Giornale di Critica dell'Architettura
Storia e Critica

Architettura in attesa di giudizio.

di Paolo G.L. Ferrara - 8/6/2001


Lazier ed io lo avevamo visto nel giugno del 2000 e l'impressione fu di enorme casermone introspettivo, silenzioso e presente.
Solitamente, queste impressioni vengono esternate con il termine "monumentale".
Il nuovo Palazzo di Giustizia di Torino - dell'arch. Enzo Zacchiroli- lo ritrovo pubblicato su "L'architettura cronache e storia" -n° 547-, commentato da Sergio Signorini, che incentra il discorso proprio sulla monumentalità :" E siamo al clou del gioco compositivo, alla massima valenza della sintesi zacchiroliana a Torino: evitare del tutto l'aspetto monumentale, schiacciante, ostile che un tale monstrum avrebbe certamente potuto incutere al Piccolo uomo".
A dire il vero, secondo noi, lo sforzo ammirevole di Zacchiroli non ha dato i risultati sperati.
Non è condivisibile l'opinione di Signorini con cui sottolinea che "…le emergenze futuriste-costruttiviste costituiscano i macro-dettagli, alla dimensione abnorme di un normale fabbricato, che risolvono in chiave urbana l'innesto del nuovo Palazzo di Giustizia".
Lo schema è rigido, ricalcante quello del lotto, e non basta inserire elementi volumetrici o variare la sagomatura dei quattro angoli per evitare "qualsiasi effetto di massa". La massa c'è, nonostante il tentativo di segmentarla con l'aggetto delle sei sporgenze verticali su C.so Vittorio Emanuele. Cinque torrette che separano altrettante vetrate a specchio, con un ritmo interrotto solo dal cuneo sporgente ed a sbalzo che tenta di smaterializzarsi per mezzo dell'uso del vetro che ritaglia la massa in mattoncini. Il problema è che il vetro usato, specchiante, non è sicuramente sinonimo di trasparenza e leggerezza - ammesso che il vetro trasparente sia sempre sinonimo di leggerezza-.
Introspezione totale lungo C.so Vittorio; né basta avere inserito il corpo dell'Aula magna a sbalzo sull'angolo del Corso con via D'Acaja.
Aggravante: percependolo in linea retta di percorrenza - da C.so Vittorio- , alla dinamizzazione angolare di cui sopra, segue la cadenza ritmica marcata dalle cinque torri, vero segno architettonico del complesso. L'interruzione del ritmo - sviluppato in verticale- è cercata anche sul lato opposto, non tenendo equidistanti le torri. Anche qui, non basta: otto torri di uguale altezza, pur se non equidistanti, compattano l'insieme , eludendo ogni velleità di anti-momumentalismo. Immagine di fortificazione prevalente su tutto.
Se da via d'Acaja la vista verso l'edificio si presenta con qualche pregevole dinamismo tra i diversi corpi che emergono, da via Ferrucci -lato opposto- assistiamo ad un'infilata prospettica rigida che svela l'assoluta simmetria delle due stecche, disposte sui lati più lunghi.
L'enfasi monumentale trova applicazione proprio qui, nel momento in cui i tre ponti in travi di ferro - anch'esse dimensionalmente annullanti il ruolo delle vetrate- vengono appoggiati su due grandi setti strombati , a cui manca solo la trabeazione per ricalcare perfettamente l'arco della defanse parigino.
Vero: ci sono chiari segni della volontà di "sminuzzare, disperdere, sminuire visivamente i 400.000 mc del volume[…]", ma non basta per poter parlare di un'architettura anti monumentale e di giusta scala urbana.
Il progetto è rigido e le presunte dinamiche spaziali interne vengono ingabbiate in una tipologia a stecca che non lascia margine alla libertà spaziale interno/esterno.
L'arch. Enzo Zacchiroli fa parte del comitato di redazione de L'Architettra cronache e storia. Un giornale "contro" sin dal momento della sua fondazione. Un giornale coraggioso, quanto lo era il suo papà Bruno Zevi. L'arch.Zacchiroli, non ha avuto il coraggio di fare a Torino architettura contemporanea: anzi, l'ha giustiziata.
-Tutte le citazioni sono tratte dall'articolo pubblicato su L'Architettura 547-

(Paolo G.L. Ferrara - 8/6/2001)

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