Giornale di Critica dell'Architettura

2 commenti di F C

Commento 12108 del 21/01/2013
relativo all'articolo L'indegna sorte d’un architetto patafisico
di Sandro Lazier


sul linguaggio architettonico di koolhaas concordo con lei..quando visitai per la prima volta la kunsthal mi chiesi il senso del far convergere in un angolo cemento, guaina bituminosa a vista, vetro e alluminio! Sicuramente la "musica" che suona non gli interessa che sia intonata..(si pensi all'ultima opera di taipei nata volutamente come un "addenda" di volumi dissonanti)

Tuttavia mi chiedo come questo possa influenzare la riuscita di un esposizione come la biennale. Non trovo dove sia il punto di convergenza: infondo la figura del direttore è diventata essa stessa motivo di pubblicità alla biennale. (credo non ci sia stato un non Pritzker negli ultimi 10 anni)

Se (come preferirei) assegnassero il posto a qualche bravo direttore di rivista di settore, o a critici di livello, sicuramente l afflusso di visitatori sarebbe minore, perchè farebbe meno audience. Se lei fosse un amministratore della Biennale a parità di spesa chi sceglierebbe?

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21/1/2013 - Sandro Lazier risponde

Dal nostro punto di vista, zeviano, il linguaggio architettonico riguarda lo spazio ben più dei materiali che lo definiscono. I quattro materiali diversi che definiscono l’angolo, in verità lo contestano, anche in gradevole dissonanza, ma fondamentalmente non lo sopprimono. Rimane, secondo me, un’operazione di calligrafia che rende interessante la lettura, depistandoci, ma non stravolge il significato spaziale suggerito dalla compiutezza dell’angolo.
Sarebbe un po’ come scrivere una banalità, magari affidando un font diverso ad ogni parola che costituisce la frase. Il che la renderebbe certamente avvincente, ma non la redimerebbe dalla sua banalità. Con gli angoli chiusi, scatola era e scatola continua ad essere.
Cosa farei se dovessi dirigere una biennale per fare numeri di pubblico? Farei una biennale dal titolo eros e architettura, dove accompagnerei ogni istallazione con scene hard dal vivo. Sono sicuro che farei il pieno, minimo 10 volte i visitatori attuali.

Commento 12105 del 20/01/2013
relativo all'articolo L'indegna sorte d’un architetto patafisico
di Sandro Lazier


E' anche vero che c'entra poco il linguaggio ed il modus operandi di un architetto con la realizzazione di un esposizione. Anzi, nelle due ultime edizioni della Biennale l'esposizione di AMO ha riscosso grande successo (anche tra i non architetti, che comunque frequentano la Biennale) per affrontare temi come conservazione del patrimonio ("preservation" in kronokaos) e produzione di architettura da parte degli uffici tecnici dei comuni negli anni 60-70. Devo dire che non vedo traccia di ragionamenti paranoico-patafisico-paradossali in queste due esposizioni, ma contributi di gran lunga più elaborati di chi presenta un progetto all'ultimo minuto perchè CI DEVE ESSERE.

Credo che oggi il direttore sia impossibilitato a dare un "taglio" preciso alla mostra, ma al massimo possa aspirare ad avere 3-4 padiglioni interessanti e le restanti pareti zeppe di foto dei progetti più disparati...ma infondo rispecchia in pieno il panorama architettonico odierno: per ogni 3-4 architetture di qualità ce ne sono almeno 100 super sponsorizzate ma destinate al dimenticatoio.

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20/1/2013 - Sandro Lazier risponde

Da dove ha dedotto che io ritenga Koolhaas un paranoico? È ben vero l’esatto contrario, ci mancherebbe!
Essere considerato uno scienziato della patafisica, di per sé, non è argomento offensivo.
Il paradosso, infine, credo sia l’arma retorica migliore che Koolhaas sappia usare con raffinata intelligenza.
Il punto è un altro.
Secondo me, e questo, ripeto, è solo il mio personalissimo parere, non è in discussione l’efficacia comunicativa delle sue teorie e dei suoi lavori. In questo, lui è campione.
Io ne faccio un problema più mirato alla scrittura delle sue architetture, non tanto al loro senso, o dissenso, o assenso, o controsenso.
La qualità della scrittura, per uno scrittore, un musicista, un architetto, non dipende tanto dalla trama o dal significato di ciò che vuole comunicare, ma dal modo in cui sceglie e mette insieme le parole.
Koolhaas, e molti altri che si sono piantati in una sorta di moda decostruttivista dopo averne cavalcato la novità teorica, non hanno mai superato il muro del “significato” delle loro architetture, perciò costrette ad usare sempre le stesse frasi che, una volta usate, un senso intrinseco nuovo l’hanno già ottenuto.
Koolhaas a Venezia sarà sicuramente efficace. E lo sarà sicuramente se continuerà a riproporre se stesso, così come vuole un’istituzione che usa l’architettura come merce da proporre al consenso popolare, e valuta il successo in relazione al numero dei visitatori più che sui contenuti di autentica novità di ciò viene presentato.