si interroga, invece, e senza interpellare la Raffai, chi diavolo ha ucciso Laura Mars. Qualcuno ricorda? Bene, a chi volete fregasse del fatto che qualche giornalucolo locale (leggasi Gazzetta del Sud, direttore Nino Calarco, nonché allora Presidente, oggi Onorario, della società Stretto di Messina), e anche qualche testata nazionale, abbia riportato la notizia che a Palermo, luogo in cui dal 12 febbraio dello stesso anno si annunciava (vedi stesso giornalucolo) il modello del Ponte e la conferenza stampa con i progettisti (tutti, tranne uno, di chiara fama), arrivò anche un plastico del Ponte di Archimede, sponsorizzato dall’Ente Nazionale Idrocarburi? Quasi a nessuno. Anche perché quel plastico non credo sia mai stato visionato da qualcuno, è anzi ritornato in direttissima a Milano senza mai venire smontato dal furgone che lo aveva condotto a Palermo. Che fine ha fatto quel modello o, di più, dove è finita la ragionevolezza che ci consente di poter scegliere su come spendere i denari per andare e venire liberamente dalla Sicilia, optando tra due possibili soluzioni? Mistero. Ora, si potrebbe notare, chi te l’ha fatto fare a perdere tempo per trovare le circostanze di questo giallo italiano in emeroteca, per poi arrivare a nessuna soluzione? Bella domanda, fosse stata fatta (e per questo me la son fatta da solo)! Risposta: nessuna ricerca, piuttosto l’evidenza di un autogol della Società Stretto di Messina che, sotto le mentite spoglie di una presunta par condicio, riporta tra le sue pagine web la notiziola. Io mi sono mosso per ridare senso alla cosa rispolverando alcuni scenari, i corollari, le frange, l’intorno. Ma, e qui nemmeno il fantomatico dottor Sottile, a proposito di “dottori”, sarebbe riuscito nell’impresa, a tutto ciò si aggiunge la dichiarazione della consegna del progetto definitivo agli uffici del Ministero dei Lavori Pubblici da parte della società Stretto: avverrà entro e non oltre il 31 dicembre 1992. Caso ha voluto che il progetto sia stato consegnato in piena bufera Mani Pulite, e allora i politici o fuggivano nei mari del sud o si dimettevano in massa, e allora, dico, nelle mani di chi? E della cosa, nel giornalucolo ma anche negli altri, non v’è traccia (e qui mi ci son messo d’emeroteca) né con un largo anticipo rispetto alla data prevista (nessuna notizia trionfalistica, ma ci sarebbe dovuta essere visti gli impegni di spesa, nel mese di dicembre del 1992) e nessun riscontro dell’avvenuto deposito per tutto il gennaio 1993.
Nemmeno Rosi, oltre che Camilleri, riuscirebbe ad inventare per il suo cinema di denuncia un luogo di perdizione come la Stretto di Messina Spa, che fagocita denari pubblici, cioè nostri, con l’accondiscendenza di tutti i governi possibili dal post Craxi ad oggi. E che, nonostante vadano le cose intorno al progett

[Torna su]

Commento 233 del 17/12/2002
relativo all'articolo Teatro di Sciacca: secondo atto.
di la Redazione


I primi passi sono sempre i più difficili, bisogna sopportare le cadute e non arrendersi davanti alle prime sconfitte, alle gelosie di e verso altri, dinanzi alla massa di eventi imponderabili nascosti dietro l'angolo. I primi passi sono terribili, ma sono altrettanto temibili i secondi passi, che si fanno quando qualcun altro si accorge che ci si sta muovendo nella direzione giusta e allora si tentano i golpe, i colpi di mano, le sovrapposizioni, gli scantonamenti, gli allontanamenti, gli eccetera politici che dietro ad opere di questo calibro covano in silenzio. Finchè nessuno si muove nessuno fiata, quando ci si muove in silenzio qualcuno ha sempre qualcosa da dire, quando si mette in moto quello che sin qui abbiamo sperato, contro tutto e tutti, c'è il rischio della perdita dell'obbiettivo. I passi successivi ai secondi sono quelli più rischiosi, dopo che con i primi ci si è compromessi, e con i secondi si è fatta una scelta di campo, ma... tempo al tempo.

[Torna su]

Commento 143 del 18/06/2002
relativo all'articolo Il triangolo no...
di Paolo G.L. Ferrara


Più che un commento, un appunto. La risposta a queste tue sollecitazioni non tarderà a venire. Il ponte sullo Stretto di Messina, alchemica fonte dell’eterna giovinezza per le mafie locali, è una spilla da balia in confronto alla svendita del territorio nazionale. L’alchimia vera è la cartolarizzazione. Posto che lo Stato, che siamo noi, non abbia i soldi per realizzare il ponte e che, stante il ricatto a cui le banche Lo hanno sottoposto, bisogna in qualche modo trovare i fondi per sostenere la propria parte di costi, allora accade che lo Stato, che siamo sempre noi (ma mi sento, così, un pochino defraudato), venda sulla parola dei beni immobili di Sua proprietà alle banche, magari le stesse che intervengono con l’altra parte dei finanziamenti alla realizzazione dell’Opera Maxima. Le banche sganciano sull’unghia i soldi prima di ricavare dalla vendita, o dall’usufrutto, del bene, qualunque sia. In tal modo, e sto volgarizzando la questione, Noi, Stato, abbiamo di che pagare la nostra parte di ponte e loro, banche, ci mettono, per parte loro, il resto. Così si fa un bel project financing, pubblico e privato, e la questione finanziamento dell’Opera Pubblica è risolta. Ma nel passaggio verranno a mancare dei pezzi che prima erano dello Stato, nostri cioè, e dopo saranno del miglior offerente, privato cioè. Ora, in quest’Italia in cui ci sono da una parte dei miliardari che giocano a pallone, e per hobby si fanno pagare per prendere la laurea al Cepu, scambiando il favore, che è sempre un utile per loro; e dall’altra parte altri miliardari, per conto proprio, governano la Cosa Pubblica, per conto nostro, per farci sentire orgogliosi ad ogni risveglio mattutino, tra la brioche e il cappuccino, ecco: ora, chi credete che abbia i denari per comprare quei pezzi di territorio definiti, sacrilegamente, bene culturale solo per fare un favore al prossimo acquirente?
Nessuno acquisterà una briciola di Colosseo o di Reggia di Caserta, né Villa Adriana o la fontana di Trevi, quello no, ed è anzi un immaginario consacrato definitivamente da Totò in maniera premonitrice, ma proprio per questo intoccabile. L’Italia che ci si aspetta di comprare è quella amena, in cui l’investimento è il silenzio, la quiete, la privacy, nonostante Echelon. Le banche venderanno ai più ghiotti le riserve naturali, le isole, i fari, da una parte e dall’altra i forti ottocenteschi, le collezioni d’arte rinchiuse negli scantinati dei musei e, perché no?, Palazzo Chigi. Così lo Stato, vedi sopra, si ritroverà a pagare ad una finanziaria, magari dello Stato, appunto, tipo Patrimonio Spa, l’affitto di un proprio locale, e che la finanziaria ha riscattato da una banca che l’aveva precedentemente cartolarizzato per concedere allo Stato i denari per finanziare, compartecipando con Infrastrutture Spa, i lavori di realizzazione dell’Opera sullo Stretto. Il gioco delle tre carte. In questo, nel gioco delle tre carte, i mafiosi sono esperti, vuoi per indefesso esercizio, vuoi per tradizione. Vuoi vedere che nei consigli d’amministrazione delle società appena esitate dallo Stato, che malgrado tutto siamo ancora noi…?

[Torna su]

Commento 137 del 28/05/2002
relativo all'articolo Architettura a Sciacca: Conversazioni senza i prog
di Franco Porto


Ora, io non so se termini come Architettura Negata (con le iniziali maiuscole) e Architettura a Rapporto, abbiano a che fare con quello che bisogna fare per Sciacca, al di là di tutte le ingerenze possibili, più o meno sottese. Il principio è un altro, sottilmente benaltrista come affermava Ugo Rosa, e mi pare fuor di dubbio: quel "coso" è là, e sta sul Casabella del maggio 1982. Non fosse per questi due dati, non esisterebbe nemmeno un caso Samonà. Visto che quel che ha fatto l'ha completato e quel che non ha fatto non è stato fatto.
Vogliamo sbracarci o sollevarci le maniche? I due gesti ammiccano a due comportamenti abbastanza distanti. Vedrai una mia proposta più ampia, sempre su Antithesi, scritta col senno di poi, che è fattiva, se si vuole. E, secondo me, insieme ce la si può fare.
Per quel che riguarda l'Atlante, invece, io starei attento.
Mi sovviene una facezia intorno all'orario ferroviario che sono solito dire, anche a me stesso se sono solo, quando entro in una stazione ferroviaria. Sai quando si è compreso che i treni arrivavano nelle stazioni con un ritardo imperdonabile? Dal momento in cui è stato stampato l'orario ferroviario. Il rischio dell'Atlante dell'Architettura in Sicilia è quello. L'Atlante è omnicomprensivo per sua condizione, non può escludere, non può tralasciare nulla. E' come fare la mappa dell'Impero in scala Uno a Uno, di borgesiana memoria. Ci sarà sempre un Umberto Eco, acuto e sottile, che starà lì a dire che, posta l'impossibilità pratica dell'oggetto, è anche necessario che la carta sia posta su un territorio perfettamente tondo. Una carta Uno a Uno dell'Italia sarebbe praticamente impossibile, per cartografi e per utenti, perché non appena si dovesse arrotolare cadrebbe certamente in acqua, vista la forma dello stivale. Sarà pure una interessante trovata editoriale, ma un oggetto che stabilisce cosa è architettura e cosa non lo è, perché questi mi paiono i presupposti, non si può certo chiamare Atlante. La storia è fatta di frammenti, e i frammenti, data la loro condizione, non stanno su un percorso lineare, eppure stanno sui topoi degli architetti: come escludere dal progetto di Ricci a Riesi l'immagine di certa centuria degli Iblei dipinta da Piero Guccione, dei muri a secco liminari alle strade collinari di contenimento del terreno, dei basamenti michelucciani, della cornice di paesaggio inclusa tra le colonne dei templi di Agrigento, oppure di certa architettura vernacolare siciliana dei primi del Novecento? Tutto è dentro quella architettura. Piuttosto sarebbe meno pretenziosa una Guida a Certa Architettura in Sicilia, nella quale sperimenterei anche una certa faziosità, che non guasta mai quando si vuol sottolineare cosa si ritiene architettura e cosa no.

[Torna su]

Commento 97 del 24/04/2002
relativo all'articolo Le Corbusier e la dissonanza di Ronchamp
di Cesare De Sessa


Fuochi fatui
di Domenico Cogliandro

Ho letto il testo di De Sessa su Ronchamp. Ho letto l’intervento di Giovanni Bartolozzi. Bene. Sono rimasto sorpreso, di come la storia delle cose affiori sempre e in maniera radiale dalle cose stesse. La storia delle cose circola e vive delle cose che la rendono tale. Ricordate il piccolo principe e la sua rosa? Bene. Io non credo nella figura meramente intellettuale di Le Corbusier, credo piuttosto nel suo voler essere a tutti i costi una sorta di animale da cantiere. Una di quelle bestie che nascono in cattività e poi, fuori, perdono il senso dell’orientamento o la loro naturale aggressività. Fuori dal cantiere Le Corbusier è un teorico, gioca con gli slogan, ricicla la vecchia storia dell’uomo inscritto nel quadrato cambiandone i presupposti, è un abile promotore di se stesso, si vende al miglior offerente (non sono ignoti i suoi spostamenti politici a seconda del tirar del vento), riscrive almeno sei volte una sua teoria urbanistica in sei testi che hanno sei titoli diversi ma, a ben guardare, sono sempre lo stesso testo. E’ quello che fa un leone rimesso a cercare di vivere nella savana, si guarda un po’ in giro, pascola l’erbetta, beve stancamente ad una pozza d’acqua, se è il caso ed è spinto da una fame atavica si mette a cacciare, ma senza molta convinzione. Quando lo si rimette nell’area protetta diventa un altro, riesce a cacciare, pure, e con convinzione.

Attenzione a Ronchamp. Non è un gioco formale che sta fuori dalle righe, un vezzo adamantino per confondere i propri seguaci (mossa, peraltro, poco conveniente) e per sviare i propri avversari, non è nemmeno l’errore di percorso che conferma la regola. E’ un più sottile artificio. La piccola cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, luogo più ameno che mai, andateci e capirete, paesino à coté de la Suisse, la piccola cappella, dicevo, pone almeno tre questioni, che dirò senza svelare nulla, perché su questa opera sto preparando un pamphlet nel quale verranno poste in maniera più netta. Comunque, sto qui a scriverne non per puro piacere della scrittura (anche!) ma perché una banale incertezza percorre i testi letti. L’opera d’arte dell’animale da cantiere Jeanneret va attraversata. L’errore fatale in cui si cade è quello del cincischìo. Si legge di un’opera, se ne guardano le fotografie, si studiano con attenzione voyeuristica i disegni (tutte le versioni, i passaggi lievi dalla prima all’ultima) e poi si dice che quest’opera è da buttare o che è una geniale idea di proposizione dello spazio d’architettura, o ancora che esiste un forte parallelo organico tra le forme di natura e l’oggetto chiesastico di Ronchamp. Balle.

Quello che si vede non sempre vale quanto ciò che è. Le riletture che spesso si fanno sono letture di letture, dove anche la fotografia è una mediazione e guarda quel che vuole guardare tralasciando altro che sta nel contesto, che è il contesto. La butto lì. Chi ha visitato il castelletto federiciano a Castel del Monte, in Puglia, retro dell’un centeuro italiano, non ha potuto fare a meno dal rimanere incantato di due cose, tra le molte: il pozzo di luce centrale (la corte ottagona) e la collocazione del fortilizio rispetto al territorio. Due punti di vista che consentono di traguardare, di misurare, una cosa rispetto ad un’altra. La volta celeste (e tutta la cosmogonia magica e scientifica medievale ad essa legata) costretta, se così può dirsi, a passare dentro l’occhio ottagonale della corte, misura del tempo e misura dell’incommensurabile infinito; l’orizzonte libero, all’esterno, e l’ospite architettato ad interromperlo, ma in una speciale maniera: la collina che sostiene il castelletto è, da qualunque lato la si guardi, sempre un tronco di cono e la natura, per quanti scherzi possa fare, non ha l’abilità di realizzare in maniera così unica ed elegante una forma geometrica pura, su cui si possa incistare, per magia, proprio quella curiosa architettura che alla natura guarda affascinando e affascinandosi.

Chi giunge a Ronchamp da Belfort può cogliere la medesima sorpresa di trovare quella piccola cosa bianca lassù, appuntata come un cameo alla verdeggiante collina della bassa Francia, collina di minor fascino che la brulla e desertica Puglia, seppur ammantata di faggi e olmi. La relazione che crea l’oggetto nel paesaggio, mi si scusi il bisticcio, non è di tipo paesaggistico. Direi, in maniera sfrontata, che a Le Corbusier del paesaggio non gliene importa un fico secco, del paesaggio in sé, voglio dire, come oggetto di culto romantico. Ha a cuore piuttosto una relazione forte tra gli elementi naturali che costituiscono una pietra filosofale per l’architettura (la luce, il vento, la pioggia), essi elementi forti del paesaggio, non il paesaggio in sé, e la conformazione dell’architettura stessa, da non confondersi con la forma, astratta e pura. E’ la relazione tra le cose che importa, delle cose Le Corbusier se ne sbatte. La sua grande abilità

[Torna su]

Commento 50 del 02/02/2002
relativo all'articolo Gibellina: vergogniamoci, tutti.
di Paolo G.L. Ferrara


NON HO RISPOSTE
Mi intrufolo in punta di piedi, come un osservatore distante, nello scambio di battute su Gibellina. E’ un luogo che non si può negare, così la vedo. Mi vien voglia di parlarne facendo la parte del distratto, del superficiale, per vezzo, di quello che sta lì per caso, del passante, del curioso, dell’ennesimo avventore di un luogo con tante identità. Lego Gibellina ad un evento: un incontro con altri architetti in occasione di un workshop presso le Case Di Stefano, in alto, sul colle. Un occasione come altre per parlare anche di Gibellina, da invasori. Quell’incontro, a ben vederlo, a distanza di tempo, è stato per me determinante, mi ha cambiato la vita, mi ha reso più vulnerabile e al tempo stesso più cauto. Lì ho incontrato Roberto Masiero, Francesco Buonfantino, Francesco Maggio, il signor Purini, e lì ho visto sorridere, svagata e felice, a chiusura dei lavori, tra le ombre di un portico, difendendosi da una canicola di quasi estate, con una flute di prosecco in mano, come non ho più rivisto, ma così la ricordo ancora, Rosalia La Franca.
Gibellina come sfondo, uno strano scenario, un luogo non concluso, un parterre eccezionale di esperimenti linguistici, di intuizioni ormonali, di ultimi errori, di eccetera eccetera. Poco importa quello che è accaduto dentro il recinto aureo del workshop, il problema era rinchiuso fuori. E questa sensazione non apparteneva ai più. Insomma, qualcuno pur ricorderà Berlino prima della caduta del muro. Berlino Ovest, si sa, lo so, ma è bene ricordarlo, era un anello, un hortus conclusus dell’occidente, dentro, perfettamente prigioniero, eppure curiosamente libero, dentro l’intera Germania dell’Est. Il muro non divideva due Germanie, così come molti immaginano le linee di confine tra Stati, una linea frastagliata che va da un punto ad un altro, ma rinchiudeva parte di un altro Stato dentro uno Stato diverso. Prigionieri liberi, da un lato, dentro, e liberi prigionieri dall’altro, fuori.
Bene. Vorrei usare questo paragone, con tutto quello che comporta, compresa la caduta del muro, per parlare di Gibellina Nuova, e dire che quello che è accaduto quella torrida primavera di otto anni fa, per quanto parziale, non può essere capitato e basta. E di come altre voci, ascoltate in tutto questo tempo, non abbiano fatto altro che confermare le tiepide sensazioni di disagio avvertite allora. Il fatto è che avrei voluto giocare al controcanto con il pezzo scritto da Ferrara, smontandolo e rimontandolo al contrario, sostenendo che forse il male minore è quello che è accaduto. Ma la realtà sconfina e lascia la fantasia, ai blocchi di partenza, a guardarsi ancora le scarpe slacciate. Gibellina Nuova, oggi, si faccia caso, è costruita di oggetti atipici: di serie A, di serie B, e delle serie cadette. Gibellina è un buon pretesto per dire alcune cose precise, o per lasciar dire ad alcuni cose con le quali possiamo o meno essere in accordo.

La lunga piazza della coppia Thermes/Purini, architetti romani. Un luogo che va visitato, non se ne può parlare a distanza: bisogna esser passati dentro per darne un giudizio. Ecco, allora, che vorrei lasciare il giudizio lontano da qui, dico il giudizio di merito, non sarò certo io il primo ad abbandonarmi ad un inutile sproloquio, non ne parliamo e basta, o almeno non diamo giudizi di merito, ecco. La piazza sta lì, e lì, dentro la piazza, quantunque sia cosa invisibile, sta il pensiero degli architetti, di quegli architetti, intorno alla questione della piazza urbana. Insomma voglio dire questo, per quanto sia una cosa già sentita: per capire cosa pensa Purini, cosa ha voluto dire Thermes, bisogna andare a Gibellina Nuova, Sicilia, e attraversare quella piazza, oppure mettersi in un punto, un qualsiasi punto di quella piazza, ed attendere che qualcuno la attraversi, la piazza. Questa è la maniera corretta per poter esprimere un giudizio sulle cose, starci dentro con tutti e due i piedi, da vivi. Il buon Dio ci ha dato una possibilità per andarci, usiamola. La mia, ovviamente, non è una indicazione turistica, si vada intorno, davanti, dentro una qualunque architettura, in qualunque luogo (Gibellina è un pre-testo) e prima o poi affiorerà dal profondo un giudizio, buono o cattivo che sia. Quello sarà un giudizio determinante per capire che posizioni prendere, da quale parte andare, cosa cercare, a chi rivolgersi, quali libri leggere, che musica ascoltare e via dicendo. Il giudizio sulle cose forma le coscienze.

Quello che so, perché sta sui libri, sulle riviste, e che nessuno può negare, perché i fatti sono fatti e le conferme possono venire solo dai fatti, quello che so, insomma, è che la piazza suddetta è di serie A. Gioca nel campionato più bello del mondo, quello dello star system, dei ragazzotti in braghe di tela, pagati fior di milioni di euro, a patto di poterli vedere correre su un pratone, mistico e perfetto, diremmo assoluto, e compiere le prodezze che solo loro sanno fare. Gioca nel campi

[Torna su]

2/2/2002 - Paolo G.L. Ferrara risponde

Narrare di architettura è cosa difficile e richiede particolare predisposizione e preparazione. Domenico Cogliandro lo ha spesso fatto ( vedere, ad esempio, i suoi scritti su Arch'it) dimostrando le prerogative citate, anche in occasione del commento su Gibellina.
L'obiettivo di Cogliandro si sposta ad inquadrare le architetture del paese siciliano per quel che esse sono: architetture, appunto. Io avevo evitato ogni critica all'architettura in sè, non per sottovalutazione dei progetti e delle realizzazioni, bensì per mirare ad una realtà che è lì, incontestabile. Realtà di sprechi, in un luogo diventato "cavia" (e non voleva certamente esserlo, ci mancherebbe!) per sperimentazioni di ogni genere e in qualche caso di pregio. Questa, la realtà, non è un'ovvietà. Come non lo è l'emigrazione, non certo dovuta alla "presunta fuga dal museo degli orrori", e non certo un fatto trascurabile se lo si lega (e lo si deve fare) alla mancanza della volontà politica di creare sviluppo occupazionale. Ma l'obiettivo di Cogliandro è mobile sino a cogliere sfumature che a questi problemi appartengono. Sfumature che comprendono anche chi vive a Gibellina "[...]magari male, ma deve convivere con tutti questi campionati dell'inverosimile[...]".
Ci sto: riutilizziamo e ristrutturiamo queste architetture di Serie A; valorizziamole come qualsiasi altro luogo che abbia potenzialità.
Cogliandro, da un articolo su Arch.it dal titolo "Valorizzare" : [...]Bisogna valorizzare quei luoghi che sono abbandonati a se stessi, bisogna dare a quei luoghi un significato diverso (leggasi: bisogna stabilire quale significato dare ad una determinata cosa, importa poco che lo abbia, per poter accedere a certi bilanci anziché ad altri). Ora, è bene sostenere che molte volte l'attesa di chi abita un luogo sta nel desiderio della corretta utilizzazione del luogo stesso, anche a spese di una minore o maggiore fruibilità di esso. E questo fa parte della discrezionalità politica di assumersi responsabilità tali da porre un discrimine chiaro tra la rivalutazione di un luogo e la sua perdita d'identità[...]. Fin qui Cogliandro. Unirsi. Continua...