Giornale di Critica dell'Architettura
Linguaggio Architettura

Storia e Critica

di Sandro Lazier - 10/7/2001


Con l'articolo Architettura Digitale ho proposto la ridefinizione del significato di storia. Me ne assumo la responsabilità e provo a buttarmici dentro, forse un po' incoscientemente.
Ho parlato di critica intendendola in generale come narrazione strutturata di sentenze, ovvero come sistema di concetti finalizzati al giudizio, sia esso estetico, etico, politico, sociale, piuttosto che psicologico, ecc…
Perché la critica? Perché il semplice fatto di stare al mondo e averne coscienza ci obbliga a darne una descrizione e un possibile significato. La nostra critica, che è giudizio sul criterio dei nostri simili, non è altro che la misura con cui ci sentiamo soddisfatti della descrizione e del significato che questi, con il loro fare e dire, ci danno dell'umana condizione che chiamiamo realtà.
Realtà e Verità sono concetti che simpatizzano per cui spesso siamo indotti a ritenere vero tutto ciò che è reale. Ma non è sempre così. Se la realtà è ciò che percepiamo con i sensi, quindi è ciò che i sensi ci raccontano, dobbiamo fidarci del loro racconto, ma soprattutto dobbiamo escludere dalla categoria del vero tutto ciò che non ci viene raccontato. Tutti i nostri giudizi, che per principio di onestà riteniamo veri, devono quindi riferirsi e misurarsi con il racconto dei fatti così come ne veniamo a conoscenza. Ma il racconto di fatti è cronaca e, aggiungendovi il nesso con cui cerchiamo di tenerli insieme, diventa storia. La nostra critica non può, quindi, esistere senza il sostegno e il confronto con la storia. La critica, e le parole ed i concetti che si usano per attuarla, devono reggersi su questo punto fisso: la storia. A volte la subiscono, altre volte la negano e si rivoltano. Più spesso, molto semplicemente, la eludono.
Ora, nel momento di sconvolgimento che la rivoluzione informatica sta attuando - e che io intendo come sconvolgimento del modo in cui avviene il racconto dei fatti, e quindi del modo con cui i miei sensi hanno coscienza della realtà e verità dei medesimi - mi domando: come può il giudizio sui fatti (la critica) adeguarsi al nuovo modo che questi hanno d'essere recepiti (i sensi), se prima non riscrivo il significato del racconto che li tiene insieme (la storia)?
Questo, io credo, è il problema.
Quindi affrontiamolo. O perlomeno proviamoci.
Due aspetti, secondo me, appartengono in modo determinante alla struttura del concetto di storia. Il primo concerne la definizione di ciò che chiamiamo fatto, evento; il secondo il criterio di verità che affidiamo allo stesso.
Un evento è qualcosa che avviene in un determinato luogo e in un determinato momento. Spazio e tempo sono condizione necessaria e unica. Infatti lo stesso evento non può succedere in tempi diversi e nessuno potrebbe trovarsi fisicamente in luoghi diversi nello stesso istante. Questo mi pare ovvio. Ma se si altera il concetto di spazio? Se togliamo il fisicamente, andiamo oltre la materialità dello spazio e consideriamo l'esperienza dello stesso nel modo in cui ci perviene attraverso i sensi - tutti i sensi -? Tutti i giorni, attraverso la televisione, subiamo un processo di dislocazione: fatti che accadono a distanza vengono percepiti dai nostri sensi in un luogo diverso ma contemporaneamente.
Tutte le sere, guardando i telegiornali, facciamo esperienza di luoghi e fatti che accadono nella nostra casa - perché qui i nostri sensi ne hanno percezione - ma che sono dislocati altrove. Questa esperienza in prima persona, questa coscienza dei fatti, è dal mio punto di vista fondamentale. Infatti noi abbiamo coscienza del passato o perché l'abbiamo vissuto in prima persona o perché qualcuno ce ne ha dato il racconto. Ciò che abbiamo vissuto ci è stato raccontato dai sensi; ciò che non abbiamo vissuto ci è stato raccontato da altri. Ebbene, vi è una differenza sostanziale tra i due casi. Infatti, ciò che abbiamo vissuto ci è giunto in forma di cronaca, come elenco di fatti e situazioni a cui noi diamo la nostra personale interpretazione, strutturandoli in una specie di resoconto interiore. Ciò che non abbiamo vissuto, non ci è mai pervenuto come insieme libero di fatti autonomi - quindi come cronaca - ma, se letto per esempio nei libri di storia, ci è stato trasmesso dentro una trama ben strutturata, composta e costruita secondo il racconto dello storico che l'ha scritta. Siamo costretti, quindi, non a dare senso ai fatti ma a comprendere qualcosa che un senso già possiede.
Ciò che tradizionalmente chiamiamo storia è narrazione storica, è racconto nel quale la successione degli eventi sta all'interno di una trama ben definita e qualsiasi accadimento, letto all'interno di questa trama, ha una collocazione univoca e un significato riferibile sempre e soltanto a tutto il racconto nella sua interezza. Questa è l'idea di contesto, di contesto storico: ogni affermazione è riferibile solo al testo che la contiene.
Bene, io credo che oggi, nella cosiddetta società dell'informazione, i fatti e gli accadimenti giungano alla nostra percezione in forma libera, addirittura anarchica, soprattutto perché dislocati e privi di una trama significativa. Un fatto, un evento non sta qui, ora, per un preciso motivo; sta qui ma è altrove, ora, forse per mille motivi. Non c'è contesto, ma solo contemporaneità.

L'aspetto relativo alla verità del racconto storico, come ho detto, dipende dalla relazione con la quale crediamo vero un fatto realmente accaduto. Crediamo vero, per esempio, il fatto che Garibaldi sia sbarcato a Marsala perché, non avendoci partecipato in prima persona, così ci hanno raccontato. Coloro che ce lo hanno raccontato dicono che altri hanno riferito il racconto di coloro che erano presenti. Il nostro criterio fa riferimento ad una successione di racconti tutti conseguentemente strutturati in trame diverse e contestuali: il contesto del racconto di chi ha partecipato al fatto non è quello dell'ultimo che ne ha riportato l'avvenimento. Quindi, ogniqualvolta il racconto si è arricchito di un nuovo autore, è cambiato il significato dell'evento rispetto alla trama che lo scrittore ha costruito per comporre il testo che lo contiene. La verità ed il conseguente motivo di consapevolezza che ne deduciamo fondano sì sull'oggettività del fatto il loro convincimento, ma il giudizio che ne deriva è condizionato dalla trama in cui lo stesso è inserito. Lo stesso fatto, esposto all'interno di trame diverse, porta a giudizi diversi.
Se, quindi, il giudizio che diamo rispetto alla conoscenza dei fatti passati è viziato dal contesto relativo al racconto che li esprime, pensiamo a quanto può essere viziata la semplice percezione dei fatti che la virtualità degli attuali mezzi di comunicazione comporta.
La rivoluzione informatica ci propone una realtà virtuale - una realtà che ha in potenza la caratteristica di essere tale ma di fatto non lo è - scombinando definitivamente l'equazione reale=vero.

So di aver toccato un tema vasto e importante. Tema al quale devono riferirsi tutti gli argomenti della cultura che hanno un qualche riferimento con il giudizio. Qui trattiamo di architettura e non nascondo il sentimento di sorpresa con cui ho letto l'intervento di A. Saggio a Reggio Calabria che, nell'ambito di un "omaggio a Bruno Zevi", e soprattutto definendoci <<…di Zevi "contemporanei">>, pare dare un senso, da un'ottica differente, a quanto ho appena scritto.
Così Paolo G.L. Ferrara, nel rimescolamento che intende nel suo "gioco delle tre carte", ci invita a uscire dal recinto concettuale che governa le tre figure fondamentali della materia: storico, critico, architetto. Ora occorre lavorare per capire se, nell'assenza di un ruolo privilegiato, le tre figure debbano convivere, coabitare o sopportarsi vicendevolmente.
Dal mio punto di vista, mi piacerebbe capire se c'è la possibilità di scrivere la storia senza un racconto e senza una trama, senza un prima e un dopo, senza un nuovo e un vecchio. Forse una storia liberata dall'idea di progresso a tutti i costi. Una storia dove tutto è "contemporaneo".

(Sandro Lazier - 10/7/2001)

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